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Full text of "La letteratura della nuova Italia : saggi critici"

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UNIVERSITY OF TORONTO 

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GIORGIO BANDINI 



SCRITTI 



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STORIA LETTERARIA E POLITICA 



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BENEDETTO CROCE 



LA LETTERATURA 
DELLA NUOVA ITALIA 



SAGGI CRITICI 



SECONDA EDIZIONE, CON AGGIUNTE 



VOLUME QUARTO 




BARI 
GJIUS. LATERZA & FIGLI 

TIPOGRAFI-EDITORI-L1BRAI 

1922 



PROPRIETÀ LETTERARIA 




NOVEMBRE MCMXXI - 59405 



AVVERTENZA 



Dei quattro volumi di questi saggi, se il primo ha 
più degli altri disposizione e intonazione di libro storico, 
questo, che è l'ultimo, le ha meno: il che è accaduto 
non per mio arbitrio, ma come spontaneo effetto del 
passare che man mano io faceva dalla letteratura più 
remota alla più vicina, svolgentesi quasi a un tempo 
con l'opera del critico, e intorno alla quale era perciò 
maggiore il contrasto dei giudizi e dei sentimenti e più 
necessaria la polemica. Anche, e per la stessa causa, 
la trattazione in questo volume è alquanto più ineguale 
e frammentaria, che non. sia nei precedenti. 

Aprile 1914. 

B. C. 



LXII 
GABRIELE D'ANNUNZIO. 



i. 



È fuori dubbio che il D'Annunzio occupa un gran posto 
nell'anima moderna e che lo occuperà di conseguenza nelle 
storie che si scriveranno della vita spirituale dei nostri tempi. 
Intorno a ciò mi parrebbe ozioso disputare, né so rispon- 
dere senza impazienza alla domanda, che così spesso si ode 
risonare nelle conversazioni: «Credete che il D'Annunzio 
sia davvero artista?». Credete? E come, di grazia, si farebbe 
a credere altrimenti? E che cosa è l'entusiasmo e il fana- 
tismo di tanta gente per l'opera sua, e che cosa l'odio fe- 
roce di tant'altra, se non il segno che ha sempre accompa- 
gnato l'apparire e il manifestarsi degl'ingegni che si levano 
sul livello comune? e che cosa il lavorìo di pensiero che 
ormai da un ventennio ferve intorno a quell'opera, se non il 
riconoscimento del suo valore? Alla critica spetta miglior 
ufficio che affermare o negare ciò che è evidente. Essa deve 
procurare di farsi mediatrice tra quelle tesi e sentimenti 
opposti, tra quell'amore e quell'odio, e collocare in giusta 
luce il suo autore e mostrare da qual punto bisogni guar- 
darlo per giudicarlo rettamente. Se l'amore ha un fine intùito 
del vero, non è da pensare che l'odio non abbia anch'esso 



8 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

occhio assai acuto a cogliere certi aspetti di verità, pei quali 
il primo è spesso cieco. E perciò è da savio adoperare e 
combinare le conclusioni delle indagini che l'amore ispira, 
come di quelle che l'odio arma del suo acume. 

Perchè mai, p. es., lodatori e avversari del D'Annunzio 
insistono (sebbene con diversa intonazione e traendone di- 
verse conseguenze) nel dire che egli vive d'immagini, eh' è 
tutto suoni, colori, impressioni sensibili, che è restìo alla coni- 

t 

mozione passionale, che è privo di pensiero? Quale valore 
critico hanno codeste osservazioni? Certamente, sembrerebbe, 
per una parte, che non si possa fare maggior lode a un artista 
che col dichiararlo tutto fantasia, intatto e indisturbato da 
preoccupazioni intellettive e riflessive, che sono cagione e 
indizio di fiacchezza estetica. E si guarda ammirato questo 
nostro contemporaneo, questo italiano di squisita cultura, che, 
per nulla mortificato dalla scienza e dalla riflessione, si nutre 
d'immagini, traduce tutto in figure e miti, quasi quello sia 
il suo mezzo vitale, il solo ambiente nel quale possa respi- 
rare e moversi. L'abbondanza, la veemenza della sua vena 
fa pensare a volte (com'è stato detto) a un poeta orientale, 
gettato nel mezzo del mondo moderno europeo. È restìo al 
commoversi, alieno dalla passionalità? Ma se l'empito della 
sua fantasia ha fatto richiamare l'Oriente, la sua impassibilità 
(si dice ancora) non potrebbe rammentare il mondo 'ellenico, 
o anche quella olimpicità goethiana, quella calma, che è ca- 
rattere di alta poesia? Arte passionale non è forse, sovente, 
arte turbata e balbettante dietro la passione, che la scuote e 
la rende, non già schietta e ricca, ma povera ed enfatica? In 
altri termini (e senza far torto all'arte della passione, quando 
è arte vera), è forse, nell'asserita freddezza del D'Annunzio, 
incapacità artistica ad esprimersi con pienezza; o non piuttosto 
è quello l'atteggiamento di un originale spirito contemplatore, 
il cui fervore è tutto preso nell'attività stessa del contemplare, 
del contemplare intensamente, senza batter palpebra? 



LXII. GABRIELE D ANNUNZIO .9 

Da codeste considerazioni parrebbe che gli avversari aves- 
sero torto per tutti i versi. E torto essi hanno, quando richie- 
dono nel poeta un sapiente espositore di teorie e di programmi 
moralmente plausibili, o quando scambiano la freddezza, che 
sarà nel D'Annunzio considerato nella sua psicologia d'uomo, 
con la freddezza che non è nel D'Annunzio in quanto artista. 
Ma quella loro insistenza ha, implicitamente o esplicitamente, 
anche un altro significato, che conviene mettere in chiaro. E 
sarà facile, ove si paragoni il D'Annunzio con altri artisti, 
che, al pari di lui, s'innalzano alla serenità dell'arte; p. es. 
(per non uscire dall'Italia e dai tempi moderni), col Manzoni, 
col Leopardi, col Carducci. Tre artisti assai diversi di ten- 
denze, d'animo e di educazione: tanto che il primo ebbe a 
manifestare la sua ripugnanza pel secondo; e il terzo, almeno 
in un certo tempo, la sua ribellione così verso il primo come 
verso il secondo. Nondimeno essi tre hanno qualcòsa di co- 
mune, che li distacca, tutti insieme, dal D'Annunzio. Tutti 
e tre hanno la loro visione particolare e la loro fede: neo- 
cattolica nel primo, pessimistica nel secondo, classico-ideali- 
stica nel terzo: ciascuno di essi ha espresso una maniera di 
concepire la realtà e la vita, che risponde a una condizione 
storica e a un temperamento ben determinato. Se si analizza 
l'arte del D'Annunzio, vi si troveranno elementi «pagani» 
come in quella del Carducci; talora un'analisi pessimistica 
dell'amore e delle altre passioni, come quella del Leopardi 
(e dove è traccia, se non del Leopardi, certo dello Schopen- 
hauer); vi si può trovare, perfino, qualcosa del senso storico 
del Manzoni, giacché una Francesca da Rimini, p. es., non 
si poteva concepire a quel modo se non dopo l'intensa col- 
tivazione di senso storico, che si deve al romanticismo. Ma 
siffatte parziali somiglianze servono a mettere in più viva 
luce la differenza fondamentale. Pessimismo, storicismo, pa- 
ganesimo non conservano nel D'Annunzio il significato che 
hanno nel Leopardi, nel Manzoni e nel Carducci; senza dire 



10 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

che sono mescolati con altri elementi, che in quei poeti non 
si rinvengono. Si può essere leopardiano, manzoniano o car- 
ducciano nel modo di pensare la vita, e quei tre poeti sono 
stati, infatti, e sono per molti, «guide dell'anima»; ma non 
si potrebbe essere dannunziano se non nel significato di am- 
miratori dell'arte del D'Annunzio. Il D'Annunzio non riscalda 
gli animi (dicono gli avversari): il D'Annunzio non sente, 
ma è un dilettante di sensazioni. 

E con questa parola «dilettante» gli avversari ci por- 
gono le chiavi per comprendere e gustare l'arte del D'An- 
nunzio, meglio che non facciano talvolta i suoi lodatori, i 
quali ci sviano dalla sua personalità, travedono in essa quel 
che non c'è, le impongono obblighi che non può assumere, 
e vengono così a suscitare una reazione di sfavore, che do- 
vrebbe rivolgersi non tanto contro il D'Annunzio quanto con- 
tro i suoi* malcauti elogiatori e seguaci. 

Dilettantismo non significa, in questo caso, dilettantismo 
nella forma artistica: quello scrivere a orecchio e per ap- 
prossimazione, seguendo or uno or altro modello, mostrando 
qualche brio d'ingegno in mezzo a scorrettezze e a sciatterie. 
Nessuno, per questo rispetto, meno dilettante del D'Annunzio, 
il quale è artista assai studioso ed esperto nei segreti del- 
l'arte. Il dilettantismo, di cui qui si parla, sta, invece, in 
quel che si dice « contenuto », nella disposizione verso la vita 
e la realtà: è un dilettantismo, non già estetico, ma psi- 
chico. — Chi comporrà un libro sugli artisti «dilettanti», 
che sono apparsi talora nella storia? Vi sono anime, o, me- 
glio, fantasie, nelle quali tutte le forze, tutte le idee che 
costituiscono il patrimonio spirituale dell'umanità, le molle 
d'acciaio del suo gran corpo, hanno perso vigore, si sono 
allentate, non informano di sé lo spettacolo della vita. Il 
mondo del pensiero e quello dell'azione, la fede nel vero, la 
religione, la patria, gli affetti familiari, la pietà, la bontà, 
non sono più centro di attrazione, di gioia, di rimpianto, di 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 11 

desiderio. La vita ha cessato di essere una materia subor- 
dinata o da subordinare a esse, che ne danno la sintesi; e 
rimane perciò mera materia, che luccica con tutte le sue 
innumerevoli faccette, si svolge in tutte le sue sfumature 
infinite. E l'occhio si posa su quei bagliori e su quelle sfuma- 
ture, perchè ha pur bisogno di qualcosa su cui posarsi; e 
le guarda intento, e le assorbe, e le esprime, e le dispone 
ora in un modo ora in un altro, con associazioni ed analogie 
che le rendano curiose e solleticanti, e le ingrandisce, e vi 
si compiace, e passa ad altre, e torna alle prime, con nuove 
combinazioni e variazioni. Che cosa lo muove a ciò? Nes- 
suna di quelle molle ideali, delle quali abbiamo dichiarata 
l'assenza; ma quel che resta non eliminabile nell'assenza o 
nell'indebolimento delle altre molle ideali: il bisogno che ha 
lo spirito di occupare sé stesso. L'uomo, in questa situazione, 
non prende coscienza di una piena e vigorosa vita d'uomo, 
che abbia vissuto in sé o simpateticamente in altri, e sulla 
quale si ripieghi; ma sente, per così dire, le sue sensazioni 
slegate. In quanto egli fissa lo sguardo limpido, sereno e si- 
curo sulle cose, è artista: in quanto le cose gli appaiono 
fuori delle loro connessioni superiori, come perle sciolte da 
una collana, e perdono il loro valore di relazione, e sola 
guida tra esse è il caso e il capriccio delia fantasia o l'al- 
lettamento sensuale, è dilettante. Dilettante, ma artista: ar- 
tista del dilettantismo, che può essere artista grande, perchè 
niente di umano dev'essere alieno dall'uomo, e anche questa 
disposizione spirituale ha la sua propria realtà e il suo si- 
gnificato. 

Si suole affermare che artisti siffatti sono espressioni di 
tempi di decadenza; ma bisognerebbe dire invece, con mag- 
giore esattezza, che, quando essi sorgono, qualcosa, in qual- 
che animo, deve essere decaduto. Essi, è vero, abbondano 
in alcuni periodi di generale decadenza morale e civile; ma 
compaiono più o meno frequenti, e talvolta sporadici, in ogni 



12 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

tempo. Passarli qui in rassegna sarebbe anticipare quel li- 
bro, che, come abbiamo accennato, si potrebbe fare. Nel 
corso del secolo clecimonono, sono comparsi nell'ultima epoca 
del movimento romantico, e del romantico pessimismo, che 
diventava sensualismo. Nessuno dirà che il secolo decimonono 
sia stato un secolo di decadenza, o che sia stato periodo di de- 
cadenza quella «fine di secolo », chiamata così per una frase 
senza significato, invenzione di boulevard iers parigini ; ma 
molte cose sono decadute lungo esso e molte anime sono ri- 
maste, perciò, come vuote di ogni contenuto. Nel campo del 
pensiero, le scienze naturali, travestendosi da filosofie, hanno 
distrutto il mondo che la religione e la filosofia idealistica 
presentavano come «cosmos», come qualcosa di vivente, un 
dramma che noi stessi facciamo; e vi hanno sostituito una serie 
di morti e pesanti schemi classificatori, tanto morti e tanto 
pesanti da assumere solenne sembiante di determinismo. Nel 
campo della pratica, la borghesia industriale ha distrutto la 
fratellanza ideale dei popoli in un Dio o in un Cristo, so- 
stituendovi la gara delle cupidigie; e il socialismo, messosi 
alla scuola politica, si è accorto che non poteva far altro di 
meglio se non chiedere in prestito alla borghesia la sua filo- 
sofia materialistica e la sua lotta di classe, e vi è riuscito 
così bene che ora, scambiate le parti, esso passa per inven- 
tore di ciò che ha semplicemente trovato bello e fatto e alla 
cui potenza si è inchinato. E l'aspirazione spirituale dell'uomo 
non ha saputo riaffermarsi se non falsificandosi nelle super- 
stizioni pséudonaturalistiche o avvilendosi nell'ipocrisia del 
neomisticismo : patria e umanità sono diventate parole viete, 
la famiglia è apparsa una parentela fisiologica o un orga- 
nismo di economia capitalistica. Un vento freddo di cinismo 
e di brutalità ha soffiato sul nostro mondo. E moltissimi che 
non erano bene armati a resistere alle forze distruttive, si 
sono lasciati depredare e spogliare l'anima d'ogni bene; e, 
perduta la vita spontanea, hanno creduto di potersene fog- 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 13 

giare una a loro arbitrio, artificiosamente, ricercando nel 
fondo del proprio essere una sorgente perenne di diletta- 
zioni, vivendo in perpetuo equilibrio e in perpetua curiosità, 
indifferenti ai tumulti ed alle contingenze degli altri uomini, 
che essi stimano volgari. E hanno dimenticato la tristezza 
della solitudine, l'ammonimento del vae soli! e, con una sorta 
di cauto epicureismo pratico, sono diventati come « colui 
che si distende Sotto l'ombra d'un grande albero carco», a 
raccogliere i frutti che gli cadono in grembo, e a suggerii 
«con piacer limpido senza Avidità, né triste né giocondo », 
secondo una delle tante figurazioni, offerteci dal D'Annunzio. 
Il quale è la principale espressione in Italia, e forse anche 
fuori d'Italia, di questo stato di spirito; il più magnifico rap- 
presentante di animi così conformati o difformati, i cui prece- 
denti e affini sono apparsi specialmente in Francia. Non che 
abbiano tutti il medesimo temperamento e la medesima fiso- 
nomia; e già che cosa significherebbe temperamento o fiso- 
nomia identica? Ma un chiaro legame di parentela psichica 
congiunge il D'Annunzio coi Baudelaire e coi Verlaine, coi 
Barrès e con gli Huysmans, e con altri che ora non istarò 
a ricordare. 

Ridotto il mondo a un gioco, a una fonte di commozioni 
più o meno disgregate e fuggevoli, esso stancherebbe presto, 
pur nella contemplazione, se non si ricercassero curiosa- 
mente e avidamente tra le commozioni d'indole sensuale 
quelle più forti, capaci di legare più a lungo l'interessamento, 
capaci di mettere una qualche gerarchia e stabilire qualche 
centro, sia pure efimero, in quella folla variopinta, che si 
ribella per natura sua alla gerarchia e all'unificazione. Perciò 
il dilettante si fa voluttuoso e, come voluttuoso, crudele. Vo- 
luttà e crudeltà appaiono quasi regine di un mondo così 
fatto: tra quei due toni corre il romanzo, corre la tragedia 
di esso. E che questi due toni siano molto affini tra loro, e 
facile il trapasso dall'uno all'altro, confermano non solo le 



14 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

tante osservazioni raccolte dagli psicologi, ma anche ricordi 
di storia, che ognuno può risvegliare, appena frughi nella 
memoria. Ad altre combinazioni essi si prestano, specie in 
animi carchi di tutte le malizie della cultura; e mi basterà 
accennare al misticismo, che vi si accoppia assai di frequente. 
Accennarvi soltanto, perchè i tratti mistici, nell'opera del 
D'Annunzio, che sola dobbiamo esaminare, mancano o sono 
debolissimi. Egli ha ingegno troppo lucido e analizzatore 
da abbandonarsi ai rapimenti e alle frenesie mistiche di altri 
sensualisti. Piuttosto, per una certa sua « grandezza d'animo », 
si diletta, molto spesso, dell' « eroico » (di quell'eroismo, il 
quale è piuttosto egoismo che eroismo, più vicino alle « virtù » 
della Rinascenza che non alla virtù kantiana); e, per la sua 
larghezza di curiosità, si sparge sopra tutti gli aspetti e sopra 
tutti, anche i più umili, oggetti della vita e della natura. 
Si diletta anche talvolta d'idealità e di moralità: ma in ciò 
non riesce. Aristotele ha scritto che di tutto si può abusare 
tranne che della virtù, e si potrebbe aggiungere che di ogni 
cosa l'uomo può farsi un divertimento tranne che di questa, 
perchè, non appena viene trattata come divertimento e di- 
letto, cessa subito d'essere virtù e moralità; si dilegua ratta, 
lasciando, tutt'al più, tra le mani dell'amabile giocatore 
il suo mantello vuoto. 

ii. 

Come accade quasi costantemente negli artisti, il tempe- 
ramento del D'Annunzio, indifferente a ogni passione e in- 
teressamento morale o politico, e aperto e attento al flusso 
delle sensazioni in quanto tali, si mostra già nella sua prima 
produzione, degli anni intorno al 1880. Un adolescente ita- 
liano non poteva sottrarsi all'efficacia degli scrittori che allora 
si affermavano nella loro pienezza: il Carducci, lo Stecchetti, 
la scuola veristica siciliana dei Verga e dei Capuana; né vi 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 15 

si sottrae il D'Annunzio nel Pruno vere nell'In memoriam, 
nel Canto novo, nella Terra vergine. Ma è notevole il lavorìo 
di assimilazione e di eliminazione, ch'egli compie rispetto a 
quei modelli. Dal Carducci prende metri, motivi, movimenti, 
frasi; ne imita l'esuberante sentimento di sé e qualche atteg- 
giamento di ribelle e di lottatore, in cui si compiace con 
giovanile vanità; ne riecheggia qualche voce di gioia per 
la vita, e quella predilezione da letterato per la letteratura 
che lo induce a invocare ora il «ritmo sereno di Albio Ti- 
bullo », ora i «numeri di Asclepiade», ora la «saffica in- 
sueta», o a slanciare le strofe gagliarde «via con i falchi a 
volo». Anche la contemplazione del paese nativo ha in lui 
qualche spinta dall'esempio del Carducci; la Maiella e la Pe- 
scara compiono ora l'ufficio di quel triste paese della Maremma 
toscana, onde il Carducci portò conforme « l'abito altero e 
lo sdegnoso cauto». Ma nient'altro; e l'essenza della poesia 
carducciana, l'alto sentimento civile, l'anelito verso ogni 
manifestazione di libertà e di nobiltà nella storia dell'uomo, 
è svanito. Dallo Stecchetti toglie ancor meno, salvo che nelle 
rime puerili dell'In memoriam e in qualche accento di de- 
mocratismo e socialismo alla romagnola, che si fonde con 
simili accenti del Carducci: 

Ma là, nei campi, curvi stan uomini 
a sudar sangue, a farsi cuocere 
il cranio dal sole spietato, 
senza una sola gócciola d'acqua, 

a mezzogiorno, nell'ora dei « lauti pranzi » e dei « sonni molli » 
della gente ricca. Dai veristi siciliani deriva il bozzétto cam- 
pagnuolo, ch'egli trasporta alla vita dei contadini e pescatori 
abruzzesi, e la tendenza a dare risalto all'impulsivo e al bru- 
tale. Ma l'osservazione della vita economica e morale, l'in- 
teresse « sociale » , fortissimo nel Verga, non e' è più nel 
D'Annunzio. Rossaccio e Toto del Canto novo sono ispirati 



16 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

da Rosso Malpelo e da altrettali figure del novellatore sici- 
liano: senonchè la sola molla che anima nel D'Annunzio 
quei reietti e quei bastardi, quei contadini affamati e con- 
culcati, è l'insoddisfatta bramosìa, non del pane, ma della 
femmina; e un simile fremito scuote il pescatore, il quale, 
sullo scoglio, sotto il sole d'agosto, pesca immobile, curva 
la grossa testa, i magri stinchi pendenti sull'acqua, quando 
gli passano accanto, quasi sfiorandolo, barche bianche di 
ombrelli e di donne, e gli gettano in faccia ondate di riso: 

Il pescatore guarda, ne' torbidi 

occhi di bruto ha un lampo : scricchiola 

la povera canna serrata 

entro il convulso pugno d'acciaio. 

Del resto, è notevole che anche queste figure della cosid- 
detta « arte sociale » siano sparite nelle opere posteriori del 
D'Annunzio; come è notevole che dall'edizione definitiva del 
Canto novo egli abbia espunti tutti i componimenti che a esse 
s'erano ispirati, considerandoli cose estranee alla sua perso- 
nalità. Parimente, le povere e appassionate contadine del 
Verga sono dal D'Annunzio circonfuse di desideri, e caldo 
e provocante all'amore diventa per lui il paesaggio: 

Oh bella frenante la foga de' lombi stupendi 

tra le prunaie rosse giù per la china audace, 
alta, schiusa le nari ferine a l'odor de la selva, 

violata da '1 sole, bella stornellatrice! 
S'arresta ne l'ombra: vien alito su di scirocco 

pe' filari d'ulivi, languido su dal mare; 
splendidamente azzurro s'affaccia il gran mar tra li ulivi 

cinerei, argentei 

Teatro di « lotte meravigliose », che sono ben altre da quelle 
che il Carducci sognava ; teatro di abbracciamenti e di vit- 
torie, per le quali il poeta esclama con entusiasmo: 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 17 

Plaudite, plaudite, plaudite, 
come un popolo al circo, piante, colline, mare! 

L'amore non ha nulla in lui delle malinconie e delle fan- 
tasticherie dell'adolescenza, in cui quell'affetto suole tirare 
con sé tanti altri sentimenti e pensieri, ed è come il telaio 
su cui s' intesse una tela multicolore di aspirazioni, di am- 
bizioni, di idealità morali, una complessa concezione della 
vita. In cambio, c'è nel D'Annunzio gran profusione di sen- 
sazioni elementari: odori di mare, di muschi, di fieni, di 
erbe in fiore, di capelli, di cose vive; sapori di arance, di 
pesche; impressioni dell'umidore voluttuoso di turgide frutta, 
di movimenti dell'organismo, come del fermento del sangue 
nelle arterie nel sentirsi « rapide » gorgogliare e « rosse le 
scaturigini della vita»; e poi di colori, di tanti colori, di tante 
gradazioni, specialmente metalliche, che, a quel tempo, por- 
sero facile appicco a scherzose parodie. Il D'Annunzio mo- 
stra già, in quei primi saggi, un modo di descrivere, che è, 
come tutta la sua arte, uno dei più lucidi esempì che si pos- 
sano addurre a illustrare la tesi della unità indissolubile 
dell'arte, la quale è, tutt' insieme, poesia e musica, pittura 
e scultura. Talora, non c'è il quadro, ma il semplice « stu- 
dio », la tavoletta, il bozzetto, quale fanno i pittori per eser- 
cizio o per ricordo: 

In faccia a la vecchia, scrostata, rossiccia muraglia 

batte ferocemente il sol meridiano : 
fuor de la muraglia su l' indaco chiaro del cielo 

canta la nota verde un bel limone in flore; 
un porco biancastro chiazzato di bruno-viola 

grufola lì accanto nel trogoletto : ignudo 
un bimbo colore di rame con gli occhi assonnati 

traguarda una paranza gialla di sole in mare 



Tal'altra, l'impressione è completa, come nei bellissimi versi: 
« falce di luna calante » . Molto spesso, le imagini sono 

B. Croce, La letteratura della nuova Italia, iv. 2 



18 LA LETTERATURA DELLA Nl'OVA ITALIA 

ridondanti, fragorose, anzi chiassose: da un'immagine scoppia 
un'altra, e poi un'altra, nella spinta della fantasia, che si 
lascia andare senza trovar nulla che l'arresti e intorno a cui 
si raccolga. 

Canto novo e Terra vergine mostrano il rigoglio e l'esu- 
beranza delle forze fisiologiche giovanili in mezzo alla li- 
bera natura: il sole penetra da tutte le porte e le finestre, 
e vi entra negli occhi, che quasi noi sostengono. Questo ri- 
goglio di gioventù può ingannare a prima vista, ed essere 
scambiato per vigore di vita spirituale, che, a dir vero, 
manca. C'è forza e sanità, ma sanità e forza animali, di 
larghi respiri, di muscoli gagliardi, di nervi pronti; e restano 
in esse occulti e soffocati certi germi di godimenti crudeli, 
certe predilezioni patologiche, che si palesano nelle opere 
seguenti. Alcuni accenni di quest'ultima specie si osservano 
in Canto novo', p. es., nel sonetto della nave, che, tra le grida 
di strazio dei naviganti, affonda, attesa da una brughiera 
d'alghe «altissime e silenti», e da una popolazione di polpi 
che guarda con gli affamati occhi « dalla giallastra iride im- 
mane», finché, in un gioco bizzarro di penombre, si vedono 
aggrovigliati come serpi, in fondo al mare, « tentacoli di 
polpi a membra umane ». Ma gli spettacoli patologici e cru- 
deli si accalcano nelle due raccolte di novelle II libro delle 
vergini e San Pantaleone (che poi hanno formato le Novelle 
della Pescara). Con quanta precisione, nella Vergine Orsola, 
è descritta un'inferma di tifo, giunta quasi presso a morte, 
e, poi, il processo fisiologico della convalescenza! Sentiamo, 
lungo questa, il rifarsi del corpo col cibo: la descrizione 
sembra, a volte, una diagnosi medica, di un medico artista: 
«Un sangue novello si produceva: i polmoni dilatati or lar- 
gamente dall'aria vivificavano il sangue carico di sostanze: 
e i tessuti irrigati dall'onda tiepida e rapida si colorivano 
ricomponendosi... Sul cranio i bulbi capilliferi rigermoglia- 
vano densi : e da quel riordinamento delle leggi meccaniche 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 19 

della vita, da quel dispiegarsi di energie prima latenti che 
la malattia aveva provocato, da quella intensa brama che la 
convalescente aveva di vivere e di sentirsi vivere, da tutto, 
lentamente, quasi in una seconda nascita, una creatura mi- 
gliore sorgeva». Con la convalescenza, si desta, si fa vivo, 
tormentoso, irresistibile, ubbriacante il bisogno sessuale. « Un 
fiotto di sanità calda la riempiva: certe subite gioie di vivere 
le muovevano il sangue, le mettevano nel petto quasi dei 
battimenti d'ale, le mettevano dei canti nella bocca. A volte, 
un soffio, uno di quei piccoli fremiti dell'aria che si dilata 
sotto il sole, una canzone di mendicante, un odore, un nulla 
bastava a darle smarrimenti vaghi, abbandoni in cui le pa- 
reva di sentire su tutte le membra come il passaggio carez- 
zevole del velluto d'un frutto maturo. Ella era così librata 
e perduta in abissi ignoti di dolcezza... ». C'è qui, assimilato, 
dello Zola, ma di quello meglio assimilabile dal D'Annunzio, 
della Fante de l'abbé Mouret. La novella culmina nella vio- 
lazione brutale, che un vii ruffiano fa della vergine; e termina 
con un aborto procurato e con la morte di lei. In un'altra 
novella, la Veglia funebre, la vedova e il fratello del morto, 
presso il cadavere che si disfà, sentono accendersi nel sangue 
antiche brame represse, e si abbandonano l'una nelle braccia 
dell'altro e rotolano per terra. Nella Duchessa d'Amalfi è il 
ripugnante spettacolo di un delirio erotico senile. Ma la ricerca 
del doloroso e del turpe non si restringe nella cerchia ses- 
suale. Nella Madia, è un essere deforme, che grida per fame e 
al quale, mentre tenta di affermare un pezzo di pane, il fratello 
schiaccia la testa col coverchio della madia. Nel Martirio di 
Gialluca, è la malattia di un marinaio, in alto mare, fero- 
cemente curato e tagliuzzato e bruciacchiato dai compagni, 
chirurgi improvvisati, finché muore ed è gettato in mare. 
Altrove, sono violenze di turbe. La Morte del duca d'Ofeaa 
descrive l'assedio posto da una moltitudine inferocita a un pa- 
lazzo signorile, cui appicca le fiamme; si vedono gli abitatori 



20 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

di esse seviziati come topi presi in trappola, e grandeggia su 
quelle vittime il duca superbo, che non cede d'un passo, che 
sa morire ghignando, insieme col suo valletto, « esile come 
una fanciulla, biondo, dai capelli lunghi», che egli amava 
di tristo amore. Negli Idolatri, la moltitudine è fatta feroce 
da un'offesa recata al suo santo, all' « idolo», come lo 
chiama l'autore, il quale scende nella psiche dei suoi rozzi 
abruzzesi, vi scava la barbarie primitiva e si compiace nel 
metterla in piena mostra. « Il nome del santo erompeva da 
tutte le gole, come un grido di guerra. I più ardenti getta- 
vano imprecazioni contro la parte del fiume, agitando le brac- 
cia, tendendo i pugni. Poi tutti quei volti accesi dalla collera 
e dalla luce, larghi e possenti, a cui i cerchi d'oro 
degli orecchi davano uno strano aspetto di barbarie, 
tutti quei volti si tesero verso il giacente...». Ed ecco gli 
avversari: «Ma da ogni parte cominciarono ad accorrere i 
difensori, i Massalicesi forti e neri come mulatti, sangui- 
nari, che si battevano con lunghi coltelli a scatto, e tiravano al 
ventre e alla gola, accompagnando di voci gutturali il colpo ». 
11 santo è descritto così: «Dietro un cristallo, l'idolo cri- 
stiano scintillava con la testabianca in mezzo a un 
gran disco solare, e le pareti sparivano sotto la ricchezza 
dei doni». Il racconto è pieno di ferite, di mutilazioni, di 
piaghe orribili, di ceffi mostruosi. Neil' Eroe, è uno dei por- 
tatori del santo, che casca schiacciandosi una mano, e con 
la mano stritolata e sanguinante, tra gli spasimi, ripiglia 
ostinatamente il suo posto, finché cade svenuto: ma, appena 
riavutosi, si rimette in piedi, si fa largo tra la folla, e si 
recide da sé la mano, lasciandola piombare nel bacino, ch'è 
dinanzi al santo, per offerta. E altrove {Mungiti) è una 
omerica rassegna di gobbi, storpi, lebbrosi, epilettici, vecchie 
coperte di piaghe o di croste o di cicatrici, senza denti, senza 
cigli, senza capelli, fanciulli verdognoli come locuste, scarni, 
con occhi selvaggi da uccelli di rapina, con la bocca già 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 21 

\ 

appassita, taciturni che covano nel sangue un morbo ere- 
ditato, di ogni sorta di mostri, insomma, della malattia e 
della povertà. — Un altro artista, di diverso temperamento, 
volgendo lo sguardo a questi spettacoli, ne avrebbe còlto 
alcuni aspetti e trascurato altri, secondo l' interessamento del 
suo intelletto e del suo cuore. Avrebbe rappresentato la 
preparazione sociale della ribellione, che mena alla strage 
del duca d'Ofena e dei suoi; si sarebbe intenerito per l'in- 
sidia che la natura tende alla povera Orsola, col farla perire 
del suo stesso risorgere; avrebbe lumeggiato quel che è 
T « idolo » pei contadini, non fonte solamente di ferocia, ma 
altresì di elevazione religiosa e morale, quantunque primitiva; 
avrebbe saputo volgere a spettacolo comico l'opera dei ce- 
rusici di mare, non portando sino allo strazio e alla morte 
il martirio di Gialluca. Ma il D'Annunzio non s'impensierisce, 
non ricerca più in là, non piange, non ride, non si sdegna: 
unica commozione di lui sembra il non averne alcuna. Egli 
non può avere nemmeno quella dell'osservatore di gabinetto, 
il quale, usando il microscopio e gli altri strumenti, è pur 
avvivato dalla speranza di scoprire una legge. Guarda e 
descrive, tutto, minutamente, plasticamente, con esattezza, 
che non è enumerazione fredda ma visione penetrante: assa- 
pora la sensazione in quanto tale, nella sua immediatezza, 
senza riferenze. Della catastrofe del duca d'Ofena è data 
solamente l'ultima scena, l'urto feroce, l'incendio, il sangue. 
Della vergine Orsola non sappiamo se non le agitazioni fisio- 
logiche e patologiche: la bramosia bestiale di cibo durante Ta 
convalescenza, e quella non meno bestiale, di amplesso. Da 
questa impassibilità, che è, in fondo, una passibilità ristretta, 
deriva anche un carattere della forma del D'Annunzio, che 
è conseguenza necessaria dell'atteggiamento di lui: l'uso di 
vocaboli e giri di frase peregrini nel trattare materie luride 
e miserande, di espressioni nobili nel discorrere di sentimenti 
ignobili, di forme squisite e contornate dove altri avrebbe 



22 LA LETTKRATURA DELLA NUOVA ITALIA 

accennato sfuggendo. Dirà, nella Vergine Orsola, di alcuni 
soldati ubbriaca] e di un lupanare: «Ad intervalli, quando 
entrava nel vicolo qualche uomo, venivano dalle finestre i 
richiami delle aspettanti: femmine discinte, con il seno sco- 
perto, uscivano fuori ad offerirsi. L'uomo spariva in una 
delle porte oscure con l'eletta. Le deluse gittavano scherni 
e risa dietro la coppia, e si rimettevano agli agguati tra i 
garofani». Notate il ritmo di questi periodi, e la scelta di 
vocaboli come le « aspettanti » , « l'eletta », « le deluse », « i ri- 
chiami». Non si ha qui uso pedantesco di frasi letterarie, e 
neanche artificio estrinseco di stile a fine di diletto. È l'in- 
differenza del D'Annunzio, la sua calma perfetta, che lo in- 
duce naturalmente a quelle forme, quasi a ricordarci che 
egli si guarda bene dall'appassionarsi e dal prendere troppo 
sul serio quel pezzo di vita che ha per le mani; talché, nel 
maneggiarlo curiosamente, ha, per non isporcarsi, calzato i 
guanti bianchi della letteratura. 

Alcune novelle del San Pantaleone sono imitate da quelle 
del Maupassant, come II traghettatore (L'abandonné), Tur- 
lendana ritorna (Le retour), La fine di Candia (La ficelle). 
E quando, anni addietro, furono svelate queste e altre de- 
rivazioni e imitazioni, se ne menò grande scalpore; quasi 
che alcune decine o un centinaio di pagine tradotte o imi- 
tate possano mai cangiare la figura storica del D'Annunzio, 
autore di una ventina di volumi ben suoi. Il quale avrebbe 
operato prudentemente a non dare il gusto ai critici di co- 
glierlo nel reato di non confessata imitazione; ma egli è, 
qualche volta, come un ricco che fa debiti e non li paga, 
sicuro che nessuno dubiterà mai ch'egli sia in grado di pa- 
garli! Comunque, la rivelazione ha qualche importanza pel 
critico; e sarebbe stato criticamente assai utile procedere a 
raffrontare le imitazioni del D'Annunzio con gli originali, 
perchè da ciò sarebbe scaturita, per quel che mi sembra, 
nuova conferma della prepotente personalità artistica di lui. 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 23 

\ 

Non voglio qui indagare se il D'Annunzio abbia migliorato 
o peggiorato quei racconti oM Maupassant (direi piuttosto 
la seconda cosa); ma mi preme osservare che egli li ha 
certamente sottomessi alla medesima selezione, alla quale, 
adolescente, sottometteva, come si è visto, i suoi primi mo- 
delli. Neil' Abandonné, una vecchia dama ricorda un fallo di 
gioventù, un amore adultero, un parto clandestino in paese 
straniero: lontani giorni, che furono per lei di strazio, non 
scevro di qualche dolcezza. « Comme elle se les rappelait ces 
long s j onr s qu'elle passait étendue, sons un oranger, les yeux 
levés vers les fruits rouges, tout ronds, dans le feuillage veri! 
Comme elle aurati voulu sortir, aller jusqu'à la mer, doni le 
soufflé frais lui venali par dessus le mur, dont die entendait 
les courtes vagues sur In plage, dont elle rèvait la grande sur- 
face bleue, luisante de soleil avec des voiles blanches et une 
montagne à l'horlzon. Mais elle n'osait point franchir la porte. 
Si on l'avait reconnue, déformée, ainsi, montrant sa honte dans 
sa lourde ceinturef — Et les jours d'attente, les derniers jours 
torturante ! les alertes! les souffrances menacantes! puis l'effro- 
gable niiit! Que de misères elle avait endurées! » . E, ora, il 
D'Annunzio: «Abitava una casa di campagna, circondata da 
un grande orto. Gli alberi fiorivano: era la primavera. Fra 
i terrori e le nere malinconie, ella aveva intervalli d'una in- 
finita dolcezza. Passava lunghe ore seduta all'orni ira, in una 
specie d'inconsapevolezza, mentre il sentimento vago della 
maternità le dava a tratti a tratti un brivido profondo. I fiori 
intorno a lei emanavano un profumo acuto : leggiere nausee 
le salivano alla gola e le propagavano per tutte le membra 
una lassitudine immensa. Che giorni indimenticabili! » I de- 
sideri quasi fanciulleschi della giovine donna, la paura e il 
delicato sentimento di pudore che la trattengono, le commo- 
zioni degli ultimi giorni, espresse dal Maupassant con poche 
e semplici parole di esclamazione, tutto ciò si e dileguato 
nella riduzione del D'Annunzio, che vi ha sostituito alcune 



24: LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

animalesche sensazioni di gravidanza. — Alla poveretta è su- 
bito tolto e fatto sparire il bambino, che ha messo al mondo: 
«Et le lendemain! le lendemain! le seni jour de sa vie où 
elle eiìt vu et embrassé son fils, cai' jamais, depuis, elle ne 
l'avalt seulement apercu... Elle songeait toujours à cette 
larve humaine qu'elle avait tenue un jour dans ses bras 
et serre cantre son flanc meurtri*. Lacrymae rerum! Ma il 
D'Annunzio si appesantisce sulla descrizione del neonato: 
« Il giorno dopo, tutto il giorno, ella tenne seco, nel me- 
desimo letto sotto la medesima coperta, il bambino. Era 
un essere fragile, molle, un po' rossiccio, che vibrava d'una 
palpitazione incessante, di una vita palese, e in cui le forme 
umane non avevano certezza. Gli occhi stavano ancora 
chiusi un po' gonfi; e dalla bocca usciva un lamento fioco, 
quasi un miagolio indistinto. La madre, rapita, non si sa- 
ziava di riguardare, di toccare, di sentirsi su la guancia 
l'alito filiale...». Paragonate l'« essere rossiccio», dagli 
«occhi gonfi», che emette un «miagolio», con la «.larve 
humaine* del Maupassant; la madre, che non si sazia di 
«riguardare e toccare», con l'altra che stringe il bambino 
«cantre son flanc meurtri»! E, soggiunto che il D'Annunzio 
ha cangiato in crudele la fine della novella, che nel Maupas- 
sant era soltanto triste, non passerò a esaminare le altre 
imitazioni, le quali darebbero risul lamenti simili. 

Così, nella sua opera di vent'anni fa, il D'Annunzio c'è 
già tutto: il suo carattere artistico è compiutamente deter- 
minato. Egli non ha avuto quel che si dice evoluzione o 
progresso, ma un mutare apparente e un persistere reale. 
L'evoluzione e il progresso, per quel che concerne la perfe- 
zione della forma artistica, furono in lui rapidissimi. Mise 
qualche anno a percorrere un cammino, nel quale altri ar- 
tisti spendono, di solito, decenni: scosse da sé, in breve 
tempo, gl'imparaticci e le incertezze dei primissimi saggi, 
e divenne artista sicuro. Già nel Canto novo e, in maggior 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 



25 



copia, neìl' Intermezzo, sono poesie quasi perfette; e pagine 
di prosa perfetta, nel San Pantaleone. Ma il contenuto rimase 
sostanzialmente quello che è già mostrato; perchè il conte- 
nuto di un artista non consiste in dati naturali o storici 
estrinseci, ma nella fisonomia che questi assumono nella 
psiche di lui. Un artista non muta contenuto, perchè s'ispiri 
ora alla vita contemporanea ora a quella del secolo decimot- 
tavo, o della Rinascenza, o del Medioevo; non muta conte- 
nuto, o che guardi alla sua terra italiana o che veleggi verso 
la Grecia, l'India e le Americhe, o che s'interni nell'Africa 
orrenda; non muta contenuto, o che canti la donna o la patria 
e gli eroi. Le differenze dei fatti esterni, dovute alle contin- 
genze della vita, non importano: importa la sostanza del 
contenuto psichico. E artisti che abbiano avuto due o più 
contenuti psichici diversi non ce ne sono stati: quando è 
parso che ci fossero, uno solo era il contenuto effettivo, sve- 
landosi presto gli altri come appiccicati e caduchi. Nel che 
il D'Annunzio conferma la regola, col suo atteggiamento che 
si serba costante attraverso le mutazioni delle cose. « Io penso 
(dice in uno dei suoi ultimi libri) che ogni uomo d'intelletto 
possa, oggi come sempre, creare nella vita la sua favola bella. 
Bisogna guardare nel turbinio confuso della vita con quello 
stesso spirito fantastico con cui i discepoli del Vinci erano 
dal maestro consigliati di guardare nelle macchie dei muri, 
nella cenere del fuoco, nei nuvoli, nei fanghi e in altri si- 
mili luoghi per trovarvi ' invenzioni mirabilissime ' e c infi- 
nite cose '. Allo stesso modo, aggiungeva Leonardo, troverete 
nel suono delle campane ogni nome e vocabolo che vi piacerà 
d'immaginare» ( 1 ). E nella Lans vitae esclama: 

Molto al mio cuore son care 
le cose che odo, che veggo... 



(i) II fuoco, p. 28. 



26 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 



III. 



Artista non soltanto, ma anche studioso, il D'Annunzio 
venne certamente a suo modo ampliando e arricchendo la pro- 
pria cultura letteraria, che va dai poeti classici, specialmente 
greci, ai modernissimi di Francia e d'Inghilterra, e, attraverso 
le suggestioni di questi ultimi, risale ai dugentisti italiani e 
ai toscani della Rinascenza; e la sua cultura artistica, dalle 
opere della grande arte ellenica a quella dei preraffaelliti, 
all'arte pomposa del Seicento romano e del Bernini, alla 
molle e leggiadra dei pittori inglesi e francesi del secolo de- 
cimottavo. Il suo gusto di poesia, di arti figurative, di mu- 
sica, è quasi universale; né gli manca cultura storica e una 
certa notizia di dottrine e religioni, che si spinge fino al- 
l'India e alle Upanishad. Dal suo collegio di Prato (dove 
aveva cominciato a poetare sedicenne), e dalla sua terra di 
Abruzzo, venuto a Roma, nel 1881, partecipò al movimento 
artistico-letterario che ebbe per centro il Sommaruga e la 
Cronaca bizantina. Fu quello un periodo assai notevole 
della vita intellettuale italiana; perchè nella Cronaca bizan- 
tina lavorarono e si manifestarono per la prima volta scrit- 
tori d'indole assai diversa, che tutti per altro, vecchi e gio- 
vani, sensuali e asceti, eruditi e scapigliati, ebbero da quel 
collaborare come un battesimo o un crisma di modernità. 
Di una modernità che non fu sempre aperta alle migliori e 
più salutari correnti della .vita moderna; perchè nell'am- 
biente del Sommaruga si agitò e dominò molta avidità di 
godimenti e di lusso e molta spregiudicatezza di gente, la 
quale aveva imparato che- bisogna dare l'assalto senza scru- 
poli all'albero della vita. Alcuni componenti di quei circoli 
si riconoscono anche ora, per certo lor modo di sentire e di 
concepire, e non propriamente per le ragioni per le quali, 
secondo il Macaulay, si riconoscevano, lunghi anni dopo, 



SjX.11. GABRIELE D'ANNUNZIO 27 

nei sobri ed austeri artigiani inglesi i vecchi soldati di Oli- 
viero Crorawell! Il D'Annunzio respirò l'aria dei circoli som- 
marughiani, e dovette, non dico risentirne profonda l'effi- 
cacia, ma senza dubbio rafforzarvi alcune tendenze, che gli 
erano naturali. Poco stante, egli frequentò l'elegante società 
romana, aggirandosi nei palazzi principeschi, dove il fasto 
e il vizio sono come nobilitati dalla luce che v'irraggiano 
le opere dell'arte italiana,' e vivendo la vita delle cacce, 
delle corse, dei salotti, l'amore dello sport e lo sport del- 
l'amore. 

L/ Intermezzo, Ylsotteo, la Chimera, le Elegie romane, il 
Poema paradisiaco, e il romanzo II Piacere sono i frutti dei 
suoi nuovi studi e delle esperienze di questo tempo della 
sua vita. A che cosa è servita, pel D'Annunzio, la contem- 
plazione nell'arte e della poesia del passato? Al ritrova- 
mento della propria personalità, come fu, p. es., pel Car- 
ducci, e all'esaltazione di un ideale di vita morale? No: 
il D'Annunzio delle none rime attinte all' Intelligenza, e delle 
ballate e ottave polizianesche, e dei canti e trionfi del ma- 
gnifico Lorenzo, foggia monili e ghirlande per suo godimento: 
per quel godimento che danno le vecchie forme che noi ria- 
dopriarno a nuovi usi, allo stesso modo che un piviale e una 
tovaglia da altare, un antico pugnale o uno scudo, diven- 
tano strumenti fantasiosi di piacere nelle case aristocratiche 
e nei ritrovi mondani, che egli descrive. E Sandro Botticella 
e Leonardo, e il Ghirlandaio e il Verrocchio, e il Lawrence 
e iJ Gainsbourough interpetrauo e complicano con le loro 
figurazioni gli aspetti delle, donne che l'artista vagheggia ; 
come già la pittura del Michetti colorava la sua visione della 
gente di Abruzzo. Il corpo della Elena del Piacere (ecco un 
esempio tra i cento) era « soffuso di un pallore d'ambra che 
richiamava al pensiero la Danae del Correggio: ed ella aveva 
a punto le estremità un po' correggesche, le mani e i piedi 
piccoli e pieghevoli, quasi direi arborei, come nelle statue 



28 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

di Dafne in sul principio primissimo della metamorfosi fa- 
voleggiata». E non solo la donna, ma il paesaggio passa 
per l'intermedio della pittura: 

Vedea composti in fila li alberelli 
sul cielo azzurro come il fior de '1 lino, 
dritti, con rare foglie, e lunghi e snelli, 
quali eran cari a Pietro Perugino... 

La Roma ch'egli ama, « non è la Roma dei Cesari, ma la 
Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei 
Fòri, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese ». 
Egli non lancia nell'eterna città l'« anima altèra sonante», 
come il Carducci, per «cingerla di luce», ma vi spande ed 
insinua dappertutto l'onda della sua fantasia voluttuosa. E a 
ciascuna delle chiese, e degli altri monumenti e luoghi di 
Roma, sospende un ricordo di amore: alla chiesa di Santa 
Sabina sull'Aventino e al roseo campanile di San Giorgio, 
alla Villa Chigi e alla Galleria Doria, alla fontanella delle 
Tartarughe e alle campane della Trinità dei Monti; al Pa- 
lazzo Barberini e a quello del Principe Borghese, che gli 
appare, in un luminoso mattino d'inverno, mentre la sua 
donna vi passa accanto, « come un gran clavicembalo d'ar- 
gento». — E che cosa trae dalla storia? Ahimè, dalla storia 
non trae se non una specie di storia universale dell'adulte- 
rio, rappresentata da dodici eroine di lussuria e di morte: 
in questa bizzarra WeltgescJiichte, delineata in dodici sonetti, 
la Grecia dà Elena; la Giudea, Erodiade e l'innominata 
adultera del Vangelo; Roma, Ennia Giunia; altre epoche e 
popoli, Godoleva, Isolda e Lady Macbeth; il Rinascimento, 
Monna Castora; il Cinquecento italiano, la duchessa di Brac- 
ciano e madama Violante; quello inglese, Anna Bolena; il 
Settecento, la simbolica Clori. Né il D'Annunzio lascia senza 
toccarla la religione, la quale egli costringe a prestare gli 
stessi servigi, che gli prestano letteratura, arte e storia. Alle 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 29 

sue amanti attribuisce gesti di liturgia: una di esse, con atto 
di comunicare, « tien fra le pure dita l'Ostia Santa»; di 
un'altra dirà: la sua fronte era « tenue e pura come una par- 
ticola»; ancora, il letto di un'altra gli sembra «un altare». 
E sembra qui egli stesso uno di quei lanzichenecchi luterani, 
che il cattolico Carlo V scagliò su Eoma, tripudiane nelle 
chiese, a parodiare la messa con la mitria di un vescovo 
sul capo o a tracannar nei sacri calici il vino dell'ubbria- 
chezza: spettacolo, che i cronisti del tempo ci descrivono 
con orrore. Insieme con quelle della religione il D'Annunzio 
profana le parole della vita morale e dei più nobili sen- 
timenti umani, denominando « sorelle » le sue lascive amanti 
(«06 magnitudìnem infamine», osserverebbe Tacito, «apud 
prodigos novissima voluptas»l), o provando talvolta, nei più 
infecondi contorcimenti della lussuria, « il fremito di un 
creatore». Se qualcosa di dolce si sente in lui, è stanchezza 
e tristezza di amore esaurito, della coppa della voluttà vuo- 
tata che fa sorgere una vaga malinconia e nostalgia, come 
specialmente nel Poema paradisiaco e nelle Elegie romane. Se 
qualcosa di fresco, è il rinnovarsi della vita dopo le crisi, 
nelle convalescenze; e gran descrittore di convalescenze egli 
è, da quella della vergine Orsola alle altre più personali di 
Andrea Sperelli e di Giorgio Aurispa. « Dove giacqui, ri- 
nacqui ». Si rinfrescano e si rinnovano le forze sensitive, 
ma rinasce l'uomo di prima. 

Circa il 1890, sopravvenne una nuova imitazione, quella 
della letteratura russa, dei Dostoiewski e dei Tolstoi; e il 
D'Annunzio compose Giovarmi Episcopo e V Innocente. E già 
si era rivolto al suo Andrea Sperelli, al proprio gemello gene- 
ratogli dall'arte sua, esortandolo a raccogliere « ogni dolor del 
mondo », a gemere « il verso che esalta e che consola », a 
far correre per le sue strofe « un caldo flutto umano » , sì che 
«s'oda alto lo schianto». Ma né le esortazioni bastano, nò 
le imitazioni giovano. I libri del D'Annunzio, in qualunque 



30 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

foggia si presentino, sono proprio come le varie vivande 
della boccaccesca marchesana di Monferrato; le qaali « quan- 
tunque diverse fossero, non per tanto di ninna cosa erano 
altro che di galline». In Giovanni Episcopo, le parti più 
belle sono le descrizioni del degenerato e ubbriacone Ba- 
tista, arso di perpetua sete inestinguibile; della pensione 
d'impiegati nella quale Giovanni s'incontra con Ginevra; 
della gita a Frascati; del fascino malefico e bestiale, eser- 
citato dalla femmina, nella sua impurità e svergognatezza. 
Quando Giovanni Episcopo balbetta di fratellanza e di uma- 
nità, egli non parla più italiano, e molto meno italiano del 
D'Annunzio; e vagamente inculca: «Comprendete? vedete? ». 
Neir Innocente, V imitazione dei russi, la moralità di moda, 
si mostra in qualche figura ed episodio secondario, o anche 
nella cornice del romanzo; il quale, per altro, è tutto pieno 
delle solite alchimie psicologiche, di « sapori d' incesto » e 
« sapori strani di sensazioni rinnovate » , di verità che si 
mutano in menzogne e di menzogne che trapassano in verità, 
di tutti gli infingimenti e le sofisticazioni che l'uomo può fare 
della sua povera anima; e poi, di mirabili descrizioni di giar- 
dini e ville solitarie, e di memori alcove; e di studi di corpi, 
da quelli di donne isteriche al corpicciuolo di un neonato, che 
è seguito con vigile occhio in ogni minuzia, dal momento 
della nascita fino al suo ultimo cereo aspetto attraverso il 
cristallo che ne copre la cassa funebre. È noto che il disegno 
del libro è dato da una novella del genialissimo Maupassant 
(Io scrittore dal quale il D'Annunzio della prima epoca ha 
forse più attinto, e non solamente nelle prose); — ma anche 
in questo caso è da notare la differenza profonda nell'appa- 
rente somiglianza: laddove il personaggio del Maupassant 
cagiona la morte del bambino per non restare impigliato in 
una situazione socialmente svantaggiosa, nel D'Annunzio la 
spinta al delitto nasce da un incubo di tormentose visioni 
falliche. A ogni modo, l'idealità di Andrea Sperelli è la nuova 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 31 

menzogna, che fa a sé stesso il viziatissirno uomo; il pianto 
e la bontà eli Tullio Hermil sono semplici scosse e momen- 
tanei rapimenti nervosi; la bontà di Giuliana emana dal suo 
pallore, dalla sua tenuità, dall'effetto pittorico del suo viso 
periato tra capelli castagni sul cuscino bianco, da una mano 
che trema nell'aria e che rappresenta tutto ciò che nel ro- 
manzo non c'è: la fedeltà, l'amore, l'indulgenza, la pace, 
l'oblio, tutte le cose buone. Nulla, o quasi, viene davvero 
dal cuore. « La mia anima, lo giuro, aveva pianto sincera- 
mente su la ruina»; dice, p. es., a un punto, Tullio Hermil, 
enfaticamente. Ma sulla ruina di che? Sulla ruina di un 
certo suo sogno libidinoso di «un'affinità della carne», 
che avrebbe dovuto legare per sempre lui e la sua giovane 
moglie, « col tremendo legame del desiderio insaziabile » . Al 
sentimento di pietà, allo « schianto umano » il D'Annunzio 
è affatto chiuso: il che è tanto più evidente, in quanto non 
si può meglio di lui descrivere gli spettacoli atti a destarlo ; 
ma innanzi agli orrori delle novelle della Pescara, come in- 
nanzi agli uomini febbricitanti di malaria nel Piacere, e poi 
alle scene della casa paterna e del pellegrinaggio nel Trionfo 
della morte, egli non prova se non raccapriccio, e curiosità 
nascente dal raccapriccio stesso: pietà, non mai. Anche i 
propositi e le esortazioni sono eleganti e freddi, abilmente 

ritmati : 

Odo altro suono, vedo altro bagliore. 

Vedo in occhi fraterni ardere vive 

lacrime, odo fraterni petti ansare... 

Dove non è falsa bontà e falso eroismo, cioè prodotti del- 
l'immaginazione che copre di fiori le serpi, nel D'Annunzio 
della morale e dell'eroismo vero non resta se non l'atteggia- 
mento o il gesto, il sorriso, l'occhio limpido, la mano che 
perdona, la fronte sacerdotale; insomma, la statua e non 
l'anima, e una statua che non si discioglie mai dal suo ir- 
rigidimento; e par che egli ignori che, oltre l'atteggiamento, 



32 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

c'è la virtù, la quale non è atteggiamento; oltre il gesto, 
c'è il dovere, che non è gesto. Come il suo scultore Lucio 
Settala, il D'Annunzio può dire: — Io non scolpisco anime. 
All'influsso slavo succedette, un paio d'anni dopo, l'in- 
flusso germanico, del Nietzsche; di che si vede qualche orma 
nel Trionfo della morte, scritto a più riprese dopo il 1889 e 
compiuto nel 1894. Il romanzo (il quale, rispetto all'arte, 
è uno dei libri del D'Annunzio più ricchi di bellezze) per 
una parte si riattacca allo studio della mania erotica dei 
romanzi precedenti, e Giorgio Aurispa (è stato riconosciuto 
da tutti) è il personaggio medesimo che altrove porta i nomi 
di Andrea Sperelli e di Tallio Hermil, come Ippolita è la so- 
rella di Elena e di Giuliana; ma per un'altra e grande parte 
ritorna agli uomini, ai costumi e ai paesi, che avevano già 
ispirato il San Pantaleone. Pure, nella dedica di quel libro 
al Michetti, si legge: « Noi tendiamo l'orecchio alla voce del 
magnanimo Zarathustra, o Cenobiarca; e prepariamo nell'arte 
con piena fede l'avvento dell' Uébermensch, del superuomo ». 
Il D'Annunzio ha dichiarato una volta che egli era nietzschiano 
prima fdel Nietzsche, senza saperlo; e ciò a me par vero, 
perchè quella del Nietzsche, piuttosto che una filosofia, è un 
temperamento, un sentimento piuttosto che un sistema, e 
molti tratti di quel temperamento e sentimento erano conna- 
turati al D'Annunzio e divenuti già formole coscienti nel Pia- 
cere e in altre sue pagine: prima, dunque, che egli leggesse 
il Nietzsche, il che dovè accadere nel 1892, del qual tempo 
ricordiamo un suo articolo in cui bandiva la scoperta da 
lui fatta del nuovo pensatore. E il Nietzsche, e l'altro spon- 
taneo nietzschiano, il Barrès, si fanno sentire nelle Vergini 
delle rocce; dove il protagonista sospira a « un'ambizione 
perversa, ma titanica», a un « bel delitto », a una «magni- 
fica strage», e, in mancanza di tutte queste delizie, a in- 
carnare « un ideal tipo latino», procreando il nuovo « Re di 
Roma » . Ma il suo aristocratismo e il suo odio alla democrazia 



LX1I. GABRIELE D'ANNUNZIO 33 

non vanno oltre queste e altrettali effusioni e sogni. Nelle 
Vergini delle rocce, è un succedersi di descrizioni di passegv 
giate, di palazzi e giardini, di fontane, di pose pittoriche e 
statuarie, assunte dalle tre belle au ooys dormantes, dalle 
«tre principesse nubili, prigioniere nel giardino chiuso», o, 
meglio, che esse assumono riflettendosi nell'immaginazione 
di Claudio Cantelmo, messa in fermento dalla lettura recente 
del Nietzsche. Anche qui emozioni e fantasticherie, compli- 
cate e raffinate, non già anime e azioni. Della « verginità » 
c'è, per così dire, la sola sensazione, la sensualità della 
verginità. Del resto, in Claudio Cantelmo, posto innanzi alle 
sue tre eroine, si risveglia « l'ebrietà barbarica dei lontani 
padri», onde egli vede, in una successione fulminea d'ima- 
gini balenanti, « uomini, che gli somigliavano, irrompere nella 
città espugnata, saltare oltre i mucchi dei cadaveri e degli 
arredi, affondare le spade nelle carni con un gesto infati- 
cabile, portare in arcione le donne seminude a traverso le 
lingue innumerevoli dell'incendio, mentre il sangue saliva al 
ventre dei loro cavalli agili e crudeli come leopardi». Ed 
allora: « —Ah io avrei saputo possederti in mezzo alla strage, 
in un talamo di fuoco, sotto l'ala della morte!» —, dice in 
lui «l'anima antica» a colei che gli sta da presso. L' «anima 
antica»? Ben la riconosciamo; ma non vediamo quale sia 
l'« anima nuova ». 

Poco dopo, tra i ricordi di un viaggio fatto in Grecia e 
le letture di scritti intorno ai celebri scavi dello Schliemann 
a Micene, il D'Annunzio compose la Città morta, il cui 
motivo fondamentale è la suggestione di colpe mostruose, 
esalante da quel terreno maligno, impregnato degli antichi 
delitti ed incesti, il quale turba e rende impura l'anima di 
colui che si fa a frugare nelle sue viscere. Questa impres- 
sione di sacro maleficio, ed altre, splendidamente rese, del- 
l'aspetto del paese arido, in cui « le montagne sono fulve e 
selvagge come leonesse », e di una fonte che è colà la sola 

B. Cuoce, La letteratura della nuova Italia, iv. 3 



34 LA LETTERATURA DBLLA NT'OVA ITALIA 

cosa viva, alla cui freschezza i sitibondi corrono a ristorarsi 
bevendo avidamente con la bocca prona, con tutta la faccia ; 
e poi ancora, di una cieca, che con l'anima sensibilissima 
vede più di quanto gli altri con gli occhi non vedano: queste 
ed altre siffatte sono la sostanza stessa del dramma. Leonardo, 
il cui affetto per la sorella Bianca è diventato a un tratto 
impuro non sa liberarsi altrimenti dalla sua ossessione se 
non affogando Bianca nella fontana, mentre ella beve, ucci- 
dendo il corpo che egli, fratello, ha desiderato. Ritorna l'ero- 
tismo omicida di Giorgio Aurispa, che trasse a morte nel- 
l'abisso l'amante Ippolita. Non c'è altro. — Nella Gioconda 
e nella Gloria, ciò che vi ha di vivo sono, nell'una, le sen- 
sazioni di uno scultore innanzi a una misteriosa modella, dal 
cui corpo sembrano prorompere mille statue, e le sensazioni 
che ha e dà una donna alla quale sono state amputate le 
inani; nell'altra, la sinistra figura della vecchia Anna Com- 
nena, che « sembra un capo di eunuchi ingonnellato e impia- 
stricciato di belletto, avanzo di chi sa quali razze imbastar- 
dite, con quell'occhio sonnolento che vela un abisso di astuzia 
e di cupidigia»; l'enimmatico volto fatto di risolutezza, libi- 
dine e delitto di Elena; qualche grido del vecchio Cesare 
Bronte, l'ovinato e assassinato dalle due femmine. Il Sogno 
di un mattino di primavera è lo studio di una demenza, cui 
forma sfondo un adulterio e un'uccisione: a Isabella è stato 
trucidato tra le braccia l'amante, ed ella ne ha stretto per 
un'intera notte il corpo che l'ha inondata di sangue, e quel 
sangue ha sempre innanzi agli occhi. Il Sogno d'un tramonto 
d'autunno rappresenta la meretrice Pantea, che discende la 
Brenta, sul Bucintoro, in festa, con un giovinetto pazzamente 
innamorato e tra le manifestazioni di brama furente degli 
altri amanti, anzi di tutti gli spettatori delle navi che le fan 
corteo; mentre la dogaressa Gradeniga, alle cui braccia ella 
ha strappato il giovinetto, arde di gelosia e di odio selvag- 
gio, e fa da una maga compiere un incanto per procurar la 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 35 

morte a Pantea. Tra gli uomini in delirio si accende una 
battaglia; alle navi si appicca il fuoco; e tutti s'inabissano, 
tra il fuoco e il sangue, vaporando dall' incendio il profumo 
delle essenze e dei legni odoriferi, e sul fragore della cata- 
strofe sormontando le grida disperate d'invocazione: — Pan- 
tea! Pan tea! — Nella Parabola delle Vergini fatue\e delle 
Vergini prudenti, il D'Annunzio prende partito (com'è da 
aspettarsi) per quelle che sanno gioire, per le vergini fatue: 
nella Parabola dell'uomo ricco e del povero Lazzaro, prende 
partito per l'uomo ricco, voluttuoso, crudele, il quale dall'in- 
ferno può dire a Lazzaro, eh' è in paradiso e pur è costretto 
invidiarlo: « Ecco, l'occhio mio ha veduto tutte queste cose, 
l'orecchio mio le ha udite, la mia. lingua le ha assaporate, 
le mie nari le hanno odorate, le mie mani le hanno palpate, 
tutta la mia carne ne ha preso gioia!». 

C'è, nell'opera del D'Annunzio, anche una serie di « poesie 
civili», di cui le più notevoli sono le Odi navali e la Can- 
zone di Garibaldi. Andrea Sperelli scollava le spalle, infasti- 
dito, allo spettacolo della commozione popolare pel reggi- 
mento di soldati italiani, distrutto a Dogali: —Quattrocento 
bruti, morti brutalmente! — Il D'Annunzio, sotto il nuovo 
pretesto patriottico, è attratto e affascinato, in realta, dalla 
guerra, odal godimento ideale della guerra, anzi della strage. 
Pochi, forse, ricordano un opuscolo da lui pubblicato nel 1888: 
L'armata d'Italia, nel quale si faceva a trattare dell'ammi- 
nistrazione e dell'ordinamento della marina da guerra italiana. 
Ed ivi, tra i dati statistici e i ragionamenti tecnici e le osser- 
vazioni sull'educazione che deve darsi ai marinai delle tor- 
pediniere, s'incantava, rapito, ad assaporare la parte a questi 
assegnata in battaglia: « S'avvicineranno essi alla gran nave 
nemica sotto la grandine incessante delle mitragliatrici e dei 
cannoni a tiro continuo, capaci di dare più che seicento colpi 
al minuto con incredibile sicurezza. S'avvicineranno a quat- 
trocento metri: a men di quattrocento, se sarà possibile. 



36 LA LETTERATURA DKLLA NUOVA ITALIA 

Lanceranno il primo siluro; lanceranno il secondo. E nessuna 
gioia umana eguaglierà la loro se potran vedere la mostruosa 
corazzata nemica inclinarsi in sul fianco, volgere al cielo le 
inutili bocche de' suoi cannoni da cento, e rapidamente scom- 
parire, con le sue torri e con le sue batterie, in un gorgo 
smisurato!». La stessa forma d'interessamento produsse le 
Odi navali, con la celebrazione della -nave da guerra, della 
torpediniera: 

Naviglio d'acciaio, diritto veloce guizzante, 

bello come un'arme nuda, 

vivo palpitante 

come se il metallo un cuore terribile chiuda... 

e col lamento del prode Saint-Bon, che Morte doveva vedere, 
non volto cinereo affondato nel guanciale, ma corpo procom- 
bente e versante fuor delle vene fiotti di sangue, sul ponte 
della nave ammiraglia. — Nella Canzone di Garibaldi, non 
c'è patria, non c'è popolo, non c'è libertà: niente di quel che 
compone la figura storica del popolano di Nizza, dai gran 
cuore. Ma c'è la guerra e c'è l'idillio. Le descrizioni degli 
eroi garibaldini, di Bixio, di Nullo, di Schiaffino, sono me- 
ramente pittoresche, o meglio, fisiche. Una delle parti più 
splendide è la lotta sul Granicolo, intorno a Villa Corsini: 

luoghi già d'ozi, di piacevi, 
di melodie e di magnificenze 
fuggitive, orti custoditi da cieche 
statue ed arrisi da fontane serene 



E pone sotto gli occhi i cadaveri dei combattenti accumulati 
a pie degli agrifogli, dei balaustri, delle statue, delle urne: 
il pendìo diventato riviera di sangue, cupo bulicame di 
membra lacere; gl'incendi, le grida; i legionari ansanti, 
arsi di sete e d'ira, armati di tronconi e di schegge, neri di 
fumo e di polvere: e l'incontro della fresca schiera giovanile 



\ 

LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 37 

del Medici, sopravvegnente; con le barelle dei feriti e dei 
moribondi, che ridono di riso non umano, e quelli che non 
possono ridere balenano dagli occhi e gettano le bende, sco- 
prendo le membra tronche e le grandi ferite, ed uno scuote il 
moncherino come un aspersorio sui nuovi arrivati... L'idillio 
è dato dal ritirarsi di Garibaldi a Caprera con solo un sacco 
di semente, nella pace campestre. Ma, forse, ho detto male 
«idillio»: l'idillio richiede una vita intima, che qui manca. 
Vi ha invece, vigorosissima, la rappresentazione dei partico- 
lari della vita rustica. Garibaldi, rientrato nella sua casetta: 

s'accosta 
al bianco letto che dà i profondi sonni, 
ove.il lin rude par che di sale odori 
(lavato in mare e torto su lo scoglio?). 

Nella notte, egli si leva al lamento di un agnello e va in 
cerca del perduto tra i dirupi: 

Ed ecco un che di bianco, un che di lieve 
nell'ombra, come una falda di neve 
intiepidita da una pena vivente... 

Non vi sembra di toccare anche voi quell'essere vivo, là, nel 
freddo notturno della montagna? e di precipitarvi col povero 
animaletto intirizzito al caldo e al ristoro del latte materno, 
tosto che l'eroe lo riporta alla stalla? 

Senza indugio il pastore apre 
la porta e càuto depone al limitare 
di pietra il redo che, su le oblique zampe 
lanose, come un infante traballa, 
bela dal roseo muso, per l'ombra calda 
saltella in cerca della poppa gonfiata. 

Gli ultimi tre libri, che ci ha dati il D'Annunzio, sono il 
Fuoco, la Francesca da Rimini e le Laudi. Si è egli forse 
cangiato alfine, dopo tante svariatissime esperienze, e dopo 



38 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

tanto invocare e annunziare il rinnovellamento e la purifica- 
zione della sua arte? Non pare. Queste ultime sono, certa- 
mente, tra le su^ cose più vigorose, che prendono posto 
accanto al Trionfo della morte, ben più importanti delle Ver- 
gini delle rocce, dei drammi, dei Sogni e delle Parabole degli 
anni intermedi; ma siamo sempre innanzi piuttosto a un con- 
trarsi e distendersi di nervi che a contrasti e accordi di pen- 
sieri e di volontà, o a questi solamente in quanto si sommer- 
gono in quelli. 

Nel Fuoco, il D'Annunzio immagina una relazione passio- 
nale tra un giovane poeta e una grande attrice, disperata 
di aver^perduto fin l'ultimo vestigio della sua giovinezza e 
paurosa di ritrovarsi sola in un deserto cinereo. A qliali studi 
e investigazioni egli non sottopone il corpo di quella donna, 
« che pareva portare per lui nelle sue vesti raccolta e muta 
la frenesia delle moltitudini lontane, dalla cui bestialità com- 
patta ella aveva sollevato il brivido fulmineo e divino del- 
l'arte con un grido di passione o con uno schianto di dolore 
o con un silenzio di morte»; quel corpo nel quale « credeva 
scoprire i vestigi di tutte le voluttà e di tutti gli spasimi, non 
più giovane, ammollito da tutte le carezze e rimasto ancora 
sconosciuto per lui»! Desidera: «Ah, io ti possederò come in 
un'orgia vasta; io ti scrollerò come un fascio di tirsi; io sco- 
terò nella tua carne esperta tutte le cose divine e mostruose 
che t'aggravano, e le cose compiute, e quelle in travaglio che 
crescono dentro di te, come in una stagione sacra >. Ma, sod- 
disfatta la brama, il giovane si parte da lei all'alba, preso 
quasi da disgusto, avido di luce, di aria fresca, di moto, di gio- 
ventù. E non altro che un giuoco di sensazioni è nei capitoli, 
mirabili, del labirinto e della visita a Murano. Nel romanzo, 
sono, inoltre, sparse confessioni sulla sua vita intima di uomo 
e di artista, teorie sull'arte, disegni di opere future da scri- 
vere e di teatri da fondare, ed impressioni reali e fantastiche 
della folla, di Venezia, di una muta di cani di varia razza, 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 39 

ed altre ed altre. — La Francesca mal si paragona a quella 
di Dante, di cui il D'Annunzio non continua (e come po- 
trebbe?) la concezione. Ognuno ricorda le tini osservazioni 
del De Sanctis sulla coscienza del •- peccato », che penetra 
tutto l'episodio dantesco, e sulla delicatezza, la gentilezza, 
il pudore, che la colpevole, la dannata, mette in ogni sua 
parola, pur lasciando sentire la forza della passione, che ancor 
non l'abbandona. Ma il D'Annunzio ne ha cavato (la defini- 
zione è sua, nel Commiato) un «poema di sangue e di lus- 
suria». — Il primo volume delle Laudi descrive un viaggio 
verso l'Eliade sacra, e un ritorno a Roma; ma (salvochè in 
alcune intenzioni, le quali restano mere intenzioni) non ha 
nulla dei viaggi dell'anima, di una Divina Commedia o del 
Pilgrim's Progress. Viaggio per viaggio, si potrebbe parago- 
nare piuttosto al poemetto del viaggio in Germania, al Deut- 
schland dello Heine. Senonchè, invece della fantasia satirica 
e dei vari sentimenti ora teneri ora solenni del poeta tedesco, 
il D'Annunzio descrive gesti di statue elleniche e gesti di dèi, 
di eroi e di poeti antichi, aspetti di montagne deserte e di 
città minate, e ora fantastica su un'orrida vecchia serva di 
meretrice, che gli si viene cangiando a poco a poco nella 
figurazione dell' Elena greca caduta sempre più basso di amori 
in amori, ora sulle grida feroci dei vincitori e i lamenti ina- 
scoltati dei vinti, che sembrano uscire, in canto amebeo, dai 
campi di battaglia dell'Eliade. Egli ha vissuto, ormai, la vita 
di diecimila anime: può inneggiare alla Diversità, da lui 
amata e coltivata; il disgusto degli amori lascivi e furenti 
lo ha spinto ad amori più calmi coi miti, con la storia, con 
gli oggetti naturali. Quel sentimento panico, che già un 
tempo si formò in Andrea Sperelli e in Giorgio Aurispa nelle 
loro crisi e convalescenze, è diventato uno stato più frequente, 
e quasi consueto, del suo spirito. La sua anima umana non 
vive che del suo sforzo perenne di effigiarsi su tutte le cose 
come un sigillo imperiale: non più su quelle sole che cercava 



40 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

il suo ardore giovanile. Ed egli compone laudi, nelle quali 
loda tutte, tutte le cose, perchè dL tutte ha saputo e sa farsi 
un godimento. 



IV. 



Compiuta questa lunga, e nondimeno rapida, rassegna della 
vasta opera del D'Annunzio, e messa in chiaro, nel percor- 
rerla, la costanza del temperamento poetico dell'autore, non 
si può, tornando a porgere orecchio alle voci dei critici, non 
restare meravigliati della quantità e della qualità dei « con- 
sigli » onde il D'Annunzio è stato assalito. Quanti e quali ! 
Dai suggerimenti discreti e sospirosi del buon Errico Nen- 
cioni alle recenti e solenni esortazioni di Errico Ferri, che 
lo ha invitato a «lasciare da parte le adultere Francesche », 
per raccogliere in cambio « i palpiti delle risaiole e degli 
uomini che estraggono dalle viscere della terra il carbon 
fossile, dando moto alle macchine sbuffanti »! E altri hanno 
lamentato che egli offra «un lato solo della vita», invece di 
offrire la vita «in tutti i suoi lati», quasiché egli debba 
essere non già un singolo poeta, apparso nei secoli, ma il 
poeta poetarum, tutta la poesia insieme, passata, presente e 
futura. E altri si sono confortati e compiaciuti quando hanno 
visto, o hanno travisto, che spuntasse talvolta in qualche opera 
(e di solito nell'ultima pubblicata) il D'Annunzio del loro 
cuore pudico, ansioso di promuovere la virtù; e lo hanno in- 
citato, come queir implacabile cognata del romanzo di Dickens 
incitava la povera moribonda, « to ma/ce an effort » , a fare 
ancora un altro sforzo! ( 1 ). 



(!) «... and perhaps a very great and painful effort which you are noi 
dispo.ied to make; but this is a world of effort, you knoiv! ... » . (Dealings 
ivith the firm of Dombey and son, cap. i). 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 41 

Se mai, questa volta il solo consiglio buono sarebbe stato 
di non ascoltarne nessuno ; e anzi di stare in guardia contro 
quell'altro sé stesso, che si trova più o meno in ogni poeta 
e nel D'Annunzio è assai vivace. Quell'altro sé stesso, docile 
o consenziente all'opinione comune, lo ha indotto ha farne- 
ticare col motto: «0 rinnovarsi o morire!» (e gli applausi 
onde fu salutato dovevano ammonirlo, come ammonirono 
l'antico ateniese); o a proporsi di scrivere opere che tenessero 
il mezzo tra il pessimismo delle scuole letterarie dell'Europa 
occidentale e la pietà eccessiva degli slavi, ed affermassero 
«una semplice e virile giustizia»; o ancora, poiché gli si 
rimproverava che egli non dicesse «la parola di vita», ad 
almanaccare su quel che sia, e come si faccia a dirla, co- 
desta parola di vita, tanto aspettata, e ch'egli proprio, chi sa 
perchè, era invitato a pronunziare! Si è già visto che invano 
egli tenta il sentimento di pietà e di bontà, il quale gli si cangia 
in cosa affatto diversa, in morbosità erotica o in raccapriccio 
fisico. Ma non solo non riesce ad attuare il suo proposito: 
lo sforzo stesso è cagione di errori artistici, generalmente 
riconosciuti nei suoi libri, p. es., nel Giovanni Episcopo 
e ne\V Innocente. Se in questi romanzi le singole situazioni 
sono splendidamente rappresentate e rese comprensibilissime, 
l'insieme rimane poco comprensibile. Tullio Hermil è un 
colpevole, straziato dal rimorso o un cinico vantatore? Non 
si vede chiaro. Egli è, in verità, l'artista medesimo, che per 
contentare la gente sovrappone alle sue analisi chiarissime e 
terribili un sentimento artifizioso, che non riesce a sentire. 
La smania di fingere il possesso di non si sa qual alto concetto 
morale e politico, è anche cagione del vuoto che si avverte 
nelle Vergini delle rocce, nei drammi, e sparsamente in altre 
opere. C'è in esse una falsa profondità, che spiace agl'in- 
telligenti, i quali non tollerano di essere illusi, delusi e tra- 
stullati da nessuno, e neanche da un artista grande. 11 D'An- 
nunzio abusa in questi casi di forme negative e indefinite, 



42 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

come: «Nessuno mai conobbe...»; « Nessuna cosa al mondo...»; 
« Nulla poteva eguagliare... »; « Mai sangue fu più timido... »; 
« Mai voce umana espresse in sì breve suono sì gran numero 
di cose recondite»; e di altrettali giri di frasi. E che cosa 
significano, nelle stesse Vergini delle rocce, sentenze come 
questa: «Ah, padre, chi potrà mai disperare delle sorti del 
Mondo, finché Roma sia sotto i cieli?»; e poco dopo: «Ora, 
per qual misterioso concorso di sangui, da qual vasta espe- 
rienza di cultura, in qual propizio accordo di circostanze, 
sorgerà il nuovo Re di Roma?». Di cotali sentenze il libro 
è pieno. E pienissima ne è la Gloria: «Per te, ogni giorno 
io tenderò la mia vita verso le mire che non fissò nessuna 
speranza. Per te ogni mio giorno sarà impresso di un'azione 
potente in cui tu riconoscerai la specie della mia anima, come 
in un suggello impresso». Creare, dominare, essei'e il pa- 
drone, fecondare Roma, la stirpe, le energie occulte, la cam- 
pagna, la città, la folla o la belva, il dittatore, il segno, la 
forza, la fede, l'idea: vi è tutto il profilo esterno di una grande 
lotta politica, ma la lotta manca. Quel dramma piglia talvolta 
l'aspetto di una pantomima: gesti senza parole,- o parole che 
promettono e annunziano, e non vanno oltre l'annunzio e la 
promessa. « Credete in me? nella verità e nella potenza della 
mia idea?» dice Ruggero Fiamma ai suoi seguaci. Chi gli 
può credere, se non si sa quale questa sua «idea» sia? 0, 
se mai, gli crederanno quei « discepoli » del poeta, dalla fede 
sconfinata, che egli ha così deliziosamente ritratti nel Fuoco: 
quei discepoli, che hanno dei bambini, non solamente la cre- 
dulità, ma l'amabile pappagallismo, che fa spuntare il sor- 
riso sulle labbra. Li si ascolti, riuniti a banchetto. L'un d'essi, 
imitando il maestro, escogita un'analogia intorno all'atteggia- 
mento che la Foscarina aveva assunto durante una confe- 
renza nella Sala del maggior Consiglio: atteggiamento « non 
meno eloquente della parola del poeta», « né meno musicale 
del canto di Ariadne»,e nel quale «ella aveva scolpito di- 



LX1I. GABRIELE D'ANNUNZIO 43 

vinainente nel silenzio la propria statua». Ed ecco un altro 
gli fa eco: «Chi vi guardava, vi riconosceva come centro vi- 
vente di quel mondo ideale che ognuno di noi, di noi fedeli, 
di noi prossimi, sentiva formarsi dalle sue stesse aspirazioni, 
ascoltando la parola, il canto e la sinfonia». E un terzo: 
« Ognuno di noi sentiva che nella vostra figura dominante su 
la folla, incontro al poeta, era un significato insolito e gran- 
dissimo ». E un quarto ancora: « Sembrava che voi sola foste 
per assistere alla nascita misteriosa di un'idea nuova. Tutto 
intorno sembrava animarsi per generar quell'idea, che presto 
sarà a noi rivelata, se ci valga l'averla attesa con tanta fede ! » . 
Dall'oggettiva rappresentazione di questa vacuità compunta 
scoppia irresistibile il comico. In questo simposio, in questa 
cena, il D'Annunzio spezza ai suoi discepoli come pane e 
versa loro come vino il corpo e il sangue di un D'Annunzio 
immaginario. — Pure è notevole che, se il D'Annunzio ha 
finto talora la pietà e l'interessamento sociale e l'alta con- 
cezione morale e filosofica, non ha mai osato tentare due 
forme, che sono a lui affatto estranee: lo sdegno, « guerrier 
della ragion feroce», e il riso, l'agile peltaste del buon senso. 
Non confonderò coi critici dai mali consigli quegli altri 
che hanno cercato di mostrare che nell'arte del D'Annunzio, 
non quale vorrebbe essere ma qual'è, si trova effettivamente 
un contenuto ideale, una particolare concezione etica della 
vita. Così Angelo Conti, dopo avere con molto senno criti- 
cato il nietzschianismo e altri spunti filosofici del suo amico, 
sembrava acconciarsi ad accettare da lui una teoria secondo 
la quale le rappresentazioni che egli offre del piacere sa- 
rebbero nient'altro che una via per giungere « ad una intui- 
zione tragica del male»: una purificazione «a traverso le 
fiamme di un incendio». I libri del D'Annunzio servireb- 
bero «a mostrare che l'uomo non diventa buono e potente 
se non a condizione d'essere passato attraverso la debolezza 
e la colpa, e d'avere acquistato un sentimento tragico della 



44 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

vita»^). C'è del vero, ma con questa avvertenza: che il 
D'Annunzio rimane perpetuamente in via, non giunge al 
punto d'arrivo, e percorre tutti i viottoli, ed erra per tutti 
i labirinti, e torna continuamente sui suoi passi; in modo 
da potersi facilmente prevedere — che non arriverà mai. Ad 
arrivare, è impedito da niente altro che dalla propria natura. 
Egli è gettato nell'oceano delle sensazioni; e, quando non vi 
nuota placidamente, quando si dibatte per uscirne e crede 
di afferrare una terra ferma o un'isola, afferra solamente 
un'onda più alta, che lo sbalestra in là. L'elevazione morale 
sarà in lui un'oscura nostalgia, l'aspettazione di una dolcezza 
diversa dalle dolcezze già provate; ma egli non riesce mai 
a possederla, e nemmeno a intravederla o a presentirla. Il 
limite è nella sua natura. Di recente, il Borgese, in uno 
scritto della Nuova antologia, ha speso alcune belle pagine 
per mostrare che nella poesia del D'Annunzio è immanente 
una visione idealistica, una celebrazione delle cose del 
mondo quali apparenze dell'unità essenziale e inattingibile, 
un'intuizione pànica, ch'egli riattacca ai greci, e più par- 
ticolarmente alla Weltanschauung degli indiani. Al Borgese 
mi verrebbe voglia di osservare che, se quello del D'Annun- 
zio è idealismo, sarà idealismo protagoreo, il quale, come è 
noto, servì di fondamento alla morale cirenaica, all'ex 03 xai 
ovy. iyonai di Aristippo, divenuto il motto di Andrea Sperelli: 
habere, non haberi! Ma, fuori di celia, una dottrina della co- 
noscenza, una gnoseologia (tale l'idealismo soggettivo) non 
si può mai ritrovare, nemmeno in forma irriflessa, in una 
poesia; e ciò appunto perchè la poesia è forma di cono- 
scenza, forma affatto particolare, e non modificabile dal modo 
filosofico di teorizzare la conoscenza stessa. Allorché si attri- 
buisce, o si nega, al contenuto di un poeta l'idealismo, non 



(*) Angelo Conti, La beata riva (Milano. 1900), pp. 132-135. 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 45 

si può intendere altro che la concezione pratica, o, meglio, 
sentimentale della vita, che si riflette nell'arte di lui. E, per 
questo riguardo, le osservazioni del Borgese confermano l'esat- 
tezza della caratteristica, che è stata data di sopra, dell'at- 
teggiamento psichico del D'Annunzio. Che cosa è l'intuizione 
pànica (che abbiamo visto formarsi nel suo animo in certi 
momenti di debolezza e nei periodi di convalescenza, ed 
allargarsi all'uscire della giovinezza impetuosa) se non sen- 
tirsi tutt'uno con la natura, spogliare l'umanità e agguagliare 
la propria spiritualità a quella delle cose: farsi natura, e 
perciò conferire alla natura la propria medesima vita? Non 
è vita superiore, come pareva a Giorgio Aurispa, ma vita 
bassa e primitiva, e ben altro si richiede perchè da essa si 
svolga una vita superiore : un filosofo direbbe che vi manca 
il momento dell'opposizione, mediante il quale si raggiunge 
la vera unità e vita superiore (*). — Né mi so rendere ragione 
delle gravi dispute che si sono levate, all'apparire della Lans 



(i) In uno scritto posteriore (Illustrazione italiana, 27 dicembre 1903), 
il Borgese abbandona, per quel che mi sembra, l'interpetrazione idea- 
listica ed ammette il sensualismo dell'arte dannunziana. Ma aggiunge 
che, se «l'avidità sensuale è l'origine» della sua opera, «la mo- 
rale eroica ne è il risultato». «Tutti gli amori del poeta d'Elettra 
nacquero dal piacere. Non i pedagoghi gì' inocularono l'amor di patria: 
l' Italia gli piacque per i suoi bei monti e per il suo bel mare, e, poiché 
gli piacque, l'amò. Il mare fu prima la maraviglia dei suoi occhi pue- 
rili, lo accese per lo spettacolo delle navi rostrate e per il sogno delle 
battaglie fragorose: poi divenne il segno della sua nazione rinata a 
dominare. L'eroico prima lo avvinse per la pompa visibile che per la 
nudità dell'idea ». Precisamente; ma quel « segno » e quell'» idea », che 
giungono in ultimo, non hanno l'aria di due 'intrusi? £, quanto alla 
«morale eroica», è essa poi qualcosa di più di una bella frase? Nella 
morale comune c'è quanto occorre per essere eroi (essere, è il diffi- 
cile!), ma la «morale eroica» è un eufemismo per designare quello 
stesso atteggiamento che io ho chiamato dilettantismo e sensualità: 
quando non designa addirittura il vuoto. 



46 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

vitae, intorno al neopaganesimo del D'Annunzio. Qualche ac- 
cento contro «il Galileo di rosse chiome», o contro 

quella sua vergine madre, 
vestita di cupa doglianza, 
solcata di lacrime il volto, 
trafitto il cuore di spade 
immote con l'else deserte, 

destinata a dissolversi innanzi alla Dea ritornante dal florido 
mare, — se ha mosso scandalo nelle anime pie, è in sé cosa 
troppo secondaria da darle peso nella considerazione dell'arte 
del D'Annunzio. Nella quale il paganesimo, o che s'intenda 
come concezione edonistica della vita ristretta al mondo ter- 
reno, o come concezione idealistica libera dalle idee dell'oltre- 
tomba, è sostanzialmente assente. E se domani il D'Annunzio, 
in un'altra momentanea disposizione di fantasia, esalterà Cristo 
o carezzerà delicatamente la Vergine del dolore (*), anche in 
quel caso nulla d'essenziale, a mio credere, si sarà cangiato 
nella sua arte. 

Il contenuto psichico del D'Annunzio è non di là, ma di 
qua dalla morale, e perciò stesso non è neanche, a parlare 
propriamente, immorale. Xon era tale nemmeno nel periodo 
della sua prima opera, dominata esclusivamente dalla vo- 
luttà. Egli non è stato mai un gaudente soddisfatto del pia- 
cere: sente «l'oscura tristezza, che è in fondo a tutte le fe- 
licità umane, come alla foce di tutti i fiumi l'acqua amara ». 
Dal preludio dell' Intermezzo alle Laudi egli ha trovato in 
tutte le sue opere espressioni vigorosissime per rendere il 
malcontento, la noia, la vergogna, il castigo intrinseco che 



(!) Fui facile profeta, perchè, otto anni dopo, il dilettantismo del 
D'Annunzio divenne cristiano e cattolico, nel Martirio di San Seha- 
stiano e in altre opericciuole: cfr. Critica, ix. 266. (Nota aggiunta al- 
l'edizione del 1915). 



( 

LXII. GABRIELA! D'ANNUKZIO 47 

accompagna, o attende inesorabile la voluttà invadente. Nel 
preludio dell' Intermezzo, è la Gorgone antica, la Rosa dell'In- 
ferno, l'Onta innominata, la Lussuria onnipossente, « madre 
a tutti i misteri e a tutti i sogni»; nella Laus vitae, riappare 
nella sazietà della carne 

la Concubina 
seduta su la proda, 
che guatava in silenzio 
con i suoi occhi instrutti, 
nella cui notte ingombra 
io vedea passar gli antichi 
mostri e gli eterni lutti; 

e vi si esprime il disgusto dei rigagni putridi, dei lascivi 
amori mendaci, dei giacigli acri, della schiuma da lui assa- 
porata, «più salsa che quella del mare ». Il suo Cantico dei 
Cantici ha sempre accanto a sé un Ecclesiaste. — Né il D'An- 
nunzio è un fantastico o un mistico, che trasfiguri la voluttà 
nella moralità e la moralità bagni di voluttà, stabilendo come 
una scala ascensiva e progressiva da questa a quella. Alla 
sua limpida osservazione, alla sua mente latina, non isfugge 
la genesi prosaica, meramente fisiologica, delle più variopinte 
estasi erotiche. Ed esce, in mezzo ad esse, a parlare della 
« castità mantenuta per alcune settimane in quella primavera 
fervida », o dell' « astinenza prolungata », come nell'Innocente; 
o, come nel Trionfo della morte, della « libidine ereditaria » 
del giovane, il quale riconosce in sé stesso le tendenze del 
padre, descritto poco prima in tutta la sua ripugnante per- 
versione: parole e richiami, che subito raffreddano, scolorano, 
tarpano le ali al rapimento, e ne dissipano l'aureola fittizia. 
È stato detto che c'è, nel D'Annunzio, del marchese di Sade; 
e la parola « sadismo » ritorna, in effetti, più volte nelle sue 
pagine. Ma egli, sebbene preso da quelle immagini, le guarda 
in faccia con occhio limpido e penetrante, senza il turba- 



48 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

mento e le traveggole del maniaco erotico. — Xè, infine, il 
D'Annunzio è un cinico, un forte, che professi di spremere 
dalla vita tutto ciò che gli può dare e lasci che Giove stanchi 
il suo fabbro, o, come l'eroe spagnuolo, esclami spensierato: 
Que largo me lo fiais! Egli dubita e analizza; e se vi sono 
atei religiosi, cioè che hanno la religione dell'ateismo, al 
D'Annunzio manca la risolutezza, la religiosità dell'empietà. 
Nel Piacere, egli riconosce la «miseria morale», la «menzo- 
gna», la «falsità», di Andrea Sperelli, il «dispregio di se 
stesso pari all'ignavia »; \\e\Y Innocente confuta, subito dopo 
averli esposti, i sofismi «speciosi», onde si copre il tristo 
egoismo di Tullio Hermil. I suoi eroi non hanno volontà: la 
« volontà (egli dice, parlando di Andrea Sperelli), disutile 
come una spada di eattiva tempra, pendeva al fianco di un 
ebro o di un inerte». Non sono gli «eroi» del sensualismo 
e dell'egoismo; sono (cosa ben diversa) uomini, che si la- 
sciano dominare e trascinare dal sensualismo e dall'egoismo. 
Lo stesso nietzschianismo del D'Annunzio non ha nulla d'im- 
morale, non essendo se non il conato ad attingere un'altura 
ideale per guardare la vita: conato torbido e sterile, conato 
equivoco, che sogna non si sa quale dominio delle genti, 
ora per calpestarle e godere del tormento e del sangue 
degli schiavi, ora per distribuire loro, con benevolenza, il 
pane per l'esistenza tìsica e il nepente estetico per la vita 
spirituale. Il D'Annunzio ha costruito, qua e là, muri ed 
archi ; ma indarno si sforza di dare compimento e unità al- 
l'edifizio, volgendovi sopra una cupola. 

Perciò le sue creazioni sensuali vengono dette plastiche, 
marmoree, fredde, degne di una galleria di statue antiche 
o feW Antologia greca. Sono chiuse in loro stesse: non rap- 
presentano un ideale sicuro, rettilineo: metteranno capo 
al Trionfo della morte o alla Lans vitae, che è il trionfo del- 
l'arte, ma non di certo a un Trionfo del piacere. — Omnia 
munda mundJs per l'animo onesto che reagisce, immediata- 



/ 

LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 49 

mente, come deve, allo spettacolo della disonestà; ma, omnia 
munda anche pel D'Annunzio, il quale mostra, a chiari se- 
gni, una sua particolare forma d'innocenza. Innanzi alle 
complicazioni più. ardenti e malefiche della bestia umana, 
come innanzi alle manifestazioni ideali dell'uomo, egli sem- 
bra mormorare, guardando e riguardando fiso : — Tutto ciò 
è ben curioso e strano. — Ed ha talora del fanciullo che 
ridice, renza fermarsi a riflettere e senza darsi alcuna briga 
dei bisogni -e delle opinioni sociali, ogni pensiero che gli passi 
pel capo, ogni impressione che gli entri pei sensi (*). 



(!) Sarei dolente se la discussione che ho fatta potesse frainten- 
dersi come una concessione alle vecchie dispute intorno alla cosiddetta 
moralità nell'arte. Che l'arte sia indipendente, perchè idealmente an- 
teriore alla morale, è una di quelle tesi fondamentali dell'Estetica, 
che non è più il caso di discutere: chi non ne è persuaso, studi e se 
ne persuaderà. Ma quella tesi non impedisce altri ordini di conside- 
razioni; per esempio (quando c'è materia a farla), circa il carattere 
morale che ha il contenuto psicologico di questo o quello artista e 
opera d'arte. L'arte non è né buona né cattiva, ma Jago è malvagio : 
allo stesso modo, che l'arte non è filosoficamente né vera né falsa, ma 
la filosofia della poesia del Leopardi è contestabile. Sono questioni 
diverse, e vanno esattamente distinte; e in forza di questa distinzione 
noi ci siamo domandati se la concezione del D'Annunzio (fuori del- 
l'arte, guardata in sé) sia morale, immorale o amorale. E dovevamo 
domandarcelo, non già per approvarla o condannarla, ma per appro- 
fondirne la natura, il significato, la genesi storica e psicologica. — A 
proporre la questione nel secondo significato tendevano, inconsape- 
volmente, coloro che accusarono il D'Annunzio d'immoralità e peggio, 
in una ben nota polemica che seguì la pubblicazione dell' Intermezzo 
dì rime, nel 1863. Uno di quei critici, confusamente esprimendosi, di- 
chiarava: «Nel parlare della poesia sensualistica del D'Annunzio, io 
non ho voluto affatto entrar nel merito letterario di essa e nella que- 
stione dell'arte; io l'ho considerata semplicemente come un'azione 
umana, secondo i criteri dell'onesto e del disonesto >. E sbagliava, 
perchè né l'arte è azione, né si può considerare a capriccio come tale; 
ma aveva certamente ragione, quando rivendicava il diritto di de- 
terminare la fisonomia del contenuto psicologico del D'Annunzio. Se- 

B. Ckock, La letteratura della nuova Ilolia, ìv. 4 



50 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Ma un altro pregiudizio dei critici deve richiamare la no- 
stra attenzione, perchè anch'esso è stato partecipato dal poeta 
e ha prodotto qualche cattivo effetto nella forma della sua 
opera. Lo chiamerei il pregiudizio della «quantità», per di- 
stinguerlo in certo modo dall'altro, che potrebbe chiamarsi 
della «qualità»; e direi che ha qualche relazione con certe 
idee delle vecchie scuole letterarie, onde non sembrava che 
si facesse poesia degna se non col Poema e con la Tragedia; 
e poemi e tragedie scrivevano tutti i più pacifici letterati, i 
meno epici, i meno tragici. Così il D'Annunzio si è talora 
proposto di far rivivere la «tragedia ellenica», e ha gonfiato 
e falsato alcune sue brevi ispirazioni: errore che si osserva 
in particolare nei drammi della Citià morta, della Gioconda 
e della Gloria, ma si può ritrovare un po' da per tutto nelle 
altre opere. Chi rilegga il Fuoco, là dove è esposta la prima 
idea della Città morta, vedrà che vi si contiene tutto ciò 
ch'era nell'animo del poeta quale ispirazione spontanea: il 
dramma posteriore è stato disteso col diluire quelle poche 
pagine. E i personaggi di esso sono ombre pallide, e parlano 
tutti con la stessa intonazione; e, quando non dissertano, 
non fanno se non osservarsi a vicenda nei loro movimenti, 
nella loro mimica, nelle loro parole, e a vicenda comentare 
le proprie osservazioni ed escogitare analogie. Bianca Maria 
dirà ad Anna: «Che suono ha la vostra voce, Anna! E così 
dolce che mi tocca il fondo dell'anima, come una musica. 
Quando voi parlate delle cose belle, sembra che venga alle 
vostre labbra l'eco di non so qual canto». Ed Anna dirà a 



nonché il critico sbagliava daccapo nel giudizio su quel contenuto; 
e, in verità è strano che il medesimo uomo, il quale nel giovinetto 
sedicenne scoperse la stoffa del poeta vero (ho nominato il Chiarini), 
abbia poi cosi completamente e costantemente disconosciuto lo svol- 
gimento di quell'ingegno, da lui con tanta felicità additato. Sarà co- 
desto, a mio credere, uno degli aneddoti più curiosi nella futura storia 
della critica dannunziana. 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 51 

Bianca Maria: «La vostra voce, ora, è fresca come una 
polla... ». A questo modo va innanzi il dialogo. C'è perfino 
della vana ripetizione di parole. Anna alla nutrice: «Ah, 
perdonami, perdonami. Io debbo farti piangere ». La nutrice: 
« Perchè, perchè parli cosi? Perchè mi stringi così? ». Anna: 
« Oh, no, no... per nulla, per nulla... Dicevo così perchè ornai 
io non posso darti nessuna gioia, povera nutrice, nessuna 
gioia...». La nutrice: «Tu non mi nascondi nulla: è vero? 
Tu non sapresti ingannare la tua poveretta, è vero? tu non 
sapresti ingannarla... ». Non si coglie qui il poeta nei mo- 
menti di vacuità? Non si sente l'artificio e lo sforzo? — So 
bene che comunemente si reputa che i difetti di questo e di 
altri drammi del D'Annunzio vengano dalla deficienza, che 
sarebbe in lui, di «drammaticità», della virtù di far vivere 
altri esseri fuori della propria anima. Ma codesta è spiega- 
zione rettorica: ogni lirico è insieme drammatico e ogni 
drammatico è lirico; e, del resto, la Francesca da Rimini 
è venuta a smentire col fatto la pretesa incapacità del D'An- 
nunzio ad «obicttivarsi»: non sono «obiettivi» (nel signifi- 
cato usuale) Francesca e Malatestino, Ostasio e Gianciotto, 
e le molte figure secondarie del notaio, del mercante, delle 
damigelle? Meglio la fiacchezza della Città morta e degli 
altri drammi si spiega con la confluenza in esse del pregiu- 
dizio «qualitativo» e del pregiudizio «quantitativo». Del 
quale ultimo potrei andare mostrando altre tracce nella Can- 
zone di Garibaldi, e nelle Odi celebrative di eroi, se non 
fosse cosa troppo evidente e nota. Negli stessi titoli, che il 
D'Annunzio si compiace di dare ai suoi libri, sarà facile 
scorgere un certo che di gonfio e di sproporzionato. Su per 
giù, essi dicono, tutti, qualche cosa di più o di diverso, di 
quel che dicono i libri ('). 



(') Il miscuglio di elementi artificiosi nell 1 opera del D'Annunzio 
giustifica l'impressione che innanzi ad essi si prova talvolta, e che 



52 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Il dilettantismo psichico, che abbiamo additato come 
fonte dell'arte dannunziana, non può dare luogo ad ampie 
e armoniche rappresentazioni della vita, come accade di 
altri atteggiamenti dello spirito. La frammentarietà non 
è il difetto di quest'arte, ma ne è carattere intrinseco, la 
naturale sua forma estetica. Coloro, che. non considerano 
questa intrinseca necessità, lamentano che «un poeta, ricco 
di tanti mezzi, non ne faccia uso degno»; e il D'An- 
nunzio stesso confessa, per bocca di Andrea Sperelli, che 
egli ama « più l'espressione che il pensiero»; e tutti in- 
sieme concludono che il formalismo è carattere costante del- 
l'arte italiana. Coloro chiamano mezzi ciò eh' è tutto il 
D'Annunzio: il poeta degrada col nome di « espressioni » 
vuote di «contenuto» ciò che invece è « il suo contenuto»; 
e tutti poi calunniano l'arte italiana, dandole taccia di for- 
malismo e di rettorica. 

Anche in quei libri di lui, nei quali i legami artificiosi sono 
minori, il carattere di frammentarietà è evidente. Nel Trionfo 
della morte l'autore medesimo sente il bisogno di dare r 
qualche giustificazione di tutto ciò che vi ha ficcato dentro 
(benché non giustifichi l'assenza di ciò che avrebbe dovuto 
aggiungere, per conferire saldezza e coerenza al racconto); 
e dice: «Io ho circonfuso di luce, di musica e di profumo 
le tristezze e le inquietudini del morituro: ho evocato intorno 



è così manifestata dal Mazzoni: « Quando leggo le sue prose, mi trovo- 
di frequente sbalzato dall'ammirazione al tedio, poi dal tedio all'ammi- 
razione: non è la prosa che vorrei, e pur mi seduce; sedotto, mi vince ^ 
vinto, mi sazia o mi sdegna, perchè sospetto che l'autore non voglia 
tanto persuadermi e commuovere quanto farsi gioco di me affettando 
pensieri e affetti diversi da quelli che veramente ha in sé: séguito a 
leggere e sovente ritrovo il poeta vero, ritrovo anche più di sovente 
l'artista felice » (nella Nuova antologia, 16 maggio 1899). E ora Gustave 
Kaiin: « Il est précis de forme et de fond limoneux»; « s' il est iwticideux 
dans la forme, il est brouillon dans la conception » (nella Nouvelle revue, 
1° novembre 1903). 



f 

LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 53 

alla sua agonia le più maliose apparenze: ho disteso un tap- 
peto variopinto sotto i suoi passi obliqui». In verità, non 
solo i volumi di brevi liriche, ma spesso anche le tragedie, i 
romanzi e i poemi del D'Annunzio, formano raccolte di liriche 
o di cicli di liriche. Che cosa sono le Vergini delle rocce, se 
non il Canzoniere delle Vergini condannate alla sterilita? Che 
cosa è il Fuoco, se non il Canzoniere della donna, sfiorita? 
Che cosa è la Gioconda, se non un libro della Bella mano, 
anzi delle Belle mani? 

A questo intrinseco carattere di frammentarietà si deve 
congiungere anche l'abbondanza eccessiva delle immagini, 
che è stata spesso rimproverata al D'Annunzio. Gli è che 
nei particolari delle sue opere vige quel diffuso spirito di 
calma e indifferente contemplazione, il quale, come gli ha 
fatto rompere la vita e la realtà hrframmenti, così lo induce 
a spezzettare i frammenti stessi in altri più piccoli. E le im- 
magini, felici di solito quando si considerino a una a una, 
producono nell'insieme un luccichio, che confonde e stanca. 

Un altro corollario è agevole trarre. Il Borgese, nel saggio 
ricordato più sopra, ha ben riconosciuto la preparazione del 
metro della Laus vitae, i segni di questa « antica aspira- 
zione » del D'Annunzio, nelle sue poesie precedenti, e anche 
nei libri di prosa, nei quali « il periodo s'avvicina gra- 
datamente alla strofe, sinché nel Fuoco la nuova forma crea- 
tiva è trasparente da un velo lievissimo e sembra pronta ad 
irrompere come da un calice che s'apra ». Appunto perchè 
la sua « aspirazione » è, pur nei libri di prosa, verso il me- 
tro, — siano i metri barbari, « più snelli ed interrotti », siano 
le strofe rimate o i distici fioriti di rime, o il metro libero 
della Laus vitae, — il D'Annunzio più completo e perfetto è, 
in complesso, quello dei versi e non quello delle prose. Nella 
forma prosastica egli dice spesso meno bene ciò che ha detto, 
o direbbe, nei versi. Qualche volta vi si sente a disagio, ed 
alcuni effetti strani nascono da questo contrasto tra l'alato 



51 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

sentimento del poeta e l'andamento prosastico, al quale egli 
si è costretto: donde il mancato effetto di certe ripetizioni e 
ritorni d'immagini e parole; donde anche la preziosità, di 
frequente imputatagli. Talvolta, le sue pagine di prosa so- 
migliano perfino a quelle «stesure in prosa >, che il Leopardi 
soleva fare dei suoi canti nel primo periodo della loro ela- 
borazione poetica. Si vedano, per dare un esempio, le tre 
« liriche », messe in bocca a Violante, a Massimilla e ad Ana- 
tolia nel principio delle Vergini delle rocce. « Un bisogno sfre- 
nato di schiavitù mi fa soffrire (dice Massimilla silenziosa- 
mente, seduta sul sedile di pietra, con le dita delle mani 
insieme tessute, tenendovi dentro il ginocchio stanco). Io non 
ho potere di comunicare la felicità, ma nessuna creatura viva 
e nessuna cosa inanimata potrebbe, come la mia persona tutta 
quanta, divenire il possesso perfetto e perpetuo di un domina- 
tore. Un bisogno sfrenato di schiavitù mi fa soffrire ». Si 

sente, in questi casi, che la prosa non è naturale e definitiva. 



v. 



Così l'esame delle opinioni dei critici, e degli errori stessi 
del poeta, ci ha condotti a meglio fissare la fisonomia e i 
confini dell'arte del D'Annunzio, e a determinare le qualità 
necessarie della forma di essa. 

Xel riandare ora rapidamente tutta la sua opera, nell 'ab- 
bracciarla qui in ultimo con uno sguardo complessivo, a me 
si presentano spontanee e insistenti, quasi immagine rias- 
suntiva, certe parole dell'antico retore, noto col nome di De- 
metrio Falereo, intorno alle cose dolci e graziose, alle xaQixeq, 
onde era tutta piena la poesia di Saffo: boschi di ninfe, ime- 
nei, amori. Vero è che in quella del D'Annunzio s'incontrano 
anche stragi e crudeltà: col rosso delle rose il rosso del san- 
gue vivido, con pallori di rose pallori di morte. Ma anche 



LXII. GABRIELE D ANNUNZIO OO 

queste (deve essere orinai chiaro) sono, pel D'Annunzio, raf- 
finatezze e yàQixzq. 

E ricordo, anzi tutto, le figurazioni della donna, oggetto 
di tanto desiderio, di così intensa e insistente indagine. Meglio 
che anime di donne, sono corpi di donne. Volti eni minatici, 
come quello della Elena del Piacere: « La sua testa dalla fronte 
breve, dal naso diritto, dal sopracciglio arcuato, d'un dise- 
gno così puro, così fermo, così antico, che pareva essere uscita 
dal cerchio di una medaglia siracusana, aveva nelli occhi e 
nella bocca un singoiar contrasto di espressione: quell'espres- 
sione passionata, intensa, ambigua, sopraumana, che solo 
qualche moderno spirito, impregnato di tutta la profonda cor- 
ruzione dell'arte, ha saputo infondere in tipi di donne im- 
mortali come Monna Lisa e Nelly 0' Brien ». Un aspetto si- 
mile torna nell'altra Elena, la Comnena della Gloria: « È nella 
sua veste come in una guaina. Fatta per la guerra, con quel 
suo casco di capelli coerenti, con quella bocca che sfida senza 
aprirsi, con tutto quel diamantino viso disperato. Se l'auda- 
cia avesse un viso, sarebbe quello». E nei versi: 

Ella avea diffuso in volto 
quel pallor cupo che adoro. 
Le splendea l'alma ne li occhi, 
quale in chiare acque un tesoro. 

Ne la bocca avea il sorriso 
fulgidissimo e crudele 
che il divino Leonardo 
effigiò ne le sue tele. 

Quel sorriso tristamente 
combattea con la dolcezza 
de' lunghi occhi e dava un fascino 
sovrumano a la bellezza 

de le teste femminili 
che il gran Vinci amava. Un fiore 
doloroso era la bocca, 
e un misterioso odore 

esalava nel respiro... 



56 L,A LETTERATURA DBLLA NUOVA ITALIA 

negli altri: 



Quella sua chioma, volgente 
su da la fronte regale 
cui cingeva l' immortale 
tristezza divinamente, 

mi ricordava i! tesoro 
de le foreste profonde 
ove l'Autunno profonde 
tra porpore cupe l'oro. 

E gli occhi, remoti in cavi 
cerchi d'ombra e di mistero, 
cui tanto il sogno e il pensiero 
facean le palpebre gravi, 

non aveano un'infinita 
calma di tarde acque stigie? 
Entro io vi scorgea l'effigie 
de la morte, ne la vita... 

Questa donna misteriosa e sovrana, e altre e altre dalle 
più diverse fìsonomie, egli indaga a parte a parte: o che le 
denudi con occhio di scultore e di pittore, come nei sonetti 
dell' Intermezzo, nella Venere d'acqua dolce, nell' Isaotta e nelle 
pagine dei romanzi, per goderle tutte da capo a piedi in ogni 
curva, in ogni movimento; o che si fermi a circonfondere 
di immagini questa o quella parte del loro corpo. Quanta poe- 
sia egli sparge sugli occhi, sulle mani, sulle chiome! In luogo 
dell'anima, resta il corpo; in luogo del corpo, le parti di esso, 
che vivono come di vita propria. Vivono le chiome di Ma- 
ria Feres, nel Piacere; vivono quelle di Pantea, nel Sogno 
d'un tramonto d'autunno. « Tante sono le sue chiome che, 
quando le discioglie, ella non ode e non vede. Ella è come 
sotto il peso di dieci coltri. Soffoca, talvolta. Talvolta piange 
di pena, come una che porti una soma su per un monte, o 
gorgheggia come un usignuolo nascosto in una siepe...... 

Iperbole propria del sensualismo, che ingrandisce le cose 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 57 

dalle quali è come affascinato. E i capelli bruni della donna 
del Poema paradisiaco? 

i grandi medusei capelli, 
bruni come le brune foglie morte, 
ma vivi e fieri come l'angui attorte 
de la Gorgone... 

Dicono che nel folto de le chiome 
voi abbiale una ciocca rossa come 
una fiamma: nel folto chiusa. È vero? 
Io la penso, e la veggo fiammeggiare. 

E qual altro artista ha tanto osservato e vagheggiato le mani? 
Le mani delle tre Vergini delle rocce; le mani d'Isaotta, che 
sparivano tra il verde a cogliere le viole, gigli spiritali; 
quelle della sorella, che, quando essa è afflitta, « le dolgono 
come se fossero le radici dell'anima sua »; quelle della 
donna che il poeta ha invano vagheggiata e desiderata: 

a' bei polsi rotondi 
eran finamente unite 

come a stel fiore, le mani. 
Oh divine mani, o bianche 
mani ch'io non ho baciate! 
Si posavan, come stanche, 

sul marmoreo davanzale: 
e le lunghe esili dita 
risplendevano d'anelli...; 

quelle, perfette, di Silvia, nella Gioconda, che, schiacciate 
sotto la statua precipitante, le vengono poi amputate: «La 
bellezza e la leggerezza delle sue mani le davano aspetto di 
creatura alata. V'era in lei una specie di fremito incessante. 
Ora pare che si trascini.... »; — e tutte le mani femminili, di 
varia forma e significazione, passate in rassegna nella poesia: 

Le mani de le donne che incontrammo 
una volta, e nel sogno e ne la vita... 



58 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

E gli occhi? Questa è una fantasia sugli occhi di Cassandra; 
i quali « non erano neri, ma sembravano, perchè le pupille 
nell'ardore fatidico erano così dilatate che divoravano le iridi. 
Io penso che nelle pause, quando ella asciugava la schiuma 
delle sue labbra livide, i suoi occhi fossero dolci e tristi come 
due viole». Accanto alla fantasia, vedete la realtà degli 
occhi della Foscarina: « la dolcezza di que' suoi belli occhi, 
che s'allungavano nelle ciglia come vaporati da una lacrima 
che di continuo vi salisse e vi si dissolvesse senza sgorgarne ». 
Le belle membra femminili egli compone in quadri deli- 
ziosi, con visione delicatissima di pittore. Atteggia tra le rocce 
le tre Vergini; altre donne rappresenta mentre legano in- 
sieme rose a fasci; o mentre bevono a una coppa di cri- 
stallo di forma squisita; o circondate da cani, nello scendere 
i gradini verso la fonte : 

E conduceali a dissetarsi. Oh dolce 
cosa vedere lei presso la fonte, 
simile a Delia, tra i beventi cani! 

Elena sale le scale: «Ella saliva dinanzi a lui, lentamente, 
mollemente, con una specie di misura. Il mantello foderato 
d'una pelliccia nivea come la piuma de' cigni, non più retto 
dal fermaglio, le si abbandonava intorno al busto lasciando 
scoperte le spalle. Le spalle emergevano pallide come l'avorio 
polito, divise da un solco morbido, con le scapule che nel 
perdersi dentro i merletti del busto avevano non so qual curva 
fuggevole, qual dolce declinazione di ali.... ». Passa un'altra 
innanzi alla fontana di Trevi: 

Ma quando ella passò (m'ebbi sol uno 
sguardo, e mi parve quasi un'immortale 
gioia!) mise la fonte alto susurro. 

E dagli omeri vasti di Nettuno 
si levò con un chiaro frullo d'ale 
un volo di colombi ne l'azzurro. 



LXII. GABRIELE D' ANNUNZIO 59 

Gli episodi dell'amore sensuale sono i più vari: dalla bra- 
mosia, ritratta con forza straordinaria in tante pagine, e spe- 
cialmente nel Piacere, nell'Innocente, nel Trionfo della morte, 
nel Sogno d'un tramonto d'autunno, — dove è una corsa di- 
sperata che il giovane fa dietro Pantea per la nave, da poppa 
a prua, finché la giunge, e « parve che tutta la forza di que- 
gli uomini bramosi fosse entrata nelle sue braccia, perchè 
egli la svelse dalla prua d'oro come s'impugna un ves- 
sillo....» — , dalla pienezza del possesso alle passeggiate, ai 
viaggi, ai ritrovi nelle case discrete o ai ritiri negli eremi 
d'amore, via via fino alla stanchezza, che ha le sue più belle 
pagine nelle Elegie romane e nel Poema paradisiaco: 

Ella era meco. Forte stringeva il mio braccio ed ansava 
contro al gran vento, muta, pallida, a capo chino. 

Ahi, trascinato amore! Pareami sentire in sul braccio 
(che stringea più forte) premere un peso immane. 

Ahi, trascinato amore, con triste menzogna, per tanto 
tempo, in sì dolci luoghi! Luoghi già tanto cari! 

Amore trascinato, o amori di chi è stanco di amore con 
donne stanche, i cui occhi non sostengono più la vivida luce: 

gli occhi 
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare 
quasi che non possiate sollevare 
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi; 

e nulla, veramente nulla è più 
triste de l'ombra che le ciglia immote 
fanno talvolta a sommo de le gote 
quando la bocca non sorride più. 

Ed invita alla fedeltà la donna con la quale sembra avere 
esaurito ogni possa d'amore: 

Siamo dunque fedeli 
al nostro antico amore ! 
tutti del tuo pudore 

son lacerati i veli : 



60 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

e nessuna carezza 
t'è più ignota, nessuna. 
Al sole ed a la luna 
salì la nostra ebrezza. 

Ma pur, talvolta, quale 
profondo inganno è in questa 
desolata foresta 
di ricordi, ove sale 

il nostro sogno lento: 
più lento che leggiere 
fumo da l'incensiere 
in aria senza vento. 

Siamo dunque fedeli 
poi che tanto ridemmo, 
poi che tanto piangemmo 
sotto immutati cieli! 

Per l'amor che rimane 
e a la vita resiste 
nulla è più dolce e triste 
de le cose lontane... 

Queste cose lontane lo accendono di desiderio sterile e 
spasimante : come i giardini che sfioriscono, le danze di 
tempi remoti, i profumi di cui resta traccia in fondo alle vuote 
fiale, le figure sbiadite sugli arazzi, la donna avida ancor 
d'amare: 

non più giovane, non amata più...: 

come Climene che torna nel bosco dei suoi amori; come quella 
contessa di Clanegg, bellissima, che si è chiusa in una casa 
senza specchi, per non vedersi invecchiare; come la Fosca- 
rina nel Fuoco, che si afferra disperatamente alla vita, e che 
egli guarda, in qualche istante, con infinita tenerezza : « Di 
tutta la persona amante egli amò allora perdutamente i se- 
gni delicati che si partivano dall'angolo degli occhi verso le 
tempie, e le piccole vene oscure che rendevano le palpebre 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 61 

simili alle violette, e l'ondulazioni delle gote, e il mento este- 
nuato, e tutto. quello che pareva tòcco dal male d'autunno, 
tutta l'ombra su l'appassionato viso ». — Ritornano nella Laus 
vltae, queste donne, a schiera : 

pallide* e lasse, 
devastate dai baci, 
riarse d'amore sino 
alle midolle, 
perdute il cocente 
viso entro le chiome, 
con le nari come 
inquiete alette, 
con le labbra come 
parole dette, 
con le palpebre come 
le violette... 

O la nostalgia è per le donne, che egli ha amate e non ha 
possedute: 

Ondeggiava alta nel passo 
con un ritmo affascinante. 
Un pensier dolce mi venne : 
— Io sarò forse l'amante; 

io felice le mie notti 
dormirò sopra il suo cuore! — 
Ah, perchè voi mi fuggiste? 
Ebro come d'un liquore 

troppo forte, ebro di voi, 
de '1 ricordo di voi, sento 
da quel giorno in tutti i baci, 
sento in ogni blandimento 

feminile, sento in ogni 
voluttà più desiata, 
o signora, voi, voi sola, 
voi che tanto avrei amata... 



62 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

e per quelle ch'egli paragona a giardini chiusi: 

giardini chiusi, appena intraveduti, 
o contemplati a lungo pe' cancelli 
che mai ninna mano al viandante 
smarrito aprì come in un sogno!... 

e per le vergini, che gli appaiono come « una forza nuova, 
una bellezza chiusa, un'arma non ancora impugnata, magni- 
fica ed acuta per l'ebrietà della guerra»; o per altre, che 
egli intravede fatte per l'amore, ma per l'amore sterile, per 
la voluttà che non crea, le cui viscere « giammai porteranno 
il peso difformante »; e l'onda del latte «giammai sforzerà 
il puro contorno del loro seno». 

La gioia, alla quale inneggia nel Canto novo: 

l'immensa gioia di vivere, 
d'essere forte, d'essere giovine, 
di mordere i frutti terrestri 
con saldi e bianchi denti voraci; 

di por le mani audaci e cupide 
su ogni dolce cosa tangibile, 
di tendere l'arco su ogni 
preda novella che il desio miri, 

e di ascoltare tutte le musiche, 
e di guardare con occhi flammei 
il volto divino del mondo 
come l'amante auarda l'amata... 



&* 



o la serena voluttà di cui fa predicare il vangelo al figliuolo 
di Gesù, Eliabani, nella Chimera, sono sentimenti ed esalta- 
zioni fuggevoli. Ben più durature, salde, intricate le com- 
mozioni spasimanti della sensualità, che confinano con la 
follia. Non m'indugerò nel ricordarle; né m'indugerò sul fa- 
scino che esercitano sopra lui le immagini della crudeltà, i 
deliri neroniani: 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 63 

Tutta d'oro e di sangue si compose 
una vita magnifica Nerone 
Claudio... 

Basta avervi accennato. — Da quelle delizie paurose egli 
si distacca, di tanto in tanto, con orrore. Ne figura l'attra- 
zione e la terribilità in mostri e fiere: 

Quando, furia d'amore, in labirinti 
di rose, la bellissima Chimera 
traeva sitibondi in una schiera 
i bianchi efèbi a la sua chioma avvinti, 

ridevan essi di lor sangue tinti 
a l'ugna e a '1 bacio de l'ardente fiera; 
poi tra le fiamme de la gran criniera, 
mancavan come languidi giacinti... 

E racconta una rinnovata storia dell'isola di Circe e del giar- 
dino di Armida: allorché, nel giovanile viaggio ardimentoso, 
il suo vascello è attirato verso il luogo dove 

splendevano i giardini 
dei narcotici fiori e de le donne 
ambigue, dai grandi occhi sibillini. 
Giungea talvolta un canto al cuore insonne... 

L'allettamento assume forme molteplici, che invadono l'orec- 
chio, l'occhio, il tatto, l'odorato, tutti i sensi: 

Giungea di sopra ai culmini un odore 
sconosciuto, malefico e pur tanto 
dolce che mi si disfaceva il cuore. 

Ed era in quell'odore ed in quel canto 
come una visione di mature 
frutta e di gomme come un ricco pianto 

gravi e di miele e di capellature 
musicali e di belle bocche ardenti 
e di tutte le belle cose impure... 



64 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Colà approdato, una donna, furtiva come un'angue, gli 
s'appressa, gli slaccia l'arme, lo fa suo. Seguono altre donne 
a vicenda, ed egli si dà agli ozi, e i suoi superbi propositi 
svaniscono, intento a comporre piccole rime : 

pago se il gentil prodigio attinga 
la meraviglia ne' vani occhi ignari. 

Meglio che un'allegoria, è questa una figurazione geniale, 
in cui mille immagini si uniscono a comporre una sola, come 
i volti di mille persone il volto della folla, o piuttosto come 
i baci e gli abbracci e le movenze allettataci nel quadro delle 
Tentazioni di sant'Antonio del Morelli. 

Le visioni di città, di Roma e di Venezia, s'intrecciano 
alla vita d'amore. Le Elegie romane si effondono in villa Ce- 
sarmi e sul lago di Nemi, in villa Chigi e villa d'Este, sul 
Pincio e in San Pietro. La scala di villa Medici: 

Muta, la lunga scala ella saliva meco. 
Tutta nel cor segreto io senti ami languire e tremare 

l'anima, al premer lieve de la diletta mano. 
Ma come fummo al sommo, la bocca ansante m'offerse 

ella: feriva il sole quel pallor suo di neve. 

Un effetto di sole improvviso nella oscurità, rischiarata da 
lampade, di San Pietro : 

fendendo l'ombra dal culmine, investe la fredda 
tomba ove Paol Terzo, calvo e barbato, siede. 
Sotto il suo bacio, (*>me un tempo nel letto del Borgia, 
rosea nel marmo vive Giulia Farnese ignuda. 

Venezia regna nel Fuoco, città autunnale, i cui aspetti 
hanno misteriose analogie con gli aspetti della donna autun- 
nale. Napoli e il suo golfo, il suo bosco di Capodimonte, è 
in altre elegie. Guarda il golfo e il Vesuvio dal colle di 
Sant'Elmo: 



LX11. GABRIELE D'ANNUNZIO 65 

Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso; 

e la montagna incontro, armoniosa al giorno 
quale una forma escita di mano d'artefice puro, 

con incessante palpito da V igneo 
grembo esprimea ne l'aria le sue multiformi chimere, 

che lente il cielo sommo conquistavano... 

Ma più calmo, più dolce, quasi libero da immagini ero- 
tiche, diviene il suo* sentire, come abbiamo notato, in altri 
momenti, in altri periodi della sua vita intima. E già ne) 
Canto novo era l'amore sano del mare, del suo libero triste 
fragrante verde Adriatico, della glauca marina che si destava 
ai freschissimi favoni: 

Dormono l'acque nel plenilunio 

di giugno. I grandi scogli rilucono, 

chiudendo nel tacito sasso 

la sconosciuta vita del mare; 

e credeva, «o Italia madre», nell' Intermezzo'. 

alto fra lampi 
abbracciar con lo sguardo ebro l'immenso 
tuo corpo resupino sopra i mari! 

Il mare distende i nervi malati di Andrea Sperelli: sul mare 
cerca la sua liberazione l'aedo della Laus vitae. Le monta- 
gne, celebrate nelle Laudi, appaiono pure e sacre nella Città 
morta. Il D'Annunzio è, in ispecial modo, il descrittore del- 
l'acqua, dei laghetti, delle fontane: dello specchio di Diana 
in Villa Cesarmi, « freddo ed impenetrabile alla vista come 
un ghiaccio azzurro »; della fonte di Perseia nella Città morta', 
delle fontane dell' Isotteo; di quella, indimenticabile, ch'era 
disseccata e si rinfresca e beve la pioggia dei suoi zampilli, 
nelle Vergini delle rocce. Altre immagini gli suggeriscono le 
statue che sono sulle fontane, tra l'acqua: «Non pensi che 
debbano esser felici le statue delle fontane?» — dice Anna la 

B. Crock, La lette, attira della nuova Italia, iv. 5 



66 LA LETTERATl/ItA DELLA NUOVA ITALIA 

cieca, nella Città morta. — «Nella loro bellezza immobile e 
durevole circola un'anima vivida che si rinnovella continua- 
mente. Esse godono, nel tempo medesimo, dell'inerzia e della 
fluidità. Nei giardini solitari sembrano qualche volta in esi- 
lio, ma non sono; perchè la loro anima liquida non cessa di 
comunicare con le montagne lontane donde esse vennero an- 
cora addormentate e chiuse nella massa del minerale informe. 
Ascoltano attonite le parole che salgono alle loro bocche dalla 
profondità della terra, ma sono sorde ai colloqui dei poeti e 
dei saggi che amano di riposarsi, come in un asilo, nell'om- 
bra musicale ove il marmo perpetua un gesto calmo. Non vi 
sembrano felici? Io vorrei ben essere una di loro, perchè ho 
con loro la cecità». — Aveva, in un sonetto dell' Intermezzo, 
narrato di una statua che dormiva nel divin mare tra le 
alghe e i ramosi coralli e gli enormi crostacei stupiti, che 
guardavano «l'animai novo, così dolce e strano». Rappre- 
senta, altrove, una statua di Diana, immersa in una fonte 
dove i cervi vanno a bere: 

Biancheggia entro le chete acque una statua, 
sommersa: le marmoree 
forme de '1 petto resupino, simili 
a chiusi fiori, emergono. 

E Diana: così dorme da secoli. 

Ma in una tepida lunazione estiva, quella statua si sveglia, 
e, piegando in arco il lucido corpo, s'alza: 

tremano 
l'acque raggiate; e, attoniti 
in conspetto di tal forma, su' margini 
non han li alberi un fremito. 

Alzasi lenta, e cresce come nuvola, 
come su da la tenebra 
crescea per l'arte della maga tessala, 
porgendo la man nivea. 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 67 

Da quel divino gesto attratti, vengono 
i cervi a lei con docile 
bramire, ed una siepe alta compongono. 
Gioisce allo spettacolo 

di tanta preda il cuore de la vergine 
cacciatrice. — Oh lietissime 
stragi sonanti lungo i fiumi patrii! — 
ripensa ella; e sommergesi. 

Gli animali, come i cervi e i cani, i fiori, come le rose e i 
gigli, che ritornano più frequenti nei libri d'amore, cedono 
il posto ad altri molteplici oggetti nella sua nuova contem- 
plazione: 

L'anima sta: tranquilla rispecchia la vita e raccoglie 
entro il suo vasto cerchio l'anima de le cose; 

aveva detto nelle Elegie romane. Il poeta delle Offerte votive, 
colui che aveva descritto con tanta evidenza i più umili pro- 
dotti della natura e del lavoro dell'uomo: 

Pan, una melagrana che ride del suo numeroso 

riso vermiglio pe' semiaperti labbri; 
e su '1 fogliuto gambo un pingue da raggrinzita 

pelle caudato ombelicato fico... 

■è diventato, nelle Laudi, il mirabile cantore della spica e 
dell'ulivo, dei camelli della spiaggia pisana e delle cavalle 
di San Rossore, della Versilia e di Undulna: della vita ru- 
stica, come degli aspetti della civiltà e dell' industria moderna. 
Anche nella ricerca della storia, dei miti, delle fantasie di 
tempi lontani si nota la diversità degli oggetti cui si rivolge 
la sua prima e la sua ultima contemplazione; o, per meglio 
dire, l'allargamento e l'arricchimento di nuovi elementi, che 
accade nell'ultima. Dapprima, si è visto, ciò che lo attira della 
storia sono gli spettacoli di libidine e di morte, come nei 
sonetti delle Adultere, o nei miti della Tredicesima fatica e 
del Sangue delle Vergini. Neil' Isotteo sono, per così dire, i 



68 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

miti medievali o foggiati sopra quelli medievali, come il bei 
paese del Biondo Astioco e di Brisenna Reina, il dolce grap- 
polo d' Isaotta Guttadauro, le fate; o anche alcune fantasie 
orientali. Queste sono continuate nelle Parabole', il mondo 
medievale, nella Francesca, — in cui così intensamente viene 
assaporata e goduta quella vita del Dugento, quei costumi, 
quelle ferocie, quei vestiti, quegli istrumenti, quel linguaggio 
arcaico — ; e in molti dei sonetti e delle laudi della Città 
del silenzio. Ma nella Laus vitae è 

il marmoreo sorriso 
che incurva le labbra agli opliti 
morenti in fronte al tuo tempio, 

al tempio di Egina; e l'evia impietrata, della quale parla 

come d'una divina 
carne che fosse vivente 
laggiù, senza, letto d'amore; 

e il Baccoforo di Prassitele, e Ippodamia, e Ifigenia, e le 
Castalidi, e Demofoonte, e Orfeo, e il fanciullo Thanatos. 
Nel principio del viaggio, s'incontra nel mare con Ulisse, 
figura che è un misto di immaginazioni elleniche, medievali 
e modernissime: 

lui vedemmo 
su la nave incavata. E reggeva 
ei nel pugno la scotta 
spiando i volubili venti, 
silenzioso; e ii pileo 
testile dei marinai 
coprivagli il capo canuto, 
la tunica breve il ginocchio 
ferreo, la palpebra alquanto 
l'occhio aguzzo; e vigile in ogni 
muscolo era l' infaticata 
possa del magnanimo cuore. 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO 69 

L'eroe non si degna pur di volgere il capo ai richiami: 
appena al più intenso grido orgoglioso del giovane aedo lo 
folgora con lo sguardo per mezzo alla fronte: 

Poi tese la scotta allo sforzo 
del vento; e la vela regale 
lontanar pel Jonio raggiante 
guardammo in silenzio adunati. 

Intorno a Ulisse, si possono aggruppare tutti i personaggi 
dannunziani della seconda maniera, gli Ulissidi, i solitari, i 
dominatori, nei quali il poeta ritrova sé stesso. E tutti i miti 
gli si ravvivano alla fantasia, e ricevono da lui nuovi colori, 
da Icaro al Centauro, che mai fremè di tanta vita come nella 
stupenda Morte del cervo. 

Si disperde fra tante forti, violenti, iperboliche figurazioni, 
del presente e del passato, della realtà e del sogno, qualche 
parola di bontà, che subito si spegne senza eco. Cordelia ha 
la voce tenue. Il mondo delle sofferenze c'è nel D'Annunzio, 
ma guardato con sospetto e con disdegno, come un mondo 
escluso dalla sua anima. In questo genere, niente di più 
perfetto dello spettacolo delle miserie e dei dolori e dei vizi 
della «casa paterna», e la nenia della madre sul bambino 
annegato, e il pellegrinaggio dei malati e storpi a Casalbor- 
dino, nel Trionfo della morie; o, nel Fuoco, le angosce della 
Foscarina e il racconto ch'ella fa della propria fanciullezza. 
I bambini non gli destano accenti di tenerezza, come ne de- 
starono in Victor Hugo: i suoi bambini sono complessi di 
cellule che si contraggono, o esseri malati, e deformi, che 
dell'uomo non soffrono se non le più povere e stupide forme 
di mali. Vedete questi bambini ne\V Innocente, nel San Pan- 
taleone, nel Trionfo della morie. Ma nessuno ha meglio 
espresso la terribile forza della folla, e la ripugnanza, che 
la belva dagli innumerevoli volti umani suscita negl'intellet- 
tuali. L'orrido lo attira più assai che il pietoso: la principessa 



70 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

demente nelle Vergini delle rocce, o, nella Gloria, la sinistra 
figura che viene a vegliare sull'agonizzante Cesare Brontej 
della quale « non si vede, tra le pieghe rosse del damasco, 
se non la faccia enorme, gonfia, disfatta, sotto una specie di 
parrucca biondastra; non si vede, tra le pieghe, se non una 
mano grassa e pallida, su cui scintillano gli anelli ». L'orrido 
è nelle « città terribili » della Lans vitae, e in quel porto e 
in quella taverna di Patre, dove s'incontra con la vecchia 
Elena, carica delle onte dei secoli, la Grecia decaduta. 

Questo, che ho segnato, non è se non un pallido abbozzo 
del libro ideale, che i lettori raccolgono nella memoria dai 
tanti libri di Gabriele D'Annunzio. In esso, parecchie pagine 
sono elaborazioni o imitazioni di pagine scritte da anime più 
o meno affini; nella reggia d'arte, che il D'Annunzio ha co- 
struita, e, meglio che costruita, ha decorata e ornata di og- 
getti rari, preziosi, squisiti, non manca qualche frutto di 
prede fortunate, trofei d'incursioni da conquistatore. Che cosa 
importa? Il complesso è ben suo, prodotto del suo partico- 
lare temperamento, della sua calda immaginazione, impres- 
sovi da per tutto il suggello dell'anima sua. 

Il costruttore e il decoratore di questa reggia è un savio? 
è un pensatore profondo e coerente? è un buon consigliere? — 
Non direi: ma è un poeta, e potrebbe bastare; tanto più che 
la specie dei poeti per diritto divino è alquanto più rara di 
quella dei savi, dei ragionatori e dei buoni consiglieri. 

1908. 



LXIII 

GIOVANNI PASCOLI. 



Leggo alcune delle più celebrate poesie di Giovanni Pa- 
scoli, e ne provo una strana impressione. Mi piacciono? mi 
spiacciono? Sì, no: non so. Non mi smarrisco per questo, e non 
me la prendo né con la insufficienza mia né con quella del 
poeta. So bene che il giudizio dell'arte, benché si fondi sulla 
ingenua impressione, non si esaurisce nelle cosiddette prime 
impressioni, e che Ruggero Bonghi fraintese quando scambiò 
e criticò l'una per le altre la logica della fantasia per la 
illogica del capriccio. E so bene cìie artisti assai energici 
disorientano, alla prima, il lettore: s'impegna come una 
lotta tra l'anima conquistatrice e un'-altra che non vuole 
— eppur vuole, — lasciarsi conquistare: lotta di amori este- 
tici, arieggiante quasi quella dei sessi che corre attraverso 
tutto il mondo animale e che testé il De Gourmont ci ha 
descritta in un suo libro popolare. Dunque, non mi smar- 
risco, mi rimetto all'opera, rileggo e rileggo ancora. Ma, per 
quaiito rilegga, per quanto torni a quella lettura dopo lunghe 
pause, la strana perplessità si rinnova. Odi et amo: come 
mai? Nesc/'o: seti fieri sentio et e.ccrucior. 



72 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Non è poeta grande colai che ha concepito I due cugini? 
I due cugini giocano tra loro, e si amano: quando si vedono 
corrono, anzi volano l'ano verso l'altro, con tale impeto di 
gioiosità infantile abbracciandosi che i loro berretti cascano 
e i capelli biondi mescolano i riccioli. Ma quei giuochi, quegli 
amori sono spezzati: l'ano dei due, il maschietto muore: 

appassì come rosa 
che in boccio appassisce nell'orto. 

E l'altra resta legata a lui: è «la piccola sposa del piccolo 
morto >. La bambina cresce: si cresce rapidamente in quegli 
anni: si fa giovinetta, già quasi donna. Ma l'altro no: si è 
fermato: colà dove l'hanno deposto, non si cresce. Sembra 
che, quando rivede la sua cuginetta, che si svolge e fiorisce 
col misterioso irrefrenabile impulso della vita e del sesso, 
egli le stia innanzi tra meravigliato, smarrito e umiliato: 

col capo non giunge 
al seno tuo nuovo, che ignora. 

Quella l'ama sempre: sempre le par di udir intorno a se 
«la fretta dei taciti piedi». Ma il morto non le sorride: la 
giovinetta fiorente non è più, per lui, la compagna di una 
volta; sente che gli è sfuggita, che non gli appartiene più: 

piangendo l'antica sventura, 
tentenna il suo capo di bimbo. 

Movimenti ed immagini di grande bellezza, certamente. Ma, 
per un altro verso, già nel metro adottato, la terzina di no- 
venari, si avverte qualcosa non saprei se di ballato o di an- 
simante, che stona con la calma sospirosa e dolorosa del 
piccolo idillio triste. La struttura generale è spiacevolmente 
simmetrica: divisa in tre parti, che paiono le tre proposizioni 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 73 

di un sillogismo. Il principio è un ex-abruplo, non libero di 
enfasi o di teatralità : 

S'amavano i bimbi cugini; 

l'immagine, che segue è leziosa: 

pareva l'incontro di loro 
l'incontro di due lucherini. 

L'insistenza è soverchia, e anche di effetti torbidi. E stupen- 
damente detto: 

Tu, piccola spos.a, crescesti; 
man mano intrecciavi i capelli, 
man mano allungavi le vesti. 



■&« 



È il crescere veduto realisticamente, ma soffuso di gentilezza: 
non ci vorrebbe altro. Ma no: il metro continua per suo 
conto : 

Crescevi sott'occhi che negano 

ancora; ed i petali snelli 

cadevano: il fiore già lega: 

fatica di paragoni, che ottenebra e non potenzia l'immagine 
già perfettamente determinata. E il metro continua ancora, 
come un cavallo che, nonostante gli abbiate fatto sentire il 
morso, vi trasporta per un altro tratto di via, che non si 
doveva percorrere: 

Ma l'altro non crebbe. Dal mite 
suo cuore, ora, senza perchè, 
fioriscono le margherite 

e i non ti scordare di me; 

dove quel «senza perchè» mi sembra davvero senza perchè; 
e la fiorita sulla tomba è roba vieta, resa più vieta ancora 



74 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

dalla romanticheria di quei « non ti scordare di me » , che 
cascano mollemente formando la chiusa del paragraferò. Ahi! 
lo specchio tersissimo si è appannato: il capolavoro è rimasto 
a mezzo, 

come rosa 
che in boccio appassisce nell'orto. 

Valentino è un altro bambino. Solo un occhio di poeta 
può scoprire e far valere un'immagine tanto graziosa. È un 
contadinello tutto vestito di nuovo, ma a piedi scalzi: la 
madre, che lo ha visto tremar di freddo durante il gennaio, 
ha messo da parte a soldo a soldo un piccolo gruzzolo ; e il 
gruzzolo è stato sufficiente a comprare il panno della veste 
ma non anche alla spesa delle scarpe: il grande sforzo di 
quella veste lo ha esaurito: 

Costa: che mamma già tutto ci spese, 

quel tintinnante salvadanaio: 
ora esso è vuoto, e cantò più d'un mese, 

per riempirlo, tutto il pollaio. 

Un solo aggettivo ben collocato è atto a suggerire una serie 
d'immagini: quasi si vede la povera donna, che scuote e fa 
« tintinnare » il rozzo salvadanaio di creta, per accertarsi del 
tesoretto che vi ha accumulato con tanto stento: 

e tu, magro contadinello, 
restasti a mezzo, così, con le penne, 
ma nudi i piedi come un uccello... 

La figura si raggentilisce in questo sorriso, fatto d'inteneri- 
mento: il contadinello è magro, diventa leggiero, si associa 
naturalmente all'immagine dell'uccello. Come un uccello, egli 
non prova impaccio ne sente il ridicolo del suo abbiglia- 
mento a mezzo: 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 75 

come l'uccello venuto dal mare, 

che tra il ciliegio salta, e non sa 
ch'oltre il beccare, il cantare, l'amare, 

ci sia qualch'altra felicità. 

Capolavoro? Neppur qui. Io ho riferito versi e strofe sin- 
gole, trascegliendo nel piccolo componimento. Ma, se l'avessi 
letto intéro, ve ne avrei dato forse un concetto assai minore. 
Lascio stare il lungo ricamo che il Pascoli fa sul particolare 
dei piedini nudi. «Piedini nudi», dice tutto; ma il Pascoli, 
invece, non senza bisticcio: 

solo ai piedini provati dal rovo 
porti la pelle dei tuoi piedini... 

E non si contenta: 

porti le scarpe che mamma ti fece, 
che non mutasti mai da quel dì, 
che non costarono un picciolo... 

Insopportabile è, che faccia poi un simile ricamo anche al 
pollaio, che aveva così bene e sobriamente evocato: 

e le galline cantavano: Un cocco/ 
ecco ecco un cocco un cocco per te! 

Il delicato poeta si è messo a rifare il verso ai polli! E si 
resta con quel gridio fastidioso negli orecchi, che pur non 
fa dimenticare del tutto il « tintinnante salvadanaio » . 

Non meno originale, ossia poetico, è il Sogno della ver- 
gine. Anche la donna che non ha avuto figli, la vergine, è 
una madre, madre in potenza: esistono non solo i figli che 
sono nati, ma i « figli non nati », bella immagine che il Pa- 
scoli ha, a quanto credo, creata lui, e che ritorna in molti 



76 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

suoi versi. La vergine dorme, e la madre che è in lei sogna 
in quel sonno: il sangue, che scorre per le sue membra, le 
si trasmuta e addolcisce come in latte: 

Stupisce le placide vene 
quel flutto soave e straniero, 
quel rivolo labile, lene, 

d'ignota sorgente, che sembra 
che inondi di blando mistero 
le pie sigillate sue membra... 

La vaga aspirazione si concreta in un piccolo essere: il sogno 
s'intensifica: accanto, ella sente un alito, un piccolo vagito: 

Un figlio ! che posa sul letto 
suo vergine! e cerca assetato 
le fonti del vergine petto! 

E com'è materno quel sogno! Il bambino non sorride, trion- 
fante di vita: il bambino ha bisogno della difesa di sua 
madre, che tanto più lo sogna e l'ama quanto più le par 
di doverlo difendere : egli « piange il suo tacito pianto » . 
Tacito: è un pianto veduto nel sogno. 

Ma come, d'altro canto, è lungo quel componimento, la 
cui sostanza poetica sta tutta nelle poche immagini ora ricor- 
date! E diviso ia cinque parti: vi si descrive in principio 
la vergine dormente e il lume che vacilla nell'ombra della 
stanza: quasi che tale messa in iscena possa preparare in 
alcun modo la poesia, la quale comincia solo con l' imma- 
gine del sangue che si fa latte. Il Pascoli non se ne sta alla 
espressione delle «pie membra sigillate»: spiega: 

le gracili membra non sanno 

lo schianto, non sanno l'amplesso... 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 77 

e la spiegazione ridondante, in materia così scabrosa, era 
da evitare. Neppure sta pago ad esclamare, all'improvviso 
sorgere del bambino che brancola cercando avidamente il 
seno della madre: 

fiore d'un intimo riso 
dell'anima! 

che è forse già un comento piuttosto eloquente che poetico ; 
ma comenta il comento e dà in argutezze o agudezas: 

o fiore non nato 
da seme, e sbocciato improvviso ! 

Tu fiore non retto da stelo, 
tu, luce non nata da fuoco, 
tu simile a stella del cielo, 

del cielo dell'anima... 

Il bambino è allontanato dal fianco materno e riposto fan- 
tasticamente in una culla. E la culla assume una grande 
importanza, tanto che le si rifa il verso come altra volta al 
pollaio: 

Si dondola dondola dondola 

senza rumore la culla 

nel mezzo al silenzio profondo; 

il che è inopportuno, ma chiaro. E al Pascoli non par chiaro, 
e aggiunge un paragone: 

così come tacita al vento, 
nel tacito lume di luna, 
si dondola un cirro d'argento. 

E vi ha, nel resto del componimento, esortazioni al bimbo 
perchè sorrida un istante; e vi si narra il sorgere dell'alba 
e lo svanire del sogno: narrazione per lo meno altrettanto 
esuberante, quanto prima la descrizione della stanza e della 
lampada da notte. 



78 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Il padre del Pascoli fa assassinato, una sera, sulla via 
campestre, mentre tornava alla sua casa. La mattina di quel 
giorno d'inenarrabile strazio e terrore, l'ultima volta che i 
suoi lo videro vivo, è ricordata in ogni minimo particolare; 
con quel perduto dolore dell'animo che dice: — Potevamo 
non lasciarlo andar via, quel mattino, e sarebbe ancora tra 
noi! — E la memoria scopre, o l'illusione fa immaginare, 
particolari quasi profetici. Il padre stava per salire sulla 
carrozza, circondato dai suoi, dalla moglie, dai figliuoli 
grandi e piccini, usciti sulla strada a salutarlo. Ma, nel- 
l'appressarsi ch'egli fece al suo cavallo: 

la più piccina a lui toccò la mazza. 

Gli prese il bastone, come per tirarlo indietro, e ruppe in 
pianto. Non voleva ch'egli andasse via: non voleva, così, irra- 
gionevolmente, come bimba che era; ed egli dovette ingan- 
narla, per acchetarla: farle credere che rientrava in casa, ed 
uscire da un'altra porta. Quella manina di bimba è indimen- 
ticabile. Si sfiora quasi la genialità propria dell'artista, che 
coglie con un sol tratto un mondo di sentimenti. Ma si sfiora 
soltanto, e si perde daccapo. Che cosa diventa quel tocco 
affettuoso e spaventato di debole manina presaga? 

E un poco presa egli senti, ma poco 
poco la canna, come in un vignuolo, 
come v'avesse cominciato il nodo 
un vilucchino od una passiflora. 

Diventa lo studio di una presa di mano infantile. Al quale 
segrue lo studio della mano: 



■o' 



Si: era presa in una mano molle, 
manina ancora nuova, così nuova 
che tutto ancora non chiudeva a modo. 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 79 

Andiamo innanzi: i bambini attorniano il padre, chiamando 
com'è lor uso: 

Egli poneva il piede sul montante; 
ed in gruppo le tortori tubarono, 
e si sentì: — Papà! Papà! Papà! 

Quell'episodio commovente è accentuato in tal modo, e così 
materialmente, nelle sue minuzie, che ogni commozione sfuma. 
Tanto che io mi distraggo, e mi par d'aver udito altra volta 
un simile vocìo bambinesco, ma in un arte più allegra; sì, 
per l'appunto, in un'opera buffa napoletana, emesso da un 
gruppo di bambini che attornia il papà che li ha condotti a 
una fiera. Solo che i bambini dell'opera buffa cantano bene, 
perchè si tratta di opera buffa; e quelli del Pascoli, nell'an- 
goscioso ricordo, stonano. 

E poi, se altro non fosse, basterebbe anche qui, a tur- 
bare tutta l'ispirazione, il metro adoperato: un metro quasi 
epico, lasse di dieci endecasillabi con assonanze. — Lo stesso 
sbaglio fondamentale è nell'altro episodio della medesima 
tragedia domestica: La cavalla storna, svolto nel metro di 
un'antica romanza. Eppure c'è l'abbozzo, o il nòcciolo, di 
una grande poesia! La madre, rimasta priva del marito vil- 
mente ammazzato da uno sconosciuto, ha sempre fisso il 
pensiero in quel caso d'orrore. Chi, e perchè, gliel'ha uc- 
ciso? Nessuno era presente: ma l'ucciso aveva con sé la sua 
cavalla prediletta, una cavallina storna, che riportò verso 
casa il corpo sanguinante del suo padrone. Quella cavallina 
è sempre là, nella scuderia: ha visto, sa, un miracolo po- 
trebbe farla parlare. E la donna, con quel pensiero in capo 
e con quegli atti quasi da folle che accompagnano il dolore, 
va a notte silente nella scuderia, e si pone accanto alla ca- 
vallina, e le parla e piange e supplica: e vuole aiutarla a 
significare ciò che sa. Pronuncia un nome, il nome che ella 



80 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

sospetta: lo pronuncia solennemente: «alzò nel gran silenzio 
un dito:... disse un nome... ». Ed ecco s'ode subito, alto, un 
nitrito di conferma! — La poesia si trascina non senza fastidio 
con la solita descrizione iniziale, con l'allocuzione verbosa 
della madre, ripartita in quattro parti e pause. Ma l'ansia 
della povera dolente è resa con tratti di grande efficacia. 
Sotto quell'ansia, sotto quell'implorante confidenza, la caval- 
lina si umanizza, diventa una persona di casa, cara tra i suoi 
cari, partecipe della comune sventura: 

la scarna lunga testa era daccanto 
al dolce viso di mia madre in pianto: 

quadro d'infinita commozione. E la donna incalza nella sua 
preghiera, presa dalla brama furiosa di sapere, di veder 
chiaro: 

stava attenta la lun°ra testa fiera... 



D 



Essa l'abbraccia come si fa a un figliuolo nel momento che 
è stato vinto dalla parola affettuosa e sta per confessarsi: 

mia madre l'abbracciò sulla criniera. 

La madre muore anch'essa, e la voce della morta il Pa- 
scoli la risente come di chi chiami il suo nome, il suo nome 
nel diminutivo familiare e dialettale, per parlargli di cose ed 
affetti domestici. Non è difficile intendere che quel diminu- 
tivo familiare e dialettale non può essere ripetuto, nell'alta 
commozione lirica, così come par di sentirlo nella realtà. 
Perchè ciò che deve entrare nella lirica è il valore senti- 
mentale di quell'invocazione, il suo accento intimo e fami- 
liare, che la riproduzione fonica delle sillabe contraffa e non 
rende. Il Pascoli ha un inizio spontaneo, commosso e vivo: 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 81 

C è una voce nella mia vita, 
che avverto nel punto che muore: 

voce stanca, voce smarrita, 
col tremito del batticuore: 

voce d'una accorsa anelante, 
che al povero petto s'afferra 

per dir tante cose e poi tante, 
ma piena ha la bocca di terra. 

È questa veramente l'immagine della madre nel suo gesto 
d'abbandono al petto fidato del figlio, per isfogare ciò che 
le preme sul cuore: della madre, così come riappare attra- 
verso la morte e il cimitero, deturpata dalla morte, bagnata 
di pianto. Ma il Pascoli riattacca: 

tante tante cose che vuole 
ch'io sappia, ricordi, sì... sì... 

Ma di tante e tante parole 
non sento che un soffio... Zvani... ( 1 ). 

E codesta è una profanazione, che non accrescerò col mio 
comento: come l'accresce per suo conto l'autore, che ag- 
giunge altre sei parti, della medesima lunghezza della prima 
che ho trascritta, e tutte sei finiscono con quel nome, con 
quel Zvanì. Il soffio della voce della morta si è volgarizzato 
in un ritornello! Pure, il ritornello, così malamente scelto, 
non soffoca del tutto il suono di quella voce di morta: 

voce stanca, voce smarrita, 
col tremito del batticuore... 

Ai suoi morti è dedicato ancora II giorno del morti, così 
pesantemente sceneggiato e drammatizzato, in cui ciascuno 



( J ) «Giovannino», iu dialetto romagnolo. 
B. Croce, La letteratura della nuova Italia, ìv. 



82 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

dei morti parla a sua volta compiangendo e lodando sé 
stesso. Vi sono accenti commossi: il padre, ammazzato a 
tradimento, dice: 

O tigli, figli! vi vedessi io mai! 
io vorrei dirvi, che in quel solo istante 
per un'intera eternità v'amai. 

Ma, pronunziate appena quelle parole, par che ne resti come 
affascinato, e le volta e rivolta in varia forma: 

In quel minuto avanti che morissi 
portai la mano al capo sanguinante, 
e tutti, o figli miei, vi benedissi. 

Io gettai un grido in quel minuto, e poi, 
mi pianse il cuore: come pianse e pianse, 
e quel grido e quel pianto era per voi. 

Oh le parole mute ed infinite 
che dissi! con qual mai strappo si franse 
la vita viva delle vostre vite... 

affinando, dunque, quel grido perfino in un nuovo bisticcio 
e in un'allitterazione. 

Il ciocco è un'altra delle ispirazioni profonde del Pascoli, 
che pur lascia mal soddisfatti, guardando alla composizione 
e al complesso della poesia. La prima parte è stata biasi- 
mata pei tanti oscuri vocaboli del contado lucchese che l'au- 
tore vi ha introdotti, e che hanno resa necessaria nelle nuove 
edizioni l'aggiunta di un glossarietto. Ma non sarebbe poi 
gran male se fossimo costretti a studiare qualche centinaio 
di vocaboli per giungere all'intendimento di un'opera bella. 
Coraggio, pigri lettori! ben altre fatiche di preparazioni i 
godimenti artistici sogliono richiedere. Senonchè, quella tac- 
cia, come accade, ne nasconde un'altra, che è la vera, con- 
cernente l'eccessiva sollecitudine dell'autore per inezie di 



LXUI. GIOVANNI PASCOLI 83 

costumi e di relative espressioni, inconciliabile col motivo 
fondamentale della poesia, che si svolge nella seconda parte, 
in cui l'anima si eleva nella contemplazione del cielo stel- 
lato. E anche questa seconda parte, che ha tratti assai fe- 
lici, offende per le immagini incongrue e troppo dilatate, e 
per le ripetizioni stucchevoli. Così gli astri, che girano pel 
cielo, suggeriscono al Pascoli un sottile paragone con le zan- 
zare e coi moscerini, che girano intorno a una lanterna accesa, 
penzolante dalla mano di un bambino che ha perduto una 
monetina in una landa immensa e la va cercaudo e sin- 
ghiozza nel buio. Al supremo momento lirico si giunge, 
quando alla mente del contemplatore si affaccia il pensiero 
della morte avvenire delle cose tutte, la fine dell'universo; 
e nel suo cuore sorge una deserta angoscia pel morire non 
già dell'individuo, ma della vita stessa: per l'individuo che 
muore senza che altri faccia splendere accanto a lui, riac- 
cesa, la fiaccola della vita: 

Anima nostra! fanciulletto mesto! 
nostro buono malato fanciulletto, 
che non t'addormi s'altri non è desto ! 

felice, se vicina al bianco letto 
s'indugia la tua madre che conduce 
la tua manina dalla fronte al petto : 

contenta almeno, se per te traluce 
l'uscio da canto, e tu senti il respiro 
uguale della madre tua che cuce... 

Il sentimento di questa inquietezza e di questo quietarsi pue- 
rile è compiutamente espresso. Che si possa continuare an- 
cora, indefinitamente, nell'enumerazione o nella gradazione 
ascendente e discendente di tutti i segni di vita che valgono 
a rasserenare un fanciullo nella sua paura della solitudine e 
a farlo addormentare tranquillo, nessuno dubita; ma la lirica 



84 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

non è enumerazione. Il Pascoli non sembra di questo parere,, 
e prosegue: 

il respiro o il sospiro: anche il sospiro: 
o almeno che tu oda uno in faccende 
per casa, o almeno per le strade a giro; 

o veda almeno un lume che s'accende 
da lungi e senta un suono di campane, 
che lento ascende e che dal cielo pende... 

Si fermerà a quest'ultimo verso, del quale evidentemente,, 
cantandolo, si è compiaciuto? Tacerà contento di quest'ul- 
tima dolcezza che lo sazia? Non ancora: ha ripreso il « so- 
spiro >, e riprende il «lume»: 

Almeno il lume, e l'uggiolìo d'un cane: 
un fioco lume, un debole uggiolìo: 
un lumicino: Sirio: occhio del Cane 

che veglia sopra il limitar di Dio! 

Ora, almeno, ha finito? Neppure; perchè più oltre ripiglia lo 
stesso motivo, rimandolo in quartine. 

Potrei non finire neppur io, e addurre altri esempì, faci- 
lissimi a moltiplicarsi; e da tutti uscirebbe la stessa conclu- 
sione: la perplessità, in cui gettano le poesie del Pascoli, 
che sembrano perpetuamente oscillare tra il capolavoro e il 
pasticcio, senza che le parti belle vincano e facciano dimen- 
ticare le brutte, ma anche senza che le brutte facciano di- 
menticare le belle; dando al lettore e al critico quel tor- 
mento, al quale ho accennato in principio. 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 85 



II. 



Artisti che mescolano più o meno nelle loro opere il bello 
e il brutto, la lirica e la rettorica, l'impeto e lo stento, la 
semplicità e l'affettazione, sono caso assai frequente; e rari 
sono invece coloro la cui opera complessiva si presenta con 
carattere di perfezione e di sceltezza, perchè hanno lavorato 
solo nei momenti di piena interna armonia, o hanno eserci- 
tato tale vigilanza sopra sé stessi da tener celate o da sop- 
primere le cose loro imperfette. I più affidano la cernita al 
tempo galantuomo e alla critica. 

E la critica suggerisce a questo proposito due procedi- 
menti, che più volte i lettori mi hanno visto adoperare in 
queste pagine. Il primo è di tentare una divisione nel tempo, 
e il secondo di tentarla (per così esprimermi) nello spazio. 
Vi sono, infatti, artisti che da una torbida e divagante pro- 
duzione giovanile giungono., nella maturità, al possesso di 
sé medesimi; o che a una produzione geniale fanno seguire 
l'imitazione di sé medesimi, e, volendo validi us inflare sese, 
■come la rana di Fedro, rupto iacent corpore; e, in tali casi, 
è dato distinguere, con limiti cronologici, il loro vario at- 
teggiarsi. Ma ve ne ha altri i quali, durante tutta la lor 
vita, avvicendano gli atteggiamenti diversi, e, p. es., nel 
periodo stesso che cantano commosse poesie d'amore, ne 
compongono altre falsamente eroiche e politiche. Essi posseg- 
gono due strumenti, l'uno sinfono e l'altro asinfono, per dirlo 
nobilmente in greco, o l'uno accordato e l'altro scordato, per 
dirlo umilmente in volgare, e suonano ora sull'uno ora sul- 
l'altro; e, forse, di quello scordato, su cui si travagliano e 
sudano, si vantano assai più che non di quello accordato e 
docile alle loro dita. Per costoro la divisione si deve con- 
durre secondo i motivi d'arte, gli spontanei e gli artificiosi, 
che muovono la loro produzione. 



m; LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Al Pascoli si è cercato di applicare ora l'uno ora l'altro 
procedimento; e, per cominciare dal primo, si è detto, e si 
è scritto anche, che chi voglia avere innanzi a sé il Pascoli 
vero, il Pascoli poeta, deve lasciare in disparte la sua pro- 
duzione degli ultimi anni, e risalire a quella più vecchia, 
ai Poemetti, alle Myricae, quali comparvero in pubblico nel 
modesto volumino del 1892. E poiché, si sa, le opinioni va- 
riano, si è anche manifestato il parere inverso, che il Pa- 
scoli vero non bisogni cercarlo nelle poesie giovanili, ma 
nelle ispirazioni della piena maturità, culminanti nei Poemi 
conviviali e negli Inni. 

Ed io mi provo a seguire l'una e l'altra indicazione; e, 
dapprima, risalgo ai Poemetti e alle Myricae. Rileggo la Se- 
menta, che è tra i più pregiati e pregevoli dei poemetti, 
prima parte di un «poema georgico», come è stato chiamato; 
e mi pare, subito ai primi versi e via procedendo nella let- 
tura, respirare l'aria della campagna, aspirarne gli effluvi, 
vedere il casolare, i campi, le opere domestiche e rurali dei 
contadini, udire i loro discorsi infiorati di proverbi e di sen- 
tenze, sentire dappertutto il profumo agreste delle cose e 
delle anime. Il poemetto s'inizia con un risveglio matti- 
nale in una casa di contadini: una delle fanciulle apre l'im- 
posta, i rumori della vita ricominciano e vi sono orecchi che 
li raccolgono: la cappellaccia manda dal cielo il suo garrito, 
la gallina raspa sul ciglio di un fosso, il cane di guardia 
s'alza, scuote la brina scodinzolando, con uno sbadiglio: si 
odono per la campagna i pennati che squillano sul marrello. 
La fanciulla si accosta al davanzale, monda le piante, coglie 
una spiga d'amorino; e poi, a quel davanzale stesso, co- 
mincia a ravviarsi i capelli, come contadina, alla grande 
aria, in faccia al sole: 

or luce or ombra si sentia sul viso; 
che il sol montando per il cielo a scale, 
appariva e spariva all'improvviso. 



I.XI1I. GIOVANNI PASCOLI 87 

Così è descritta l'intera giornata. Il fruscio stridulo delle 
granate passa e. ripassa per la casa, che ha ormai tutte le 
imposte spalancate: si rigoverna la cucina, dove le stoviglie 
paiono rissare tra loro nel silenzio del mattino. Più tardi, 
si apparecchia il desinare per gli uomini che lavorano nei 
campi: 

sul taglie r pulito 
lo staccio balzellò rumoreggiando. 

Il bianco fiore ella ammucchiò : col dito 
aperse il mucchio e vi gettava il sale 
e tiepid'acqua dal paiolo avito. 

Poi ch'ebbe intriso, rimenò l'uguale 
pasta e poi la partì: staccò dal muro 
il matterello, strinse il grembiale; 

e le spianate assottigliò col duro 
legno, rotondo, a una a una; e presto 
sì le portava al focolare oscuro. 

Via via la madre le ponea nel testo, 
sopra gli accesi tutoli; e su quello 
le rigirava con un lento gesto : 

né cessava il rullìo del matterello. . 

Tutti i gesti, tutti gli oggetti, tutte le collocazioni spaziali, 
sono individuati con nitidezza non facilmente superabile. — 
E si assiste così anche alla cottura degli erbaggi all'olio: 

Ora la madre ne la teglia un muto 
rivolo d'olio infuse, e di vivace 
ag'lio uno spicchio vi tritò minuto. 

Pose la teglia su l'ardente brace, 
col facile olio, e solo intenta ad esso 
un poco d'ora l'esplorò sagace. 

L'olio cantò con murmure sommesso: 
un acre odore vaporò per tutto. 
Fumavano le calde erbe da presso, 



88 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

nel tondo, ch'ella inebriò del flutto 
stridulo, aulente; e poi nel canovaccio 
nitido e grosso avviluppava il tutto. 

E Rosa in tanto sospendea lo staccio, 
poneva i pani sopra un bianco lino, 
stringea le cocche, e v'infilava il braccio. 

Tornò Viola e furono in cammino. 

La scena ci sta innanzi agli occhi come in un quadro: è 
la vera vita campestre. Sì: ma e l'intonazione, cioè il si- 
gnificato estetico, cioè l'anima, di queste descrizioni e del- 
l'intero poemetto? Il Pascoli non compone egloghe più o 
meno allegoriche, come nel medioevo e nel rinascimento; 
non vuol rinfrescare le sensazioni erotiche immergendole 
nella vita della campagna; non si accosta ai contadini per 
curiosarne le goffaggini, come nelle nostre vecchie poesie 
rusticane, dalla Nencia del magnifico Lorenzo giù giù fino 
ai Cecchi da Varlungo degli 'epigoni e tardi imitatori del 
Seicento. Se non m'inganno, il suo precedente ideale è 
piuttosto in quel rifacimento dell'intonazione omerica, che 
già gli studiosi di Omero nella Germania della fine del 
secolo decimottavo tentarono, e che consigliò a Volfango 
Goethe lo Hermann und Dorothea. L'intonazione omerica 
si sente non solo in certi collocamenti di epiteti (il primo 
verso dice: «Allorché Rosa dalle bianche braccia»: leuco- 
lena, dunque, come Hera), e in certe ripetizioni e minu- 
terie, ma in tutto l'andamento. Il metro non è l'esametro, 
ma la terzina, col serrarsi deciso dell'ultimo verso di coda, 
alla fine delle brevi riprese: 

A monte a mare ella guardò: guardato 
ch'ebbe, ella disse (udiva sui marrelli 
a quando a quando battere il pennato): 

aria a scalelli, acqua a pozzatelli. 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 89 

Domani voglio il mio marrello iu mano: 
che chi con l'acqua semina, raccoglie 
poi col paniere; e cuoce fare in vano 

più che non fare Incalciniamo, o moglie. 

L'intonazione omerica, trasportata alla vita umile e alle 
umili cose, ha del gioco letterario, come si può notare finan- 
che nella meravigliosa opericciuola del Goethe. Ma presso 
il Pascoli vi si mescola altresì qualcosa ora di fine e squisito: 

(l'aratro andava, ne l'ombria, pian piano: 
qualche stella vedea l'opera lenta... 

...una campana 
si sentiva sonare dal paese: 
non più che un'ombra pallida e lontana); 

e ora di affettato, come nel racconto che il cacciatore fa 
della fiaba della cinciallegra, soldato di guardia degli uc- 
celli; o nella preghiera dell'Angelus: 

Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave, 
da la sorrisa paroletta alata: 
(disse la voce tremolando grave) 

tu che ne l'aia bianca e soleggiata 
eri e non eri, seme che vi avesse 
sperso il villano da la corba alzata; 

ma poi l'uomo ti vide e ti soppresse, 
t'uccise l'uomo, o piccoletto grano; 
tu facesti la spiga e poi la messe 

e poi la vita... 

o in quest'altro suono di campane: 

Era nel cielo un pallido tinnito: 
Dondola dondola dondola! A nanna 
a nanna a nanna! — Il giorno era finito. 

Ed il fuoco accendeva ogni capanna, 
e i bimbi sazi ricevea la cuna, 
col sussurrare della ninna nanna. 



90 LA LETTERATURA DELLA MOVA ITALIA 

E le campane, A nanna a nanna! l'una; 
l'altra Dondola dondola! tra il volo 
de' pipistrelli per la costa bruna. 

A nanna il bimbo e dondoli il paiuolo ! 

Il poemetto parrebbe legato da un filo sottile, una storia 
d'amore: Rosa ed Enrico il cacciatore s'innamorano. Un 
amore che prova pudore a mostrarsi : appena accennato nel 
pensiero di Kosa, che non può pigliar sonno e, quando si. 
addormenta, sogna: 

Pensava: i licci della tela, il grano 
de la sementa, il cacciatore; e Rosa 
lo ricercava; dove mai? lontano. 

In una reggia. E risognò... Che cosa? 

Similmente, nella seconda parte intitolata l'Accestire, è si- 
gnificato l'amore del giovinotto: 

E la sua strada seguitò pian piano, 
e ripensava dentro sé: che cosa? 
ch'era gennaio... ch'accestiva il grano, 

ch'era già tardi... ch'eri bella, o Rosa! 

E un episodio nel quadro; ma, come si è notato, non è l'afflato 
animatore del tutto. Così anche questo poemetto ci lascia 
perplessi: è nitidissimo alla prima specie, e tuttavia non lo 
comprendiamo bene. Ora ha dell'esercitazione letteraria, ora. 
della lirica tormentata: il tono ora ci sembra quasi scher- 
zoso, esagerato di proposito nelle minuzie come a prova di 
bravura, ora grave e solenne. È di un poeta? è di un vir- 
tuoso? Dqve finisce il poeta? dove comincia il virtuoso? 

Se dalla Sementa risalgo ancor più su, alle prime Myricae, 
trovo, tra l'altro, un intero ciclo di piccoli componimenti di 
dieci versi ciascuno: L'ultima passeggiata, che si può dire la 
prima idea del poemetto ora esaminato. La figura di fanciulla, 
che vi è accennata, «la reginella dalle bianche braccia», 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 91 

è una sorella di Rosa, anzi è Rosa medesima. Sono qua- 
dretti minuscoli: Taratura, la massaia con le sue galline, la 
via ferrata e il telegrafo che percorrono le campagne re- 
cando T impressione della rumorosa vita lontana, le comari 
che ciarlano in capannello, l'osteria campestre sull'ora del 
mezzodì, la partenza delle rondini, l'apparecchio e cottura del 
pane di cruschello, la ragazza che aiuta la madre nelle fac- 
cende domestiche e fa da piccola madre ai minori fratelli 
e tiene le chiavi del cassone della biancheria odorata di la- 
vanda, e vede accumularsi colà dentro il corredo che fa 
presentire prossime le nozze. E sono quadretti perfettamente 
intonati: non v'ha niente di ciò che stride o appare incerto 
nei poemetti. Arano: 

Nel campo dove roggio sul filare 
qualche pampano brilla, e dalle fratte 
sembra la nebbia mattinai fumare, 

arano: a lente grida, uno le lente 
vacche spinge, altri semina: un ribatte 
le porche con sua marra paziente: 

che il passero saputo in cor già gode 
e il tutto spia dai rami irti del moro ; 
e il pettirosso: nelle siepi s'ode 

il suo sottil tintinno come d'oro. 

Le comari in capannello: 

Cigola il lungo e tremulo cancello 
e la via sbarra: ritte allo steccato 
cianciano le comari in capannello: 

parlan d'uno, ch'è un altro scrivo scrivo, 
del vin, che costa un occhio, e ce n'è stato; 
del governo ; di questo mal cattivo ; 

del piccino; del grande ch'è sui venti; 
del maiale, che mangia e non ingrassa — 
Nero avanti a quegli occhi indifferenti 

il traino con fragore di tuon passa. 



92 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Di poesie come queste sono ricche le prime Myricae, e ce 
n'è anche nella serie di quelle altre che ne continuano la 
maniera, aggiunte nelle posteriori edizioni. Un'impressione 
di campagna, mentre soffia il vento freddo e agita un pic- 
colo bucato di bimbo, messo ad asciugare presso un tugurio: 

Come tetra la sizza, che combatte 
gli alberi brulli e fa schioccar le rame 
secche, e sottile fischia tra le fratte! 

Sur una fratta (o forse è un biancor d'ale?) 
un corredino ride in quel marame: 
fascie, bavagli, un piccolo guanciale. 

Ad ogni soffio del rovaio che romba, 
le fascie si disvincolano lente, 
e da un tugurio triste come tomba 

giunge una dolce nenia paziente. 

Una fanciulla cuce il suo abito di sposa; a un tratto leva 
la testa e ride: 

Erano in fiore i lilla e Tuli velie; 

ella cuciva l'abito di sposa; 
né l'aria ancora apria bocci di stelle, 

né s'era chiusa foglia di mimosa: 
quand'ella rise: rise, o rondinelle 

nere, improvvisa: ma con chi? di cosa? 
rise cosi con gli angioli: con quelle 

nuvole d'oro, nuvole di rosa. 

In queste poesiole, nemmeno le onomatopee di voci d'uc- 
celli e di altri suoni e rumori offendono più. Perchè, a mio 
parere, hanno avuto torto i critici quando per quelle ono- 
matopee hanno aperto contro il Pascoli uno speciale pro- 
cesso: le cosiddette onomatopee sono legittime o illegittime 
secondo i casi; e quando il Pascoli le adopera fuori luogo 
(che è, a dir vero, il caso più frequente), l'error suo è una 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 93- 

delle tante forme di quella tendenza all'insistere eccessivo, 
alla minuteria, alla riproduzione materiale, ossia di quel- 
l'affettazione e disposizione asinfonica che è in lui. Ma 
quando, nelle prime Mi/ricae, scrive per la prima volta 
l'ormai famigerato scilp dei passeri e viti videvitt delle ron- 
dini, io non trovo luogo a scandalo, perchè in quel caso il 
Pascoli mantiene un'intonazione bassa e pacata; nota l'im- 
pressione immediata della cosa, e aggiunge un'osservazione 
quasi riflessiva: 

Scilp: i passeri neri sullo spalto 
corrono molleggiando. Il terren sollo 
rade la rondine e vanisce in alto : 

viti, videvitt. Per gli uni il casolare, 
l'aia, il pagliaio con l'aereo stollo; 
ma per l'altra il suo cielo ed il suo mare. 

Questa, se gli olmi ingiallano la frasca, 
cerca i palmizi di Gerusalemme: 
quelli allor che la foglia ultima casca, 

restano ad aspettar le prime gemme. 

E non può scandalizzare il rosignolo, che ripete l'aristofaneo 
xiò tió, toqotó ÀiAi|; o bisogna aver dimenticato che la poe- 
siola del Pascoli, da cui è tolto il particolare tante volte 
citato come esempio di stravaganza, è un apologo scherzoso r 
il rosignolo è allegoria del poeta, le ranocchie del grosso 
pubblico. Comincia, infatti, così: 



Dava moglie la Rana al suo figliuolo. 
Or con la pace vostra, o raganelle, 
il suon lo chiese ad un cantor del brolo. 



In tale apologo, in siffatta intonazione, la cercata remini- 
scenza aristofanea sta perfettamente a posto e conferisce 
grazia. 



D4 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Il risultato medesimo si ha ove si confrontino altri poe- 
metti, quelli di contenuto filosofico e inorale, con le Myrìcae 
di simile contenuto. Il Libro vuol far sentire l'ansiosa e vana 
ricerca del vero, che l'uomo persegue: un libro (l'immagine 
•deve essere stata attinta a un noto luogo -del Wilhelm Mei- 
ster, circa i drammi dello Shakespeare), un libro, aperto sul 
leggìo nell'altana, e le cui pagine sono rimescolate dal vento, 
suggerisce la presenza di un uomo invisibile che frughi e frughi 
e non trovi la parola che cerca. Ma l'impressione solenne, 
che si vorrebbe ottenere, è impedita dalla realtà determinata 
<di quel libro, sul leggìo di quercia roso dal tarlo, di quel 
rumore di fogli voltati a venti a trenta a cento, con mano 
impaziente, «avanti indietro, indietro avanti»; e dalla fred- 
dezza allegorica onde il volume così determinato si trasfigura, 
in fine, nel « libro del mistero » , sfogliato « sotto le stelle » . 
Nei Due fanciulli, malamente si lega alla scenetta dei due 
fanciulli che litigano e si graffiano e che la madre manda 
s, letto, ed essi nel buio si cercano e si rappaciano e dor- 
mono abbracciati, l'ultima parte, che dà l'interpetrazione 
allegorica della scenetta ed esorta gli uomini alla concordia: il 
quadretto idilliaco impiccolisce l'ammonizione solenne, questa 
appesantisce il quadretto. Ma i versi gnomici delle Myrìcae 
sono, nella loro tenuità, incensurabili. Li ravviva, pur nella 
loro tristezza, un lieve sorriso. Il cane: 

Noi, mentre il mondo va per la sua strada, 
noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l'affanno, 
sì, che pur vada, e sì, che lento vada. 

Tal, quando passa il grave carro avanti 
del casolare, che il rozzon normanno 
stampa il suolo con zoccoli sonanti, 

sbuca il can dalla fratta, come il vento; 

10 precorre, l' insegue; uggiola, abbaia. 

11 carro è dilungato lento lento, 

e il cane torna sternutando all'aia. 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 95 

Parrebbe dunque che dicano bene coloro che soltanto nel 
Pascoli delle prime Myricae ritrovano un poeta armonico e 
compiuto. Ma si osservi: che cosa sono quelle poesie? Sono 
pensieri sparsi, schizzi, bozzettini: un albo, che può essere 
di molto pregio, ma che rappresenta, piuttosto che l'opera 
d'arte, gli elementi di essa. Le Myricae sembrano spesso po- 
chi tratti segnati a lapis da un pittore che vada in giro per 
la campagna: 

Lungo la strada vedi sulla siepe 
ridere a «mazzi le vermiglie bacche: 
nei campi arati tornano al presepe 

tarde le vacche. 
Vien per la strada un povero che il lento 
passo tra foglie stridule trascina: 
nei campi intona una fanciulla al vento : 
— Fiore di spina!... 

E lo schizzo ha la sua attrattiva, ed anche la sua compiu- 
tezza: quasi una compiutezza dell'incompiutezza. Sono an- 
ch'io dell'avviso che nelle prime Myricae soltanto il Pascoli 
abbia la calma dell'artista. Ma bisogna essere pienamente 
consapevoli di ciò che così si afferma, e che è, né più né 
meno, questo: che il meglio dell'arte del Pascoli è nella sua 
riduzione a frammenti, nel suo sciogliersi negli elementi co- 
stitutivi. Di frammenti stupendi sono conteste anche le poesie 
che abbiamo ricordate e criticate come deficienti di fusione 
e di armonia: solo che nel contesto artificioso perdono la 
loro naturale virtù. 

E già. nelle prime Myricae l'arte del Pascoli, non appena 
tenta maggiori voli, scopre il suo solito difetto. In alcune 
saffiche, ma specialmente poi nei sonetti, egli è ancora sotto 
il freno e la disciplina del suo grande maestro Carducci, sic- 
ché, tolta la costrizione di quel modello, non ha scritto più 
sonetti. Ha continuato invece le odicine tra l'agreste e l'ora- 



96 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

ziano, tra la campagna e la letteratura, che formarono il 
ciclo Alberi e fiori, al quale alcune nuove sono state aggiunte 
fin nell'ultimo volume di Odi e inni. In qualche altro breve 
componimento, c'è un'ispirazione erotica: come nel Crepu- 
scolo, in cui egli celebra il doppio momento del giorno, l'alba 
e il tramonto, quando la bella si snoda dalle sue braccia 
«e con man vela le ridenti ciglia >•, o l'accoglie nelle brac- 
cia, « e il dolce nido come suol pispiglia». La « reginella 
dalle bianche braccia » non è guardata con occhio indiffe- 
rente, come la Rosa degli anni più tardi. C'è nei versi a lei 
dedicati, in mezzo alle reminiscenze dell'omerica Nausicaa, 
un calor di sentimento, che fa di quelle tre poesiole alcune 
delle migliori pagine delle My riccie. 

Felici i vecchi tuoi; felici ancora 
i tuoi fratelli ; e più, quando a te piaccia, 
chi sua ti porti nella sua dimora, 

o reginella dalle bianche braccia! 

Il poeta si raffigura non senza trepidazione le prossime nozze: 

Quella sera i tuoi vecchi... 

quella notte i tuoi vecchi un dolor pio 

soffocheranno contro le lenzuola. 

Per un momento sogna di esser lui lo sposo felice: 

Al camino, ove scoppia la mortella 
tra la stipa, o ch'io sogno o veglio teco: 
mangio teco radicchio e pimpinella. 

Al soffiar delle raffiche sonanti 
l'aulente fieno sul forcon m'arreco 
e visito i miei dolci ruminanti : 

poi salgo e teco — o vano sogno!... 

Vano sogno: lo scolaro è costretto a tornare al suo latino e 
al suo calepino. 



LXI1I. GIOVANNI PASCOLI 97 

Ma io sento in questa lirica amorosa l'eco dell' Idillio 
maremmano del Carducci, e più ancora della poesia di Se- 
verino Ferrari ; la quale giustamente è stata più volte ricor- 
data negli ultimi anni, a proposito dcd Pascoli ( 4 ). A ogni 



(•) Sul Ferrari, si veda in quest'opera II, 280-9. Lo stato d'animo 
dei due poeti (le prime Myricae e la prima ampia raccolta dei Versi del 
Ferrari furono pubblicate entrambe nel 1892) era, per molti rispetti e 
anche per molte circostanze estrinseche, simile. Gli autori infatti si 
dimostrano scolari del Carducci nella predilezione per le forme della 
poesia trecentesca e popolare, in certe movenze di stile, in quel piglio 
tra artistico e popolaresco, che fece già lodare la poesia carducciana 
come la più « parlata » di tutte le nostre. Erano, inoltre, quasi com- 
paesani, con le medesime fonti materiali d'ispirazione: i paesaggi, i 
costumi, le consuetudini di vita, cui alludono nei loro versi, sono gli 
stessi nel poeta di San Pietro a Capofiume e in quello di San Mauro, 
nel campagnuolo dell'estremo bolognese e in quello della confinante 
estrema Romagna : entrambi sbalzati come insegnanti nelle più lontane 
regioni d'Italia, e portanti nel cuore l'uno il piccolo borgo « dove non 
è che un argine, cinque olmi e quattro case», e l'altro « sempre un 
villaggio, sempre una campagna», il paese dominato dalla «azzurra 
vision di San Marino». E furono, inline, coetanei, condiscepoli ed 
amici, e si scambiavano versi, e l'uno ricordò l'altro nelle proprie 
liriche. Per la comunione d'anime che si forma tra giovani fervidi di 
disegni e di speranze, alcuni atteggiamenti artistici doverono passare 
dall'uno all'altro; ne è detto che il « succubo » fosse sempre il Pascoli, 
quando già uel Mago il Ferrari celebrava l'amico come l'artista «dalla 
lima d'oro», dalle «fresche armonie, dai baldi voli», e simboleggiava 
l'arte di lui nel canto di un lieto coro di « giovani capinere e usignuoli » . 
Accade quindi che, alcune volte, leggendo il Ferrari, par di leggere il 
Pascoli della prima maniera. Così in certe impressioni di campagna: 
«C'è un zufolar sì tremulo che viene Di fondo ai fossi... »; in certe 
visioni di opere agricole: «Anco per poco ondeggerete, o chiome De 
la canapa verde...»; in certi interni di case rustiche e di cucine : «Là 
splendeva co '1 giorno nei decenti Costumi la virtù della massaia...»; 
e finanche nella descrizione della vita degli uccelli, nei pensieri dei 
rosignuoli o negli amori delle capinere: «Come un argenteo timi di 
campanello.. ». D"altra parte, nel Pascoli si risentono accenti del Fer- 
rari: « Cantano a gara intorno a lei stornelli Le fiorenti ragazze occhi- 
li Cuoci:, La letteratura della nuova Italia, ìv. 7 



98 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

modo, il Pascoli non ha più ripreso codesti motivi: anzi, 
dalle posteriori edizioni delle Myricae la lirica « Crepuscolo » 
è stata espunta. Ed altresì ne è stato espunto un sonetto, 
in cui il poeta prendeva atteggiamento e nome di ribelle 
di fronte a un principe; come non ha mai raccolto i versi 
rivoluzionari, pei quali era noto tra i condiscepoli di Bo- 
logna e dei quali conosco alcuni, che credo inediti e che 
cominciano: 

Soffriamo! nei giorni che il popolo langue 
è insulto il sorriso, la gioia è viltà! 
Sol rida chi ha posto le mani nel sangue, 
e il fato che accenna non teme o non sa. 

Prometeo sull'alto dei Caucaso aspetta, 
aspetta un bel giorno che presto verrà; 
un giorno del quale sii l'alba, o Vendetta! 
un giorno il cui sole sii tu, Libertà!... 

Ma da questo Pascoli amoroso e ribelle, da questo Pascoli 
«preistorico», tornando allo «storico», dicevamo, dunque, 
che nelle prime Myricae, e soprattutto nella serie che le seguì, 
giù si vede com'egli si sforzi a una poesia più complessa 
e personale ed intensa, e come dia subito in disarmonie. Il 



pensose... »; « Siedon fanciulle ad arcolai ronzanti... >; Ma la poesia del 
Ferrari, se mostra una cerchia di pensieri e di sentimenti più ristretta 
di quella del Pascoli elee alquanto inferiore per maturità di forma, è 
poi fortemente dominata dal sentimento d'amore, che manca quasi af- 
fatto nell'altro: 

Se corso d'acqua o ben fiorito ramo 
o strepito di venti e di bell'ale 
chieda l'onor del breve madrigale, 

non l'ottiene però se una gioconda 
forma di donna a la romita scena 
non dia '1 senso d'amor ond'ella è piena. 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 99 

buon piovano, che passa pei campi salutando e benedicendo 
tutti, è una figura che ha tocchi esagerati. Benedice 

anche il falco, anche il falchetto 
(nero in mezzo al ciel turchino), 
anche il corvo, anche il becchino, 

poverino, 
che lassù nel cimitero 
raspa raspa il giorno intero. 

L'affettazione è già nel Morticino: 

Andiamoci a mimmi, 

lontano lontano... 

Din don... oh ma dimmi: 

non vedi ch'ho in mano 

il cercine novo, 

le scarpe d'avvio?... 

e nel Rosicchiolo (la madre morta ha accanto un pezzo di 
pane, serbato pel figlio), tutto rotto e ansante di esclama- 
zioni: 

Per te l'ha serbato, soltanto 

per te, povero angiolo; ed eccolo 

o pianto! 

lo vedi? un rosicchiolo secco; 
Moriva sul letto di strame; 

tu, bimbo, dormivi, sicuro. 

Che pianto! che fame! 

Ma c'era un rosicchiolo duro... 

e in altre molte. Già vi sono le inopportune materialità. I 
versi Scalpitio: 

si sente un galoppo lontano 
(è là...?) 

che viene, che corre nel piano 
con tremula rapidità; 



100 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

non sono da riprovare (come è stato fatto) per l'ardimento 
metrico, ma perchè la previsione della Morte che soprag- 
giunge è diventata in essi qualcosa di prosaico, quasi di un 
treno che arrivi; e il verso, lodato per bellissimo: « con tre- 
mula rapidità », è di una precisione sconcordante col sog- 
getto; come sconcordante è il triplice grido ultimo: « la 
Morte! la Morte! la Morte! », che ricorda quello del madri- 
gale di Mascarille: « Au voleurf au voleurf au voleur! au 
voleur! ». 

Lo strafare appare già per molti segni. Alla breve poe- 
siola: Il cuore del cipresso, sono state aggiunte, nella seconda 
edizione, altre due parti per rincupirla e renderla enfatica, 
con raffinati giochetti come: « l'ombra ogni sera prima entra 
nell'ombra», e con interrogativi a più riprese: «E il tuo 
nido? il tuo nido?... ». Finanche l'ottava quasi in tutto bella 
delle prime Myricae: 

Lenta la neve fiocca fiocca fiocca: 
senti: una zana dondola pian piano. 
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca; 
canta una vecchia, il mento sulla mano. 
La vecchia canta: Intorno al tuo lettino 
c'è rose e gigli, tutto un bel giardino. 
Nel bel giardino il bimbo s'addormenta. 
La neve fiocca lenta lenta lenta; — 

è stata esagerata, non potendosi altro, nel titolo. S' intitolava 
semplicemente: Neve, e fu poi intitolata: Orfano', laddove è 
evidente che nessuna ragione artistica costringeva a privar 
dei genitori quel caro piccino, che piange, « il piccol dito 
in bocca ». 

Allorché, dunque, nelle Myricae si prescinda da ciò che 
è eco o incidente passeggero o semplice schizzo e quadretto 
minuscolo, vi si trova in embrione il Pascoli con le sue virtù 
e coi suoi difetti. Le Myricae contengono i motivi da cui si 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 101 

svilupperanno i Canti di Castelvecchio e i poemetti georgici 
e morali; i quali danno poi la mano ai Poemi conviviali e 
agli Inni. 



in. 



È da vedere perciò se non convenga seguire l'altra indi- 
cazione, che ci è stata offerta: che cioè il Pascoli vero sia 
da cercare nella sua poesia ultima e degli anni maturi, nel 
Pascoli « maggiore » contrapposto al « minore », in quello 
delle solenni composizioni in terzine e in endecasillabi sciolti. 
È da vedere se di quei difetti, di cui è libero nelle prime 
Myricae perchè si appaga del piccolo, non sia riuscito poi 
a, liberarsi anche e meglio per altra via, lavorando in grande, 
componendosi un gran corpo. 

E poiché non diletta sfondare porte aperte, lascio da banda 
gì' lìmi, che per comune e quasi concorde giudizio sono 
la parte più debole della sua produzione ultima, e vado difi- 
lato ai Poemi conviviali. Nei quali, a tutta prima, sorprende 
un'aria di compostezza, una facilità ed egualità d'intona- 
zione, onde par di avere innanzi un'altra persona, o tale 
che si è sviluppata così improvvisamente e magnificamente 
che non lascia riconoscere l'antica. Che cosa è mai accaduto? 
Il Pascoli, oltre che poeta, è anche umanista: conforme alla 
tradizione della nativa Romagna (classicheggiante, più forse 
che altra regione d'Italia nel secolo decimonono), e all'indi- 
rizzo della scuola del Carducci. Non è un pensatore, e nem- 
meno propriamente quello che si dice un dotto, perchè la 
sua solida cultura letteraria non è orientata verso la ricerca 
scientifica o storica, ma verso il godimento del gusto e la 
riproduzione della fantasia. Perciò ha qualcosa di antiquato 
rispetto al modo moderno della filologia; e, insieme, qual- 
cosa di raro e di sorprendente. Da scolaro, faceva meravi- 
gliare i condiscepoli che dicevano ch'egli attendesse a met- 



102 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

tere in prosa attica l'autobiografìa del Cellini; e ancora si 
narrano le sue prodezze di versificazione latina e greca. Ha 
presentato più volte poemetti latini alla gara internazionale 
di Amsterdam, e più volte ha riportato il primo premio. Ha 
compilato antologie di poesia latina, e postovi introduzioni 
critiche, nelle quali si trovano brani e pagine descrittivo, 
— gli aedi, Achille morente, l'agone tra Omero ed Esiodo, 
Solone vecchio che vuol imparare un canto di Saffo e mo- 
rire, ecc. — che ricompaiono nei Poemi conviviali (*). Ora, 
in questi poemi egli sposa la sua ispirazione poetica alle 
forme della poesia greca, che sa così abilmente imitare e 
rifare. Come nei poemetti presentati alle gare olandesi parla 
latino, e in latino dà i primi abbozzi o le varianti del 
Ciocco, dei Due fanciulli e di altre sue composizioni ita- 
liane, così nei Poemi conviviali parla greco: greco con pa- 
role italiane, ma con tutte le inflessioni, i'giri, i sottintesi 



(!) Un esempio. « L'aedo viaggia per THellade divina e per le isole. 
Si aggira spesso lungo il molto rumoroso mare per trovare una nave 
bene arredata, che lo tragitti : egli paga i nocchieri con dolci versi, se 
è accolto... Ma, se è respinto, maledice... Così a tutti si rivolge l'aedo, 
che a tutti canta, uomini e dei: entra come nella casa dei re, così nella 
capanna del capraio; chiede con la maestà del sacerdote sì ai pescatori 
che tornano, si ai vasai che accendono la fornace; e canta. Qualche 
volta dorme sotto un pino della campagna: qualche volta, sorpreso 
dalla neve, vede risplendere in una casa ospitale la bella fiammata, 
che orna la casa come i figli l'uomo, le torri le città, i cavalli la pia- 
nura, le navi il mare ». (Epos, p. xxi). Si ascolti ora II cieco di Ohio: 

Io cieco vo lungo l'alterna voce 

del grigio mare; sotto un pino io dorino 

dai pomi avari; se non se talora 

m'annunziò, per luoghi soli, stalle 

di mandriani, un subito latrato; 

o, mentre erravo tra la neve e il vento, 

la vampa da un aperto uscio improvvisa 

nella sua casa mi svelò la donna, 

che fila nel chiaror del focolare. 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 103 

di chi si è a lungo nutrito di poesia greca. Il libro è un 
trionfo della virtù assimilatrice, un capolavoro di cultura 
umanistica. Questo linguaggio greco, adottato dal Pascoli, 
conferisce alla sua nuova opera un aspetto meno agitato e 
dissonante. 

Ma, quando si afferma, com'è stato affermato, che nel 
passare dalla lettura dell' Odissea a quella dei Poemi convi- 
viali non si avverte diversità di sorta, bisogna rispondere di 
star bene attenti a non lasciarsi ingannare dalle apparenze. 
Sotto l'acqua limpida e cheta si muove la corrente turbinosa 
e torbida. Pascoli è Pascoli e non Omero: è, anzi, la sua, 
quanto di più dissimile si possa pensare dalla poesia ome- 
rica: questa così ingenuamente umana, quella così sapiente 
nella sua umanità, così sorpresa e stupita della sua ingenuità 
che sta a guardarla e a riguardarla in viso, e ad ammirarla; 
e non le par vera! 

Si può scegliere a piacere qualsiasi dei suoi poemi, giacche 
a un dipresso si valgono tutti. Ardirlo è nato da due versi 
e mezzo dell'Odissea: Anticlo, nel cavallo di legno, sta per 
rispondere alla voce di Elena che contraffa quella della mo- 
glie di lui, quando Ulisse gii caccia la mano nella gola( 1 ). 
Il Pascoli comincia con l'eseguire variazioni intorno a questo 
motivo. Le due prime parti del poemetto sono quasi ripeti- 
zioni l'una dell'altra: un granellino di poesia è diluito in 
molta acqua: 

E con un urlo rispondeva Anticlo, 
dentro il cavallo, a quell'aerea voce, 
se a lui la bocca non empia col pugno 
Odisseo, pronto... 



(*) "AvtixXo; Sé oé y' 0I05 (t|xeii()ao8ai èrtéeociv 

r}8eXev, àXV 'Obvoaeix; èrti ixdo-raxa XPC *- tie^ev 
vcoXsixécos XQaxeQf|Oi. 

Odisa., iv, 286-8. 



104 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

La voce dilegua chiamando ancora per nome, tinche non 
s'ode più nulla: 

finché all'orecchio degli eroi non giunse 
che il loro corto anelito nel buio; 

così come, all'ora del tramonto, mentre essi se ne stavano 
chiusi nel gran cavallo, udirono lontanare i cori delle ver- 
gini; e poi si fece sera, e nella sera si udì una voce che 
chiamava intorno al cavallo, una voce dolce che aveva la 
più possente attrattiva sui cuori. — E siamo a questo modo 
ricondotti alla situazione del primo verso, che viene chiarita: 

Era la donna amata, era la donna 
lontana, accorsa in quell'ora di morte, 
da molta ombra di monti, onda di mari: 

e tutti già correvano come a rientrare nelle loro case, rispon- 
dendo all'appello; ma si contennero al cenno d'Odisseo. An- 
ticlo no: egli più di tutti, tra le fatiche e le glorie della 
guerra, nutriva in cuore la nostalgia della casa; e aprì la 
bocca a rispondere e strinse con la bocca il pugno di Odisseo. 
Non solo la narrazione è così girata e rigirata (direi che il 
poeta non procede oltre, ma vi si culla dentro): è anche in- 
fiorata di non poche preziosità. Si sarà notato quel « corto 
anelito » degli eroi nel buio, bellissimo di evidenza, ma che 
ci mostra la consueta ipersensibilità del Pascoli per le im- 
pressioni minute e piccine; e si noteranno ancora « la voce... 
che suonava al cuore Come la voce dolce più che niuna, 
Come ad ognuno suona al cuor sol una», e Anticlo che « era 
forte sì, ma per forza, e non avea la gloria loquace a cuore... », 
e simili. L'impressione, che prova Anticlo alla voce che lo 
chiama per nome, è resa con un balenìo d'immagini leg- 
giadre : 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 105 

come udì la voce 
della sua donna, egli sbalzò d'un tratto 
su molta onda di mari, ombra di monti ; 
udì lei nelle stanze alte il telaio 
spinger da sé, scendere l'ardue scale; 
e schiuso il luminoso uscio chiamare 
lui che la bocca aprì... 

Nelle altre parti, il poemetto si svolge allo stesso modo, tra 
fine e prezioso. Anticlo è ferito a morte e prega che venga 
a lui Elena, a rifargli la voce della sua donna. Sentite di 
nuovo la preziosità nell'incesso di Elena: 

E così, mentre già moriva Anticlo, 
veniva a lui con mute orme di sogno 
Helena. Ardeva intorno a lei l'incendio, 
su l'incendio brillava il plenilunio. 
Ella passava tacita e serena, 
come la luna, sopra il fuoco e il sangue. 
Le fiamme, un guizzo, al suo passar, più alto: 
spremeano un rivo più sottil le vene... 

E il finale è « a sorpresa »: il Pascoli ha composto un poemetto 
senz'essere fortemente posseduto da un sentimento determi- 
nato. Anticlo, al vedersi accanto la raggiante beltà di Elena, 
mentre ella schiude la rosea bocca: «No (disse), voglio ri- 
cordar te sola ». È un epigramma sulla bellezza di Elena. 

La cetra d'Achille (il canto dell'ultima notte dell'eroe, a 
cui la morte è sopra) si risolve in una sequela di descrizioni: 
la decorazione soffoca la situazione. Si resta ora col barba- 
glio nell'occhio di particolari troppo minuti: 

sbalzò attento Achille 
su dal suo seggio, e il morto lion rosso 
gli raspò con le curve unghie i garretti...; 



106 LA LETTERATURA DELLA NU OVA ITALIA 

ora con la romba nell'orecchio di versi che suonano quasi 
musica, se anche non creano l'immagine: 

Passava il canto tra la morte e il sogno. 

Similmente, l'Ultimo viaggio: si ricordano squisitezze moltis- 
sime di particolari, come quei vecchi marinai compagni di 
Ulisse che si rimettono al remo al comando del loro vecchio 
duce e cantano: 

cantavano, e il lor canto era fanciullo 
de' tempi andati: non sapean che quello... 

e tanti e tanti altri; ma Ulisse, così nitido nell'Odissea, è 
diventato una figura evanescente. — Nel primo dei Poemi di 
Ate, la descrizione dell'omicida inseguito da Ate è l'amplifi- 
cazione di una sensazione: l'uomo corre tentando invano di 
sfuggire alla vecchia Ate, che gli vien dietro: 

Ma tristo e secco gli venia da tergo 
sempre lo steso calpestio discorde, 
misto a uno scabro anelito... 
... dietro di sé picchierellare il passo 
eterno con la sùbita eco breve. 

Le Memnonidi è una lunga allocuzione lambiccata del- 
l'Aurora ad Achille, che le ha ucciso il figlio e al quale essa 
predice la morte. Comincia con un'antitesi: 

Disse: — Uccidesti il figlio dell'Aurora: 
non rivedrai né la sua madre ancora; 

continua variando artificiosamente di metro, con troppo abile 
progressione; intesse immagini, degne di un poeta decadente 
e non della dea Aurora: 

Io ti vedeva predatore impube 
correre a piedi, immerso nella tua 
anima azzurra come in una nube; 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 107 

e lunghe descrizioni come quella dell'Aurora che desta gli 
uomini alle opere di vita; e finisce con un rifacimento ver- 
boso del dialogo di Achille con Ulisse nell'Ade. Il Sogno di 
Odisseo ci dà l'esempio del ritornello — in versi sciolti: tanto 
le forme metriche non sono qualcosa di superficiale, e non 
si può sperar di coglierne il valore tenendosi alla superficie. 
E di ritornelli chi abbia orecchio fine ne trova in tutte le pa- 
gine di questi poemi, che si perdono spesso in una vaga musi- 
calità verbale : il ritornello, non meno qui che nelle poesie del 
Pascoli rimate, serve (come è stato da altri bene osservato) a 
dare un'unità estrinseca a ciò che altrimenti si disgreghe- 
rebbe perchè privo di vera complessità e di unità intima- 
In Alexandros dovrebbe essere svolto il concetto leopar- 
diano che, conosciuto, il mondo non cresce anzi si scema;, 
ma Alessandro, giunto al confine della terra, non suggerisce 
al poeta se non argutezze di pensieri e fragori d'immagini^ 
con alternativa di estrema determinatezza ed estrema inde- 
terminatezza: 

E così piange, poi che giunse anelo: 
piange dall'occhio nero come morte, 
piange dall'occhio azzurro come cielo; 

che si fa sempre (tale è la sua sorte) 
nell'occhio nero lo sperar, più vano; 
nell'occhio azzurro il desiar, più forte. 

Egli ode belve fremere, lontano, 
egli ode forze incognite, incessanti, 
passargli a fronte nell'immenso piano, 

come trotto di mandre d'elefanti. 

Ma, a questo punto, lo stento e lo sforzo cedono; e il Pascoli, 
con un « intanto », congiuntivo o avverbiale che sia, emette 
la sua nota lirica: 

Intanto nell'Epiro aspra e montana 
filano le sue vergini sorelle 
pel dolce assente la rnilesia lana. 



108 LA LETTERATURA OKLLA NUOVA ITALIA 

A tarda notte, tra le industri ancelle, 
torcono il fuso con le ceree dita, 
e il vento passa e passano le stelle. 

Olympiàs, in un sogno smarrita, 
ascolta il lungo favellio d'un fonte, 
ascolta nella cava ombra infinita 

le grandi querce bisbigliar dal monte. 

Eppure no: anche in queste terzine possono insieme vedersi 
il pennello di un gran pittore e un pennellino più delicato, 
-che si tinge in qualcosa che è simile al belletto. 

Così il difettivo, e pure ricco di fascino, libro dei Poemi 
conviviali ci rida l'ansia che suscitano le opere anteriori del 
Pascoli: anche in esso i particolari sono sentiti, troppo sen- 
titi, troppo accarezzati, e la sintesi è deficiente. I maggiori 
lodatori di questo libro, nel quale, secondo essi, il Pascoli 
avrebbe toccato le cime dell'arte, avvertono tuttavia che 
« forse nessuno dei singoli canti che lo compongono è per- 
fetto ». E l'osservazione è giusta, e la confessione importante. 
Un gran libro dunque, composto di singoli canti imperfetti: 
come mai? Gli è che la bellezza è dei frammenti, e dal libro 
se ne raccolgono tanti e tanti, che sorge l'impressione della 
ricchezza e della grandezza. E con acume è stato raccostato 
questo poema ellenico del Pascoli al poema ellenico del D'An- 
nunzio, alla Laus vitae, libro di un altro poeta frammentario 
per indole, benché diversamente frammentario: di uh sen- 
suale, che non può mai dominare il dramma umano, il quale 
invece dal Pascoli è sentito bensì, ma solo a guizzi e in rapidi 
bagliori. 

Per ragioni di compiutezza, bisognerebbe dare uno sguardo 
a un'altra delle manifestazioni cronologicamente ultime del 
Pascoli: al Pascoli prosatore, che stende ampie prefazioni 
alle sue raccolte, fa discorsi e conferenze, scrive saggi cri- 
tici. La sua prosa è tutta riboccante d'intenzioni sottolineate, 
che si sforzano tanto ansiosamente verso l'effetto da non rag- 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 10$ 

giungerlo. Vi abbondano gl'interrogativi, seguiti subito dalle 
relative risposte, su questo tipo: «Come? Col contentarci»; 
«Tu sarai più lieto, sai perchè? Il perchè è... »; « E questa 
tela che sarà? Quella del pensiero umano...». Il tono è spesso 
di chi parla a bambini : « La prima capanna che uomo co- 
struì, di terra seccata al sole, alla sua donna, gli insegnò 
una coppia di rondini a costruirla. Ciò fu al tempo dei no- 
madi ». Vi s'incontrano le riproduzioni foniche di suoni , 
come nelle poesie: « Quel campaniletto c'è stato tempo in 
cui non lo sentivamo annunziare la festa del domani? Din 
don... din din don din din don... ». « Gli sgriccioli che... 
parlano romagnolo? dicono magne, magne, magne?... ». Vi 
s'incontrano le piccinerie d'immagini, come nei versi. Di- 
scorre della giustizia sociale: « No, non si possono aggiustare 
l'anima e la vita umana, una volta rotte: bisogna non rom- 
perle prima. E bisogna che ciò si sappia e si veda, che ci 
son cose che non si possono riparare. Se non ci fossero i con- 
cini, chi sa? si romperebbero meno stoviglie ». Mettete d'ac- 
cordo il padre ucciso e la giustizia sociale con le stoviglie 
rotte e coi concini! Parla, nientedimeno, di Garibaldi; e, 
rivolgendo il discorso a giovani siciliani, comincia: «Egli 
si è addormentato nella sua isola. Due bambine sue gli fanno 
compagnia. Il mare instancabile si muove azzurreggiando 
intorno a quell'immobilità, e s'alza e s'abbassa, e s'alza an- 
cora e sempre, come per vedere che è. Nulla! Nulla! E il 
mare non cessa mai di parlare intorno a quel silenzio, sciu- 
sciuliando (come dite voi) sulla sabbia, e gemendo tra le 
scogliere... ». Mettete d'accordo il mare di Caprera con lo 
sciusciuliare del dialetto siciliano! — Questa è la prosa del 
Pascoli; la quale di rado diventa semplice e armonica, e 
forse soltanto in alcune delle pagine introduttive alle anto- 
logie dei poeti romani. 

In qualunque modo la si tenti, la divisione critica del- 
l'opera del Pascoli mercè delimitazione cronologica si chia- 



HO LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

risce ineseguibile. Si può ammettere che, in alcuni dei suoi 
volumi ultimi, siano componimenti che mostrano i suoi difetti 
cresciuti a tal grado da rasentare la stravaganza: nei Canti 
di Castelvecchio, un ritornello piglia a rifare onomatopeica- 
mente il vagito del neonato (Ov'è, ov'èf); nei Poemetti ag- 
giunti, è quell'orrida Itaty, col gergo angloitalico degli emi- 
granti reduci dall'America; negli Inni, l'inno Per le batterie 
sicilianeì Ma bisogna dire anche che, se negli ultimi volumi 
crescono i suoi difetti, crescono anche i pregi: il cammino 
percorso dalle piccole Myricae ai Canti di Castelvecchio e 
ai Poemi conviviali è considerevole. Il seme dell'affettazione 
si è svolto in pianta rigogliosa; ma anche la virtù immagi- 
nativa ed espressiva del Pascoli ha avuto il suo rigoglio. 

Proviamo ora se sia applicabile l'altro procedimento cri- 
tico, pel quale la parte schietta viene separata da quella 
artificiosa, nell'opera di un artista, secondo il vario carat- 
tere del contenuto al quale l'artista si è ispirato o ha cercato 
d'ispirarsi. 



IV. 



La concezione che il Pascoli ha della vita è stata consi- 
derata come una forma di romanticismo, e tratta a paragone 
di somiglianze e differenze con le concezioni del Manzoni e 
del Leopardi. Ma romantica essa non è mancando dell'es- 
senza stessa del romanticismo sentimentale, il disquilibrio: 
manzoniana nemmeno, perchè la rassegnazione manzoniana 
ba per suoi rappresentanti fra Cristoforo e Federico Borromeo, 
disposti «a spiegar l'unghia e insanguinar le labbia», a lot- 
tare sempre che si debba. L'ideale del Pascoli invece è an- 
tiromantico, perchè chiaro e determinato; e, d'altra parte, 
esclude la lotta. Perciò, considerando in genere, non può 
definirsi altrimenti che ideale idilliaco. 



LXIH. GIOVANNI PASCOLI 111 

La disposizione idilliaca è appunto questo: il rifuggire dalla 
pienezza della vita, l'aborrire il mare con le sue tempeste e 
tenersi alla terra. Non già, beninteso, ch'essa riesca ad esclu- 
dere del tutto quella lotta dà cui rifugge: se volesse esclu- 
derla del tutto, si muterebbe in un ideale di morte, laddove 
è pur sempre ideale di vita. Ma ideale di una vita nella 
quale la lotta e l'agitazione siano ridotte al minimo, conser- 
vandone solo quel tanto indispensabile al carattere stesso della 
vita: la fatica che fa assaporare la dolcezza del riposo, il 
dolore senza cui non è possibile confortarsi nel superamento 
del male e trepidare nel ricordo; o (come dice il Pascoli stesso, 
con le solite sue immagini alquanto materialotte) « la pas- 
seggiata per la viottola del dolore, che dà un giovanile appe- 
tito di gioia e fa parer buon cibo anche una crosta ammuffita 
e una scodella di legumi » . L'anima idilliaca non è quella asce- 
tica che si astrae dalle cose contingenti ed entra nel chiuso 
agone dove combatte sola con Dio; e non è neppure l'anima 
del gaudente placido, che si restringe egoisticamente in sé 
stesso, a coltivare i suoi piaceri e capricci. Essa ama le cose, 
ama il mondo; ma le piccole cose, un piccolo mondo, mu- 
tevole il meno possibile o il meno rapidamente: non si sot- 
trae ai doveri, ma chiede quelli semplici, ben determinati, 
regolari, privi di grosse burrasche. Perciò anche il sentimento 
idilliaco si mostra congiunto, nel corso delle sue manifesta- 
zioni storiche, con l'aspirazione alla vita rustica dei pastori, 
dei contadini o dei pescatori: a quella vita che, aspra e feroce 
che sia nella sua realtà genuina, appare, per ovvie cause, 
all'immaginazione dell'uomo culto (esperto di ben altri con- 
trasti), ricca di armonia e di pace, d'innocenza e di bontà. 

Se dunque si vuol riattacare il Pascoli a una famiglia di 
spiriti affini, si lascino da parte e Leopardi e Manzoni, e altre 
anime siffatte, energiche e tumultuose e grandiose pur nella 
depressione della tristezza o nella calma della religiosità, e 
si operi il ricongiungimento con la serie dei poeti idillici. 



112 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Il Pascoli ha ragione nel protestare contro coloro che lo hanno 
chiamato arcade; l'arcadia è la rettorica dell'idillio, come il 
sentimentalismo è la rettorica del sentimento, la romanticheria 
dell'amor passionale e del dolore passionale e del dolore uni- 
versale, il patriottardismo del patriottismo; e il suo sentimento 
idilliaco non è rettorico, ma profondo. Minore ragione, per 
altro, egli ha, quando afferma che il suo ideale di vita e ideale 
di forza: « forza ci ho messo, non avendo nel mio essere, 
semplificato dalla sventura, se non forza da metterci». Come 
mai forza, se è un ideale che aborre le forme stesse onde la 
forza si manifesta? Il Pascoli vorrà dire che la sua aspira- 
zione morale è pure una forza, la sua lotta contro la lotta 
è pure una lotta; ma bisogna star bene attenti a non farsi 
illudere da siraiglianze di parole, pigliando un vocabolo me- 
desimo in doppio significato. 

Senonchè la disposizione idilliaca, l'amor della quiete, si 
colora variamente secondo la varia proporzione degli ele- 
menti di gioia e di dolore onde è contesta quella breve cer- 
ehia di vita in cui l'animo si è chiuso e a cui fortemente 
si attacca. Sono infinite gradazioni, che vanno dall'idillio 
gaio di chi, come si suol dire, privo di ambizioni, favorito 
dalla sorte, vive tra i suoi cari, i suoi vecchi, la sua con- 
sorte, i suoi bambini, i suoi fratelli, esercitando un'attività 
sana ed eguale, appena turbata dalla malinconia di qualche 
ricordo e dal timore della futura perdita di alcuna delle cose 
amate; via via fino alla disposizione idilliaca di chi è giunto 
alla calma dopo angosce terribili, e gusta una pace su cui 
stende ancora le sue ombre il dolore. A questo estremo 
della serie sta il Pascoli, la cui concezione della vita è un 
idillio doloroso, o una « georgica tragica » , come è stata argu- 
tamente chiamata. È l'idillio di un animo piagato; è una 
pace di conquista, non di natura. 

La casetta e la famigliuola, che sono le immagini con- 
suete dell'idillio, hanno accanto a sé, nella visione del Pa- 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 113 

scoli, un'altra casa e un'altra famiglia in cui egli vive non 
meno che in quelle in cui trascorre la vita materiale: il ci- 
mitero, e i fantasmi dei suoi morti. Questi morti sono sem- 
pre con lui: tornano sempre a quelle pareti domestiche da 
cui furono crudelmente strappati: toccano e riconoscono le 
loro masserizie, i loro abiti, le tele che tesserono e cucirono, 
i figliuoli che generarono e lasciarono bambini, i fratelli 
coi quali divisero le prime gioie brevi e i primi pungenti 
dolori. Immagini di morti, che si tirano dietro, nell'animo 
del poeta, altre immagini affini: mendichi, vecchi, ciechi, 
bambini deboli e piangenti. È un idillio, irrigato di pianto: 
il tesoretto domestico, sul quale egli vive, è formato dal 
ricordo dei mali e delle angosce sofferte. L'eremita (del 
poemetto così intitolato), nello scendere lungo il fiume della 
morte, grida: 

Signore, fa .ch'io mi ricordi! 

Dio, fa che sogni! Nulla è più soave, 
Dio, che la fine del dolor; ma molto 
duole obliarlo; che gettare è grave 

il fior che solo odora quando è còlto. 

Da questa contemplazione, fatta fine e abito di vita, sorge 
una forma di serenità: l'animo, non più interiormente dila- 
niato, può volgersi al mondo esterno, e guardare e osser- 
vare e comentare, in un modo per altro sempre intonato 
alle sofferte vicende: calmo, sì, ma non gaio: sereno, ma 
non agile e leggiero. 

E sorgono insieme le gioie modeste: l'attitudine a godere 
delle cose piccole, del riposo giornaliero, della mensa, della 
passeggiata, dello studio; a scoprire in esse un sapore, una 
virtù ascosa, che altri, più fortunati o più sfortunati, non 
vi scoprirebbero: come nel fior d'acanto, che le api regali 
disdegnano, le api legnaiole trovano il miele e la contadi- 
nella sugge il nettare ignoto. 

B. Croce, La letteratura della nuova Italia, iv. 8 



114 LA LETTERATURA DKLLA NUOVA ITALIA 

A te né le gemme n'è gli ori 
fornisco, o dolce ospite, è vero; 
ma fo che ti bastino i fiori 
che cògli nel verde sentiero, 
nel muro, sulle umide crepe 
dell'ispida siepe. 

Non reco al tuo desco lo spicchio 
fumante di pingue vitella; 
ma fo che ti piaccia il radicchio, 
non senza la sua selvastrella, 
con l'ovo che a te mattutina 
cantò la gallina. 

Questa disposizione d'animo è stata dal Pascoli, negli 
ultimi tempi, innalzata a una teoria etico-sociologica, che 
egli non si stanca di predicare in tutte le occasioni: tanto 
che, per questo rispetto, stiamo per avere, anche noi italiani, 
il nostro Tolstoi (purtroppo, solo il Tolstoi che filosofeggia!). 
La natura è una madre dolcissima che sa quel che fa, che 
ama i figli suoi, e dal male ricava per essi il bene. La vita 
è bella, o sarebbe, se gli uomini non la guastassero. Ma gli 
uomini avvelenano ogni cosa con la discordia, con l'odio, 
con la guerra, con la cupidigia insaziabile, che è il movente 
riposto e ultimo. Bisogna dunque dichiarar guerra alla guerra; 
non ammettere divisioni fatali, esser di nessun partito, ad- 
detti solamente alla causa dell'umanità: non ridere delle 
parole carità e filantropia, ma accettarle meglio che quelle 
di socialismo, individualismo e simili; il vero socialismo è 
il continuo incremento della pietà nel cuore dell'uomo. Tutte 
le cose buone sono identiche, o s'identificano: il patriottismo 
non sta contro il socialismo, e viceversa: il socialismo de- 
v'essere patriottico, e il patriottismo socialistico. Tutto è 
affar di cuore, di dolcezza, di pietà. Anche la scienza e la 
fede non debbono rissare: la scienza deve tener della fede 
e la fede della scienza. Codesta non già transvalutazione, 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 115 

ina adeguazione o depressione di valori, è suggellata dalla 
virtù del contentarsi : contentarsi del poco, perchè, se il 
molto piace, il poco solo è ciò che appaga. « Uomini, con- 
tentatevi del poco (assai, vuol dire sì abbastanza e sì molto: 
■filosofia della lingua!), e amatevi tra voi nell'ambito della 
famiglia, della nazione e dell'umanità ». — Una filosofia, che 
è già bella e criticata, quando si è mostrato che nasce da 
uno stato d'animo personale; e del resto, il Pascoli stesso, 
praticamente, come uomo, la contradice quando, appena 
qualcuno tocca ciò che gli è caro (la sua arte, o i suoi con- 
vincimenti critici), corre alle difese e alle offese; non esita 
a chiamare « stolti > o « sciocchi » i suoi accusatori (si veda 
la prefazione ai Poemi conviviali)', e, insomma, conserti proci i a 
viene alle mani: di che non lo biasimerò io certamente, 
perchè mi par naturale che ognuno protegga, come può, le 
cose che ama. 

Nasce da uno stato d'animo e ci conferma questo stato 
d'animo, che è quello che abbiamo definito come una va- 
rietà del sentimento idilliaco. Ora, il sentimento idilliaco è 
costante in tutta l'opera letteraria del Pascoli: involuto, e 
qua e là lievemente sorridente, nelle primissime Myricae, 
chiaramente spiegato nelle poesie posteriori. Non fanno ecce- 
zione i Poemi conviviali, il cui contenuto sono la natura, la 
morte, la bontà, la pietà, l'umiltà, la poesia; e la poesia e 
la morte più d'ogni altra cosa: pensieri tristi e delicati, che 
risuonano sulle labbra dei personaggi del mito, della leg- 
genda e della storia ellenica. Per bocca dell'antico Esiodo 
parla sempre il Pascoli: 

E sol com'ora anco è felice 
l'uomo infelice: s'egli dorme o guarda: 
quando guarda e non vede altro che stelle, 
quando ascolta e non ode altro che un canto. 



116 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Il Pascoli effigia so medesimo in Psiche, che solitaria nella 
casa intende l'orecchio al canto di Pan: 

E pur talvolta ei soffia 
dolce così nelle palustre canne, 
che tu l'ascolti, o Psiche, con un pianto 
sì, ma ch'è dolce, perchè fu già pianto 
e perse il triste nel passar dagli occhi 
la prima volta; 

o nell'aedo Femio, che parla ad Ulisse e dice della poesia 
quel che già era stato detto nelle varie allegorie ed apo- 
loghi delle Myricae: 

Un nicchio vile, un lungo 
tortile nicchio, aspro di fuori, azzurro 
di dentro, e puro, non, Eroe, più grande 
del nostro orecchio; e tutto ha dentro il mare, 
con le burrasche e le ritrose calme, 
coi venti acuti e il ciangottio dell'acque. 
Una conchiglia breve, perchè l'oda 
il breve orecchio, ma che tutto l'oda; 
tale è l'aedo. Pure a te non piacque. 

La medesimezza dell'ispirazione nei Poemi conviviali, e nelle 
Myricae e Poemetti, è stata concordemente riconosciuta; e 
in questo senso si è bene affermato che il Pascoli ellenico 
è un elleno-cristiano. 

Diversa opinione è stata manifestata per gli Inni) e si 
è detto che il Pascoli vuol tentar in essi la corda eroica, e 
fallisce. E gli si è dato sulla voce, consigliandolo (per par- 
lare col suo poeta) a meditare silvestrem musavi tenui avena, 
ad attenersi al deductum carmen, al calamos in/lare leves y 
se non voglia stridenti miserimi stipula disperdere carmenì 
Ma gl'inni, nel loro complesso, contengono nient'àltro che 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 117 

la predicazione del solito vangelo pascoliano: si ricordino 
quelli sull'anarchico assassino dell'imperatrice Elisabetta, sul 
negro di Saint-Pierre, sulla uccisione di re Umberto, sul 
Duca degli Abruzzi e la spedizione al Polo, sulle stragi 
civili del maggio 1898. 

E si deve concludere che non vi ha luogo a distinguere, 
nell'opera del Pascoli, filoni diversi di pensieri, correnti di- 
verse di sentimento, e ad assegnare la parte geniale della 
poesia di lui all'una delle correnti, e l'artificiosa all'altra. 
Si deve concludere che anche il secondo dei due procedi- 
menti critici, che abbiamo ricordati, si chiarisce inapplicabile 
al caso suo. 



v. 



E così l'arte del Pascoli par che serbi sempre l'aspetto 
di un problema. La genialità e l'artificio, la spontaneità e 
l'affettazione, la sincerità e la smorfia, appaiono uniti negli 
stessi componimenti, nelle stesse strofe, talvolta in un sin- 
golo verso. Il male attacca la lirica nelle sue radici e nelle 
fibre più intime, nel metro; talché in moltissime poesie del 
Pascoli la mossa metrica è come staccata dall'ispirazione: 
quasi si direbbe che, appena sorto il germe di vita, un micro- 
bio vi si sia precipitato sopra a contaminarlo. L'impressione 
del lettore è quella che io ho notata in principio: l'attrat- 
tiva e la repulsione, il rapimento e il disgusto si avvicen- 
dano. Abbiamo insieme un poeta ingenuo e uno bambinesco; 
un lirico del dolore e un «assassinato di dolore», come 
avrebbe detto Pietro Aretino; un commosso cantore della 
pace e un predicatore alquanto untuoso; un uomo santo e 
un sant'uomo, uno spirito religioso e un prete. Stiamo a 
momenti per gridargli entusiasmati: Quae Ubi, quae tali 
reddam prò Carmine dona?, e donargli la nostr'anima (unico 
dono degno che possa farsi a poeti); ma, nell'istante se- 



118 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

guente, lo slancio del donatore resta sospeso. E il critico è- 
messo in imbarazzo: press'a poco nella situazione di Gar- 
gantua, quando gli nacque il figlio e gli morì la moglie, 
che non sapeva se dovesse ridere o piangere : « Et le doublé 
qui troubloit son entendement estoit assavoir mon s'il devoit 
pleure?' pour le deuil de sa femme, ou rive pour la jote de 
son filz. D'un coste et d'aulire, il avoli argumens sophisti- 
ques qui le suffoquoie?it, car il les falsoit tres bien in modo 
et figura, mais il ne les pouvoit souldre. Et, par ce moyen, 
demeuroit empestrè corame la souris empeigée, ou un milan 
pris au lacet». Ma il critico non vuole escogitare « argumens- 
sopii ist iques »: vuol vederci chiaro, e non gli riesce. 

Non è una consolazione osservare che questa incertezza 
si ritrova nell'opinione generale concernente il Pascoli. Co- 
loro che più ponderatamente hanno scritto dell'opera sua r 
mostrano sempre, in modo espresso o tra le linee, una tal 
quale insoddisfazione: e ora concludono che il Pascoli non 
giunge alla creazione spontanea e geniale, ora riconoscono 
quel che c'è d'imperfetto nelle sue più belle creazioni, ora 
lo considerano piuttosto come precursore che come artista 
compiuto in sé stesso, ora lamentano che nel Pascoli ci sia 
l'imitazione di sé medesimo, il pascolismo. Più volte ho potuto 
osservare che alcuni dei maggiori estimatori e lodatori di lui 
non sanno celare la loro dubbiezza e cercano come di essere 
rassicurati sulla legittimità della loro ammirazione; o alcuni 
dei più risoluti avversari non si sentono, nella manifestazione 
del loro dispregio, in piena buona coscienza. 

Tanta è questa incertezza, che si ode lamentare non es- 
sere stato finora il Pascoli giudicato degnamente perchè la 
critica italiana è inferiore al compito suo; ed altri scusano 
la critica considerando l'arte del Pascoli come un'arte del- 
l'avvenire, che solo in una nuova fase spirituale potrà essere 
compresa a dovere. Sara dunque così? Fallimento della cri- 
tica? o rinvio all'avvenire? 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 119 

Ma, prima di ricorrere a codeste ipotesi da disperati (da 
disperati, perchè non verificabili), bisogna esaminare un'ipo- 
tesi più semplice. La quale è, che ciò che si presenta come 
problema sia una soluzione ; che ciò che sembra una do- 
manda, sia già una risposta; che questa mia censura critica, 
che finora sembra tutto un prologo, sia già una conclusione. 

11 Pascoli è, per l'appunto, quale lo siamo venuti osser- 
vando: uno strano miscuglio di spontaneità e d'artifizio: un 
grande-piccolo poeta, o, se piace meglio, un piccolo-grande 
poeta (così come, in una delle sue poesie, la terra a lui 
apparisce un «piccoletto-grande presepe»!). In lui, anche 
dopo le prime Myricae, sono sorti motivi poetici felicissimi, 
anzi più ricchi forse e più profondi dei suoi primi; ma co- 
desti motivi non vengono padroneggiati e ridotti a unità 
artistica, e non acquistano quell'intonazione armonica, che 
ò la manifestazione dell'unità. Era uno squisito poeta nelle 
prime Myricae, restìo a scrivere e a stampare, tanto che si 
denominava da sé « Belacqua », e, sfiducioso, non cercava la 
fama. Ma la fama l'ha raggiunto, e lo ha eccitato a una 
produzione abbondante e artificiale. Spirito poetico qual egli 
è, non riesce mai a diventare del tutto un retore; ma non 
riesce neppure alla poesia compiuta, e s'indugia in una semi- 
poesia. Perciò anche egli, ora, non vede nessun termine alla 
sua produzione: smarrito il senso della sintesi artistica, di 
ogni commozione fa una lirica, prima che sia diventata ve- 
ramente tale: la sua produzione si è resa facile e meccanica. 
«Quanto più di numero vorrei che fossero! scrive nella pre- 
fazione di Odi e inni, che pure son troppi e troppi). Io sento 
di non avervi ancor detto nulla di ciò che avevo per i vo- 
stri cuori. E temo di andarmene, volgendomi disperatamente 
addietro per dirvi ciò che non dissi, e che è sempre e an- 
cora il tutto. Bisogna affrettarsi, ora. Gli anni non vengono, 
ora: vanno». Perciò, non s'acqueta in nessuna delle sue 
creazioni. Ogni materia diventa per lui inesauribile. Il tra- 



120 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

gico fato del padre gli è fonte perpetua di poesia, appunto 
perche nessuna perfetta poesia ne è nata. Egli sente nell'aria 
il rimprovero per quel suo incessante verseggiare i casi della 
propria famiglia; e si difende: « Io devo (il lettore com- 
prende) io devo fare quel che faccio. Altri uomini, rimasti 
impuniti o ignoti, vollero che un uomo non solo innocente 
ma virtuoso, sublime di lealtà e bontà, e la sua famiglia, 
morisse. E io non voglio. Non voglio che siano morti». E 
non si tratta di questo : i lettori non l'accusano di parlar 
troppo di suo padre, ma di non parlarne abbastanza poeti- 
camente; ed egli forse insiste nel tema, non perchè spinto 
da dovere domestico, ma perchè avverte, sia pure confu- 
samente, che non è giunto ancora a concretare il suo sen- 
timento nelle immagini. Quella tragedia familiare gli sta di- 
nanzi come un grosso blocco di marmo, che non sa come 
lavorare: ne fa con lo scalpello saltare qualche scheggia, 
ma non v'incide una volta per sempre la statua o il gruppo. 
Per la stessa ragione, infine, la sua opera poetica ha l'aria 
di una poesia dell'avvenire: i motivi, che vi sono abboz- 
zati e non perfettamente elaborati, paiono aspettare e pro- 
vocare l'artista, che li ripiglierà. 



vi. 



Come dal suo stato d'animo idilliaco il Pascoli ha tratto 
una filosofia che è la conferma di quel suo stato, così dalla 
sua arte imperfetta ha tratto un'estetica e una critica che 
è il riflesso teorico di essa, e insieme una conferma del- 
l'analisi che si è tentata in queste pagine. Il poeta (egli 
dice ed io compendio), il poeta vero è un fanciullo: è l'anima 
che ama il poco, le piccole cose, la campagna piccola, il 
campicello, l'orto con una fonte e con un po' di selvetta, 
il cavallino, la carrozzina, l'aiolina. E l'ama con la dol- 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 121 

«ezza della pietà: perchè il poeta non solo è il fanciullo, 
ma è anche il poverello dell'umanità, spesso cieco e vecchio. 
Per conseguenza, in quanto poeta, è sempre ispiratore di 
buoni e civili costumi, d'amor patrio e familiare e umano: 
è sempre socialista, perchè è umano: esclude l'impoetico, e 
alla fine si trova che l'impoetico è quello appunto che la 
morale riconosce cattivo e l'estetica dichiara brutto: l'esclude 
non di proposito, non ragionando, ma così istintivamente, 
perchè ne ha paura o schifo. Ciò che esce fuori di questo 
amore pel piccolo, non è poesia. Le armi, le aste bronzee, 
i carri di guerra, i lunghi viaggi, le traversie, sì, perchè 
sono cose che il fanciullo ricerca con avida curiosità, e le 
vagheggia palpitando di gioia. Ma tale non è l'amore, l'eros; 
tale non è tutta la moltitudine irosa delle altre passioni. 
Ciò il Pascoli chiama non più elemento poetico, ma dram- 
matico; non più poesia pura, ma applicata; non più di 
sentimento, ma di fantasia. Con l' introduzione dell'ele- 
mento erotico, l'essenza poetica diminuisce: le figure ome- 
riche sono più poetiche di quelle della tragedia ellenica: Ro- 
lando della Chanson è più poetico dell'Orlando innamorato 
e furioso dei romanzieri italiani. La Comedia dantesca, come 
tutti i grandi poemi, i grandi drammi, i grandi romanzi, è 
poesia applicata: è un gran mare, nel quale di tanto in tanto 
si pesca una perla, un prodotto di poesia pura; com'è, p. es., 
nel Purgatorio, la descrizione dell' « ora che volge il desio ai 
naviganti ». 

Questa estetica è la base della sua critica letteraria. Di 
Omero mette in mostra l'intonazione fanciullesca: «descri- 
veva i particolari l'un dopo l'altro, e non ne tralasciava 
uno, nemmeno, p. es., che le schiappe da bruciare erano 
senza foglie. Che tutto a lui pareva nuovo e bello, ciò che 
aveva visto, e nuovo e bello credeva avesse a parere agli 
uditori. La parola e bello ' e c grande ' ricorreva a ogni mo- 
mento nel suo novellare, e sempre egli incastrava nel discorso 



122 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

una nota a cui riconosceva la cosa. Diceva che le navi erano 
nere, che avevano dipinta la prora, che galleggiavano perchè 
ben bilanciate, che avevano belli attrezzi, bei banchi; che il 
mare era di tanti colori, che si moveva sempre, che era salato, 
che era spumeggiante... ». L'Eneide di Virgilio diventa pel 
Pascoli quasi un duplicato della Georg ica: l'Eneide canta, 
sì, guerra e battaglie; ma « tutto il senso della mirabile 
epopea è in quel cinguettìo mattutino di rondini o passeri, 
che sveglia Evandro nella sua capanna, là dove avevano 
da sorgere i palazzi imperiali di Roma » . Nelle sue introdu- 
zioni 'All'Epos e alla Lyra il Pascoli evoca la Grecia primi- 
tiva coi suoi aedi e mendicanti ricchi di meravigliose storie, 
fanciulli parlanti ad altri fanciulli, o risvegliami nell'uomo 
adulto il fanciullo: evoca il Lazio primitivo, con la sua vita 
agreste piuttosto che guerresca. 

E da notare un'altra dottrina letteraria del Pascoli, che 
si lega alla precedente. Egli afferma che per la poesia vera 
e propria agli italiani 'manca, o sembra mancare, la lingua; 
e che bisogna riproporsi il problema posto e studiato dal 
Manzoni: il problema della lingua. La lingua, che si ado- 
pera, è troppo generica o grigia. « Pensate ai fiori e agli 
uccelli, che sono de' fanciulli la gioia più grande e consueta: 
che nome hanno? S'ha sempre a dire uccelli, sì di quelli che 
fanno toltavi e sì di quelli che fanno crocro? Basta dir fiori o 
fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far 
distinzione tra un greppo coperto di margherite e un altro 
gremito di crochi?». E insegna ai fanciulli il segreto per 
diventar valenti in poesia: «Chiedete sempre il nome di ciò 
che vedete e udite; chiedetelo agli altri, e solo quando gli 
altri non lo sappiano, chiedetelo a voi stessi, e, se non c'è, 
ponetelo voi il nome alla cosa » . Anche questa dottrina è base 
ai suoi giudizi critici. Esamina il Sabato del villaggio del Leo- 
pardi, e trova indeterminato e vago il verso « un mazzolin di 
rose e di viole » ; e avrebbe desiderato maggiore precisione 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 123 

per essere in grado così di stabilire a quale mese dell'anno 
si riferiva il poeta con la sua descrizione: corregge altrove 
il Leopardi, che accenna al canto degli usignoli, notando che 
nella valle di Recanati si odono invece le cingallegre; l'Elogio 
degli uccelli gli suggerisce l'esclamazione: «mai un nome di 
uccelli: tutti uccelli, tutti canterini!». 

Ora è evidente, per quanto riguarda la dottrina estetica, 
che il Pascoli ha equivocato, scambiando e confondendo in 
uno l'ideale fanciullezza, che è propria della poesia la 
quale si libera dagl'interessi contingenti e s'affisa rapita 
nelle cose, — la fanciullezza che è immagine della contem- 
plazione pura, — con la realistica fanciullezza, che si ag- 
gira in un piccolo mondo perchè non conosce e non è in 
grado di dominarne uno più vasto. E l'equivoco lo ha me- 
nato diritto a negare carattere d'arte pura a quasi tutta 
l'arte; a distinguer l'arte dalla fantasia confinandola al sen- 
timento, e a mutilare il sentimento stesso confinandolo a 
quel solo sentimento che non sia erotico o passionale, al 
sentimento idilliaco. 

La sua dottrina sulla lingua ha stretta affinità con quella 
di Edmondo de Amicis e degli altri linguai; vale a dire, si 
riduce in fondo all'eretismo delle piccole cose, agli alberi 
che impediscono la vista della selva. Dice il Leopardi nella 
Vita solitaria : 

Talor m'assido in solitaria parte 
sovra un rialto, al margine d'un lago 
di taciturne piante incoronato. 

E un De Amicis o un Pascoli a domandare ; — Pianti'? ma 
quali piante? di quale specie e sottospecie e famiglia e va- 
rietà? Qui c'è l' indeterminato e l'impreciso! Quasi che Leo- 
pardi dovesse essere, in quel momento, non già un'anima 
assorta nel problema del dolore e del fine dell'universo, ina 
un dilettante di botanica; come prima, nel caso degli uccelli, 



124 LA LKTTBRATURA DELLA NUOVA ITALIA 

non un filosofo pessimista, ma un cacciatore, esperto a rico- 
noscere le voci e le forme degli uccelli, a cui mirerà con 
lo schioppo! 

La critica del Pascoli, infine, è unilaterale ed esagerata. 
Dove egli s'incontra con poeti e con situazioni poetiche che 
rispondono al suo proprio ideale e alla sua angusta teoria, 
li sente e interpreta bene, e vi fa intorno osservazioni assai 
fini. Ma, trovandosi più spesso innanzi a un'arte diversa, è 
costretto o a tacere o a ridurla sofisticando alla sua perso- 
nale visione. Rare sono le eccezioni, dovute allo spontaneo 
irrompere di un più compiuto senso dell'arte. Ma è vera- 
mente l'Eneide quella che egli ci presenta nel giudizio ri- 
ferito di sopra? E, p. es., il passionale episodio di Di- 
done, così importante e significante, come si concilia con la 
veduta georgica dell'essenza del poema? È, veramente, lo 
stile di Omero quello che il Pascoli ci ha descritto, o non 
è di un Omero reso da lui alquanto puerile? Anche i saggi 
di traduzione che il Pascoli ci ha dati dei poemi omerici 
destano i medesimi dubbi. Non istituirò sottili confronti con 
l'originale, convinto come sono che la poesia, rigorosamente 
parlando, non si traduce; o, come è stato detto di recente 
e assai bene da un critico d'arte tedesco, che chi traduce 
con la pretesa di sostituire l'originale, fa come uno che vo- 
lesse dare a un innamorato un'altra donna in cambio di 
quella che egli ama: una donna equivalente o, su per giù, 
simile; ma l'innamorato e innamorato proprio di quella e 
non degli equivalenti. Né contesterò l'utilità grande che avrà 
per la cultura italiana il possedere un Omero messo in ita- 
liano da un profondo grecista e da un espertissimo letterato, 
quale il Pascoli: anzi affretto coi miei voti il compimento 
dell'opera. Ma, considerando quelle traduzioni per sé, come 
opere d'arte che stiano da sé, a me pare che tra l'Omero 
alquanto rimbambinito del Pascoli, e quello un po' enfatico 
e accademico ma pur grandioso di Vincenzo Monti, chi 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 125 

legga per mere ragioni di godimento artistico preferirà sempre 
il secondo: 

Elena dunque venire vedevano verso la torre, 

e l'uno all'altro parlava parole dall'ale d'uccelli: 

— Torto non è che Troiani ed Achei dalle Delle gambiere 

da sì gran tempo per tale una donna sopportino il male... 

Il Monti ha soppresso le ali di uccello e le belle gambiere, 
sentendo che il loro valore si falsifica nella letterale versione 
italiana; ha aggiunto qualche suo tocco: ne è uscito un quadro 
o una statua alla David o alla Canova, ma, a ogni modo, 
una pagina d'arte: 

Come vider venire alla lor volta 

la bellissima donna, i vecchion gravi 

alla torre seduti, con sommessa 

voce tra lor venian dicendo: — In vero 

biasinar né i Teucri né gli Achei si denno 

se per costei sì diuturne e gravi 

sopportano fatiche... 

Il fanciullesco non c'è più; ma c'era veramente in Omero? 
L'omerico neanche c'è più; ma si poteva rendere? e l'ha 
reso poi il Pascoli? — Parla Achille ad Ettore caduto: 

Ettore, tu lo credevi spogliando il mio Patroclo morto, 
d'esser salvo, e di me ch'ero lungi, pensier non ti davi, 
bimbo! ma in parte da lui c'era un molto più forte compagno 
presso le navi cavate, c'ero io dietro ad esso rimasto, 
che i tuoi ginocchi snodai! I cani e gli uccelli da preda 
strascicheranno ora te; lui seppelliranno gli Achei! 

Anche qui mi pare che sia più facile gustare il Monti, che 
traduce nellojstile neoclassico, non senza qualche svolazzo 
accademico: 

Ettore, il giorno che spogliasti il morto 
Patroclo, in salvo ti credesti, e nullo 
terror ti prese del lontano Achille. 



126 LA LKTTERATUKA DELLA NUOVA ITALLA 

Stolto! restava sulle navi al mio 
trafitto amico un vindice, di molto 
più gagliardo di lui : io vi restava, 
io, che qui ti distesi. Or cani e corvi 
te strazieranno turpemente, e quegli 
avrà pomposa dagli Achei la tomba. 

Comunque, la critica del Pascoli, quando non può interpre- 
tare in modo rispondente al suo ideale di vita le opere poe- 
tiche, divaga, come può vedersi nei citati discorsi introduttivi 
alle raccolte dell' Epos e della Lyra, i quali sono i suoi mi- 
gliori lavori critici: serie di note sugli aedi dell'Eliade, sulla 
condizione dei poeti nella primitiva società romana, sulle 
leggende di Roma confrontate con quelle dell'epos ellenico, 
su Enea e Odisseo, su questioni biografiche e cronologiche, 
sulle varie redazioni del testo dell'Eneide, e simili, che non 
stringono dappresso il problema critico. 

Nella sua inesatta idea dell'arte è anche l'origine di quella 
singolare opera critica, che sono i parecchi volumi da lui 
dedicati all'esegesi dantesca. Il Pascoli non sembra ancora 
investito dello spirito della critica moderna, per la quale il 
pensiero poetico e la grandezza di Dante non sono riposti 
nelle allegorie e nei concetti morali. La sua Minerva oscura 
(prendo questo libro come esempio) discute ancora con gra- 
vità e come di problemi di alta importanza, se il sistema 
delle pene e dei premi sia il medesimo nell'Inferno, nel Pur- 
gatorio e nel Paradiso; se delle tre fiere la lonza rappresenti 
l'incontinenza, il leone la violenza, la lupa la frode; se il 
messo del cielo sia Enea; perchè il conte Ugolino stia nel- 
l'Antenora e non nella Caina, e via dicendo: questioni di 
nessuno o di assai scarso significato non solo per l' intelli- 
genza artistica di Dante, ma anche per la conoscenza della 
vita medievale e delle intenzioni e dei sentimenti apparte- 
nenti alla biografia di Dante: inezie, che, di giunta, sono per 
lo più questioni insolubili, per mancanza di dati di fatto suf- 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI 127 

fidenti; onde rendono possibile quel raziocinare all'infinito, 
che piace ai perditempo, e quell'acume a buon mercato, che 
piace ai vanitosi. 

Ed ecco il Pascoli, per le scoperte del genere accennato, 
«raggiante di solitario orgoglio». «Aver visto nel pensiero 
di Dante!... (dice nella prefazione alla Minerva oscura). Io, 
la vera sentenza, io l'ho veduta! Sì: io era giunto al polo 
del mondo dantesco, di quel mondo che tutti i sapienti in- 
dagano come opera di un altro Dio! Io aveva scoperto, in 
certo modo, le leggi di gravità di quest'altra Natura; e 
quest'altra natura, la ragione dell'universo dantesco, stava 
per svelarsi tutta! ». Sembra anche qui Edmondo De Amicis, 
quando, dopo aver veduta e toccata a Granata la cassetta 
delle gioie d'Isabella di Castiglia, si guardava le mani, escla- 
mando come incredulo o trasognato: «Io l'ho toccata, con 
queste mani! ». Ma il Pascoli si ricorda, subito dopo, del 
doveroso sentimento di modestia: scaccia via con piglio ri- 
soluto l'orgoglio, benché, nello scacciarlo, gli accada (disav- 
ventura in cui incappano di solito i modesti) di accentuarlo 
più fortemente: «Cancelliamo quelle superbe parole ! Mi per- 
doni chiunque ne sia rimasto scandalizzato! Oh, se la gloria 
è ombra di vanità... Via dal cuore così perverso fermento! ». 
Il che non impedisce che, qualche anno dopo, egli non sappia 
tenersi dal contare la sua scoperta e la sua gloria ai fan- 
ciulli delle scuole d'Italia: «E io vi dico, o fanciulli, che 
il tempio (la Divina Commedia) è ancora in piedi, e che è 
bello dentro e fuori, e più bello nel suo complesso che nei 
suoi particolari che sono pur bellissimi, e che nel tempio 
e si gode molto, per la grande bellezza, e s' impara molto 
per la ingegnosa verità ; e che vi si può entrare, perchè la 
chiave si e trovata. E se vi soggiungessi che l'ho trovata 
io, mi direste superbo? Quanti trovano, figliuoli miei, una 
chiave, in questo mondo, e non sono detti superbi se dicon 
d'averla trovata e la riportano! E poi, sapete dove l'ho tro- 



128 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

vata? Nella serratura. Era nella toppa, la chiave del gran 
tempio! Era lì, e bastava appressarsi un poco per vederla e 
girarla ed entrare! Ma nessuno s'era, a quanto pare, appres- 
sato assai » {Fior da fiore, prefaz.). E, ancora qualche tempo 
dopo, con rapida mutazione di stile, rivolgendosi ai critici, 
e alludendo ai suoi volumi danteschi, scritti e da scrivere: 
«Essi furono derisi e depressi, oltraggiati e calunniati; ma 
vivranno. Io morrò: quelli no. Così credo, così so: la mia 
tomba non sarà silenziosa. Il genio di nostra gente, Dante,. 
la additerà ai suoi figli ». 

In questi giubili, in questi vanti, in queste stizze, in questa 
virtù che si nasconde ma se cupit ante videri, abbiamo in- 
nanzi, veramente, non il fanciullo divino e poetico, ma il 
fanciullo realistico e prosaico. E neppure nelle poesie del 
Pascoli c'è solo il divino infante. Anche colà, come nella sua 
dottrina estetica e critica, i due esseri, così all'apparenza 
simili, così nel profondo diversi, sono abbracciati e stretti 
in un amplesso indissolubile. Questo amplesso del poeta ut 
puer e del puer ut poeta è forse il simbolo più adeguato 
dell'arte di Giovanni Pascoli. 

1906. 



LXIV 

ANTONIO FOGAZZARO. 



Alla fama del Fogazzaro non hanno concorso ragioni pu- 
ramente letterarie, perchè egli si presenta, oltre che con pa- 
role di artista, con un intero sistema d'idee religiose, meta- 
fisiche, etiche, politiche, estetiche. Cattolico, tiene fermo 
persino all' infallibilità del papa; ma è insieme ossequente 
alla moderna scienza naturale e darvinistica, e pensa che 
la fede non le si opponga, e anzi la compia e le si armo- 
nizzi; e riconosce importanza ai fenomeni della suggestione, 
della telepatia, dello sdoppiamento, della chiaroveggenza, 
dello spiritismo, come segni di futura unione della scienza 
con la fede. «Cavaliere dello spirito», non professa la mo- 
rale che rigidamente contrasta alla sensualità, ma quella, 
più mite, che getta ponti di passaggio; onde fa buon viso 
alla sensualità affinata, idealizzata, quasi preannunzio di 
alta vita spirituale. Politicamente, vagheggia una democrazia 
cristiana, senza predominio di alcuna classe, con una Chiesa 
che ami la patria e uno Stato che rispetti la Chiesa, mossa 
da un afflato di carità che volga le classi agiate a subor- 
dinarsi spontaneamente alle sofferenti. Esteticamente, vuole 
un'arte che s'ispiri alla teoria dell'evoluzione e rappresenti 
i tipi superiori in formazione, e che in questo suo lavorare 

B. Croci?, La letteratura della nuova Italia, iv. 9 



130 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

contro l'elemento umano inferiore, contro il bruto antico, 
faccia tutt'uno con la morale. 

Se noi volessimo scrutare da critici questo sistema 
d'idee, ci converrebbe osservare che il darvinismo, per quel 
tanto che accetta o che inconsapevolmente porta seco di 
filosofico, è dinamismo panteistico e non può conciliarsi con 
l'idea del Dio personale; e che la escogitazione di un Dio, 
che interverrebbe a inserire nel corso dell'evoluzione, per 
virtù di un trapasso infinitesimo, l'anima intellettiva e im- 
mortale (al modo stesso, dice il Fogazzaro, che l'aggiunta di 
una quantità infinitesima basta a fare scattare sul quadrante 
l'ora nuova), non è molto seria. E dovremmo sorridere del- 
l'importanza che egli dà a quella religione dei non religiosi 
e filosofia dei non filosofi, eh' è lo spiritismo e ogni sorta di 
occultismo; perchè è da semplici attendere da una serie di 
curiosità fisiopsichiche la soluzione degli alti problemi della 
coscienza e della realtà. Parimenti la sua etica lascia per- 
plessi, mista com'è di elementi sensuali e patonomici, non 
dominata da un saldo concetto di ciò che è spiritualità, etica 
che odora di blandizie e di alcova. E la sua politica sembra 
antistorica, un neoguelfismo socialistico, che la Chiesa e il 
gesuitismo imperante respingeranno, salvo il caso che non 
si riveli adatto a servire da maschera a intenti di reazione. 
La sua estetica, infine, si aggira nell'equivoco che l'evoluzione 
possa dettare legge all'attività artistica; laddove l'attività arti- 
stica è essa una delle forze che muovono ciò che comune- 
mente si dice l'evoluzione e che è poi, semplicemente, la 
storia... Bastino questi accenni, perchè noi non dobbiamo qui 
criticare le idee del Fogazzaro né indagarne il legame coi 
movimenti sociali e politici degli ultimi decenni, ma sola- 
mente procurar d'intendere la sua arte. 

Al qual fine importa piuttosto notare che le surriferite 
idee, molto o scarso che ne sia il pregio, non stanno nel- 
l'animo dello scrittore come alcunché d'indiscusso e d'in- 



LXIV. ANTONIO FOGAZZARO 131 

discutibile, come uno sfondo o una base; e molto meno come 
cosa che rimanga divisa affatto dall'arte di lui. Vi stanno in 
forma critica e discorsiva; e non si contentano di essere enun- 
ciate in articoli da rivista, discorsi e conferenze, ma inva- 
dono i suoi romanzi e lavori d'arte. Né l'autore si spaventa 
del rischio di questa arte che muove da tesi da svolgere e si 
apparecchia a svolgerle e dimostrarle: egli, anzi, nell'esporre 
la teoria estetica della quale abbiamo toccato, complicando 
tesi con tesi, assumeva di « difendere pubblicamente la dot- 
trina che gli apprendeva la funzione e il fine dell'arte, e giu- 
stificava l'opera sua». Situazione rischiosa, tanto rischiosa che 
la sua arte vi scapita. Lasciamo di cercare se ciò accada 
perchè la fantasia dell'autore non è così robusta da sover- 
chiare le fisime del suo cervello, o perchè queste sono così 
tenaci da rovinare pure una felice tempra artistica. Fatto 
sta, che l'arte del Fogazzaro, tutte le volte che si mette a 
servigio delle sue idee, decade a un'arte inferiore o esteriore 
che si voglia dire. 

Ed è il caso della maggior parte dei suoi libri. Astrattezze, 
arbitri, colori stridenti, freddezza nei punti in cui si do- 
vrebbe raggiungere la più alta commozione, ecco in esso 
i segni della poca schiettezza artistica, che la levigatezza 
estrinseca e l'enfasi indarno s'industriano di celare. Il Da- 
niele Cortis (1885) dovrebbe rappresentare la lotta tra la 
passione e il dovere. Ma chi prende a narrare con intonazione 
seria questa lotta, non può non essere austero, come ben 
sentì Alessandro Manzoni, quando, avendo l'occhio alla pro- 
pria arte, sostenne che non bisogna scrivere d'amore in modo 
da far consentire l'animo di chi legge a questa passione, e 
che di amore nel mondo v'ha quanto basta e non è mestieri 
che altri si dia la briga di coltivarlo di proposito. Il Fogaz- 
zaro che, come critico, non ha inteso la giustezza di siffatta 
osservazione o piuttosto confessione, come artista non ha 
avuto, per questa parte, il tatto delicato di quel grande. Se 



132 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

egli avesse concepito sul serio i motivi ideali della lotta di 
Daniele e di Elena, le tentazioni e peripezie sensuali e pas- 
sionali, che turbano costoro, avrebbero preso altro aspetto, e 
sarebbero apparse tanto più forti quanto maggiore il riserbo 
con cui vi si fosse accennato. Invece, nel romanzo, l'amore 
trionfa; tutta la restante vita psichica dei due eroi rimane 
secondaria o trascurabile. Il Fogazzaro, come artista, sente 
la voluttà, ma non sente il dovere. Daniele è l'uomo perfetto, 
asserito, non rappresentato, perchè la perfezione concettuale 
non si rappresenta: Elena è un'eroina del «sì» pronunciato 
innanzi al sindaco e all'altare; ha sposato, non si comprende 
troppo perchè, un uomo che non ama, e al quale vuol essere, 
ed è, materialmente fedelissima, non per motivi religiosi, ma 
per rispetto alla sua parola, per dignità verso sé medesima. 
Caratteri siffatti, quando scorgono il pericolo, lo fuggono: nel 
Fogazzaro, invece, lo vanno provocando, con acre tormento 
e godimento. I due, odiatori a parola dell'adulterio, ma in- 
tenti a innamorarsi l'un l'altro di amore adultero, non fanno 
che cercarsi, stare accosto, toccarsi, baciucchiarsi, fremere. 
Sono, è vero, due macchinette munite di valvole di sicurezza; 
e la molla del dovere scatta infallibilmente nel momento in 
cui ciò è necessario. Elena (dice l'autore) si abbandona alle 
« dolcezze » , sapendosi forte e sapendo di esser prossima a 
sacrificarsi. E a me (sit venia comparationi) vuol ricordare 
quel gran santo di Eoberto d'Arbrisselle, del quale il Vol- 
taire nel quarto della Pucelle narra che s'era scelto una nuova 
forma di martirio: coricarsi tra due monache nude, stare a 
carezzarle l'intera notte, « et le tout sans pécher». 

Veramente, il poema del dovere si muta, a questo modo, 
nell'aneddoto della nevrosi! E nevrotici e malati ricompaiono 
Daniele ed Elena, sotto le nuove spoglie di Piero Maironi e 
di Jeanne Dessalle, nel Pìccolo mondo moderno (1901). Piero 
Maironi è cattolico e sensualissimo, ha la moglie al manico- 
mio, sente forti i pungoli della brama sessuale, si scotta un 



LXIV. ANTONIO FOGAZZARO 133 

braccio per attutire il desiderio accesogli nelle vene da una 
leggiadra servetta, e finisce coll'abbandonarsi alle fantasie 
dell'amore per Jeanne Dessalle. Jeanne è la degenerazione, 
o il compimento che voglia dirsi, di Eiena: la sua virtù con- 
siste nel percorrere i vari gradi della sensualità, senza mai 
giungere all'ariostesco « fin d'amore », sol perchè ha ripu- 
gnanza della «sensualità estrema», avendola il marito, dal 
quale è separata, disgustata col suo procedere brutale. « I de- 
sideri (di Jeanne) non andavano oltre la presenza continua 
e la tenerezza appassionata di lui, il possesso dell'anima 
sua, la libertà, nei momenti in cui si preferisce il silenzio 
alla parola, di cingergli con le braccia il collo, di posargli 
la fronte sopra una spalla. Oltre quest'abbandono e carezze 
e baci a fior di labbro, e il senso alle spalle del braccio 
diletto, incominciavano le sue ripugnanze ». L'atteggia- 
mento tipico e simbolico di questa donna è così descritto 
dallo stesso autore: «Jeanne porge le labbra, premendo in- 
sieme per prudenza il bottone del campanello elettrico! ». 
Piero, per amor di lei, scuote da sé la fede religiosa e il 
tormentoso ricordo della moglie pazza; ritorna poi alla mo- 
glie e alla fede per una serie d'incidenti e per non si sa 
quale vago terrore, e, morta la moglie, sparisce dal mondo: 
sembra che si faccia frate. E se Jeanne analizza benissimo 
da sé stessa le cause fisiche dei suoi sentimenti, quanto a 
Piero il direttore del manicomio s'accorge, e in un consulto 
dichiara,* che colui è un soggetto predisposto alla follia. Ora, 
come si giustifica l'apparenza di lotta ideale che l'autore vuol 
serbare alla descrizione di codesti casi patologici? quale è il 
significato, il nesso artistico di tutto ciò? perchè tanta solen- 
nità? I dubbi e i contrasti qui rappresentati potrebbero, tutt'al 
più, formare materia di «morale teologica», di casistica da 
confessori intorno al matrimonio e alle relazioni sessuali. 

Come le lotte del dovere restano nel Fogazzaro del tutto 
astratte e senza forma artistica o si tramutano in cosa affatto 



134 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

diversa, così il senso del mistero, altra corda ch'egli tenta, 
manca d'intensità fantastica. Tatti conoscono l'argomento di 
Malombra (1881): la giovane Marina, ritrovando per caso un 
vecchio scritto e alcuni oggetti appartenuti a una donna col- 
pevole e punita, si persuade che quella donna rivive in lei, 
e assume di compierne le vendette contro il discendente dei 
punitori. Ma il Fogazzaro non è giunto a tale immagina- 
zione per commossa fantasia; vi è giunto attraverso le sue 
curiosità pseudoscientifiche di spiritismo e di telepatismo. 
E oscilla perciò, nel suo racconto, tra l'impressione poetica, 
quale avrebbe avuta un Byron o un Poe, e la fredda nar- 
razione di un caso medico. Vorrebbe attenersi alla prima, e 
le analisi, l'osservazione veristica, e spesso comica, di cui è 
riboccante il romanzo, ne lo distolgono; per altro, se l'esal- 
tazione spirituale di Marina fosse concepita come semplice 
caso medico, sparirebbe ogni interesse e significato dal rac- 
conto. Lo stesso difetto organico appare in quella lunga e 
poco concludente narrazione, che s'intitola II mistero del 
poeta (1888). 

Passando all'ispirazione religiosa, certamente Dio è no- 
minato moltissime volte nelle pagine del Fogazzaro, ma è 
davvero nominato invano. Dio è assente; e, quando l'autore 
lo vuol far .discendere dal cielo delle astrazioni, anch'esso 
trapassa in qualcos'altro. Il vecchio bevitore Steinegge, in 
Malombra, si converte alla fede per la sottile suggestione 
esercitata sopra lui dalla figliuola, che lo circonda di cure 
e di moine. La miscredente Elena, in Daniele C.ortis, si di- 
spone a credere per far piacere al suo Daniele, e domanda 
a costui: «Se credo per amor tuo, meriterò che il Signore 
accetti una fede così? ». « Ma sì, ma sì! », la rassicura l'altro. 
Piero Maironi, in Piccolo mondo moderno, comincia a du- 
bitare e a dimenticare la fede quando il turbine avvolge i 
suoi sensi. Questo Dio ha per mezzana (mezzana talvolta 
ribelle) la voluttà. Il Fogazzaro voleva alzarci all'ideale, e 



LXIV. ANTONIO FOGAZZARO 135 

ci piomba invece tra i calcoli e le transazioni del cattolice- 
simo mondano. 

La lotta politica (altro argomento prediletto del Fogazzaro) 
è artisticamente assente, non meno dell'idea religiosa. Che 
cosa fa il lottatore Daniele? Fa un discorso elettorale; mi- 
naccia schiaffi; è eletto deputato, non si sa bene come; alla 
Camera recita un altro paio di discorsi, finché è sorpreso da un 
deliquio; si propone di fondare un giornale. Piero Maironi 
accetta di essere sindaco clericale, ma dà, poco dopo, le 
dimissioni: « Capisco (egli dice) che per l'idea d'una legisla- 
zione sociale cristiana avrei potuto appassionarmi, ma sen- 
tivo in pari tempo che fra i miei compagni di partito e me 
vi erano delle dissonanze profonde, che un'azione comune 
con essi, proprio ex corde, non mi sarebbe stata possibile». 
Erano, anche codeste della politica, velleità di neurastenico. 

La forma critica e discorsiva che hanno le idee del Fo- 
gazzaro è impotente a generare l'opera d'arte, perchè non 
riscaldano abbastanza la sua anima; donde anche la scarsa 
fusione, la cattiva struttura di quasi tutti i suoi romanzi. 
In Malombra la narrazione del caso patologico di Marina è 
aggravata dalla storia di Corrado Siila e dall'altra della coppia 
Steinegge, nonché da cento episodi secondari. Si cerca in- 
vano l'intuizione centrale, che domini tutte le altre. In Da- 
niele Cortls la lotta tra la passione e il dovere nei due pro- 
tagonisti s'intreccia con la rappresentazione della vita politica 
di Daniele e con un episodio affatto superfluo, qual è quello 
della madre di lui, odiosamente rappresentata, senza punto 
carità cristiana, forse (anzi certamente) perché la peccatrice 
non è più nò giovane né bella né elegante. In Piccolo mondo 
moderno si domanda invano quale sia il soggetto: i vacillamenti 
religiosi di Piero? l'amore stravagante tra Piero e Jeanne 
Dessalle? l'amore, avvelenato dal rimorso pel tradimento 
ch'egli usa verso la moglie folle? il fallimento della vit;i po- 
litica di Piero, e il contrasto tra lui e il suo partito? Certo, 



136 LA LETTERATURA DKLLA NUOVA ITALIA 

c'è sempre abilità nel mettere insieme parti politiche, reli- 
giose, morali, erotiche, comiche; ma e l'abilità di chi sappia 
cucinare un intingolo variamente saporoso. 

Se il Fogazzaro stesse tutto nella parte finora da noi 
esposta, il critico della letteratura non avrebbe molto da 
dire intorno a lui. Egli ha un sistema d'idee al quale non 
è artisticamente pari, e dal quale troppe cose nell'esecuzione 
lo distraggono. I motivi della sua fortuna sono nello stato 
di spirito di certe classi sociali, e nel miscuglio di religione 
e di sensualità, ben accetto alle anime fiacche e sognatrici. 
Ma nel Fogazzaro c'è dell'altro; e noi, dopo esserci spac- 
ciati di quella parte di lui che molti ammirano e eh' è ma- 
terialmente la maggiore e per qualità la peggiore della sua 
opera, possiamo ormai indicare quell'altra, che lo fa artista: 
non grandissimo, ma artista. Nonostante le sue tesi e i suoi 
pasticci idealistico-sensuali, il Fogazzaro ha scritto la sua 
bella pagina nella storia della nostra letteratura. Come altri 
mette le restrizioni e le osservazioni negative in fondo, noi 
abbiamo voluto questa volta metterle tutte in principio, pro- 
cedendo per eliminazione. 

Anche nei romanzi finora ricordati si ritrovano le sparse 
membra di un poeta. Il Fogazzaro ha molta ricchezza di 
vita intima e sa sorprendere i contrasti e le sfumature del 
sentimento. Abbiamo visto come si abbandoni volentieri alla 
descrizione delle complicazioni quasi patologiche. Ed ha vivo 
l'amore e la simpatia per la natura, e specialmente pel paese 
della Valsolda, per quel lago e quei monti, tra i quali tra- 
scorse la sua fanciullezza. Tutto ciò si vede non solo in 
Malombra e negli altri romanzi, ma anche nei suoi tentativi 
in verso, tra i quali Miranda (1874) e le poesie varie (1870, 
1886). Nei versi, di rado padroneggia la forma: si avverte in 
lui lo sforzo di rendere qualcosa che gli sfugge; e uno sforzo 
persistente e che non è volgare, sebbene non giunga al segno. 
Accanto a questa delicatezza di sentimento, eh' è sua dote 



LX1V. ANTONIO FOGAZZARO 137 

reale, egli ha anche una vena comica, non profonda ma 
facile; ed è irresistibile in lui il bisogno di dare sfogo a 
questo spirito di osservazione comica: in tutti i suoi romanzi, 
che ne abbia o no l'opportunità, fa sfilare le sue parti buffe che 
si esprimono in dialetto o in semidialetto: si vedano, in Ma- 
lombra, la contessa Fosca col suo séguito, in Daniele Cortis 
il conte Lao e il senatore Clenezzi, nel Piccolo mondo mo- 
derno gli assessori e consiglieri comunali e il commendatore, 
e tante e tante altre figurine. Perfino nel Mistero del poeta, 
le scene del quale si svolgono per buona parte in Germania, 
la parte più attraente è la descrizione dell'aspetto e della vita 
di alcune piccole città tedesche e della gente bonaria che vi 
s'incontra. 

Questa tenerezza e delicatezza di sentimenti, questa pe- 
netrazione psicologica, questo spirito d' osservazione della 
vita quotidiana nei suoi lati comici ed umoristici, tutti gli 
elementi di un'anima artistica, sparsamente disseminati, e 
talvolta stridenti, nelle opere precedenti, si congiungono, si 
rassettano, trovano il loro posto nel Piccolo mondo antico 
(1896), eh' è senza dubbio il miglior libro del Fogazzaro, 
quello in cui egli ha indovinato se stesso e che solo dà com- 
pleta la misura del suo ingegno. L'argomento è anche qui 
una lotta d'anime. È il contrasto intimo tra due sposi, Luisa 
e Franco: la donna, di alta forza morale e con alto senti- 
mento di giustizia, ma priva di fede religiosa: l'uomo, religioso, 
ma sognatore, impressionabile, piuttosto fiacco. Contrasto 
che, tra quei due perseguitati dalla sfortuna e dall'iniquità, 
si fa sempre più evidente, pur serbando il carattere elevato 
che non può non avere in due anime di tempra nobilissima. 
Essi soffrono della stessa loro finezza e squisitezza di spirito. 
Intorno a questa lotta altre minori si combattono, e lo sfondo 
è dato dai costumi, dai personaggi, dai sentimenti del Lom- 
bardo-Veneto, negli ultimi anni della dominazione austriaca, 
nella preparazione ideila guerra d'indipendenza, spirando aura 



138 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

di libertà e d'italianità dal Piemonte. Si sente che nell'au- 
tore hanno lavorato le prime impressioni e i ricordi della 
fanciullezza e dell'adolescenza, rischiarati dall'esperienza che 
solo l'età matura apporta dei segreti delle anime e dei tra- 
vagli interiori, religiosi e morali. Tutte le figure secondarie 
sono disegnate con finezza: zio Piero, la signora Teresa, 
Pasotti, la signora Barborin, il signor Giacomo Puttini, il 
prof. Gilardoni, vari tipi rustici di preti, la deliziosa piccola 
Maria, « Ombretta Pipì », figliuola di Franco e di Luisa. Noi 
riconosciamo subito ciascuno di essi dai suoi movimenti, dal 
suo intercalare, quasi dalle sue inflessioni. La mescolanza di 
alto e di umile, di tenero e di comico, è qui del tutto riu- 
scita: anche il dialetto non infastidisce e stona, come negli 
altri romanzi più passionalmente intonati e pretensiosi, ma 
si presenta affatto naturale. È il linguaggio della vita calma 
e sonnolenta di quella generazione, di quella gente campa- 
gnola, che passava buona parte del suo tempo a giocare a 
tarocchi e a pescare con l'amo. 

La piccola Maria muore, affogata nel lago. A questo av- 
venimento la madre, Luisa, la forte, perde ogni vigore di 
carattere, si smarrisce, resta inchiodata in un'idea, quasi de- 
mente; ma Franco spiega una forza prima non sospettata II 
Fogazzaro ci ha istruiti, in una sua lettera a un amico, del- 
l' intenzione da lui messa nel racconto. «Feci (egli scrive) di 
Luisa una natura nobilissima e veramente superiore, 
sì; ma fin dalla prima parte appare in lei il lato inferiore, 
il lato debole, e lo feci apparire a disegno. A proposito del 
testamento e in tutte le sue relazioni colla vecchia marchesa 
Luisa manca, rispetto a suo marito, di carità. È un vizio 
della sua natura, ed è anche un effetto della sua fredda, 
scarsa, superficiale religione. Ella sente la giustizia, ma non 
sente la carità, e questo è il germe, storicamente e psi- 
cologicamente, della sua rovina spirituale futura. Franco 
è invece inferiore a lei nella volontà, nell'azione. Molti sono 



LXIV. ANTONIO FOGAZZARO 139 

i credenti che somigliano a Franco... È la vera essenza del 
cristianesimo ciò che opera in lui, più tardi, è l'amore, è 
la croce, ciò che vi ha di più vitale nella religione... L'op- 
posizione di Luisa a Franco non è legittima se non in quanto 
riguarda il difetto di opere. Franco a suo tempo riconosce 
questo difetto di opere e si emenda » . Ma, grazie al cielo, 
di tutte queste teologiche intenzioni nulla, o quasi, è passato 
nel romanzo; e nel corso di esso l'autore non parteggia né per 
Franco né per Luisa. La decadenza intellettuale e fisica di co- 
stei si spiega, nel romanzo, in modo affatto naturale per lo 
strazio della perdita della figlioletta: il nuovo vigore di 
Franco gli viene dall'essere stato trascinato e sollevato dalla 
foga patriottica di quel periodo. Il Fogazzaro ha escogitato 
la « moralizzazione » a cose fatte, e perciò non è riuscito a 
guastare il suo libro. Nel quale, per una volta almeno, la 
realtà s'è impadronita interamente del suo spirito e ha ravvi- 
vato e coordinato le sue migliori forze artistiche. 

Io non so se sia stato notato che la materia di questo 
romanzo ha stretta affinità con quella dei Promessi sposi. 
È il medesimo contrasto dello spirito di giustizia e di ribel- 
lione con lo spirito di perdono. Il don Rodrigo del romanzo 
è la vecchia marchesa Maironi, come i conti Attili e gli Az- 
zeccagarbugli sono i personaggi che prestano il loro braccio 
alla marchesa. E c'è padre Cristoforo: solo che il suo fiero 
spirito di giustizia è migrato nel corpo di una donna, di Luisa, 
e il suo spirito di perdono si è ammorbidito, è diventato più 
cavalleresco ma meno morale, passando nel corpo di don 
Franco Maironi. Come nei Promessi sposi la peste, così qui 
la disgrazia nel lago viene a mutare le situazioni e gli animi: 
la peccatrice marchesa ha persino un quissimile del sogno 
di don Rodrigo. E come nei Promessi sposi, l'intonazione è 
famigliare, e rende non duro e discordante il passaggio per 
tutte le gradazioni della realtà, dalla sublimità e dal pianto 
al comico e al sorriso. Ma questo libro del Fogazzaro, se 



140 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

ripiglia le situazioni e continua genialmente l'indirizzo arti- 
stico di quel romanzo, è assai diverso nel sentimento che tutto 
lo compenetra. È di un Manzoni che si è fuso, direi, col 
Tommaseo, con quel Tommaseo che suscitava ripugnanza o 
scandalo nello scrupoloso e ritroso lombardo; e del Tommaseo 
stesso ha lasciato cadere il tormentoso senso del peccato e 
il vigore etico; e, con tutto ciò, è cosa assai originale e 
poetica. 

1903. 






LXV 
ADOLFO DE BOSIS. 



Tra il 1895 e il 1900 si ebbe in Italia una manifestazione 
di estetismo, ch'era, a dir vero, priva di ogni seria giu- 
stificazione così nel campo della letteratura come in quello 
del pensiero. Non s'indirizzava a ridestare il culto della forma, 
come giù la reazione del Carducci e degli «amici pedanti» 
contro le scorrettezze e la faciloneria dell'ultimo romantici- 
smo italiano: il Carducci aveva per questa parte efficacemente 
adempiuto il compito suo e non giovava ricominciare. Non 
sorgeva da bisogno che si sentisse di rivendicare il valore 
dell'arte contro le minacce dell'arido positivismo: il positi- 
vismo, in un paese così artistico come l'Italia, non aveva 
mai minacciato l'arte. Considerato nella sua generalità, quel 
battagliare fu, più che altro, un agitamento di spiriti oziosi, 
che cercavano di darsi uno scopo o una parvenza di scopo ; 
d' illudersi di aver qualcosa da amare, da difendere, da pro- 
muovere; e, soprattutto, si procacciavano l'interna compia- 
cenza di sentirsi (e quella esterna di essere creduti) uomini 
privilegiati e sacerdoti di un'alta religione. Operavano in 
siffatta irrequietezza, che voleva sembrar fervore d'animo, 
esempì stranieri: specialmente il pensiero del Ruskin, noto 
attraverso traduzioni e riassunti francesi, e il non meno 
esotico travestimento, che letterati stranieri avevano fatto 



142 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

della Rinascenza italiana come di un'età nella quale si ce- 
lebrasse, tra sangue e voluttà, il culto della pura Bellezza. 
Per l'indeterminatezza delle idee e per la torbidezza dei sen- 
timenti che agitavano quegli estetizzanti, non è maraviglia 
che la promulgazione della pura Bellezza fosse affermata 
insieme come un rinnovaménto eroico d'Italia, anzi dei po- 
poli latini, senza saper dire poi per quale via, con quali mezzi, 
con quali fatti concreti ciò dovesse procedere. Furono quelli 
gli anni in cui Gabriele d'Annunzio, da poeta schiettamente 
sensuale quale si era dapprima manifestato, e quale doveva 
tornare nella breve fioritura del libro di Alcione, si atteggiò a 
vate sociale e nazionale, fraintese il Nietzsche, intrattenne il 
buon pubblico d'Italia circa la fantastica fondazione del « Tea- 
tro di Albano », scrisse le Vergini delle Rocce e II fuoco e la 
Canzone di Garibaldi e le Odi civili, e fu eletto deputato al 
Parlamento, chiamandosi o chiamato dai suoi amici, non si 
seppe mai bene perchè, «il deputato della Bellezza ». Anche 
allora il De Vogué parlò, nella Revue des deux mondes, di una 
«renaissance latine »; la grande attrice Eleonora Duse stilizzò 
per poco la sua arte passionale e prese a favellare da estetiz- 
zante; si scoperse la virtù delle città (non delle civitates, 
ma delle «pietre» delle città) italiane; e si promosse quel 
modo d'interpretazione degli artisti e delle opere d'arte pel 
quale gli uni e le altre persero la loro divina e umana sem- 
plicità per cangiarsi in istranissimi Leviatani, in candide 
montagne nevose, in larghi fiumi profondi, in uragani e ter- 
remoti: simbolo di tutti Leonardo, cui sembrava che nes- 
suno potesse più appressarsi senza un brivido di sacro ter- 
rore e persuaso di non poterlo guardare con occhio fermo. 
Tutte cose passate o quasi (salvo qualche rimasuglio spora- 
dico della malattia, e salvo il turbamento che ancora si nota, 
per effetto di essa, nelle intelligenze di coloro che allora si 
educarono); e, curioso a dire, il solo risultato pratico osser- 
vabile che nel loro passare produssero, e che può lodarsi, 



LXV. ADOLFO DB BOSIS 143 

fu di avere aiutato, a furia di parlare della Bellezza, un certo 
interessamento del giornalismo e della moda per i monumenti 
e le opere d'arte italiane; talché ora è assai diminuita (an- 
che per opera legislativa e amministrativa dello Stato) la 
incuria di una volta, che lasciava deperire o facilmente 
esulare d'Italia le testimonianze del nostro passato civile e 
artistico. 

La manifestazione collettiva più solenne dell'estetismo di 
allora fu il Convito, una rivista, o meglio, una serie di dodici 
fascicoli, che cominciò a venir fuori nel gennaio del 1895, 
in veste tipografica splendidissima, in magnifica carta a mano 
appositamente fabbricata, con caratteri di elegante disegno, 
con incisioni ed eliotipie nel testo e fuori testo, e che era 
diretta da Adolfo de Bosis, amico del D'Annunzio e degli 
altri più cospicui rappresentanti o fautori o simpatizzanti del 
nuovo estetismo. Se rileggiamo il proemio a questa raccolta, 
vi troveremo, espresse in prosa eloquente e fiorita, tutte le 
tendenze artistiche e morali, che abbiamo sommariamente 
delineate di sopra. E, in primo luogo, la protesta che gli 
artisti, scrittori e pittori accomunati in quell'impresa non 
intendevano appagarsi di un'efficacia puramente letteraria 
ed artistica: 

Essi non vogliono apparire asceti solitari che inalzino un 
loro altare alla Bellezza eterna per officiarvi nella liturgia di Pla- 
tone, e neppur neofiti occulti che si adunino intorno a una mensa 
mistica per cibarsi di pane azzimo e per bere nell'unica tazza 
l'acqua del fonte suggellato. La loro ambizione è assai più virile. 
Molto lievito è nel loro pane cotidiano, per fortuna, e la loro 
tazza richiede vino mero della più ardente vigna italica. 

Vi si accusava di decadenza e di barbarie la recente 
vita italiana: 

Sembra in verità che ricorrano per l'Italia i tempi oscuri in 
cui vennero da contrade remotissime i Barbari a travagliare un 
suolo che pure era cresciuto con la polvere degli estranei, e nella 



144 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

corsa ruinosa abbatterono tutti i simulacri della Bellezza e can- 
cellarono tutti i vestigi del Pensiero. Ma la presente barbarie è, 
secondo noi, peggiore o almeno più vile; perchè non ha neppure 
come l'antica, le grandiosità delle violenze cieche e irresistibili. 
Essa consegue i medesimi effetti poiché abbatte e cancella, ma 
non come un tonante e lampeggiante uragano, sì bene come un 
tardo fiume fangoso in cui si scarichino mille canali putridi. E 
per colmo di onta questo fiume ha in Roma la sua sorgente 
massima: in questa terza Roma che doveva rappresentare in faccia 
al mondo « l'Amore indomato del sangue latino alla terra latina » 
e raggiare dalle sue sommità la luce meravigliosa di un Ideale 
novissimo. 

Si ricordavano le deluse speranze del venticinquennio 
seguito all'unione di Roma all'Italia: 

Quante floride giovinezze si sterilirono! Quanti occhi puri si 
ammalarono e non poterono più sostenere la vista del sole ! Quante 
volontà virili caddero ai piedi d'uomini divenuti inerti per sempre 
come le mani tronche che Erodoto vide ai piedi dei colossi di Sai! 

Senonchè, la speranza e la fiducia non erano al tutto e 
dappertutto spente: 

Ebbene, c'è ancora qualcuno che in mezzo a tanta miseria 
e tanta abiezione italiana serba la fede nella virtù occulta della 
stirpe, nella forza ascendente delle idealità trasmesseci dai padri, 
nel potere indistruttibile della Bellezza, nella sovrana dignità 
dello spirito, nella necessità delle gerarchie intellettuali, in tutti 
gli alti valori che oggi dal popolo d'Italia sono tenuti a vile, e 
specialmente nell'efficacia della parola. 

Ma i propositi erano, quanto alti nell'intonazione stili- 
stica, altrettanto indeterminati: 

Noi vogliamo sperare che questo nostro Convito possa rac- 
cogliere un vivo fascio di energie militanti le quali valgano a 
salvare qualche cosa bella e ideale dalla torbida onda di volga- 
rità che ricopre ornai tutta la terra privilegiata dove Leonardo creò 
le sue donne imperiose e Michelangelo i suoi eroi indomabili. 



LXV. ADOLFO DB BOSIS 145 

Né si facevano più determinati nella perorazione finale: 

In questa Roma ora tanto triste, dove un giorno il Laocoonte 
dissepolto fu portato in processione per le vie papali tra il denso 
popolo religiosamente come il corpo di un Protomartire rinvenuto 
nelle Catacombe, noi vorremmo portare in trionfo un simulacro 
di Bellezza così grande che la forza superba della forma — quella 
vis superba formae esaltata da un poeta umanista — soggiogasse 
gli animi abbrutiti. 

Non è più il tempo del sogno solitario all'ombra del lauro 
o del mirto. Gl'intellettuali raccogliendo tutte le loro energie 
debbono sostenere militarmente la causa dell'Intelligenza contro 
i Barbari, se in loro non è addormentato pur l'istinto più pro- 
fondo della vita. Volendo vivere essi debbono lottare e affermarsi 
di continuo, contro la distruzione la diminuzione la violenza il 
contagio. Tutto acceso dallo zelo dell'Arte come da una fiamma 
di collera, Benvenuto non si batteva per una statua con più fu- 
ria che per un'amante? 

La nostra Bellezza sia dunque nel tempo medesimo la Venere 
adorata da Platone e quella di cui Cesare diede il nome per pa- 
rola d'ordine ai suoi soldati sul campo di Farsaglia: — Vjbnus 
victrix. 

Non ci verranno meno la fede e il coraggio se avremo con- 
traria la fortuna. L'artefice Nerone, essendoglisi infranta una 
coppa di cristallo ch'egli prediligeva, elevò un mausoleo ai Mani 
della cosa bella. Se cada dalle nostre mani la coppa che sce- 
gliemmo per emblema della nostra comunione, i dodici libri del 
Convito rimarranno almeno per memoria di una nobile speranza. 

E ciascuno di noi pur da solo, secondo le sue forze, segui- 
terà a onorare e difendere contro i Barbari i penati intellettuali 
dello spirito latino. 

Era chiaro che un'efficacia spirituale qualsiasi non po- 
teva ottenersi con queste «belle parole», — troppo belle, — 
quando invece la storia mostra che si ottiene per solito con 
le «parole brutte», o almeno rudi, dure e nude, esprimenti 
il travaglio delle coscienze, la schiettezza delle convinzioni, 
la ribellione, la satira e il sarcasmo. Il primo fascicolo dei 

B. Cruck, L". letteratura della tiìiiiv Italia, iv. 10 



146 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Convito rispondeva assai bene al proemio: il D'Annunzio 
v'inseriva il principio delle Vergini delle Rocce', il Pascoli, 
uno dei suoi decadentistici poemi «conviviali»; lo stesso 
D'Annunzio affermava in esso che la critica del De Sanctis, 
« essendo priva di quella resistente virtù vitale che è lo stile, 
doveva in breve perire», ed esaltava a paragone le «sillabe 
luminose » di Angelo Conti; lo Scarfoglio vi pubblicava il suo 
Itinerario verso i paesi di Etiopia, vibrante di quella passione 
africanistica che più tardi ispirava l'eroe Corrado Brando. 
Nei seguenti, accanto al D'Annunzio e al Pascoli, collabo- 
ratori principali, e al De Bosis, compaiono letterati più o 
meno estetizzanti della generazione precedente, come il Nen- 
cioni e il Panzacchi, studiosi d'arte come il Venturi, lo Spi- 
nazzola, l'Angeli e il Tesorone, e vi si vedono le riproduzioni 
di pitture dal più al meno artificiose e decadenti del Rossetti, 
del Vedder, del Coleman, del Sartorio, del Celimi, e di quelle, 
dannunziane nel miglior senso, nel senso originario, del Mi- 
chetti. Pagine talvolta non iscarse di pregio artistico, ma 
nelle quali non si faceva mai sentire quella rigenerazione 
spirituale, che era stata annunziata. Le « cronache » , che 
accompagnavano ciascun fascicolo (e cioè quelle noterelle 
che sono come i denti e gli artigli con cui si ghermiscono 
per adoperarli ai propri fini i minuti fatti della vita che 
scorre), non avevano niente di originale, e per la più parte 
potevano stare tali e quali in qualsiasi altra rivista o gior- 
nale meno aristocratico. Del Carducci vi fu ristampato nel 
maggio del 1896, ad ammonizione contro i propositi di pace 
con l'Abissinia seguiti alla battaglia di Adua, il frammento 
della Canzone di Legnano, sempre per propugnare la causa 
dell'Intelligenza contro i Barbari. Ma ecco come il deca- 
dentismo avvolgeva con le sue immagini lambiccate quella 
creazione carducciana, stupenda di semplicità: «Alcuni di 
questi endecasillabi sembrano foggiati col metallo medesimo 
delle trombe che squillavano intorno all'antenna del Car- 



LXV. ADOLFO DB BOSIS 147 

roccio. Altri sono legati insieme robustamente come le travi 
che reggevano la struttura della rozza macchina guerresca 
instituita dal settimo arcivescovo di Milano. E non v'è forse 
imagine di eroe ideale che superi in bellezza virile quella 
del gigantesco arringatore in mezzo al Parlamento; la cui 
attitudine sembra fissata per l'eternità su un piedistallo in- 
crollabile >. 

Eppure, fra i poeti, pittori e critici, raccolti nel Convito, 
pei quali il programma della pura bellezza era, secondo i 
casi, un entusiasmo artificiale o una velleità senza contenuto 
o un motto come un altro di moda, e, infogni caso, non 
prendeva tutta la loro anima, c'era uno che gli dava piena 
fede e l'accoglieva nella sua anima fervida: il direttore stesso 
del Convito, il De Bosis. E già l'avere impresa e portata a 
termine quest'opera, quasi a erigere un monumento all'Idea 
idoleggiata, senza nessun intento o speranza di lucro e anzi 
con dispendio da generoso mecenate, comprova la sincerità 
della sua fede; press'a poco come la postuma nota del sarto 
del Saint-Simon, pagata tanti anni dopo dai sansimoniani, 
rappresentava per Enrico Heine il miracolo tangibile del 
sansimonismo e la prova che questo era diventato davvero 
una religione! Ma, fuor di celia, il De Bosis pareva nato 
apposta per la fede che professava, perchè era di quegli 
spiriti nei quali le astrazioni non restano mere astrazioni e, 
pur senza concretarsi nel fatto, acquistano una diafana cor- 
pulenza, una veste di luce, che basta a innamorarli. Come 
s'incontrano (di rado, ma pur s'incontrano) uomini pei quali 
i meri nomi di Giustizia, di Libertà e Umanità suonano 
musica dolcissima ed estasiante, così nel De Bosis, si vede 
l'estasi non finta per la Bellezza pura, la quale poi valeva 
in lui, tutt' insieme, e Giustizia e Libertà e Umanità e Bontà, 
e quanto altro innalza e nobilita l'uomo. Perciò anche degli 
estetizzanti il De Bosis non condivise né la voluttà (che si 
pervertiva presso alcuni addirittura in lussuria), nò la crudeltà 



148 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

delle aspirazioni sanguinarie; e e la Musica, la Voluttà e la 
Morte » non erano per lui come pel D'Annunzio (che così 
scriveva nel Convito) «le tre divine sorelle». Il De Bosis, 
invece, sentiva profondamente la poesia della famiglia, cosa 
affatto estranea ed eterogenea al dannunzianesimo. La sentiva 
e la cantava: 

Casa, o diletto nido 
che industre Amor compose, 
dove fra intatte rose 
sogno e al mio ben sorrido, 

quale linguaggio fido 
han tue dolcezze ascose! 
e de le avverse cose 
come in te fioco è il grido ! 

come lontano è il mondo! 
e ridemi un giocondo 
cielo nel cuor profondo, 

mentre i miei giorni amari 
godo obliar ne' chiari 
occhi de' bimbi ignari. 

L'ideale estetizzante, in questo animo buono e affettuoso, e 
perfino ingenuo (ingenuo non già per imperizia ma per 
innata nobiltà), si cangiava in qualcosa di più sostanziale, 
e certamente di diverso da quel che era presso altri spiriti,, 
tutti ripieni di figurazioni sensibili e vuoti di sentimenti 
morali: si cangiava in una aspirazione indeterminata al Bene. 
Significativo è che il poeta prediletto dal De Bosis (e al- 
l'esaltazione del quale consacrò gran parte del suo Convito 
e ora quasi tutta la sua opera letteraria) sia lo Shelley: lo 
Shelley, che e nella vita e, più ancora, negli scritti, mostra 
la stessa disposizione vaga ma entusiastica verso l'Ideale. 
Non che il De Bosis studi lo Shelley con l'intelligenza del 
critico; egli non ha verso di lui siffatta indipendenza: ma 
lo rende mirabilmente in italiano, investiga sottilmente ogni 



LXV. ADOLFO DB BOSIS 149 

particolare della vita e dell'arte di lui, e, quando si trova 
innanzi i giudizi severi che su questo poeta dettero l'Arnold o 
altri critici, non li confuta ma li rifiuta, e li rifiuta col 
riaffermare il suo amore. Il poeta Shelley è il suo ideale, 
non già dell'arte soltanto, ma della umanità compiuta; la 
Poesia è, per lui, questa compiuta umanità. « Operare, sof- 
frire, amare, combattere — scrive nella prefazione alle sue 
Liriche-, — esercitare le forze nel travaglio, nell'impeto, nella 
meditazione; mirare i grandi cieli purpurei o il riso de' propri 
figli; esser esperto al remo, all'aratro, alla obedienza e alla 
dominazione; domare un incendio, salvare un naufrago, pian- 
tare un olivo, perorare una giusta causa, frenare o concitare 
una cittadinanza; aprirsi alle passioni del suo tempo e della 
sua gente; temprarsi nella solitudine, fiorire nel proprio sogno 
e crescere integro e generoso nella compagnia degli uguali ; 
provare, conoscere, vivere pienamente, puramente, libera- 
mente; tale è la scuola unica del poeta, se il poeta è fatto 
a insegnare al mondo c speranze e timori non conosciuti ' » . 
Ma il contenuto che acquista nel De Bosis l'ideale este- 
tizzante rimane, nelle vaghezze delle sue tendenze, povero: 
è piuttosto uno slancio che un movimento sicuro, piuttosto 
un impeto che uno slancio; e. non possedendo l'energia della 
determinatezza, le liriche nelle quali si manifesta hanno i 
difetti medesimi che si notano di frequente nella poesia 
shelleiana: la ridondanza, l'imprecisione, la prolissità. Sono 
inni alla Terra, al Mare, alla Notte, alla Pace, alla Poesia, 
sempre decorosi e alti nell' intonazione, ma che non ben rin- 
serrano il sentimento che vogliono esprimere e lo lasciano 
sfuggir via come acqua che di qua e di là e attraverso un 
argine mal interposto si dirompe in mille canali e canaletti. 
Sicché la forma tiene ora della litania, ora della focosa pe- 
rorazione. Eccone un saggio: 

Poeti, fratelli, non pallidi alunni d'antiche 
muse spigolatori proni di fiacche rime, 



150 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

m 

ma sì o voi cui parla sue piane parole la Terra 

umile e le stelle dicon li eterni veri; 
cittadini del mondo, cui son le diverse favelle 

bronzo od argento a vostre bene canore tube, 
date concordi voi, o àlacri spiriti, forte 

dentro ai metalli l'anima: E l'ora! E l'ora! 
L'ora ch'Ei viene. Ei viene, l'errante da secoli: il figlio 

de la gran Madre, primo; Ei, l'inesausto core, 
l'antichissimo seme, la giovine forza, l'eterna 

verginità, il fresco impeto, l'opra rude, 
con nel quadrato petto le fiamme de' sogni, le seti 

de le conquiste, i germi d'ogni futuro bene; 
certo ed ignaro; colmo di fati; palladio di tutte 

speranze il Popol balza a le soglie. E l'ora! 
Non altrimenti cupa la forza de' fiumi dirompe 

li argini, sommerge, impetuosa trae, 
quella che lenta crebbe fra placide rive, fra molli 

clivi, lambendo neri boschi o marmoree case, 
poi, d'improvviso, urgendo suo non coercibile pondo, 

dal sormontato carcere precipita; 
tal, dopo lunga notte di secoli, chiuso anelando 

contro suoi ceppi, gonfio di smisurate trame, 
dove lo tragge il Tempo, il Fato, la Legge, la Forza, 

il Dio, s'avventa per trionfata via. 
Viene in suo vasto regno, vien, Demos adolescente, 

ei la selvaggia possa, l'aspra centaurea prole! 

Per la stessa ragione, il suo vocabolario, la fraseologia,, 
la sintassi, i movimenti ritmici non raggiungono l'originalità. 
Come il De Bosis ricorre di frequente alle figurazioni delle 
isole, dei promontori e dei mari per descrivere le vicende 
della propria anima, così, in genere, le reminiscenze sono 
continue nei versi di lui. Reminiscenze dello Shelley, del 
Carducci, del D'Annunzio, del Pascoli e di altri.. Soffia nelle 
sue liriche quell'Ode al vento d'Occidente, ch'egli ha sa- 
pientemente tradotta: 



LXV. ADOLFO DB BOSIS 151 

fiero vento occidental, respiro 
d'Autunno, o Tu che ascoso urgi le foglie 
come un Mago fuggenti anime in giro... 

Spirito errante, o Tu che per la colta 
terra struggi e preservi, ascolta, oh, ascolta! 

invocava lo Shelley. E il De Bosis: 

Vènti de l'oriente; o soffi iperborei; o caldi 
fiati dal Mezzogiorno! impetuosi, voi, 

nembi da l'occidente-, o fieri Cicloni; Alisei 
docili! A l'aspettante mondo spargete il grido: 

alto universo grido sonante di mille favelle 
benedicenti in nova pace al comune sole. 

Ovvero, volgendosi al Mare: «Odi me dunque, o Mare, tu... »: 

Ampio-possente, Eterno! di noi che gittasti sui lidi 
odi, de li efimeri uomini, i lunghi lai? 

O alla Terra: «Terra genitrice... tu che...»: 

Terra madre! i pianti 
odi de' sognanti 
uomini? 

Dice ancora al Mare: 

Ave, o fraterno Mare! Accogli tu l'anima nostra 

religiosamente vaga de' tuoi misteri... 
Non con tua fiera voce, con vasti tuoi numeri a gara 

venni, o gran Marc, lungo l'altisonante lido... 

e qui si sente l'eco del Carducci. Rappresenta nell'Elegia 
della fiamma e dell'ombra la donna amante, stilizzata in un 
paesaggio stilizzato con gesti stilizzati: 

Ah, nel profondo cuore, ne l'ebro mio cuore mortale 
ben in quel lampo io vidi tutti i promessi beni: 



152 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

quanti menti la vita e l'anima indocile anela 

per suo tormento, io tutti, tutti in quel lampo io vidi! 
Vidili, e li contenni, un attimo, qui, per ammenda 

de la mia vita, chiusi, ne la mia ferma mano! 
Poi li gettai, senza ira, nel bosco suo memore... Vita! 

io non t'invidio i doni. Pallida è la gloria, 
la voluttà è acerba, e vana è la forza e l'impero; 

e l'altro... il dono, ch'ella di sua man reca, 
l'altro è un impasto atroce di fiele e di lacrime. buoni 

alberi, a noi ritorni l'umile oscura pace! 
Pace. Non forse vide ne l'anima nostra tal sete, 

ella? Tremò la sua fiamma ne le pupille, pia. 
Indi si volse in atto di grazia vaghissimo, e i cari 

occhi e la voce d'oro dissero insieme: «Amico»; 

e si ripensa alle « elegie romane » del D'Annunzio. Compone 
un vigoroso frammento: Il sogno di Stórtelo ; 

— Sténelo di Capaneo, su mar-valicante carena 
venne da la settemplice mura di Tebe con fide 
schiere per te predare, o bionda bellezza di Elèna! 
Or... si guardino i Numi, e il duce de li uomini Atride! ». 
Così urlai passando su i morti e su i vivi, né i mille 

valsero a contro starmi, 
né pietà, né la morte del divo piè-agile Achille 
ch'io vidi procombente fra il tuono e la luce de l'armi. 

Giunsi! Ed ecco, improvvisa, vincendo il chiaror de la viva 

fiamma, apparì, Elèna! 
Mie violente mani spiccaron, di peso, l'Argiva 
come un clipeo : e balzai su mar-valicante carena. 

Cenere è Troia, e fuma cruenta nel vespero come 
un rogo. Va la nave. Ma ride dai golfi sereni 
Ténedo, mentr'ella si scioglie le morbide chiome 
e '1 sinuoso peplo si slaccia dai floridi seni. 



LXV. ADOLFO DE BOSIS 153 

... Ora, vacillo, solo, com'ebro: chi sono, ove vado, 
più non so, più non curo. Che isola è questa...? E l'Egeo 
questo mugghiarne intorno...? Quest'umida sabbia ov'io cado, 
è la patria...? E in me muoio, già Stènelo di Capanèo... 

e si ripensa ancora ai « poemi conviviali » del Pascoli. 

Non sono sicuro, perchè non mi è chiara la cronologia 
precisa di queste liriche, che il De Bosis sia stato sempre 
lui l'imitatore, o non piuttosto talvolta, frammezzo ai suoi 
fratelli d'arte, colui che ebbe una nuova visione, che altri 
poi continuò o perfezionò. Ma, anche in questo secondo caso, 
si ha una prova della non sufficiente energia del De Bosis 
a foggiarsi un proprio stile. 0, se si vuole, uno stile proprio 
egli l'ha, ma appunto in quell'impeto che si perde nello 
spazio e che aspirerebbe ad essere quasi un canto senza 
parole. 

Il De Bosis ebbe coscienza che qualcosa di malato fosse 
in quella, a un tempo, grandiosità e indeterminatezza di ten- 
denze. E ciò disse nella lirica Ai convalescenti: 

tornanti da la soglia oscura 
che vi riaffacciate al sereno, 
e respirate con pieno 
petto l'aria fresca e pura, 

o raddotti sul limitare 
cui giovinezza vi chiama, 
imparate a vivere e amare 
con meno avida brama, 

con più sereno desio, 
con più lucidi spirti, 
o reduci da le sirti 
al porto solatio. 

E mise il dito sul male: 

A fuochi più vasti tu aneli? 
A quali?... Son fatue fiammelle. 



154 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Chi, sotto le vergini stelle, 
chi, sotto la fiamma de' cieli, 

con trepide mani, chi vuole 
accendere fuochi più vasti?... 

E ammonì saggiamente: 

Andiamo per la via maestra; 
freniamo nel cuore profondo 
quest'ansia di abbracciare il mondo 
che qua e là ci balestra. 

Guardiamo intorno con novi 
occhi tutte le cose. 
Come sono belle le rose 
che crescono sopra i rovi ! 

E consigliò profondamente: 

Io dico: Aspetta! C'è un mondo 
che tu non conosci: il migliore. 
Aspetta: ti albeggia profondo 
nel cuore del tuo stesso cuore. 

Ma questa lirica di liberazione ha i difetti medesimi delle 
altre, e il suo ritmo e il suo stile sono da decadente, e so- 
migliano (sebbene siano alquanto più severi) allo stile e ai 
ritmi di Domenico Gnoli, in veste di Giulio Orsini. La cosa 
è tanto più notevole in quanto la lirica del De Bosis, co- 
minciata nel 1899 e compiuta e pubblicata nel 1904 (*), non 
potè imitare, almeno nel suo movimento iniziale, lo Gnoli, né 
esserne imitata, perchè le poesie orsiniane comparvero dal 
1900 al 1904. Quello stile era, dunque, nell'aria, nell'aria 
illanguidita dall'estetismo dannunziano. 

Anche dell'inadeguatezza della sua arte al suo sogno 
d'arte il De Bosis ha avuto coscienza. Di questa malinconia 



( J ) Si veda Critica, iv, 106, e cfr. 20. 



LXV. ADOLFO DB BOSIS 155 

è couipenetrata la raccolta delle sue liriche, dal proemio in 
prosa e dall'invocazione alla poesia fino al «comiato»: «O 
Poesia! Ave, nostra Donna dell'Anima! Non ci giudicare dalle 
offerte caduche le quali recammo su' tuoi altari. Sarebbe in- 
giusto e crudele. Ma sì dalla acerbità del nostro desiderio 
e del nostro rammarico ». E in verso : 

o unica 
fede, o amor nostro, o duce dal nubilo cielo a la vita 
nostra cui scaldi ed agiti, 

odi — se a te son giunte le fervide preci, se parte 

di noi, se nostre misere 
voglie per te consunte nel rogo già furono — o Arte! 

noi che t'amammo, e docili 

te per assidua scola soffrimmo e il fierissimo impero, 

d'un tuo sorriso illumina! 
Cedi una penna sola da l'ali tue d'aquila, altero 

segno, a li oscuri militi ! 

Ahi, ma salire ai cieli non odi de' supplici il grido, 

o tu, donna de l'anima. 
Ahi, tu non getti i veli, né accogli, o Marmorea, nel lido, 

maternamente, i naufraghi. 

Forse anche qui la forma è poco personale; ma, personale 
o no, la confessione è sincera, come è del pari il comiato: 

Libro, va senza gioia, deserto de gl'inni più belli 

che, Amor spirando, accolsi nel più profondo core. 
Ivi li legge, sola di se illuminandoli, quella 

ch'ogni pensier mio regge, ch'ogni mia fiamma trae 
(Oh benedetta! splende più lucida de la Bellezza, 

più de l'amore è dolce, più d'ogni bene è cara!). 
Anche ne colgon echi, volgendosi attoniti, sette 

visetti arguti, rosei nidi ai baci-, 



156 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

mentre al segreto ritmo io tento s'accordi la vita, 
con più dura arte, o Libro, che non in te mai posi. 

Va senza gioia. Amore ti scorga e Silenzio, ne l'ombra. 
De gl'inni miei più belli non tu, mia vita odori. 

E questo è il vero. La personalità del De Bosis si leva di 
sopra ai canti da lui verseggiati, dove pure è dato notare 
a quando a quando immagini di grande bellezza. E la sua 
superiorità appare anche nel sostenere quella coscienza d'ina- 
deguatezza, senza che gli s'intorbidi e intossichi l'anima 
come accade alla piccola gente, e nel suo raddoppiare anzi 
l'amore verso i grandi, che dissero quelle parole che egli 
non sa dire a pieno, e nel consacrare la sua dottrina, il suo 
gusto, la sua sapienza artistica a riprodurre in ritmi italiani 
il padre Omero e l'adorato fratello Shelley. 

1911. 



LXVI 
GIULIO ORSINI. 



Domenico Gnoli coltiva la poesia da oltre mezzo secolo: 
la raccolta delle sue liriche (Vecchie e nuove odi tiberine), 
fatta da lui nel 1896, ha versi con la data del 1856. Aspi- 
razioni e tentativi poetici ricambiati da tepida lode e lasciati 
passare tra l'indifferenza generale; il che più volte dovette 
far soffrire il povero assetato della «fronda peneia». Lo 
Gnoli taceva, o dignitosamente celiava sulla sua disavven- 
tura; ma era evidente che assai se ne amareggiava. Eppure 
i lettori anche in questo caso, e giudicando in complesso, non 
avevano torto. Non già che tra i versi dello Gnoli non ce 
ne fossero di buona fattura (ce n'erano anche, a dir vero, 
di assai brutti, e fa meraviglia che l'autore, uomo di buon 
gusto, stampasse e ristampasse versi quali, p. es., le ot- 
tave per le nozze del principe di Napoli con la principessa 
Elena del Montenegro); ma anche quelli ben fatti si dimo- 
stravano lavori piuttosto di letterato che di poeta, scarsa- 
mente originali, privi di una determinata e propria visione 
poetica delle cose. Lo Gnoli era critico e studioso di storia, 
giudicava con molta assennatezza di poesia nell' Antologia, 
investigava la vita della Roma del Cinquecento, dava tra i 
primi in Italia nuovo impulso a^li studi di storia dell'arte. 
Ma di tutto ciò non sembrava soddisfatto: c'era uno strano 



158 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

e doloroso contrasto tra la coscienza di poeta che egli aveva 
in sé, e i prodotti, che mandava fuori di tanto in tanto, 
pei quali il pubblico non si riscaldava. 

« Se mi provassi (dovette egli dirsi in un certo momento) 
se mi provassi a romperla con tutte le mie tradizioni di antico 
componente della scuola poetica romana? (tra parentesi: una 
« scuola » inferiore perfino alla napoletana del medesimo suo 
tempo, e non superiore a quella «siciliana»). Se gettassi al- 
l'aria odi e sonetti e terzine e saffiche e asclepiadee? Se mi 
mettessi a fare come questi giovinotti scapestrati, che leggo 
scotendo la testa, ma che pure qualcosa indovinano? Se la- 
sciassi una buona volta, liberi di atteggiarsi a lor modo, que- 
sti grilli che ho pel capo, senza costringerli e mortificarli 
nei vecchi schemi?». Il sofferente, che dal regime medico 
non riceve giovamento alcuno e si risolve a scagliare 
via i farmachi, uscire dalle chiuse stanze e ripigliare la vita 
di moto e di lavoro, talvolta guarisce (quando non muore). 
Lo Gnoli si accinse allo stesso esperimento, e guarì anche 
lui. Vero è che guarì sotto nome di « Giulio Orsini »: cosa 
che fece arrabbiare poi qualche critico, troppo puntiglioso 
per l'onore della critica; il quale avrebbe dovuto invece, a 
mio parere, compiacersene. Giacché (se ci si pensa) quale mi- 
gliore omaggio da parte dello Gnoli al giudizio della critica 
sui suoi versi anteriori, che questo ripresentarsi innanzi a 
lei sotto finto nome, evitando i ricordi suscitati dall'antico, 
che avrebbero malamente disposto i lettori? 

Quantunque il processo psicologico, descritto di sopra, sia 
una mia fantasia, ossia una mia congettura, credo tuttavia che 
la cosa, a un dipresso, andasse proprio come la sono venuto 
immaginando. L'opera di Giulio Orsini, raccolta nei due vo- 
lumi Fra terra ed astri (1903) e Jacovella (1905), non si spiega 
senza la viva impressione fatta sul non giovane poeta da al- 
cune forme dell'arte moderna e contemporanea. Ed è stata 
scorta in lui l'efficacia della lirica di Edgardo Poe, che forse 



LXVI. GIULIO ORSINI 159 

non ha nulla da vedere nel caso: e meglio si potrebbe pen- 
sare, per qualche movimento e procedimento, all'Atta Troll 
e ad altri poemetti dello Heine; ma evidente sembra a me 
l'attrazione esercitata sopra di lui dalla poesia dannunziana, 
del Poema paradisiaco e delle Laudi: con che non si fa que- 
stione di originalità, perchè l'originalità o la non originalità 
di un lavoro d'arte sta sempre e tutta nell'accento nuovo che 
l'artista è riuscito o non è riuscito a dargli. E in qualunque 
modo si giudichi di queste derivazioni e riattacchi, è poi in- 
dubitabile che nei due volumi di « Giulio Orsini » non esiste 
alcuna traccia di collegamento con le odi di Domenico Gnoli: 
la rottura tra la prima e seconda maniera dello stesso scrit- 
tore è stata violenta e netta. Direi anche che lo Gnoli, nel ten- 
tare la nuova via, dovè sentirsi attraversare da qualche lampo 
di gaiezza e di buonumore, di autoironia. Un tono quasi di 
scherzo pare infatti di sentire nelle strofe introduttive: 

Giace anemica la musa 
sul giaciglio de' vecchi metri: 
a noi, giovani, apriamo i vetri, 
rinnoviamo l'aria chiusa! 

come anche in certi folleggiamenti di paragoni bizzarri, in 
certi trapassi e movimenti disordinati, che sono quasi rea- 
zione alla compostezza e correttezza di una volta. Non ha 
qualche spunto comico la visione apocalittica della terra che 
si distacca dai piedi del poeta, si allontana coi movimenti 
«d'una mongolfiera», appare a un tratto distinta dal mare, 
come si vede dipinta nel «globo di un mappamondo»? Non 
c'è un'esagerazione scherzosa nella terza di queste strofe, 
di cui le due prime sono bellissime? 

tu che t'appiatti restia 
al vaniloquio del mondo, 
o racchiusa nel profondo, 
anima dell'anima mia, 



160 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

a cui piace tremolare 
nel verso, come cipresso 
diritto e nero, riflesso 
nell'ondulamento del mare; 

solitario anacoreta 
seduto a pie del palmizio, 
stretto il fianco nel cilizio 
sanguinante del poeta 

O nella seconda di queste altre due?: 

In fondo, sull'orizzonte 
un ammasso di nubi in strani 
viluppi. Sono i titani 
che impongono monte a monte? 

o un Michelangelo dell'aria 
forma ne' vapori fumanti 
dal mare que' groppi giganti 
colla stecca temeraria? 

E quando è stato affermato che con l'Orsini sia apparsa 
una nuova coscienza, si è detta cosa giusta, sebbene superflua, 
se si è inteso semplicemente di una nuova coscienza poetica, 
cioè di una nuova manifestazione d'arte; perchè una nuova 
coscienza etica o filosofica non è apparsa certamente. Il con- 
tenuto della sua poesia, ridotto al nudo scheletro, è sempre 
quello che suol dirsi romantico: la contemplazione del mistero 
dell'universo, intramezzata da una passione d'amore e legata 
a una figura di donna: i romantici avevano sempre pronte, 
per farle partecipi delle loro ansie e meditazioni cosmiche, le 
donne: alle quali, a dir vero, di tutta quella roba non impor- 
tava nulla, o se ne interessavano quando s'interessavano al 
pallore e alle arie fatali. Non c'è altro: l'eroe del poemetto 
Orpheus, come un bravo eroe romantico, non si sente appagato 
né dalla voluttà né dalla gloria né dalla politica, democra- 
tica o aristocratica che sia, né dalla scienza. E invero colui 



LXVI. GIULIO ORSINI 161 

che ha l'occhio intento alla ridda vertiginosa degli astri e dei 
mondi, all' in finitura imaglnationis, come può prendere sul 
serio ciò che graffiscono e guaiscono sopra uno dei più piccoli 
di quei globi, piccolissime, infinitesime creature? La «vanità 
del Tutto» ha nello Gnoli qualche nuovo colore, p. es., 
qualche allusione al movimento proletario e al neoaristocra- 
ticismo. Ma codeste sono varietà superficiali: com'è un lieve 
ritocco l'introduzione dei raggi X in una vecchia immagine 
o incubo romantico, che ritrovammo perfino in una poesiòla 
del Tarchetti, già da noi altra volta riferita ( d ): 

Vedo qualcosa sotto 

la maschera; ho di Rontgen i raggi 

nell'occhio di scienza malato 



. . il teschio bianco mi guata 
dalla cavità delle occhiaie. 

E visioni e motivi romantici sono così le danze di scheletri 
come l'umanitarismo e liberalismo che si manifesta con le 
imprecazioni contro gli inglesi opprimenti i boeri, e contro 
lo Czar prodigo del sangue dei suoi popoli. Nuova è, invece, 
la coscienza poetica, una gradazione di pathos che ha il suo 
speciale ritmo, ed è tanto incorporata col ritmo che, dove 
questo cangia (come in alcuni sonetti ed epistole in terzine 
e componimenti in quartine), ecco sparisce l'Orsini e ritorna 
Domenico Gnoli. Rinnovato ammonimento a quei critici che 
parlano d'immagini e di metri come se si trattasse di cose 
staccate, e, così parlando, somigliano non già a Pietro Bembo 
(che non sognò mai di consigliare Ludovico Ariosto a mettere 
in esametri latini le ottave del Furioso, come suona la falsa 
novella), ma piuttosto al Baretti, che esortava il Parini a ri- 
durre in rima gli sciolti del Giorno. 



(*) Si veda quest'opera, voi. i, p. 294. 
B. Cuoce, La letteratura della nuova Italia, iv. 11 



162 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Che cosa è la gradazione di pathos alla quale abbiamo ac- 
cennato? E uno stato d'ipersensibilità e di sogno, fatto spesso 
di desideri impossibili e di sensazioni rare, di quelle che ap- 
pena si affacciano alla soglia della coscienza. Il poema dell' Or- 
pheus, che ha una cornice assai bizzarra (la donna chiede 
al giovane amante che le rechi «il fior della fede», press'a 
poco come Isabella Guttadauro chiedeva al suo, che le recasse 
a mezzo novembre un bel grappolo intatto « dei vigneti che 
bagna il Latamone »), è una raccolta delle svariatissime im- 
pressioni di questa ipersensibilità. Sono momenti di vaneg- 
giamento, nei quali non si sa se si vede, si ode o si sente, 
e « par d'essere un senso solo »; altri, di vita sospesa e come 
paralizzata : 

Era un gran silenzio, come 

d'un cuore che più non batte, 

un senso di cose disfatte, 

di cose che non hanno nome; 
era una campana dondolante 

senza suono dall'alta torre, 

era gente che corre, che corre 

in giro in giro, ansante ansante... 

altri, di tenerezza deserta: 

Un desiderio di pianto 

un desiderio di preghiera... 

sguardi attenti e meravigliati, che fanno scoprire il nuovo 
negli spettacoli più comuni, come nel gioco di nuvole che 
paiono gruppi di giganti: 

Le mobili forme il sole 
empie d'incendi e di nevi, 
intense negli orli i lievi 
languori de le viole. 



LXVi. GIULIO ORSINI 163 

Ecco mutano le forme: 
gli omeri vasti e le braccia 
si rompono : china la faccia 
si stacca un gigante e dorme. 

Le forme mutano : sale 
una pendula colonna-, 
un turgido seno di donna, 
pieno di luce carnale, 

ride ai cieli azzurri: il seno 
versa una lenta rugiada, 
poi s'allarga, si dirada 
e si scioglie nel sereno. 

Ed ecco, il gruppo è disperso, 
la luce dentro s'affioca. 
Chi gioca colle nubi? chi gioca 
colle forme dell'universo?... 

l'affanno disperato dell'ultima madre, che il poeta immagina 
sopravvivente nell'ultimo istante della terra: 

L'ultima madre, nel ghiaccio 
tra pelli d'orsi accovacciata, 
anch'essa per l'aria gelata 
solleva il rigido braccio. 

— L'ultima madre vien meno. 
C'è un Dio lassù? chi m'ascolta? 
Da chi sarà dunque raccolta 
l'umanità ch'ho nel seno? 

Chi agiterà la sua culla? 
Per cento miriadi d'anni 
fecondaron negli affanni 
le madri il seme del nulla? — 

Nelle poesie staccate, che continuano la stessa ispirazione, 
vi ha quella in cui l'anima del poeta abbraccia un cipresso 
solitario, « fosco obelisco vivente », e lo penetra e vive tutto, 
dalle radici all'acuto vertice; — il sogno svanito, che invano 



164 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

si cerca di riaffermare e ripossedere; — una fuga d'ale vertigi- 
nosa, vista non si sa quando né dove, un terrore di ali pas- 
santi nella nebbia d'autunno, con rombo di bufera, dirette 
non si sa dove, affannose; — la tristezza dell'arrivo che nes- 
suno aspetta: 

come un feretro 
nel tempio, entra il carro bruno 
sotto la vòlta di vetro; 

e l'incalzante sibilo 
a cui non oscillan le corde 
d'un'anima, senza palpito 
s'effonde nell'aure sorde. 

Triste la vela sul pelago 
non attesa! Sonnolento 
entro il suo grembo sbadiglia 
l'ultimo soffio del vento, 

quando non un occhio investiga 
l'orizzonte, e dal lido 
un fazzoletto non sventola, 
non vola l'ala d'un grido... 

il senso di separazione di due esseri, le cui anime restano 
come i due frammenti di uno specchio spezzato a mezzo, vòlti 
in lati opposti, e il « noi » si disgrega e perde, per ritrovarsi 
soltanto 

nel grembo d'un mare più vasto 

dove le vite 

disperse tornano unite 

nel buio d'un solo orizzonte... 

impeti di pietà e di perdono, come alla donna che ha tradito: 

Dammi la mano. Tu sei 
innocente. Lei sola, lei, 
è rea, la madre natura, 
e noi siamo l' impura 



LXVI. GIULIO ORSINI 165 

sua figliolanza. Essa infonde 
nel serpe innocente il veleno 
e il tradimento nel tuo seno... 

il farsi presente nell'immaginazione una donna morta da se- 
coli, di cui parlano solo vecchie carte e resta in piedi l'antica 
casa, — ed amarla come persona vivente: 

Jacovella, la casetta 

di tua madre, che fu tua dimora, 

nella via lurida e stretta 

presso il ponte, è in piedi ancora. 

Io ci passo ogni mattina. 

Vidi ieri sotto l'arco 

della piccola finestra 

affacciata una bambina. 

— Bimba mia come sei bella! 

Quanti baci ti darebbe, 

se ci fosse, Jacovella! — 

Nel cortile la colonna 

regge ancora i due archi 

della loggia. Stendeva una donna 

festoni di panni e cantava. 

Un'altra disse : — Che vuole, 

che cerca quel signore? — 

E io te sola cercavo, 

te, mio povero amore! 

E, finalmente, il vuoto, che è rimasto nell'aria per la caduta 
del campanile di Venezia. Il vuoto non è già una mera sen- 
sazione del contemplante: lo risentono i raggi del sole e tutte 
le cose che mal s'accordano col nuovo gioco delle ombre e 
delle luci in quella piazza. La torre è ancora là, nel vuoto 
che ha lasciato. Esiste ancora pei colombi di piazza San Marco: 

Sospende l'ali lo stuolo 
de' colombi sovra la pietra 
consueta e, sgomento, penetra 
la torre vuota col volo ! 



166 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Il vuoto 6 avvertito dal piloto e dal gondoliere, usi a volgere 
lo sguardo alla nota riva, come dall'occhio dello storico, uso a 
posarsi sulle note linee e figure della storia d'Italia. 

Quest'ode sulla caduta del campanile è tra le più perfette 
del volume. Nelle altre, c'è talvolta un cullarsi in troppe pa- 
role, qualche immagine strampalata e fredda, qualche chiusa 
sforzata o cascante, qualche interruzione di ritmo; come vi 
ha poesie deboli (e le più deboli sono quelle di contenuto po- 
litico). Ma c'è pure, nei due volumi, tanto di caratteristico 
e di bello da render certi che la voce di Giulio Orsini non 
sarà dimenticata. 

Ed il suo « caso » , la sua crisi psicologico-estetica, resterà 
anch'esso memorabile. Un mio satirico amico si compiace nel 
paragonare questa metamorfosi ultima dello Gnoli a quella 
dell'eroina della fiaba decima della giornata prima del Pen- 
tamerone: della vecchia, che si fa scorticare per ringiovanire! 
Ma l'amico dimentica che nella stessa fiaba si narra di un'al- 
tra vetusta donna, sulla cui persona, appesa in istrano e que- 
rulo atteggiamento ai rami di un albero, sette fate di passaggio 
accumulano d'un tratto, con gioiosa liberalità, tutti i loro 
doni: la gioventù, la bellezza, l'amore. Anche Domenico Gnoli 
ha avuto da una fata liberale la rara gioia di un po' di poe- 
sia, forse a premio del suo fedel servire e del suo lungo de- 
siderio. Che cosa è, dunque, codesta mala grazia di lette- 
rati e di critici, che gli contende e invidia un dono, di cui 
tutti noi, ora, godiamo? 

1905. 



LXVII 
FRANCESCO GAETA. 

i 
Il libro di un giovane e i critici. 

A me assai piace il breve canzoniere pubblicato testò dal 
Gaeta ('), uno di quei libri tutt'altro che frequenti che riem- 
piono subito la fantasia di ritmi e d'immagini: di ritmi non 
estrinseci, d'immagini fresche e immediate, le quali non sci- 
volano via senza traccia, ma entrano a far parte della nostra 
anima, e si riaffacciano insistenti, e giova riagitare gioiosa- 
mente nella memoria, come altri fa tintinnire nella tasca un 
gruzzolo di schiette monete d'oro, entratevi da poco. 

Che cosa canta il Gaeta? Canta: questo è certo, ed è il 
più importante, anzi il solo importante. Il resto forma argo- 
mento di un'ulteriore ricerca critica, che non potrà aggiun- 
gere o togliere nulla al valore del canto. Se si desidera una 
tautologia, si può dire «he egli canta sé stesso, come ogni 
poeta. La passione e la tenerezza, la voluttà e la morte, la 
gioia e l'ascesi, il sentimento cosmico e l'aneddotica dell'amor 



(!) Francesco Gaeta, Sonetti voluttuosi ed altre poesie (Roma-Torino, 
Eoux e Viarengo, 1906). 



168 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

profano, le figure elleniche, buddhisticlie e francescane, e il 
busto di seta o lo scialletto rosa della donna amata, il cadere 
della primavera e il sopravvenire della stagione autunnale, 
la musica della voce umana e le musicali notti di maggio: 
queste e molte altre cose ; e, in queste e nelle altre molte, 
è sempre lui, cioè ha un suo stile. Perchè lo stile non è 
già una bravura letteraria, ma uient'altro che la visione 
individuale della realtà; e avere stile significa avere qual- 
cosa di proprio da dire, qualcosa di poeticamente proprio. 

Poiché la poesia genuina non può passare inosservata, del 
libro del Gaeta molti hanno discorso; e anche coloro che non 
gli si sono mostrati favorevoli, hanno dato segno d'essersi av- 
veduti di trovarsi innanzi a qualcosa di non volgare. Ed io, 
seguendo questa volta con maggiore attenzione che non mi 
accada di solito la critica spicciola dei giornali e delle riviste, 
mi sono rallegrato nel riconoscere in questo campo il pro- 
gresso lento ma continuo, che si viene compiendo nelle idee 
e nei metodi. Per effetto di molteplici lezioni, venute da più 
parti, anche la critica spicciola comincia a considerare un 
lavoro d'arte sotto l'aspetto puro dell'arte, lasciando le que- 
stioni estranee. 

La cosa è tanto più notevole, nel caso del Gaeta, in quanto 
il contenuto del suo volume (e molto più forse il titolo che 
l'autore gli ha dato) era quasi una provocazione a risusci- 
tare le facili invettive e le non meno facili dispute contro 
l'arte «voluttuosa » e intorno alla «moralità» dell'arte. E ta- 
luno, in verità, ha tentato di ripigliare la vecchia cantafavola 
col parlare scandalizzato di « poesia d'alcova » o di « Argia 
Sbolenfi »; ma non ha trovato eco.^ Ormai non i soli filosofi, 
ma anche in genere le persone di qualche cultura cominciano 
a intendere e a tener bene a mente, che le passioni cantate 
da un poeta e le creature da lui effigiate, 'qualsiasi contenuto 
psichico abbiano, sono nient'altro che «note musicali»; e 
che è semplicemente ridicolo offrire la rosa della virtù o 



LXVII. FRANCESCO GAETA 169 

infliggere il castigo del vizio a una nota musicale. « Bruce- 
rete Giove? brucerete Saturno?», domandava don Ferrante. 

Anzi, se la corona dei sonetti voluttuosi, con la quale si 
apre il volume del Gaeta, può destare qualche perplessità, 
non è già per ragioni morali, ma per sole ragioni artistiche. 
Quantunque in quella corona ve ne siano alcuni assai belli 
(in ispecie i sonetti centrali, il 7°, l'8°, il 9°), e quantunque 
in nessuno manchino bellissimi tratti, pure, in generale, di 
essi (come ha notato un critico fine) « proprio i sonetti che sono 
meramente voluttuosi risentono troppo del fatto immediato 
che li ispirava, stanno troppo avvinti al reale, ne conservano 
il frammentario, talché non si ha compiuta l'unità d'im- 
pressione ». A ogni modo, le poesie più vigorose e perfette 
sono, anche a mio parere, nella seconda e più ricca parte 
del libro. 

Piuttosto che il pregiudizio morale c'è ora, nella critica 
corrente, il pregiudizio eroico e civile. La gente, che non ha 
né si cura di avere concetti politici e sociali, né li chiede 
ai rappresentanti che invia al parlamento, li pretende poi 
dai poeti. 11 D'Annunzio, il quale ha contribuito a raffor- 
zare il senso dell'arte pura, ha, per altro verso, dato voga 
a codesta ciarlataneria della missione civile, che i poeti do- 
vrebbero assumere. Ed egli l'ha assunta, in verità; e beato 
chi la vede e vi crede. E stato lamentato che il Gaeta, dopo 
aver composto lirica civile e dato di sé prove più alte, sia 
tornato ad argomenti tenui. Si vuole alludere in tal modo, 
io penso, a un fascicolo di Canti di libertà, che il Gaeta 
pubblicò nel 1902, e che sono, a dir vero, la cosa più sca- 
dente che egli abbia scritta: lavoro d'ingegno colto, senza 
dubbio, ma lirica gonfia e letteraria, lirica senza lirica. Anche 
quel fascicolo ha il suo valore, perché accade spesso che 
noi non troviamo altro modo di liberarci del peggio di noi 
medesimi, o anche delle nostre velleità, che quello di realiz- 
zarle, per guardarle bene in faccia e poi volger loro le spalle: 



170 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

un valore, che potrebbe dirsi medico o catartico. E quei 
canti doveva il Gaeta continuare? Si deve continuare la 
malattia che abbiamo sofferta e, per nostra buona fortuna, 
superata? 

Detto verace è questo; io stesso ne son testimone: 
se co' miei versi esalto degli uomini alcuno o dei Numi, 
tacesi la mia lingua né più come innanzi mi canta; 
ma se d'Eros o Licida io torno a ridir le canzoni, 
ecco mi scorre allor giocondo il canto da' labbri. 

(Bione, trad. G. Mazzoni). 

Il Gaeta può ripetere per sua parte, e senza vergogna, que- 
ste parole dell'antico smirneo; egli ha fatto bene ad abban- 
donarsi alla corrente che l'ha riportato sulla linea da lui 
seguita nelle giovanili Reviviscenze, pubblicate nel 1900: un 
volumetto nel quale i ricordi dell'arte classica e recentissima 
risonavano con echi geniali. Poi, oltre i Canti di libertà, il 
Gaeta tentò la poesia mitologica e filosofica, e compose qual- 
che lirica dotta, faticata e pesante; ma le prove di quest'ultima 
sorta non sono rimaste inutili per la sua formazione interiore. 
La vena religiosa e filosofica, che da sola non nutrì la sua 
arte, si mescola qua e là sottilmente alla sua ispirazione amo- 
rosa e alla sua contemplazione del mondo, e concorre a dare 
a queste un particolare carattere. Si veda l'innesto, p. es., 
nella squisita lirica La prima e l'ultima, là dove si dice: 

L'ultima sera: oh odore di notturno 
gelsomino per l'aere d'estate! 
Fuggì pei cieli un fuoco taciturno, 

tra le perenni istorie di fate 
cui gli uomini che or son favola e mito, 
quali noi le guardiamo, hanno guardate: 

diamantata freccia a l'infinito. 

La commozione d'amore qui si amplia, perchè l'occhio 
del poeta è uso a spaziare ampiamente; e si cinge della so- 



LXVII. FRANCESCO GAETA 171 

lennità e malinconia della storia del genere umano e del- 
l'universo tutto. 

Tornando ai critici, io vorrei indugiarmi su alcuni altri 
criteri ai quali vedo che molti si tengono ancora fedeli, o più 
o meno consapevolmente li serbano sempre nel fondo del loro 
spirito. Per esempio, sull'aria che essi prendono volentieri di 
tecnici (il che sembra molto adatto alla nostra età di macchi- 
neria industriale), sentenziando astrattamente intorno agli 
effetti che si possono ottenere con questo o quel metro, sulla 
necessità di coltivarne uno e di aborrirne un altro; laddove la 
verità è che bisogna sempre esaminare in concreto, e che non 
vi sono brutti metri, ma un metro che si dice brutto è nien- 
t'altro che una brutta poesia. Ovvero sull'altro errore, più 
proprio di quei critici che sono passati attraverso l'univer- 
sità e la facoltà filologica, di credere che le questioni di fat- 
tura del verso vengano risolute dalle cognizioni che s'im- 
parano nei manuali scientifici; e affermano, p. es., che 
nella questione della dieresi e sineresi « l'unica legge pos- 
sibile per la differenza delle vocali doppie sta nello studio 
glottologico». Questo ci mancherebbe: che, per esser si- 
curi della giustezza dei versi che si compongono o si leggono, 
bisognasse affacciarsi alla scuola del prof. Trombetti, o di 
altro glottologo. Ovvero ancora, sulla ripugnanza ora da 
accademia e ora da salotto (il salotto è non meno esiziale alla 
poesia di quel che sia l'accademia: nel salotto non può ri- 
sonare miglior poesia che quella del D' Argenton daudetiano : 
Oui, je crois à l'amour comme je crois en Dleu!) contro le 
parole del linguaggio ordinario adoperate nel verso; i più 
cauti si restringono a raccomandare di farne uso con avve- 
dutezza : come se non convenga usare uguale, se non mag- 
giore avvedutezza per le parole nobili e letterarie, alle quali 
è tanto più facile lasciarsi andare, illudendosi di dire qual- 
cosa giust'appunto quando non si dice niente e niente si ha 
da dire. Quando invece una parola del linguaggio ordinario 



172 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

s'impone a un poeta, e gì' ispira il coraggio di adoperarla, 
vuol dire che quella e non altra andava adoperata. Questi ardi- 
menti non sono ciò che mi piace meno nelle liriche del Gaeta : 

Tu vai, né il guardo tuo da terra s'alza 
su i tacchi grandi con sonante passo... 

Come indulgenti, s'ella il gran cappello 
si toglie, e ancor tra i labri ha lo spillone... 

E le femmine, onde oggi s'attornia 
questo amore o a noi complici son — 
quella che, pettinandoti, i tremuli 
ferretti ni a te in grembo depon... 

Coraggio, ardimento, per modo di dire: perchè il Gaeta 
vede così, e il coraggio sarebbe stato nell'esprimersi con altre 
e volute parole. E vede diversamente da quei poeti che, tra 
il 1860 e il 1875, cercarono di avvicinare la poesia italiana alla 
prosa. Nel Gaeta, i particolari, che diremo prosaici per in- 
tenderci, non deprimono in nulla il tono del canto, ma 
sono elevati a quel tono e trascinati nell' afflato poetico 
generale. 

Ma c'è un'accusa più comunemente mossa al Gaeta, sulla 
quale preferisco soffermarmi, perchè si congiunge con una 
tendenza che non mi pare lodevole dell'arte e della cri- 
tica contemporanea. Gli è stato, da parecchi critici, fatto rim- 
provero di essere spesso involuto, contorto, aspro, ruvido: 
in lui (si è detto) « non rifulge una mirabile e fluida spon- 
taneità di verso»; ha «tortuosità d'accenti»; ama le «co- 
struzioni studiate e architettate», lontane dalla semplicità; 
e via dicendo. 

Ora di asprezze e contorsioni ve ne ha di due sorte, tutte e 
due, a mio parere, assai rispettabili, quantunque diversamente 
rispettabili; e tutte e due poco rispettate ai giorni nostri. 

C'è una prima sorta di asprezze, disuguaglianze e invo- 
luzioni, che è veramente un difetto, lo sforzo verso una forma 
che non si raggiunge a pieno. Ma è un difetto in cui in- 



LXVII. FRANCESCO GAETA 173 

corrono, e uno sforzo che tentano, solo quegli ingegni nei 
quali fremono elementi di vita, che essi cercano di mettere 
in armonia e che un giorno, forse, riusciranno a conciliare 
e a fondere. Come di solito coloro che hanno fatto cose grandi 
nella vita pratica, sono stati in balia alle più diverse e di- 
scordi passioni nella loro gioventù e sono caduti in grandi 
falli; così chi nella maturità del suo spirito giunge al paradiso 
dell'arte, ha attraversato il suo inferno e il suo purgatorio. 
I maggiori poeti non sono, di regola, quelli che hanno com- 
posto bei versi giovanili: io non conosco i bei versi giovanili 
del Foscolo e del Leopardi, e nemmeno i bei versi giovanili 
di Giosuè Carducci. E perciò la critica di un'arte che s'af- 
faccia nuova, o che è in periodo di svolgimento, si dimostra 
assai difficile agli uomini di coscienza: in un cattivo libro 
sono spesso germi fecondi che solo l'occhio, che ha visto lo 
svolgimento posteriore, riesce poi a discernere. Invece, troppi 
sono ora i giovani che cominciano la loro vita poetica con 
versi impeccabili; almeno di quella impeccabilità a buon mer- 
cato, che è come uno spaccio popolare aperto al pianterreno 
della grande fabbrica dannunziana. E sono fluidi, armoniosi 
e lisci, perchè, in luogo di un'anima d'uomo (che non è né 
fluida né armoniosa né liscia), hanno dentro di sé una bolla 
iridescente di sapone, che si è formata per un gioco acci- 
dentale e che si dissolve presto, lasciando il vuoto. In ogni 
caso, quei giovani, che paiono ricchi di promesse, ostinata- 
mente si rivelano, nel corso degli anni, incapaci di progre- 
dire. Anche negli studi scientifici accade così: un primo la- 
voro, che si presenti pregevole per garbo e finitezza, è di 
solito l'ultimo, o resta il migliore fra quanti lo seguiranno 
del medesimo autore. 

L'altra sorta di asprezze e contorsioni sembra un difetto, 
ma non è tale. Sembra cioè a chi legge quella poesia avendone 
nell'orecchio un'altra, o una media composta di reminiscenze 
varie, che è diventata per lui la misura per giudicare ogni 



174 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

nuova poesia. Non è; perchè il poeta, nel fare come ha fatto, 
ha ubbidito non alla sua pigrizia, ma a una necessità inte- 
riore. Onde accade che i poeti professino una loro poetica,, che 
sarà logicamente non incensurabile, ma è piena di verità: che 
cioè il difetto sia necessario alla bellezza vera. L'abbiamo 
udita testé recitare di nuovo dal Pascoli (che questa volta 
dice bene, se anche non osservi poi il suo detto): « L'arte 
del poeta è sempre una rinunzia. Ho detto che deve togliere, 
non aggiungere: e ciò è una rinunzia. Deve fare a meno di 
tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così pia- 
cevoli alla vista, di tante dorature, che danno tanta idea della 
propria ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto 
greggio e molto imperfetto. Oh! come è necessaria l'imper- 
fezione per essere perfetti! Lo sapeva anche Marziale, che 
derideva quel Matone che voleva dir tutto belle* (*). Il che 
significa che non si tratta d'imperfezioni, ma di atteggia- 
menti spirituali e di forme pienamente giustificate, che paiono 
difetti al giudizio superficiale del critico. 

Il Gaeta ha asprezze e contorsioni e dell'uno e dell'altro 
genere. Ne ha di quelle reali, che mi fecero bene augurare 
delle sue poesie mitologiche e filosofiche e mi fanno ora appa- 
rire questo suo nuovo volume come un passo innanzi, che 
(giova sperare) non darà luogo a una fermata. E ne ha di 
altre, che io nego che siano reali. Eccone qualcuna delle bia- 
simate. Questa terzina termina un sonetto sugli occhi della 
sua donna, che non ha niente che vedere con le tre canzoni 
petrarchesche sugli occhi: 

Come indolenti sogguardate, in quello 
che a torno a, voi lucenti opaco alone 
di troppo prodigarmisi la taccia! 



(') Miei pensiei'i di varia umanità (Messina, 1903), pp. 50-1. 

Omnia vis belle, Matho diccre. Die aliquando 
Et bene; die neutrum; die aliquando male. 

(Mart., x, 46). 



LXVII. FRANCESCO GAETA 175 

« Io sono sicuro che la bella si sarà assai impensierita su 
questa terzina », osserva un recensente. Ed io osservo a mia 
volta che non bisogna scherzare con le cose serie (e l'arte 
è una cosa seria); e, se vogliamo scherzare, rispondo che 
un poeta non fa i suoi versi per farsi intendere pia rapida- 
mente e efficacemente dalle donne: vi sono altri modi, che 
conducono meglio a questo scopo. Ma ammetto che quella 
terzina non si afferri bene a primo colpo, come: «Addio, mia 
bella, addio», ecc. E che perciò? Rileggetela; e, se il rileg- 
gerla non vi basta, fatene la costruzione, come per isprati- 
chirvi nelle vie e viottole della piccola città che dovete fre- 
quentare. Dopo di che, divenuti pratici dell'intrico, rileggete 
di un flato; e vi persuaderete che tutto vi è assai bene e 
compiutamente detto. È un intero quadro, condensato e ri- 
chiamato in un'esclamazione: la donna «sogguarda» (non 
«guarda») «indolente» (tra stanchezza e molle abbandono), 
e un «opaco alone», una cerchia scura, le sta d'intorno 
agli occhi «lucenti», brillanti di voluttà; quella cerchia è piena 
di sottintesi: la «taccia», l'accusa (quanta grazia tenera in 
quest'accusa!) di aver troppo amato il suo amante. 

Da questo paio d'occhi pieni di sonno voluttuoso salto 
bruscamente a un carretto di verdi poponi: immagine au- 
tunnale napoletana, che si frammischia a un'altra scenetta 
d'amore in una lirica del Gaeta: 

... un carro ove acerbi s'ammucchiano 
i poponi, entro un giunco ciascun, 
onde appesi a corusche maturino 

fìnestrette, di contro a '1 seren... 

# 

« Ahi! quale contorsione sintattica! Che è ciò? italiano o 
latino?» È latino: fate la costruzione. Ma come sta bene, 
qui, il latinismo della sintassi! Quei poponi, imprigionati nel 
giunco e destinati a essere appesi alle finestruole delle case 
della vecchia Napoli, a maturare nei lunghi bagni di sole, 



176 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

sono, mercè quella sintassi, idealizzati. Par di vederli come 
ci appaiono in Pompei tutte le umili cose della vita antica: 
tocchi dall'ala del passato, dall'ala della poesia. 

La lirica, da cui ho tolto questi versi, che altri ha cen- 
surati, comincia con queste tre strofe: 

Sì: l'ho letto, dolcezza, ne i poveri 
occhi tuoi che a '1 settembre novel 
si riempion d'autunno e di nuvole 
se una rondine segui pe '1 ciel ; 

ne le ciglia che se, co i garofani 
primavera recando tu in man, 
esci a '1 sol de la via, chiuse paiono 
e dormente un aspetto ti dàn; 

ne lo sguardo di schiava, che estatico 
da me in esse svegliato ti fu: 
ii sospetto che a sé teme credere, 
il timor ch'io non t'ami ormai più. 

«Periodo lunghissimo, con troppi incisi, con troppe paren- 
tesi, con troppa distanza tra il verbo e il suo oggetto: 
andava sciolto in più periodi». Così giudicano quelli che 
amano nuotare coi sugheri : e forse sarebbe a essi piaciuto 
che l'autore avesse ordinato i suoi pensieri press'a poco a 
questo modo : « Sì, ho letto il sospetto e il timore nei tuoi 
occhi; oh! quegli occhi, ecc.; sì, l'ho letto (figura di ripetizione) 
nelle tue ciglia: oh! in quelle ciglia, ecc. (figura di paralleli- 
smo); sì, l'ho letto nel tuo sguardo: oh! quello sguardo, ecc.». 
E, fors'anche, la cosa sarebbe stata più agevole pel Gaeta, 
come sarebbe diventata pei lettori. Ma quel lettore, che ama la 
succosa poesia e non ischiva la fatica, preferisce l'apparente 
pesantezza del lungo periodo sintetico all'analisi e all'enfasi 
del rifacimento proposto. Noi percorriamo volentieri la lunga 
via dal verbo al suo oggetto, non troppo impazienti di vedere 
presto la faccia di quel compimento grammaticale. E ci sof- 
fermiamo col poeta che, nel cominciare il suo discorso rivolto 



LXVII. FRANCESCO GAETA 177 

alla donna amata, pare che si soffermi a ogni istante alle 
parole che gli escono di bocca, e si distragga dietro le im- 
magini che gli suscitano e che sono la storia del suo amore. 
Alla fine del periodo, abbiamo innanzi alla nostra fantasia 
tutta la figura della donna e compiuta la situazione psicolo- 
gica. Quella donna dolce, con gli occhi timidi e mesti, che nel 
gaio spettacolo della primavera quasi li chiude e si chiude 
in sé come addormentata, che ha nell'amore la dedizione 
della schiava, non è di quelle che traducono in parole e in bat- 
taglie di parole i sentimenti, che pure l'agitano e tormentano. 
Bisogna saperglieli «leggere» nel volto («sì, l'ho letto... »); 
ed ecco che anche quel benedetto compimento, l'oggetto del 
verbo («il sospetto», «il timore»), quando giunge alfine, 
giunge preparato: il che non si può dire di molti altri « com- 
pimenti», che arrivano più presto. Sono tre strofe; abbiamo 
dovuto fare dapprima un po' di sforzo: ma siamo entrati 
in piena visione poetica. 

Altri luoghi censurati potrei venire in simil modo cemen- 
tando e, assai semplicemente, senza destrezza alcuna di avvo- 
cato, difendendo. La poesia del Gaeta ha spontaneità grandi 
di movenze, e insieme quella contenutezza o ritenutezza che 
è segno di vigore, e che le impedisce di degenerare nella 
canzonetta triviale. 

In verità, quando io vedo codesto orrore, che ora è d'uso, 
per le contorsioni e le asprezze, penso che il culto di Dante, 
così come lo hanno praticato e lo praticano i dantisti, se è 
stato inutile all'educazione civile degli italiani, più ancora è 
stato inutile alla loro educazione estetica. Un popolo, che si 
spaventa della ruvidezza poetica, non meriterebbe di aver 
a capo della sua storia letteraria Dante, ma Metastasio: quel 
Metastasio, che è invece alla coda e chiude la letteratura della 
vecchia Italia barocca ed arcadica. 

1906. 
B. Croce, La letteratura della nuova Italia, iv. 12 



178 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 



ir 
« Poesie d'amore». 

Dopo quattordici anni — da quando cioè furono pubbli- 
cati i Sonetti voluttuosi ed altre poesie, che resteranno come 
uno dei pochissimi libri di poesia italiani del primo venten- 
nio del secolo — viene fuori una nuova raccolta di liriche 
del Gaeta ('), una raccolta che offre poco più di una settan- 
tina di brevi composizioni. L'autore non è dunque di coloro 
che hanno fretta, né di quegli altri che lasciano scorrere i 
versi a torrente; e questo è già un indizio della bontà della 
sua arte. 

Ma perchè si veda se io abbia ragione nell'affermare, ri- 
badendo un mio vecchio giudizio, che il Gaeta scrive vera, 
sostanziosa e saporosa poesia, debbo anzitutto invitare a leg- 
gere il suo libro: invito che rivolgo con piena sicurezza 
che, in ogni caso, chi leggerà non sarà mai per domandarmi 
conto di tempo che io gli abbia fatto perdere o di fastidio 
che gli abbia cagionato. Il libro è fresco, attraente, grade- 
volissimo. 

Lo leggevo anch'io, che pure queste liriche le ho gustate a 
una a una, via via che nascevano, lungo questi quattordici 
anni; lo leggevo l'altro giorno, passeggiando per una poco 
frequentata strada della periferia di Napoli: e mi accadeva 
a quei suoni e a quelle immagini di sollevarmi a un tratto 
sopra la politica (e quale politica!), che ormai troppo e da 
troppo tempo d'ogni intorno ci preme, e col suo eccesso e 
prepotenza ci strazia, ci attossica e c'immiserisce. C'è dun- 
que altre cose al mondo? C'è ancora la Poesia? E rispunta 



(i) Poesie d'amore (Bari, Laterza, 1920). 



LXVII. FRANCESCO GAETA 179 

ancora e fiorisce, ignara o noncurante delle umane risse, 
e torna accanto a noi divina consolatrice? 

Se dovessi con una sola parola, e in via introduttiva e 
provvisoria, designare il sentimento generale che regna in 
queste liriche del Gaeta, direi che è quello della tenerezza. 
Tenerezza per le cose: per la stradetta in cui è la dimora, 
per la vecchia torre dell'orologio, pel giardino che verdeg- 
gia accanto, pel lembo di mare che di là si vede increspare 
lontano, per la muraglia coperta d'erba, pei colombi e per 
le galline che abitano la terrazza, per il carro che passa 
ogni mattina con la sua campanella di rame e la doppia 
banderuola, pel frate che attraversa sempre alla stessa ora 
la via col suo grosso ombrello sotto il braccio; per le sta- 
gioni che ritornano con la loro fisionomia e le loro consue- 
tudini, il fiorir dei limoni, le rose, le fragole, i cesti di ama- 
rasche, la chiesetta che risuona di musica per il mese di 
Maria, le processioni col Santo: per le « mille cose » insomma, 
che tutte hanno il suo cuore, e verso cui egli si protende 
amoroso e trepidante, quasi tema di perderle, consapevole 
di doverle un giorno perdere o abbandonare. La tenerezza 
si fa più profonda e spasimante quando egli è costretto a 
staccarsi da alcuna di quelle cose: dalla casa in cui trascorse 
più anni e di cui saluta lo stinto parato a fiorame che mo- 
stra ancora segnata l'impronta di ogni quadro amico e noto; 
dal canerino « che ha in gola primavera», guizzante raggio 
tra i fili di ferro della gabbia, issato là sul balcone e ver- 
sante il suo canto nei cuori di coloro che ascoltano dalle 
case e dalla strada. 

In mezzo a questo amore per le cose sorge l'amore per 
l'amore, l'amore per la donna; ma non già per la donna 
che l'immaginazione o la convenzione letteraria finge straor- 
dinaria e abissale, sublime, sottile o perversa, ma per la 
donna com'è d'ordinario, dolce, allettatrice, affettuosa, vo- 
lubile, capricciosa, adorata, rimproverata, compatita. E non 



180 LA LETTKK ATURA DI3LLA NUOVA ITALIA 

è tal donna che stia lontano o in alto; ma e quella che si 
vede alla casa di fronte, che fa segni e cenni dalla finestra, 
che scende nel giardino, che dà appuntamenti per istrada 
nei luoghi e nelle ore in cui non s'incontra gente: creatura 
di vezzi e scherzi e baci e carezze, e di astuzie e audacie. 
Lo stesso sentimento tenero, che si sparge sulle cose con- 
suete, avvolge e colora di sé questi amori, che non hanno 
urti da tragedia e neanche gaiezza da idillio, ma una con- 
tinua trepidazione, un anticipato rimpianto, come una gioia 
che stia sempre per essere interrotta, che stia sempre per 
morire, e che per questo piace, per questo attira e ammalia, 
e non si sa se sia realtà o sogno, o se si cerchi in essa la 
realtà o non soltanto o innanzi ogni altra cosa il sogno, la 
concretezza del presente o il ricordo che il presente lascerà 
quando sarà divenuto un passato, un vano e pur idoleg- 
giato desiderio, una soave malinconia, una disperata e cara 
nostalgia. 

Ma, d'altro lato, questo dominante sentimento di tene- 
rezza voluttuosa e dolorosa, questo complesso d' immagini 
realisticamente e individualmente vedute, è dall'autore — per 
ripetere una sua parola — « proiettato sopra l'Universo »: si 
congiunge in lui col sentimento e con la contemplazione mi- 
stica e religiosa. Quelle cose, quelle figure di donne, quegli 
episodi d'amore gli diventano talora forme nelle quali pal- 
pita l' Eterno, e lo muovono all'adorazione o a un france- 
scano senso di fratellanza e comunanza; e, tal' altra, vane e 
labili apparenze a cui l' Eterno assiste, incommosso e cru- 
dele; o maschere, di cui illumina la falsità. L'eterno par 
che sia per l'autore, a volta a volta, Dio, Spirito, Sfinge, 
Nulla: fonte di entusiasmo, oggetto di sacra ammirazione ed 
orrore, segno di gelida indifferenza. E mortale ed eterno egli 
si sente ad ora ad ora, amoroso, affettuoso, malinconico, e 
ironico e sarcastico e cinico, umile ed orgoglioso, pari al più 
spregiato dei bruchi, pari a un Dio. Si direbbe che il Gaeta 



LXVII. FRANCESCO GAETA 181 

sia tutt' insieme un napoletano, con quel cuore, quell'acume, 
quella fantasia, che sono propri dei napoletani, e un savio 
dell'antico Oriente, bramanico o buddistico. Unione che non 
starò a indagare come si sia formata, con quali disposizioni 
naturali e per quali processi di cultura; né mi metterò a 
esaminare come una posizione logica, perchè agevolmente 
si vede che tale non è, ma ò semplicemente, coi suoi intimi 
consensi e coi suoi contrasti, poesia. 

Quasi a confermare la forza di questo stato d'animo, la 
compattezza del contenuto di questa poesia, il libro del Gaeta 
non suona di altre note. Vi è passata sopra la guerra e non 
l'ha toccato. In una sola lirica balena una figurazione di 
cose guerresche: quella che ritrae una corazzata, a notte, 
in alto mare, con l'eliche ferme e spenti i fuochi, e in essa 
un soldato a guardia, sulla torretta, una piccola macchia 
bianca. Ma quel soldato, guardando il cielo, e la luna, e sen- 
tendo il respiro d'amore che riempie gli spazi, si vede in 
presenza non della guerra ma di Dio, e un pianto gli serra 
il cuore, e gli sale alle labbra la mormorante interrogazione: 
« Perchè? ». 

Dall'ansioso e tenace affetto per le cose terrene, e dalla 
congiuntavi o alternante elevazione religiosa e rapimento mi- 
stico, derivano due caratteri che si osservano in questa poe- 
sia, assai rari a trovarsi insieme: la potenza nell'espressione 
del particolare e l'ampiezza del ritmo. Il Gaeta, poiché le 
ama, scorge e rende le più piccole e sfuggevoli forme delle 
cose, degli atti, dei gesti, dei sentimenti: il Crocefisso «tra 
i fioriti rovi», nella stradetta; i trucioli accumulati dalla 
pialla, sui quali il garzone ginocchioni soffia per far divam- 
pare la fiamma; le coltri appese alle finestre nei dì festivi; 
i tappeti battuti al sole dalle cameriere; la sua donna che 
egli vede, nelle casalinghe faccende del mattino, intenta a 
fare scivolare tra il mento e il petto, « che compresso si ri- 
bella», nella federa di bucato il guanciale; la bambinella 



182 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

di lei, bionda in veste granatina, che sta al balcone poggiata 
la testa tra i ferri. Tanto per accennare, a caso, qualche 
tratto fra gl'innumerevoli. Ma non cade inai nel minuto, nel 
trito e nel volgare, e sebbene osi mettere in rima gli hòiels, 
gli atelier s, i trams, e perfino il « brodo » e il « ragù », nes- 
suno di questi particolari fa mai stacco e tutti sono inve- 
stiti e trasportati e innalzati dall'impeto fantastico e dal 
ritmo. Espressioni familiari ed espressioni nobili, squisite e 
preziose si susseguono e si mescolano, legandosi l'una al- 
l'altra in modo affatto spontaneo. Il gallo, che saluta l'alba, 
è adornato subito poi, e reso solenne e quasi mitico, dal- 
l'epiteto: «solare uccello la cui testa è un fiore ». Nell'oste- 
ria alla spiaggia del mare entra un gruppo roco di suona- 
tori che intonano sui mandolini una canzone già udita nel 
tempo felice, e in quell'istante un alone di fuoco spazia su 
monte Somma, quindi la vetta partorisce il disco lunare e 
il mare formicola d'argento, si celebra un rito della natura. 
Il sole sorge agli occhi dell'uomo che si è levato di buo- 
n'ora, il sole, gemma del mattino, « la santa gemma di cui 
vive il mondo », e, al suo primo spuntare, unge i muri 
« d'impalpabil vino». Come ho detto che in lui c'è del na- 
poletano e del saggio indiano, così si potrebbe aggiungere 
che nella sua poesia sono due elementi, il realistico e l'idea- 
lizzato, il popolare e l'aristocratico, il dialettale e l'aulico. 

Ma vi sono perfettamente fusi, diventati un'unica cor- 
rente, una corrente musicale, un canto armonioso, perchè 
questa poesia è, com'ogni vera poesia, tutta cantata. 

E poiché può giovare a render chiara con l'esempio que- 
sta rapida caratteristica — e, d'altra parte, l'annunzio di un 
libro di poesie in cui non sia riferita qualcuna di esse o al- 
meno alcune strofe, non è nell' uso, — trascrivo qui una lirica, 
una sola, quella che si legge a pagina 115, col titolo: Ora 
matutina. Non è delle più importanti (ve ne sono di più com- 
plesse e più intense); ma tuttavia è bella, e serve bene al caso. 



LXVII. FRANCESCO GAETA 183 

E l'affacciarsi a un mattino d'imminente primavera; ed è 
un saluto alla Primavera. Comincia con un grido di giubilo 
e di rapimento: 

Primavera! primavera LI1 suo buon flato 
su per l'aria, come sangue iu vena, sale; 

arde i sassi del selciato 

e l'asfalto sul loggiato 

e il piperno al davanzale. 

Si saluta il giungere di una Dea o di una maga, ma anche 
si ha la visione di uno spettacolo ben determinato, una pri- 
mavera precisamente localizzata. Essa si sparge per l'aria, 
ma penetra anche le selci della strada, l'asfalto delle ter- 
razze napoletane, il piperno delle finestre. Il poeta ha occhi, 
orecchi, tutti i sensi attenti. E come la sua strofa freme del- 
l' interiore vibrare! con quali ritmi, rime, assonanze e ri- 
sonanze! 

Col tintinno cadenzato del mortaio, 
a l'aperto, desta gli echi la vicina; 

tra le voci del febbraio 

già pasquali, dal pollaio 

canta il gallo a la mattina. 

Lo sguardo scorre intorno ammirante, e contempla e os- 
serva : 

Son tutt'oro le finestre di levante; 

se del musco su i balconi a tramontana 

lascia il verno dileguante, 

ne i dipinti erbai, fragrante, 

rinverdì la mas'g'iorana... 



*e&' 



Ed ecco egli storna per un istante, e quasi a malincuore, 
il pensiero dallo spettacolo in cui si è immerso, perchè gli 
viene in mente la consueta visita mattinale dell'amore. 



184 LA LETTERATURA DEI, LA NUOVA ITALIA 



Ah non battere, stamane, a la mia porta. 
Non mi avvolga l'odor tuo di violetta, 

né, più rorida ed assorta, 

la guardata che mi esorta 

a serrar le imposte in fretta. 

E un'altra immagine che gli entra a forza nell'anima e che 
egli vede mossa nei particolari più vivi ; è l'amore con la 
sua calda sensualità, col suo profumo inebriante, con quel 
che ha di nascosto e di furtivo e di peccaminoso. Ma è, 
questa volta, immagine estranea e importuna: troppo vio- 
lenta, troppo assorbente e insieme angusta di fronte all'altra: 
immagine profana verso un'immagine sacra. Perciò l'anima 
del poeta la riceve e, nel riceverla, ia depreca e respinge. 
L'uomo, con la larghezza del suo respiro spirituale, sorpassa 
la donna, la femminilità, l'amore: 

Non in te mi vuole il giorno solatio, 
ma nel ritmo de l'eterne cose perso. 

Se orizzonte a te son io, 

orizzonte unico mio 

è, quest'oggi, l'Universo. 

È chiaro? Qui l'atteggiamento di sopra definito appare 
chiarissimo, perchè il duplice affetto, i due ordini di senti- 
menti, l'amore per le cose e il rapimento mistico, vi sono 
tanto distinti da esservi contrapposti. Ma quei due ordini 
concorrono dappertutto in questa lirica, disposandosi nei 
modi più vari. 

Non è un saggio critico, questo che ho scritto, nemmeno 
in abbozzo. È, ripeto, una semplice esortazione a leggere e 
a giudicare direttamente. Saggi critici questa poesia ne susci- 
terà, a suo tempo; e allora converrà anche rivederla in rela- 
zione con gli anteriori volumi del Gaeta, e non solo coi Sonetti 
voluttuosi del 1906, ma con le Reviviscenze del 1900. Per in- 



LXVII. FRANCESCO GAETA 185 

tanto io credo che vi siano ancora non poche anime asse- 
tate di schietta poesia, e molte altre che hanno la stessa 
brama e pur non conoscono quel che loro bisogna, e procu- 
rano invano di spegnerla con cattive bevande drogate. A 
esse tutte riuscirà, spero, non inutile l'indicazione che con 
quest'annunzio ho fornita. 

1920. 



LXVII1 

DI UN CARATTERE 
DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA ITALIANA. 

Il fatto che vorrei mettere in chiaro, benché abbia re- 
lazione con la letteratura e determini a un tempo certi mo- 
tivi artistici e parecchie brutture antiartistiche, è, prima 
che un fatto letterario, una condizione di spirito; la 
quale, essendo assai comune e rispecchiandosi anche nelle 
manifestazioni letterarie, viene poi a formare, nel duplice 
opposto modo che si è indicato, un «carattere», — uno 
dei caratteri, ma non il meno notevole — della recente let- 
teratura. 

La moderna vita spirituale e letteraria italiana si spartisce 
a colpo d'occhio in due periodi, il primo delimitato cronolo- 
gicamente dal 1865 al 1885 (o dal 1870 al 1890) e il secondo 
dal 1885 (o 1890) ai giorni nostri, che si possono riassumere 
e designare il primo col nome di Giosuè Carducci, il secondo 
con la triade onomastica D'Annunzio, Fogazzaro e Pascoli. 
Ora, sarebbe di certo ozioso e fallace istituire paragone punto 
per punto per contrapporre l'un periodo all'altro e determi- 
nare pedantescamente la superiorità dell'uno sull'altro, per- 
chè essi costituiscono in realtà un unico processo che j3i 
tratta d'intendere; nondimeno, pel fine appunto di tale in- 
tendimento, è utile ricorrere al paragone per meglio acuire 



188 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

lo sguardo a cogliere i tratti più caratteristici degli avveni- 
menti che si sono svolti e si vanno svolgendo. 

E se si fa il paragone tra i due periodi così a un dipresso 
distinti, sarà lecito lodare senza dubbio la maggiore finezza 
e sottigliezza spirituale del periodo più recente; ma anche 
si dovrà notare una differenza tra i due, che non saprei in 
breve forinola esprimere altrimenti se non col dire che, 
nel periodo più a noi prossimo e nel quale ancora viviamo, 
spira vento d'insincerità. 

Richiamiamo per via di rapidi accenni le forme princi- 
pali dell'arte e del pensiero al tempo del Carducci. C'era 
allora, anzitutto, la poesia carducciana, maturatasi con le 
Rime nuove e con le Odi barbare: una poesia tutta mossa da 
quei sentimenti che potrebbero dirsi elementari dell'uma- 
nità: l'eroismo, la lotta, la patria, l'amore, la gloria, la morte, 
il passato, la virile malinconia. L'ideale carducciano non e 
un ideale transitorio, ma è quello che canta nel fondo di 
ogni animo forte e sensibile, complesso e sereno: perciò il 
Carducci è sulla linea della grande poesia: è un omerida. 
E come a quel suo ideale egli dava tutto sé stesso! Chi non 
ricorda le « furie » della sua prosa « vivaci » e « schiette » , 
in difesa di quanto aveva caro, in offesa dei suoi avversari? 
Anche nei suoi cangiamenti e' era sempre il medesimo uomo 
che perseguiva il medesimo ideale, sia che lo vedesse nel 
Mazzini o nel Crispi, nei garibaldini partenti dallo scoglio 
di Quarto o negli alpini passati a rassegna da re Umberto 
tra le alpi nevose, sia che nella sua gioventù lo chiamasse 
Satana o nella sua maturità Dio. «Un sogno tra di furore 
ed ardore e malinconia», egli definì benissimo, presso al 
termine della vita, la sua .poesia, quando gli appariva già 
un passato ( 1 ). 



(!) In una lettera del 2 novembre 1902, che fu riprodotta dal Gior- 



nale d'Italia e da altri giornali. 



LXVIII. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA 189 

Accanto alla grande persona del Carducci, si movevano, 
— più rappresentativi e meno solitari, — i veristi: coloro 
che in romanzi, novelle e drammi intesero a rappresentare 
oggettivamente ciò che gli uomini sono nella dura realtà, 
le passioni umane senza veli e senza trasfigurazioni fanta- 
stiche, le condizioni reali delle varie classi sociali e delle 
varie regioni d'Italia; e sognarono di congiungere l'arte con 
la scienza in novelle, romanzi e drammi scientifici, co- 
struiti con l'osservazione, l'esperimento e i « documenti 
umani». Certamente questo loro programma era sbagliato; 
la scienza e l'arte sono inconciliabili, non perchè avverse 
ma perchè diverse. E la loro opera era tutt'altro che ogget- 
tiva, la rappresentazione della vita tutt'altro che piena, anzi 
sommamente unilaterale: l'uomo veniva abbassato ad ani- 
male, la società a gruppi animaleschi disputantisi tra loro 
la preda, il cibo e la femmina. Pochi di quei veristi, infine, 
ebbero tanta forza d' ingegno da attingere il cielo dell'arte. 
Ma, pur concesso tutto ciò, quanta onestà di propositi così da 
parte dei maggiori come dei minori di quella scuola, e quanti 
onesti sforzi per tradurre in atto il loro disegno! Essi ubbi- 
divano senza sapere a una necessità superiore, perchè, oltre 
la parte d'illusione, c'era nell'opera loro l'elemento vivo, 
proveniente dalle condizioni generali dello spirito europeo, 
che s'era indirizzato fiducioso alle scienze naturali e aveva 
chiesto la verità all'indagine naturalistica intorno all'uomo; 
onde necessariamente essi dovevano -trovarsi condotti alla 
contemplazione dell'animalità. Chi ripercorra i volumi della 
scuola veristica (e, come ho detto, anche quelli dovuti a 
scrittori di second'ordine), se è spesso offeso dalle molte per- 
cezioni e osservazioni non trasformate in arte, non perde mai 
il contatto con la realtà e con la vita. 

Come quelli dell'arte, i rappresentanti della filosofia in 
quel tempo, i positivisti, dicevano quel che pensavano: poco, 
in verità, perchè non pensavano molto, ma non più di quanto 



190 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

effettivamente pensassero. Erano sovente sgrammaticati quei 
positivisti italiani; erano ignoranti della storia filosofica e 
della grande filosofia; erano perlìno ridicoli, quando scam- 
biavano Herbert Spencer per un Aristotele moderno o Carlo 
Darwin per un filosofo. Ma possedevano la religione della 
scienza, tanto che, da pii credenti, nella fraseologia scientifica 
della zoologia e della fisiologia tradussero i loro pensieri e 
immisero nella lingua italiana un'onda melmosa di metafore 
tratte dalla biologia. Cattivi educatori al pensare metodico, 
ma orgogliosi dei loro cattivi metodi e ardenti di fede, che 
è cosa indispensabile all'uomo. E sostanzialmente poco distin- 
guibili da essi furono allora i neocritici, che del pari non 
conoscevano altra forma di scienza che la scienza esatta e 
positiva, e solo ne affermavano il limite, e, come i positi- 
visti, professavano una sorta di agnosticismo, che era, più 
che altro, confessione di timidezza e d'impotenza. Don Ab- 
bondio, che confessa di aver paura, sarà pauroso, ma non 
potrà dirsi bugiardo. Anche i positivisti e i neocritici obbe- 
divano a una necessità: dopo l'orgia metafisica della prima 
metà del secolo, dopo le facili costruzioni della « filosofia della 
natura», era legittima e benefica una reazione, che affer- 
masse l'autonomia delle scienze esatte. Le reazioni come le 
rivoluzioni non scelgono i loro strumenti, ma prendono quelli 
che trovano; e presero in questo caso i positivisti e i neo- 
critici, che espressero perciò qualcosa di serio, forse loro 
malgrado, certo senza adeguata consapevolezza. 

Gli « eruditi » di quei tempi furono, come a' dire, i positi- 
visti nel campo della storiografia. E questa è la ragione onde 
quegli eruditi manifestarono sempre grandi simpatie pei po- 
sitivisti: parecchi di essi si dichiararono persino più o meno 
lombrosiani nelle teorie sul genio e sull'arte; e anche oggi 
i superstiti eruditi di vecchio stampo sono pronti, p. es., 
ad appoggiare l'istituzione nelle facoltà di lettere delle cat- 
tedre di psicologia fisiologica e di sociologia o i gabinetti di 



LXVIII. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA 191 

linguistica sperimentale, a combattere l'idealismo confonden- 
dolo con lo spiritualismo e col reazionarismo religioso, a 
proporre l'abolizione dell'insegnamento filosofico nelle scuole 
secondarie; e simili. Codesta è anche la ragione onde nessuna 
concessione che si faccia, nessun omaggio che si renda al 
pregio delle ricerche documentarie, delle indagini archivi- 
stiche, delle ricostruzioni dei testi, delle edizioni diplomatiche 
e critiche, della solida cultura filologica; nessuna concessione 
e omaggio di tal sorta vale a mitigare quegli eruditi e a con- 
ciliarli con l'estetica e con lo studio estetico dell'arte. Essi 
non tengono soltanto ai metodi eruditi, che gli avversari 
accettano e non a parole; ma anche e più alla metafisica ma- 
terialistica o agnostica che vi hanno congiunta sin dai gio- 
vani anni, e che non riescono a dissociare da quei metodi; 
i quali, presi per sé, dovrebbero essere e sono affatto indif- 
ferenti a ogni metafisica. Gli eruditi (positivistici) pretende- 
vano studiare la storia umana, prescindendo dagli ideali del- 
l'uomo; la storia dell'arte e della poesia, prescindendo dal- 
l'arte e dalla poesia e senza travagliarsi sui loro concetti 
e problemi. Bisognava (aveva detto il Taine) considerare 
le opere poetiche come la botanica considera le piante e i 
fiori; cioè (per non lasciarci distrarre da quel che vi ha 
di leggiadro, di arboreo e di floreale in queste immagini) 
come cosa non umana e non spirituale, con l'impassibilità 
dello specialista che analizza le urine, gli essudati e le deie- 
zioni. Nei libri di quegli eruditi (quando non si contradice- 
vano, come per fortuna avveniva spesso, cedendo essi al gusto 
naturale e al buon senso) la poesia figura per l'appunto come 
un essudato o una deiezione. Sì, tutto ciò è vero; e per questo 
noi combattiamo e combatteremo, non l'erudizione (che alta- 
mente pregiamo), ma l'erudizione confusa col positivismo e 
i positivisti camuffati da eruditi. Ma è vero altresì che gli 
eruditi di vecchio stampo obbedivano anch'essi a un bisogno 
di reazione contro le storie a priori e arbitrarie dell'ultima 



192 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

filosofia idealistica, contro le «filosofie della storia», come 
i positivisti contro le «filosofie della natura ». Essi restaura- 
vano l'autonomia della ricerca storica, la quale si fonda sul- 
l'elemento intuitivo, ch'è il documento, la testimonianza, la 
lezione esatta. Perciò il programma erudito fu calorosamente 
bandito e fiduciosamente accolto. Il Carducci diceva ai gio- 
vani: — Entrate nelle biblioteche e negli archivi d'Italia; 
sentirete come quell'aria e quella solitudine siano sane e piene 
di visioni da quanto l'aria e l'orror sacro delle vecchie fo- 
reste; — e noi entravamo palpitanti in quei vecchi depositi 
di carte, in quegli antichi palazzi principeschi o ex-conventi 
tappezzati di libri, di codici e di «filze»; e gioivamo alle 
prime piccole scoperte che ci accadeva di fare o che crede- 
vamo aver fatte. — Cercate l'inedito; — e noi esultavamo a 
ogni documento « inedito » che ci passasse tra le mani (di- 
menticando troppo spesso l'arguto detto di un francese, che 
il « vero inedito è lo stampato »). — Specializzatevi, non 
isvolazzate da un argomento all'altro, come dilettanti ; — e 
noi cercavamo un campicello nella storia d'Italia, un periodo 
di quindici o venti anni, un genere o sottogenere letterario, 
un singolo poeta o poetucolo, proponendoci di consacrargli 
parecchi anni della nostra esistenza, di dotarlo di biografia, 
bibliografia, edizione critica, storia delle fonti, storia della 
fortuna e via dicendo, e asserragliandoci bene in quell'ar- 
gomento per diventare « competenti » ; cingendolo di una 
siepe « utile e pia » (canterebbe il Pascoli) contro il « ladro- 
dormi-'l dì », contro gl'incompetenti e i dilettanti. — Ricordo 
questi particolari, che hanno del comico, e li sottolineo con 
un sorriso; ma hanno insieme del commovente, perchè rav- 
vivano impressioni giovanili e testimoniano di quel che c'era 
di serio nel movimento erudito d'allora, se è vero che 
ogni entusiasmo ha un fondo di serietà e produce (come 
infatti il movimento erudito ha prodotto) benefici e durevoli 
effetti. 



LXVIII. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA 193 

Non proseguirò col delineare l'atteggiamento dello spirito 
pubblico rispetto alla pratica e alla politica. Si viveva ancora 
sulla ricca eredità ideale della rivoluzione italiana, del Maz- 
zini e del Cavour, concordi nell'ideale delia libertà e del 
progresso, sebbene diversamente lo intendessero e contempe- 
rassero; concordi nell'anticlericalismo e nella concezione 
laica dello stato e della vita moderna. So bene che in quel 
periodo si manifestarono le peggiori piaghe della politica 
italiana, come l'affarismo e la corruttela elettorale. Ma lo 
storico futuro dovrà pure riconoscere che molti di quei mali 
accompagnavano lo svolgimento dell'Italia a popolo mo- 
derno ; e da mia parte non ho mai ascoltato con troppa com- 
punzione le idilliache pitture dei primi anni dell'unità, p. es., 
a Napoli, quando con votazioni unanimi si eleggevano a, 
deputati nei vari collegi della città Cavour, Lamarmora, 
Mazzini, Garibaldi, Carlo Poerio, tutto il Pantheon del Risor- 
gimento. Si eleggevano da poche centinaia, anzi da poche 
decine di elettori dell'alta borghesia, alquanto retori o molto 
ingenui, inesperti della vita politica, inconsapevoli d'interessi 
precisi da difendere: le plebi borboniche non sapevano che 
cosa farsi del nuovo strumento elettorale: non sapevano 
nemmeno che potevano offrire in vendita il loro voto. La 
comparsa della corruttela, della clientela, del voto venduto, 
dei caporioni elettorali fu in certo modo un progresso, perchè 
segnò l'uscita dall'Eden: svelò le condizioni effettive del 
paese, e iniziò la via dolorosa dell'educazione politica, an- 
cora ben lontana dall'essere giunta a maturità. 

Ma mettiamo da banda la politica: il pagane simo eroico 
del Carducci, il verismo, il positivismo, l'eruditismo, 
erano le forme principali della vita spirituale italiana in quel 
tempo: forme ormai invecchiate, di cui non ritroviamo ai 
nostri giorni se non stanchi rappresentanti. Ora (cioò nel pe- 
riodo seguente e che dura ancora) appaiono nell'arte, nella 
filosofìa, negli studi storici, tipi psicologici affatto diversi. 

B. Cuoce, La letteratura della nuova Italia, iv. 13 



194 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Abbiamo non più il patriota, il verista, il positivista, ma 
l'imperialista, il mistico, l'esteta, o com'altro si chia- 
mino con molteplici specificazioni e varianti di nomi. 

Tatti costoro sotto vari nomi e maschere varie, lasciano 
tralucere una comune fisonomia. Sono tutti operai della me- 
desima industria: la grande industria del vuoto. Ne raccol- 
gono la materia prima, la sottomettono a una sgrossatura, 
la fanno passare per successivi gradi di elaborazione, la ri- 
ducono in forma di manufatti, la dispongono in mostra nelle 
vetrine, la consegnano agli adescati compratori. Che cosa 
vogliono? Chi lo sa! — 'Il mistico è cattolico, neocattolico, 
francescano, asceta; ma, se si dice cattolico, non lo si metta 
troppo alle strette, non lo si interroghi sulle idee fondamen- 
tali del cattolicesimo, non gli si domandi se crede alla divinità 
di Gesù o alla persona divina; e, se è francescano o asceta, 
non si pretenda che gusti davvero la povertà o pensi sul serio 
di ritrarsi in solitudine e campare di elemosine. Essi sono 
cattolici, ma in un certo senso, che si guardano bene dal 
determinare; francescani in un certo senso, che è e non 
è poi quello di Francesco d'Assisi; asceti, che amano le pra- 
tiche dell'ascetismo nei libri dove le trovano descritte e di- 
sprezzano la vita attiva, salvo a parteciparvi a loro modo 
e a lamentarsi anzi di non parteciparvi mai abbastanza. 
L'imperialista vuole trarre l'Italia a grandi destini; vuole 
schiacciare la bestia democratica; vuole conquistare, guer- 
reggiare, cannoneggiare, spargere fiumi di sangue r ma se gli 
si domanda contro chi e perchè e con quali mezzi e a quali 
fini vuol movere tanto fracasso, eccolo sulle furie, eccolo che 
rivolge contro l'importuno domandatore i suoi cannoni di pa- 
role; egli sente che i suoi programmi di dominazione e deva- 
stazione perderebbero la loro grandiosità e presto si dissipe- 
rebbero, se si volesse determinarli storicamente. L'esteta, se 
è artista, vagheggia un'arte che non si esprima né con le 
parole nò coi toni né con le linee né coi colori: il capolavoro 



LXVIII. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA 195 

non ancora fatto ma sognato, che sarà sempre sognato e non 
mai fatto. Se è critico, annunzia una critica d'arte che pre- 
scinda dalla lingua in cui è scritta l'opera o dalle linee che 
l'artista ha tracciate; che stia di là così dalla gretta erudi- 
zione come dalla critica con fondamento filosofico; che si 
faccia con un metodo incomunicabile, cadendo in deliquio, 
in rapimento, in ebbrezza, in estasi; che si effonda in un di- 
tirambo, il quale non significhi niente di preciso, e sia un 
ditirambo del ditirambo, un ritmo della ritmicità. Se si esorta 
quell'artista a provarsi a fare qualcosa di chiaro e di sem- 
plice, dirà che si è incapaci di penetrare nella sacra ombra 
del tempio dell'arte; se a quel critico si chiede di rendere 
conto delle proprie affermazioni, o si notano gli spropositi di 
fatto e le interpretazioni false che gli escono di bocca, ri- 
sponderà che il censore non è giunto ancora allo stato di 
perfezione in cui le cose si vedono senza bisogno di guar- 
darle, gli spiriti si comprendono senza udire le parole ma- 
teriali, si fa la storia inventandola, e si gode l'arte, — so- 
prattutto quando non esiste. 

Questa fabbrica del vuoto, questo vuoto che vuol darsi 
come pieno, questa non-cosa che si presenta tra le cose e 
vuole sostituirsi loro o dominarle, è l'insincerità, di cui 
parlavo in principio: la condizione di spirito, che si è for- 
mata nel più recente periodo della vita e della letteratura 
italiana. Non bisogna scambiare questo malanno con gli altri 
che furono prima o che sono sempre stati. Noi avevamo 
l'enfasi e la rettorica (patriottica, politica, sentimentale, filo- 
sofica); ma l'enfasi e la rettorica sorgevano su qualcosa di 
solido: erano il tentativo di proseguire ispirazioni già esau- 
rite o di risvegliarle artificialmente nei momenti in cui ta- 
cevano: ciarlataneria, senza dubbio, ma ciarlataneria assai 
trasparente. La nuova rettorica invece è, più propriamente, 
l'ineffabile. E si potrebbe documentare e simboleggiare con 
le forme verbali di recente introduzione, che contrastano 



196 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

stranamente con le forme verbali della rettorica, p. es., 
quarantottesca. Sono forme negative come « i sogni che nes- 
suno ha mai sognati», «il bianco di cui nessun bianco fu 
più bianco», «le parole grandi che nessuno mai disse», «i 
ritmi che non mai s'udirono»; e poi superlativi a profusione, 
e indicazioni di gesti che non si traducono in movimenti né 
di mano né di piede né di alcun'altra delle parti del corpo 
destinate più particolarmente al gestire. 

E sarebbe anche poco efficace obiettare che gli stati d'a- 
nimo (misticismo, cattolicismo, estetismo, imperialismo, ecc.), 
che qui si considerano come insinceri, sono pur sinceramente 
sentiti e meritano il rispetto dovuto a tutti i sentimenti sin- 
ceri. Perchè, quando io parlo d'insincerità, mi guardo 
bene dal dare taccia di bugiardi, nel senso volgare della 
parola, ai rappresentanti di quelle tendenze spirituali: ci 
sono, sì, tra essi mistici per opportunismo, aspiranti a poco 
mistici collocamenti; o imperialisti e neocattolici per oppor- 
tunismo, aspiranti alla fortuna politica; ma non a costoro 
io miro con le mie parole. Oltre l'insincerità superficiale, 
eh' è quella che si usa con gli altri quando si mente nascon- 
dendo il nostro vero pensiero, ve n'ha un'altra, profonda, 
che usiamo con noi stessi, quando non ci adoperiamo a ve- 
nire in chiaro del nostro vero essere. È questa seconda insin- 
cerità, die ho principalmente di mira: la poca chiarezza 
interiore; lo stato psicologico in cui l'uomo non mente più 
agli altri, perchè ha già mentito a sé stesso, e, a furia di 
mentirsi, ha ingenerato tale confusione nel suo animo, che 
non si raccapezza più; ha arruffato una matassa, che non 
riesce più a dipanare; è pervenuto a una sorta d'incolpevo- 
lezza e d'ingenuità, che ha per fondamento una grande colpa 
e un grande artificio. 

Sincerità!... Ma il misticismo congiunto alla filosofia, il 
cattolicismo congiunto al razionalismo, l'ascetismo alla vita 
attiva, l'ineffabilità all'arte, l'antistoricità alla critica d'arte, 



LXVIII. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA 197 

sono diadi di termini inconciliabili, i quali non si possono 
trovare in accordo e cooperazione in un animo medesimo. 
Quando sembra che stiano insieme, gli è perchè ce li fate 
stare a forza, con la vostra volontà, col vostro arbitrio, pei 
vostri interessi, pei vostri comodi, per la vostra pigrizia. E 
siete insinceri. Che fede si può dare alle vostre proteste di 
sincerità, quando le cose hanno la loro propria voce e pro- 
testano nel verso contrario? Un misticismo, che ragiona e 
polemizza, è un misticismo contradittorio; e, se tenta di af- 
fermarsi, deve uscire di necessità, come appunto ora si os- 
serva, in suoni rotti e vaghi. Un cattolicesimo, che vuole 
ammodernarsi, ignora di proposito che tale ammodernamento 
è stato già compiuto, attraverso la storia, attraverso la ri- 
nascenza, la riforma e l'enciclopedismo e la filosofia specu- 
lativa; che i doinmi si sono già evoluti a verità filosofiche, 
e che i veri e ammodernati cattolici e cristiani, si trovano 
tra coloro che non portano più questi nomi ( 1 ). Se i razio- 
nalisti fanno buon viso, per politiche convenienze, ai nuovi 
infidi colleghi e più o meno se ne contentano, la Chiesa 
cattolica mostra la sua tradizionale chiaroveggenza e coe- 
renza col respingerli e condannarli. Così un ascetismo (bud- 
distico o di altra qualsiasi specie), vagheggiato e inculcato 
quale forma religiosa adatta all' Europa moderna, scopre la 
sua menzogna, perchè è costretto a mettersi in armonia con 
le occupazioni affatto terrene e mondane dell'Occidente (e, 
a dire il vero, anche dell'Estremo Oriente, se la guerra, 
l'industria e il commercio sono occupazioni terrene); e per 
tal modo viene negato e sorpassato, o resta ascetismo di solo 
nome e perciò senza effetti ( 2 ). Contro forza di cose non vale 
forza di parole. Si può spiegare l'errore, si può attenuarlo 



C 1 ) Si vedano gli scrìtti del Gentile, in Critica, i, 296-13 e m, 203-221. 
( 2 ) Anche a proposito del buddhismo, Gentile, in Critica, II, 128-132. 



198 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

mostrando come in alcuni sia passeggera confusione o conato 
di transizione; ma errore è e tale rimane. 

Piuttosto sarà bene notare che qui si descrive una cor- 
rente spirituale, uno «stato» psicologico, e se ne disegnano 
i tipi principali; ma lo stato psicologico, isolato per astra- 
zione, e i tipi di esso non coincidono con gl'individui. Poveri 
noi, se le categorie del male e dell'errore s'incarnassero pie- 
namente: se i morbi agissero nel mondo spirituale come 
estratti condensati e come virus di laboratorio. A quel modo 
che l'uomo empirico non incarna mai pienamente l'ideale 
astrattamente fissato del bene, così, per ventura, non incarna 
neppure l'antideale del male e dell'errore. Gl'individui sono 
spesso assai migliori del loro falso ideale ; e se in parte della 
loro opera manipolano il vuoto nel modo che si è descritto, 
in altre parti mettono il meglio di loro stessi: acuti pensieri, 
sottili osservazioni, squisite impressioni artistiche, sinceri 
moti religiosi. Degli individui (poeti, filosofi, storici, sociologi) 
abbiamo discorso ( l ), e seguiteremo a discorrere, uno per uno, 
cercando di ritrarli nei loro singoli aspetti e graduali svol- 
gimenti. Ma lo studio che andiamo facendo dell'Italia con- 
temporanea, e i risultati che in parte già ne abbiamo offerti 
al pubblico, ci hanno mostrato che molte delle sue più re- 
centi manifestazioni letterarie, filosofiche o morali nascono 
da un medesimo fonte, da una forma di falsità-vacuità; e 
questa forma conveniva isolare per meglio considerarla. 

Che si tratti non d'illusione della nostra fantasia ma di 
qualcosa di ben reale, basterebbe a provarlo la triade ono- 
mastica, onde, come si è detto, si può contrassegnare il più. 
recente periodo della letteratura italiana: il D'Annunzio, il 
Fogazzaro e il Pascoli. I miei lettori sanno come io faccia 
grande stima di una parte dell'opera di essi tre; e segnata- 
mente di quella del primo, che è, dei tre, il più vigoroso e 



( l ) Nei saggi, che sono raccolti ora in questi quattro volumi. 



LXVI1I. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA 199 

ricco temperamento artistico; e come mi sdegni quando li 
vedo oggetti d'indifferenza e di dispregio. Qualche maligno 
direbbe che mi sdegno e li difendo per poterne dir male a 
modo mio; simile a Tancredi, che rotava la spada a difesa 
di Argante per ammazzarlo lui. Ma sarebbe una malignità 
in cui di vero ci sarebbe solo questo, che a me dispiace 
in quei tre proprio ciò che altri vi ammira: la morale 
eroica e la lirica civile e nazionale nel D'Annunzio, 
il neocattolicesimo e la morale erotica nel Fogazzaro, 
la gonfiatura del Pascoli a poeta professionale e a vates 
che ha assunto una missione pacifistica e umanitaria: 
la trina bugia, che introduce la rettorica del vuoto nelle loro 
opere, così veramente artistiche quando risuonano delle corde 
reali delle loro anime. Nel passare da Giosuè Carducci, a 
questi tre sembra, a volte, come di passare da un uomo 
sano a tre ammalati di nervi. Artisti, senza dubbio, che 
hanno scritto i loro nomi nelle pagine della loro storia let- 
teraria italiana, ma che temo li abbiano scritti anche in 
modo meno glorioso in quelle della nostra storia civile, la 
quale dovrà spesso ricordarli come insigne documento del 
presente vuoto spirituale. 

Dei tre, forse il più insincero non è colui che molti cre- 
dono: il D'Annunzio. Egli ha avuto la chiaroveggenza di 
riconoscere in certi momenti gli aspetti falsi della sua anima, 
e li ha resi veri facendoli materia di rappresentazione e 
porgendoci così egli stesso la chiave per intenderli e criticarli 
tutte le altre volte dipoi in cui appaiono in ufficio di soggetto 
e non di oggetto, com'è il caso del suo ultimo dramma ('). 
E per essere egli il temperamento più efficace dei tre ha an- 
che il predominio; e di dannunzianesimo potrebbe forse 
scoprirsi qualche traccia nel Pascoli e nello stesso Fogazzaro. 
Io contemplo talora in visione, per le vie dell' Urbe, Claudio 



( J ) Più che l'amore. 



200 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Cantelmo e Pietro Maironi, il «Re di Roma » e il «Santo», 
l'uno su un cavallo arabo, l'altro su un asinelio di Palestina, 
cavalcare a paro, e rivolgersi la parola, non di maraviglia 
come le ombre all'ossuto Alighieri, ma di dimestichezza, come 
un augure a un augure. 

E in tante altre manifestazioni recenti (che spesso si con- 
figurano perfino a « opposizione di Sua Maestà», ad antidan- 
nunzianesimo), scorgo il dannunzianesimo. Per esempio, nel 
nuovo genere di «articoli», che ora va diventando di moda 
nei giornali politici, e che non è già la difesa più o meno 
ragionata di un partito o di un interesse determinato, ma è 
l'« articolo» che non dice nulla di preciso; è una variazione 
di falsa arte, che s'intona a un'indignazione senza indigna- 
zione, a un'ammirazione che non ammira, a un sorriso che 
non sorride. E le manifestazioni filosofiche? Ho combattuto 
il prammatismo, di recente introdotto; ma è poi, quel pram- 
matismo, tanto anglosassone o americano quanto vuol sem- 
brare? per quanta parte non è esso effetto della disposizione 
d'animo ora consueta? non sarà piuttosto del nietzschianismo, 
passato attraverso il dannunzianesimo? « Vedete bene che ci 
dev'essere!», come scriveva Nicola Valletta nella prefazione 
alla sua Cicalata sulla jettatura, che consiglio di ricercare 
e rileggere per ritrovare talvolta il riso sano dei nostri 
vecchi. 

Molti rannodano o confondono la nuova corrente mistica, 
aristocratica, estetizzante, con la rinascita dell'idealismo nel 
mondo contemporaneo ; e altri la considerano quasi esagera- 
zione dell'idealismo, epperò la trattano benevolmente, al 
modo che noi abbiamo usato di sopra pel positivismo e per 
lo storicismo, dei quali abbiamo riconosciuto l'esigenza le- 
gittima. Ma la rinascita dell'idealismo è, e dev'essere, la 
restaurazione dei valori dello spirito, e in primo luogo, 
del valore del Pensiero; laddove la corrente, che abbiamo 
descritta, annulla i valori dello spirito e del pensiero nelPar- 



LXVIII. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTKRATURA 201 

bitrio, nella sensualità, nel sentimentalismo, nella fede all'in- 
conoscibile e al miracolo, ed è nemica dell'idealismo, com'è 
avversata ora e sempre da questo. Chi dà il diritto ai gior- 
nalisti e rivistai di chiamare mistici gì' idealisti, che svolgono 
le loro affermazioni in forma di concetti e di ragionamenti, 
e invitano a esaminarle e a discuterle coi medesimi proce- 
dimenti mentali? Chi dà il diritto agli « estetizzanti » di con- 
fondersi con gli «estetici», i quali riconoscono la forza 
creatrice dell'arte, ma l'arte non ripongono altrove che nella 
storia dell'arte, da indagare laboriosamente nei suoi parti- 
colari e circostanze? Chi dà il diritto agli animatori della 
sensualità, agli esaltatori della forza per la forza (persone, 
di solito, pacifiche e innocue nella vita quotidiana) di repu- 
tarsi aristocratici e idealisti, e collocarsi accanto a coloro che 
per la concretezza hegeliana non dimenticano la rigidezza 
kantiana, né per la dottrina di Kant quella di Cristo? Chi dà 
il diritto ai signori occultisti e spiritisti d' introdursi nella 
società di uomini che lavorano a tavolini diversi dai loro, 
e che adoperano bensì com'essi la parola « spirito » , ma allo 
stesso modo che l'hanno in comune coi venditori d'acqua- 
vite? Tutti costoro, dunque, non sono esageratori del prin- 
cipio idealistico, ma veri e propri negatori e contraffattori. 
Quando si vorrà esagerare l'idealismo, ci prenderemo questo 
gusto noi, che sappiamo dov'esso sta di casa, e possiamo 
esagerare ciò che possediamo. 

No: la corrente dell'insincerità e del vuoto ha senza 
dubbio, oltre le cause prossime e superficiali della moda, 
dell'imitazione, del mestiere letterario, degl'interessi e ca- 
pricci individuali, cause più remote e profonde, ma non già 
nell'idealismo filosofico o morale, anzi piuttosto nel suo con- 
trario. E se dovessi mettermi qui a ricercarle, comincerei 
col notare l'internazionalità di questa condizione di spi- 
rito, che deve fare volgere la ricerca alle condizioni generali 
d'Europa nel secolo decimonono, le quali per una parte l'Italia 



202 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

entra a comporre e per un'altra rispecchia. E quasi direi bi- 
blicamente che i peccati dei padri si scontano dai figli e dai 
nepoti, e inviterei a indagare le colpe delle generazioni che 
ci hanno prossimamente preceduti. 

Due grandi colpe: una contro il Pensiero, quando per 
protesta contro la violenza arrecata alle scienze empiriche 
(che era il motivo in certo modo legittimo) e per l'ignavia 
mentale (che era quello illegittimo) si volle, dopo Kant, Fichte 
e Hegel, tornare indietro, e si abbandonò il principio della 
potenza del pensiero a investire e dominare tutta la realta, 
la quale non è, e non può esser altro, che spiritualità e 
pensiero. Dapprima non si sconobbe propriamente e aperta- 
mente la potenza del pensiero, e solamente la si cangiò in 
quella dell'osservazione e dell'esperimento; ma, poiché co- 
desti procedimenti empirici dovevano necessariamente pro- 
varsi insufficienti, la realtà reale apparve come un di là 
inafferrabile, un inconoscibile, un mistero, e il positivismo 
generò dal suo seno il misticismo e le rinnovate forme reli- 
giose. Per questa ragione io ho detto che i due periodi, presi 
in esame, non si possono distaccare nettamente e porre in 
reciso'contrasto tra loro: di qua il positivismo, di fronte il 
misticismo; perchè questo è figlio di quello. Un positivista, 
dopo le gelatine dei gabinetti, non credo abbia altro di più. 
caro che l'inconoscibile, cioè la gelatina in cui si coltiva il 
microbio del misticismo. 

Ma l'altra colpa richiederebbe l'analisi delle condizioni 
economiche e delle lotte sociali del secolo decimonono, e in 
particolare di quel gran moto storico che è il socialismo, 
ossia l'entrata della classe operaia nell'agone politico. Parlo 
qui da un aspetto generale; e trascendo le passioni e le 
contingenze del luogo e del momento. Come storico e come 
osservatore politico, non ignoro che tale o tal altro fatto 
che prende nome di socialismo, nel tale o tal altro luogo 
e tempo, può essere con maggiore o minore ragione contra- 



LXVIII. CARATTERE DELLA PIÙ RECENTE LETTERATURA 203 

stato; come del resto accade per qualsiasi altro programma 
politico, che è sempre contingente e può essere più o meno 
stravagante o immaturo o celare un contenuto diverso dalla 
sua forma apparente. Ma, sotto l'aspetto generale, la pretesa 
di distruggere il movimento operaio, nato dal seno stesso 
della borghesia, sarebbe come pretendere cancellare la rivo- 
luzione francese, la quale creò il dominio della borghesia; 
anzi l'assolutismo illuminato del secolo decimottavo, che 
preparò la rivoluzione; e via via sospirare la restaurazione 
del feudalismo e del sacro romano impero, anzi addirittura 
il ritorno della storia alle sue origini: dove poi non so se si 
troverebbe il comunismo primitivo dei sociologi (e la lingua 
unica del prof. Trombetti), ma non vi si troverebbe, di certo, 
la civiltà. Chi prende a combattere il socialismo, non più 
in questo o quel momento della vita di un paese, ma in ge- 
nerale (diciamo così nella sua esigenza), è costretto a negare 
la civiltà, e il concetto stesso morale sul quale la civiltà si 
fonda. Negazione impossibile; negazione che la parola ri- 
fiuta di pronunciare, e che perciò ha dato origine agli inef- 
fabili ideali della forza per la forza, dell'imperialismo, del- 
raristocraticismo: tanto brutti che ai loro medesimi assertori 
non regge l'animo di proporli in tutta la loro rigidezza, 
e ora li temperano con mescolarvi elementi eterogenei, ora 
li presentano con cert'aria di bizzarria fantastica e di para- 
dosso letterario, che dovrebbe servire a renderli accettabili. 
Ovvero ha fatto sorgere, per contraccolpo, gli ideali, peggio 
che brutti, melensi, della pace, del quietismo e della non 
resistenza al male. 

Dal doppio peccato, intellettuale e morale, si genera 
quell'Io, quella Egoarchia, quell'Egocentricità, quella 
Megalomania, che è tanta parte della vita contemporanea. 
Biagio Pascal osserva che ben si dice dagli scrittori « noi > 
e non « io » tanto piccola è la parte dell'individuo in ogni 
opera del pensiero. E certo noi tutti dovremmo sentire e far 



204 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

valere quell'Io che e in noi tutti, e che solo ha pregio, e 
che male si scambia con gl'io individuali, degni di una mi- 
nuscola più minuscola di quella che ci appresta l'ortografia. 
Queste sono, a mio parere, le cause profonde della mo- 
derna malattia dell'istrionismo e dell'insincerità; e intendo 
averle accennate in modo provvisorio, e solamente per segnare 
la via da seguire nell'indagine. E torno alla nostra Italia, e 
rientro nella cerchia dei nostri poeti, filosofi, programmisti 
e predicatori contemporanei. Se i figli scontano i peccati dei 
padri e degli avi, avremo noi finito di scontare quelli dei 
nostri antenati? dovranno pesare ancora sulle generazioni 
seguenti, fino alla settima? La mia visione biblica, a dir 
vero, non giunge a tanto: io penso ai giovani che ora si 
vanno formando, e addito il male e il pericolo ; e ho buona 
speranza che essi, — molti di essi, i migliori, coloro che sa- 
ranno i più, non di numero ma di valore e d'efficacia, — 
sapranno guardarsene. Guardarsene, guardando in loro stessi: 
perchè altro modo che questo non si è ancora trovato per 
produrre pensieri veramente profondi e forti, arte compiuta e 
vitale, e quella continua correzione di noi stessi in cui solo 
consiste l'onestà della vita. 

1907. 



LXIX 

INTORNO ALLA CRITICA 

DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 
E ALLA POESIA DI G. PASCOLI. 



Il mio giudizio sul Pascoli ha suscitato — e me le aspet- 
tavo — vivaci opposizioni e controversie. E a proposito di 
esso si è ripreso a discutere di quel che sia o debba essere 
la critica letteraria, e dei vantaggi e degli inconvenienti di 
questo e di quel metodo, e del metodo in genere. Ecco dun- 
que buona occasione per meglio chiarire le idee non ancora 
del tutto chiare (sebbene molto meno confuse di quanto fos- 
sero alcuni anni addietro) sull'ufficio della critica, e anche 
per aggiungere qualche cosa circa la poesia del Pascoli. 

Quale sia il metodo di critica, che si professa in queste 
pagine, può compendiarsi in poche parole, quasi in un cate- 
chismo. E una critica fondata sul concetto dell'arte come pura 
fantasia o pura espressione, e che per conseguenza non esclude 
dalla cerchia dell'arte nessun contenuto o stato d'animo, 
sempre che sia concretato in un'espressione perfetta. Fuori 
di tale concetto, quella critica non ha alcun altro presupposto 
teorico, e rifiuta come arbitrarie le cosiddette regole dei ge- 
neri e ogni sorta di leggi letterarie e artistiche. Per giudicare 
d'arte non conosce altra via che quella d'interrogare diret- 



206 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

tamente l'opera stessa e risentirne la viva impressione; e a 
questo fine, e solo a questo fine, crede ammessibili, anzi 
indispensabili, le ricerche che si chiamano storiche o filo- 
logiche, le quali hanno valore ermeneutico e servono a 
trasportarci, come si dice, nelle condizioni di spirito del- 
l'autore nell'atto che formò la sua sintesi artistica. Otte- 
nuta la viva impressione, ossia il congiungimento con lo 
spirito dell'artista, il lavoro ulteriore non può esplicarsi se 
non nel determinare ciò che nell'oggetto che si esamina è 
schietto prodotto di arte, e ciò che vi si contiene di non ve- 
ramente artistico, come sarebbero, p. es., le violenze che 
l'autore fa alla sua visione per intenti sovrapposti, le oscu- 
rità e i vuoti che lascia sussistere per ignavia, le gonfiature 
e fiorettature che introduce per far colpo, i segni dei pregiu- 
dizi di scuola, e tutta insomma la varia sequela delle defi- 
cienze e viziature artistiche. Il risultato di questo lavoro ò 
l'esposizione o ragguaglio critico, che dice semplicemente (e, 
nel dir ciò, ha insieme giudicato) ivìe es eigentlich geicesen, 
« come sono andate propriamente le cose», secondo la defini- 
zione, geniale nella sua semplicità, che Leopoldo Rauke dava 
della storia. Perciò critica d'arte e storia d'arte, a mio ve- 
dere, s'identificano: ogni tentativo di critica d'arte è tentativo 
di scrivere una pagina di storia dell'arte (intendendo la pa- 
rola « storia » nel suo senso alto e compiuto, cioè nel suo senso 
vero). La critica distingue e qualifica le forme prese dallo 
spirito artistico nel corso della realtà, che è svolgimento e 
storia. 

Mi ha recato dunque meraviglia leggere su pei giornali 
che questo metodo vuol « misurare la fantasia e l'estro di un 
poeta col metro di preconcetti pedanteschi » , o che esso ap- 
plica all'arte « i criteri logici che sono propri della critica della 
scienza», o che si fonda sui «caratteri estrinseci » dell'opera 
d'arte; — quando vero è proprio l'opposto, cioè che esso è 
sorto per discacciare preconcetti pedanteschi e abitudini di 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 207 

confusione tra arte e scienza, e per ricondurre lo sguardo 
dall'estrinseco all'intrinseco. E non so che cosa si voglia dire 
con l'accusare quel metodo come «sistematico», giacché, per 
quel ch'io so, la mente umana è sistema, vale a dire or- 
dine; e si potrà censurare come imperfetto un particolare 
sistema, ma non perciò sopprimere mai l'esigenza sistema- 
tica, la quale conviene a ogni modo appagare. Non potrei 
neppure ammettere che il metodo da me professato sia bensì 
buono, ma che « accanto ad esso ve ne siano altri egualmente 
buoni per giudicare dell'arte », perchè non intendo come una 
funzione dello spirito umano possa avere altro metodo che non 
sia quell'unico, che le è proprio; e resto stupito quando poi 
leggo, che « di un metodo in critica non si dovrebbe neppur 
parlare», perchè rispetto troppo il mestiere che esercito e 
non mi adatto a considerarlo cosa capricciosa e priva di 
metodo, cioè di giustificazione e di valore. 

Ma confesso che la meraviglia maggiore è nata in me dal 
timore manifestato dal Gargano ('): che questo metodo, risol- 
vendosi in un « formolario», metterà « d'ora innanzi alla por- 
tata di tutti l'esame di ogni produzione letteraria, di coloro 
specialmente che, sforniti della dote essenziale del critico, cioè 
del gusto, crederanno in buona fede di poter giudicare appli- 
cando severamente i principi della logica». Lasciando stare 
l'ovvia risposta già da altri anticipata al Gargano (che di qual- 
siasi metodo si può abusare dagl'inetti), io osservo che la 
vecchia critica, fondata sulle regole e i modelli, quella, sì, 
poteva dirsi facile e «alla portata di tutti»; perchè non ci 
voleva molto a sentenziare: «la tale opera non risponde alle 
regole della tragedia, e perciò merita condanna»; ovvero: 
« il tale personaggio si comporta in questa situazione per 
l'appunto come il pìus Aeneas, e perciò merita lode di deco- 
roso eroe da epopea». Ma la critica moderna, richiedendo 



( l ) Nel Marzocco di Firenze, del 31 marzo 1907. 



208 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

insieme idee filosofiche sull'arte, cultura storica, sensibilità 
estetica, acume di analisi e forza di sintesi, è difficile. Tanto 
difficile che io non l'ho vista mai attuata se non a tratti e 
lampi; e non conosco se non un sol critico (l'ho detto già 
molte volte), che l'abbia degnamente esercitata sopra un'in- 
tera letteratura: il De Sanctis. Per quel che concerne me che, 
in mancanza di altri volenterosi, mi sono provato ad ado- 
prarla per la contemporanea letteratura italiana, mi sento di 
continuo travagliato dal dubbio (igienico dubbio) della mia 
inadeguatezza all'alto ufficio. Faccio del mio meglio, m'invi- 
gilo, procuro di correggermi; ma non ho mai la sensazione 
di correre un campo libero di ostacoli, o di scivolarvi come 
in islitta. Se altri prova questo godimento, beato lui! 

M'a come mai l'enunciato metodo critico, che è il più li- 
berale che sia stato mai concepito, il più riguardoso verso 
tutte le svariate individuazioni artistiche, il solo che non 
prenda il passo sull'arte, viene ad assumere agli occhi di 
molti aspetto minaccevole di forza e di prepotenza, tanto da 
spingerli alle proteste e alle accuse malamente formolate con 
le parole di « sistematismo », «logicismo», «preconcettismo 
pedantesco», e simili? Chi non ignora che le medesime accuse 
sono state date ai metodi dei più vigorosi filosofi, e le lodi 
contrarie largite in copia ai filosofi molli, contradittorì e in- 
concludenti, chi rammenta di quanto odio siano stati prose- 
guiti Spinoza o Hegel, e di quante simpatie Mill o Spencer, 
non dura grande fatica a spiegarsi il caso. La ragione delle 
accuse, non potendo essere fondata nella natura di quel 
metodo, deve cercarsi nelle disposizioni degli animi e de- 
gl'intelletti degli accusatori : in tutto ciò che io soglio com- 
pendiare con la parola « pigrizia ». È l'umana pigrizia che fa 
preferire un metodo più comodo, o almeno rivendica il diritto 
di un metodo più comodo e benigno accanto all'altro troppo 
severo; la pigrizia, che rifiuta il peso e scansa la responsa- 
bilità del concludere, e tenta di eludere il problema, giran- 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 209 

dolando intorno all'arte, cogliendone sóio qualche lato, di- 
vagando leggiadramente o sviandosi in questioni estranee. 
L'orrore di molti cosiddetti « eruditi » per la cosiddetta « cri- 
tica estetica » è l'istintiva paura per un esercizio troppo aspro 
e periglioso. Mettere insieme la cronaca dei pettegolezzi di 
Recanati è, si sa, molto più facile che non analizzare il 
Canto del pastore errante. 

La pigrizia per altro è, nella critica della letteratura con- 
temporanea, rafforzata da motivi particolari. Quella critica, 
a dir vero, considerata intrinsecamente, non ha problema 
diverso da ogni altra forma di critica, che concerna le let- 
terature più da noi remote nel tempo ; e anch'essa, come si 
è detto, si riduce alla prova di scrivere una pagina di storia 
letteraria. E se vi s'incontrano condizioni sfavorevoli, che 
non si trovano nella letteratura più remota, presenta altresì 
talune condizioni favorevoli, che mancano nell'altro caso: se 
nella letteratura contemporanea è assai malagevole cogliere 
il carattere e il valore di certi processi che sono ancora in 
fieri o appena conclusi, laddove per l'antica si hanno innanzi 
serie di svolgimenti compiuti e nitidamente disegnabili, d'al- 
tro canto per la letteratura contemporanea si ha una agevo- 
lezza d'interpretazione e comprensione, che nella più antica 
si ottiene di solito con grandi stenti e solo in parte. Vantaggi 
e svantaggi, insomma, a un dipresso si compensano, e gli 
uni e gli altri sono poi affatto contingenti. — Ma la cosa non 
sta allo stesso modo circa le condizioni soggettive, o meglio i 
sentimenti e le passioni individuali; le quali, a dir vero, nella 
letteratura contemporanea, operano assai di frequente una 
vera pressione psicologica per impedire la posizione 
esatta e la soluzione giusta del problema critico. 

Vi hanno, p. es., tra gli autori di versi e prose lette- 
rarie, personaggi o ragguardevoli per situazione sociale o 
rispettabili per altre forme della loro attività o attraenti e 
cari per la loro bontà e amabilità, la cui opera artistica non 

B. Crock, La letteratura della nuova Italia, iv. 14 



210 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

risponde in modo degno alle altre loro forze e virtù. Il che 
più o meno tutti avvertono, ma tutti o quasi tutti, come per 
tacito accordo, si propongono di non dire. A questo intento 
si ricorre a una sorta di critica diplomazia, la quale o si perde 
in vani suoni o gira il problema o somiglia al linguaggio di 
Alete, pieno di strani modi, «che sono accuse e paion lodi ». 
Si lasci balenare il più lieve accenno di critica seria innanzi 
a codesto tessuto di frasi abili e sfuggenti, e ne nascerà uno 
scompiglio, come io stesso ho potuto sperimentare in più 
occasioni di miei giudizi. Per esempio, ho mostrato che nei 
volumi di un egregio uomo, scrittore di versi, vi ha cultura, 
elevatezza di pensieri e d'intendimenti, pratica dello scrivere, 
ma difetta quasi del tutto la sostanza poetica, l'intimo ritmo 
e il canto. Ed ecco una schiera di amici a scandalizzarsi e 
a darmi sulla voce. « Quello scrittore è una nobile persona- 
lità». D'accordo; ma non è poeta. «Quello scrittore sta solo 
in parte, intatto dall'applauso volgare » . Ciò vorrà dire che 
è uomo dignitoso, ma non che sia poeta. « Quello scrittore 
ha un aspetto tra di monaco e di guerriero, e avrebbe po- 
tuto, se fosse vissuto nel secolo decimosesto, comandare una 
galea in battaglia contro i turchi». Sarà, quantunque sia dif- 
fìcile provarlo; ma non è poeta. « Quella sua poesia attinge 
il più alto segno della poesia degli accademici e professori » . 
Il che vorrà dire che gli accademici e i professori, in quanto 
tali, debbono astenersi dalla poesia; ma non già che quegli 
sia poeta. « Se verrà tempo che non si guarderà più a un 
libro di poesia sotto l'aspetto estetico secondo la moda cor- 
rente, il libro suo sarà studiato come un interessantissimo 
documento psicologico». E ciò conferma, per l'appunto, che 
non è poesia, ma semplice documento biografico. — Sono giu- 
dizi codesti che, per quanto strani, potrei tutti documentare, 
coi nomi degli autori e con ìe altre relative citazioni; ma 
prego i lettori di dispensarmene per non allontanarci troppo 
dalla questione che sola ora c'interessa. Sembra, in verità, 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 211 

che il problema che i più cei*cano di risolvere, sia di trovare 
il modo di non fare critica, pur dandosi l'aria di farne. In- 
nanzi a siffatto proposito, tenace quantunque spesso incon- 
sapevole, di nascondere la verità come a un malato si na- 
sconde la gravità della sua malattia, il critico ingenuo, che 
ripeta il vecchio e arrogante « Hic Rhodus, hic salta » , il critico 
che cerchi determinare chiaramente se una data opera è o non 
è poesia, il critico che, insomma, voglia adempiere il dover 
suo, desta fastidio e impazienza come personaggio importuno, 
e, non sapendosi in qual modo combattere il suo giudizio, 
si rifiuta addirittura il suo « metodo » : quel metodo che pro- 
cede o si accinge a procedere in guisa tanto indiscreta. Guai 
a chi si prova ad accendere una luce sfolgorante dove si 
desidera l'ombra o la penombra. 

Ma il contrasto del metodo da me professato con quello 
che è consueto nelle trattazioni della letteratura contempo- 
ranea, e la parvenza di rigidità e violenza che il primo as- 
sume, hanno origine talora anche da altre cagioni. La più 
parte degli scritti sulla letteratura contemporanea sono me- 
ramente occasionali; concernono questa o quell'opera! di uno 
scrittore, non il complesso della sua attività ; e provengono 
da persone, che di solito propugnano o avversano l'indirizzo 
di quello scrittore o di quella scuola. Non dico che per ciò 
siano privi di buona fede e di qualsiasi verità; e anzi con- 
cedo che offrano sovente osservazioni delicate o sottili e 
giudizi giusti. Ma sono di necessità unilaterali, come unilate- 
rale sarei io stesso se, p. es., amico ed estimatore del Pa- 
scoli, seguendo il mio desiderio o l'altrui invito, scrivessi 
l'annunzio di un nuovo volume di questo poeta: unilaterale 
e non bugiardo o falso, perchè mi basterebbe spigolare nel 
volume motivi e strofe e versi di molta bellezza (dei quali 
nel Pascoli è sempre abbondanza), per conciliare in qualche 
modo i miei sentimenti personali con la verità: tacendo sul 
resto, ossia schivando il vero ed intero problema critico. Messa 



212 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

a paragone di quegli scritti occasionali e polemici, la parola 
di chi, come me, ò costretto, per la qualità stessa del suo 
assunto, a esaminare tutta l'opera di uno scrittore (la peg- 
giore e la migliore, il periodo di genialità e quello di artifizio 
o di decadenza), e a determinarne tutti gli aspetti per darne 
giudizio compiuto, sembra ora troppo severa, ora troppo in- 
dulgente. I lettori equanimi e bene informati se ne sentiranno 
soddisfatti; ma gli autori di quelle recensioni e annunzi (e 
chi non è autore di qualche recensione o annunzio?), no. Per 
ciascuno di essi, a volta a volta, il critico è stato ingiusto: 
una metà di essi invoca il panegirista, l'altra metà il carne- 
fice. Così, pei dannunziani, io che ho definito il D'Annunzio 
un « dilettante di sensazioni », sono, a stento, il « migliore tra 
i critici volgari del D'Annunzio», incapace di penetrare nel 
profondo idealismo della sua arte; ma dagli antidannunziani, 
avendo io, com'era mio dovere, riconosciuto le bellissime cose 
che il D'Annunzio ha prodotte nella ristretta sua cerchia 
d'ispirazione, mi odo invece denominare un «bollente dan- 
nunziano», il più «gran dannunziano sotto la cappa del sole». 
Ho parlato con sincera simpatia dei versi di Severino Fer- 
rari; ma ciò non basta a chi e stato amico del Ferrari e 
della sua poesia si è fatto una predilezione o un saero ri- 
cordo; ed ecco che di quelle mie pagine laudative, ma non. 
ditirambiche, non si sa dare pace qualche cuore tenero, che 
sul Ferrari ha stampato opuscoli col titolo: Il roslgnolo di 
Alberino, e vede con isdegno che io considero il valente Se- 
verino come un uomo e non come un augello. E via discor- 
rendo, perchè gli esempì si potrebbero accrescere. Che cosa 
fare? Io non me ne dolgo, perchè non mi dolgo dell'inevi- 
tabile; e poi ci ho fatto la pelle; e poi ancora ho qualche 
compenso, non solo nella mia coscienza («coscienza» è pa- 
rola rettorica, e non bisogna pronunziarla!), ma anche nelle 
inaspettate e dolcissime manifestazioni che ho ricevute da 
parte di alcuni degli autori da me liberamente criticati, i 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 213 

quali mi hanno ricambiato col farmi l'amichevole confidenza 
delle loro lotte e dei loro dubbi e dei loro scontenti, quasi 
a illustrazione e conferma di quanto io aveva spregiudica- 
tamente osservato. 

Ancora un'altra cagione che fa apparire rigido ed ecces- 
sivo il metodo da me adoperato, sta nel fatto che la prolun- 
gata consuetudine con la letteratura del giorno tende ad 
alterare il senso della grande arte e a deprimere lo standard 
of taste, il livello della vita estetica. Di questo pericolo io 
sono consapevole, e per mia parte cerco premunirmene, ri- 
leggendo di tanto in tanto i classici e giovandomi di tale 
lettura come di un esercizio spirituale (di una praeparatio 
ad missam) pel mio ufficio di critico. Nondimeno, penso che 
i miei saggi critici sulla letteratura contemporanea siano al- 
quanto indulgenti, e che tali saranno giudicati da chi li ri- 
leggerà fra un mezzo secolo. Ma, se io forse non sono ab- 
bastanza esigente, oso dire che i più dei miei colleghi in 
critica, sempre tuffati nella letteratura del giorno, hanno ad- 
dirittura fatto l'abito a contentarsi di poco. Odo frequenti 
parole sulla «divina bellezza» della forma del Pascoli. Chi 
dice questo, quanto tempo è che non rilegge un'ottava di 
inesser Ludovico? Il D'Annunzio ha osato ricordare V Aiace 
sofocleo, a proposito del suo ultimo dramma. Ma ha egli avuto 
ben presente la tragedia di Sofocle? Quanto a me, avendola 
ripresa tra mano dopo aver letto la prefazione al Più che 
l'amore, giunto appena alle parole di Odisseo: ÈJtoixxeiQco 8é 
viv, ecc., balzai dalla sedia e mi sorpresi a gridare dante- 
scamente al D'Annunzio : « Fa', fa' che le ginocchia cali!... ■» . 

E, come il senso della classicità, nella consuetudine con 
la letteratura contemporanea si smarrisce sovente quello della 
storia, ossia della lentezza e faticosità dello svolgimento e della 
rarità del prodotto veramente geniale: 

Tu che '1 diamante 

pur generi, lenta, in tua mole, 



214 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

tu sai su l'eterno quadrante 

quante ore di secoli, e quante 

vigilie e che doglia si vuole, 

o laboriosa gestante, 

per dare un cervello di Dante, 

o un cuore di Shelley, al tuo sole! 

La letteratura italiana (che è una grande letteratura) in sei 
secoli non offre dieci o quindici veri poeti; e si sarebbe pre- 
teso che io ne ritrovassi una cinquantina, se non addirit- 
tura un centinaio, nel periodo di un quarantennio o di uà 
cinquantennio, che è quello che sono andato investigando. 
Quale meraviglia se, per la maggior parte degli scrittori che 
hanno avuto voga e riputazione, il mio giudizio è o negativo 
o circondato di molte restrizioni? Ripeto: anche per tale ri- 
spetto credo di essere piuttosto indulgente che severo; e sono 
indulgente perchè comprendo le angosce dell'arte, e tengo 
conto^anche delle approssimazioni al segno non raggiunto, e 
persino ho qualche simpatia per le sconfitte non ingloriose. 
Chi nei secoli venturi riscriverà la storia letteraria dello stesso 
periodo trattato da me, avrà (oh, non dubitate!) la mano assai 
più ruvida e pesante della mia. 

Per queste e per altre cagioni simili a queste, che, non 
volendo andare per le lunghe, lascio di enumerare e illustrare, 
il metodo critico da me professato sembra, e non è, violento. 
Ma per un'altra cagione sembra poi talora sbagliato: per l'in- 
compiuta preparazione mentale della maggior parte dei cri- 
tici che trattano di letteratura del giorno. I quali sono di solito 
(avverto che non faccio allusioni e non penso a nessuno in 
particolare) o persone che hanno tentato iufelicemeute l'arte 
e hanno poi smesso (peggio se continuano a farne, perchè in 
tal caso sono tratte a preparare a sé medesime l'ambiente 
della compiacenza); o uomini di gusto che, leggendo poesie 
per proprio diletto e acquistando così esperienza e pratica 
dell'arte, via via passano dal discorrerne oralmente allo seri- 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 215 

verne sui giornali, e diventano per tal modo, senz'averci mai 
pensato, critici di professione. Ma a costoro, pur tra molte 
belle qualità particolari, manca quello studio e quella annosa 
meditazione sui problemi dell'arte e della critica, e quelle 
cognizioni di storia della critica d'arte, che spesso si pro- 
vano indispensabili; e ciò li mena a confondersi innanzi a 
certi casi, pei quali il gusto naturale e il semplice buon senso 
non sono bastevoli. Talvolta, essi non riescono a intendere 
esattamente nemmeno i termini, che adopera il critico addot- 
trinato, esperto dell'odissea secolare della sua disciplina. 

Se ne desidera qualche esempio? E io ne darò, restrin- 
gendomi a quelli che mi vengono forniti dalle dispute intorno 
al mio saggio sul Pascoli. 

Nel quale aveva scritto tra l'altro, di passata, che «il 
pensiero poetico e l' importanza di Dante non è nelle alle- 
gorie e nei concetti morali». E un fervente ammiratore del 
Pascoli (') mi redarguisce : « Le allegorie e i concetti morali 
non son tutto Dante, lo sappiamo : ma senza quelle e questi 
Dante non è più lui. Chi rinunzia a rendersene ragione, ri- 
nunzia semplicemente a capirlo. Ora qual critico mai s'è 
sognato d'insegnare che il pensiero dei poeti non importa 
conoscerlo?». E qui, un argomento irresistibile: — Se si tol- 
gono le allegorie, l'arte di Dante si riduce a frammenti ; resta 
una mina, sebbene una nobile ruina. — Ora, come spiegare 
in quattro parole al mio contradittore che il pensiero artistico 
non ha che vedere col pensiero allegorico o extrartistico, e 
che la sintesi, l'elemento unificatore, è data nell'arte di Dante 
dalla sua possente fantasia e non già dalle sae escogitazioni 
di moralista e di teologo? Questa distinzione di pensiero ar- 
tistico (intuizione) e di pensiero extrartistico ò una delle più 



(i) Lettera aperta del prof. Pietrobono a B. C. sulla poesia di G. P., 
nel Giornale d'Italia, del l u aprile 1907. 



216 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

sudate conquiste della scienza estetica. E come spiegargli, 
in quattro parole, che la critica è stata impotente a com- 
prendere la grandezza di Dante fintanto che ha insistito sulle 
sue allegorie e sulle sue intenzioni, e ha fatto un gran passo 
solo quando (nel periodo romantico) ha guardato Dante non 
come un dotto e un filosofo, ma come un poeta dall'anima 
passionale, quasi un Shakespeare in anticipazione? e che 
perciò il Pascoli, che crede di poter assidere su più solide 
basi la grandezza di Dante scoprendo la sua {ctóvoiol, il suo 
pensiero riposto, e, nella storia della critica, un ritardatario, 
anzi un fossile? 

Un altro esempio ci è fornito dalla questione che è stata 
mossa: se valga la pena, nella critica, di far tutte le fatiche 
che io fo per « classificare » e mettere nel « casellario » gli 
scrittori, che bisogna invece solamente gustare e far gustare. 
Dapprima, a questa opposizione, sono cascato dalle nuvole. 
Classificare? casellario? Ma se io non classifico mai! Ma se 
sono il più radicale avversario delle classificazioni e dei 
casellari (dei generi, delle arti, della rettorica, e di quanti 
altri se ne conoscono di questa sorta), che sia mai comparso 
nel campo estetico! Se mi rifiuto perfino a raccogliere gli 
scrittori, di cui tratto, in gruppi di lirici, drammaturgi, ro- 
manzieri, e via dicendo! Ma, poi, ho capito: i miei contra- 
dittori avevano confuso V ititeli ige re col classificare, la com- 
prensione col casellario, tra i quali due procedimenti c'è 
questa differenza, che il secondo è la morte della critica e 
il primo il suo ufficio proprio. Anche qui, come spiegare in 
poche parole cosa che diventa chiara solamente quando si 
risalga alle teorie fondamentali della logica? Prendiamo il 
sonetto: « Solo e pensoso i più deserti campi ». Se io dico che 
è una «lirica», l'avrò classificato in uno degli schemi delle 
vecchie istituzioni letterarie: se dico che è un «sonetto», 
l'avrò classificato secondo la metrica. E quella lirica o sonetto 
rimarrà ancora criticamente intatta. E bella o brutta? e quale 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 217 

stato d'animo esprime? La classificazione, facendosi per ca- 
ratteri esterni, è impotente a rispondere a queste domande. 
Ma se si determina la situazione psicologica del Petrarca (e 
determinarla non si può se non ricorrendo a concetti, giac- 
che, per sentirla così com' è, non c'è da far altro che leggere 
il sonetto stesso), e se si mostra come quella situazione è 
svolta nelle varie parti del sonetto, e come tutto bene si ac- 
cordi ad essa e bene l'esprima, non si classifica, ma si 
cerca di comprendere il sonetto, cioè di farne la critica. 
Ora, bene o male, questo e non altro io mi sono sforzato di 
fare pel Pascoli e per gli altri scrittori, che sono andato esa- 
minando. Il «classificare» non c'entra; e la confusione tra 
i due procedimenti è di quelle in cui possono cascare solo 
le menti non abbastanza riflessive. 

A talun altro il modo della mia critica, in fondo, non di- 
spiace; ma gli sembra troppo freddo e ragionatore e polemico, 
e preferirebbe, p. es., il calore e l'eloquenza di Giuseppe 
Mazzini. E ciò andrebbe bene, se io fossi Mazzini; ma, essendo 
Cecco « come sono e fui » , non posso discorrere se non nel 
tono, che e proprio al mio temperamento. Così il De Sanctis, 
educatore e maestro nell'anima, non poteva scrivere di cri- 
tica al modo del Carducci, poeta nell'anima. Voglio dire, che 
non bisogna confondere il metodo della critica, che dev'esser 
uno, col temperamento dei critici, che non può non esser 
vario; e non bisogna (codesto ci mancherebbe!) mettere tra 
i requisiti della critica un particolare temperamento. All'os- 
servanza del metodo tutti sono obbligati; ma nessuno è te- 
nuto a sforzarsi a un tono a lui estraneo: che anzi ciò gli 
è assolutamente vietato sotto pena di cadere nell'artifizio, 
nella rettorica e nella falsità. Amo grandemente il De Sanctis 
e ne accolgo le idee capitali; ma mi sarebbe impossibile 
imitare il suo stile, e mi guardo pur dal tentarlo. Mi si 
prenda dunque come sono, con la mia simpatia per gli 
schiarimenti e le digressioni filosofiche, con la mia tendenza 



218 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

alla polemica e alla controcritica, col mio tono prosastico e 
talvolta sarcastico, col mio dilettarmi talvolta Bioneis sermo- 
nibus et sale nigro, perchè posso bensì correggere i miei 
errori quando me ne accorgo, ma non posso e non debbo 
mutare il mio essere. — Così anche non so come si sia po- 
tuto far questione di bontà di metodo pel fatto che, nelFesa- 
minare il Pascoli, ho esaminato altresì le opinioni dei critici 
intorno a lui : dico « anche » , perchè non è vero che quello 
sia stato il mio punto di partenza: il punto di partenza (e 
l'introduzione stessa del mio scritto ciò mostra chiaro) fu 
l' impressione diretta, prodottami dalla lettura dei versi di 
lui. Vi ha questioni vessate o pregiudicate, perchè già molte 
volte tentate e trattate; e lo scrittore (che si riattacca sempre 
agli scrittori precedenti e con essi dialoga) non può non te- 
nere conto di quanto altri intelletti hanno osservato e pen- 
sato intorno al suo argomento, non solo per trarne aiuto, ma 
anche per conoscere verso quali punti deve orientare la sua 
esposizione critica. 

E basti di ciò. Mi sembra di aver difeso il metodo da me 
professato contro gli appunti, in verità non gravi, che gli 
sono stati mossi, e posso concludere con tanto maggiore si- 
curezza e franchezza, che quel metodo è buono, in quanto 
esso non è mia privata invenzione e possesso, ma è il risul- 
tamento della storia della critica. 

So bene che mi si osserverà: — Tu hai difeso il metodo, 
ma, nel caso del giudizio circa il Pascoli, non si tratta di 
metodo, sibbene di applicazione. « Il padre Zappata predicava 
bene, ma razzolava male», mi proverbia il Gargano in un 
secondo suo articolo C 1 ); senonchè, nel primo, aveva invece 
rifiutato, mi sembra, il metodo e non l'applicazione, o questa 
solamente come effetto di quello. Dunque, procediamo per di- 
visione. Di metodo non si parla più? Il metodo è buono? Sì? 



C 1 ) Nel Marzocco, del 7 aprile. 



LX1X. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 21 9 

Questo mi premeva soprattutto. E la questione è terminata; 
e siamo d'accordo. 

E possiamo ora passare all' « applicazione » , ossia al caso 
particolare del mio giudizio sul Pascoli. 

Dove mi si para innanzi una pregiudiziale, perchè, a detta 
di taluno dei miei contradittori, a me sarebbe accaduta una 
piccola disgrazia, per la quale potrei bensì utilmente discet- 
tare in teoria, ma non potrei accostarmi ai casi particolari. 
« Il Croce, grazie alla prolungata riflessione e al ripensamento 
della filosofia hegeliana, non si trova più nello stato di 
fresca verginità, di docilità amorosa, che è necessaria per 
seguire i poeti nelle loro fantasie... » ( 1 ). Veramente, una sif- 
fatta verginità, che consisterebbe nel non meditare, non che io 
l'abbia perduta, non l'ho mai posseduta; e sono per questo 
rispetto in condizioni gravi, quasi direi nelle medesime con- 
dizioni di quella Quartilla sacerdotessa, che esclamava appo 
Petronio : Junonem meam iratam liabeam, si unquam me me- 
minerim virginem fuisse. Ma conosco e posseggo un'altra 
«verginità», che si rinnova ogni qual volta il mio animo 
corre a dissetarsi nella poesia : una verginità, che potrà so- 
migliare alquanto a quella di Marion de Lorme (come si vede, 
non intendo esaltarmi mercè i personaggi coi quali mi pa- 
ragono): 

Ton soufflé a relevé mon àme. 
.... Près de toi rien de moi n'est reste, 
et ton amour m'a fait une virg-inité! 

Ma, naturalmente, concedo subito che io possa avere sba- 
gliato nel giudizio sul Pascoli ; anzi questa concessione è già 
implicita in quel che ho detto di sopra circa le difficoltà della 
critica d'arte. E non solo per ciò che riguarda il Pascoli. Ho 
esaminato finora, nei miei saggi, l'opera complessiva di pa- 



(') G. A. Sahiini, nella rivista Studium, di Milano, oO aprile 1907. 



220 li A LETTERATURA DKLLA NUOVA ITALIA 

recchie decine di contemporanei scrittori italiani: e, quan- 
tunque abbia adoperato la maggiore diligenza che mi era 
possibile, se pensassi di non essermi mai distratto, di aver 
sempre reso esatta giustizia a tutti quegli scrittori e a tutte 
le singole loro opere, sarei un fatuo. 

E, se avessi sbagliato circa il Pascoli, certo me ne dor- 
rebbe, e ne proverei una qualche contrarietà e mortificazione 
di amor proprio; ma stia tranquillo il dottor Rabizzani, che 
ha pubblicato testé un bell'articolo sul Pascoli (*), nel quale, 
tra l'altro, si dà pensiero della possibilità di un mio «postumo 
pentimento», e mi ricorda sin da ora, per incoraggiarmi, il 
nobile atto di contrizione che lo Chateaubriand recitò pel suo 
giudizio, nientemeno, sullo Shakespeare: — ho fiducia che tro- 
verei in me la quantità di coraggio necessaria, e saprei con- 

I 

solarmi, pensando che, costretto io a lacerare cinquanta delle 
non poche mie pagine di prosa, l'Italia avrebbe assodato in 
cambio la gloria di un suo forte e perfetto poeta. 

Ma ho poi sbagliato? Temo di no, a giudicare anzitutto 
dai modi tenuti nelle loro risposte dai miei avversari. Uno 
dei quali, il Gargano (un critico con cui in altre questioni 
letterarie ho avuto il piacere di andar d'accordo), in un primo 
articolo, in luogo di difendere il Pascoli, assalì il metodo in 
genere, che, come si è visto, è affatto incolpevole; in un se- 
condo articoletto, cercò di farmi passare per uno che sfug- 
gisse alla discussione (laddove il vizio del quale, se mai, 
debbo correggermi, è l'opposto); in un terzo, finalmente, 
cavò fuori uno strano pensiero: che cioè « sembra avere io 
ora scelto come bersaglio dei miei colpi i poeti più celebri 
dell'Italia di mezzo » ( 2 ): il che suona un appello, vero e pro- 
prio, alle brutte passioni del campanilismo. E mi pare perciò 
che l'affetto pel suo poeta gli abbia, questa volta, mosso nel- 



( 4 ) Nella Nuova rassegna di Firenze, aprile-maggio 1907, pp. 457-479. 
{-) Nel Marzocco, del 21 aprile. 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 221 

l'animo sentimenti di stizza verso chi è di avviso alquanto 
diverso dal suo; e la stizza (ecco un adagio ben trito) non 
giova alla causa che si difende. 

Vediamo, a ogni modo, le controcritiche; le quali si sono 
aggirate quasi sempre sui particolari delle analisi che io ho 
date di alcune poesie del Pascoli e che servivano a illustrare 
il mio giudizio generale sull'opera di lui. 

Nella poesia La voce ho mostrato come quel «Zvani», 
che fa da ritornello, rompa bruttamente la delicatezza del- 
l'ispirazione. Il prof. Pietrobono (') dà al mio giudizio questo 
significato: che io non ammetta l'uso del dialetto nella poesia 
e nella prosa colta; e mi ricorda il miscuglio dialettale ome- 
rico, con erudizione alquanto remota, quando poteva sem- 
plicemente citare ciò che io stesso ho scritto più volte ( 2 ) 
per difendere il dialetto e il miscuglio dei dialetti. Ma no: 
quel «Zvmiì» mi spiace come mi spiacciono di frequente 
le onomatopee ornitologiche del Pascoli, non perchè dia- 
letto, ma perchè mi sembra un modo alquanto comodo e 
semplicistico di risolvere il problema artistico con l'offrire la 
materialità della cosa invece del suo spirito. Come mai 
il Pascoli, che freme e trema alla voce della morta, alla voce 
di sua madre, può, nel medesimo istante, mettersi fredda- 
mente a contraffare quella voce e a rimodulaiia dilettan- 
tescamente dentro di sé? Quella voce dovrebbe sentirsi dap- 
pertutto nella lirica, e non lasciarsi mai fissare nella sua 
determinatezza estrinseca e nel suo contorno preciso. È un 
« infinito » di angoscia e di nostalgia, che non bisogna ren- 
dere finito e tascabile. Il mio contradittore afferma che « quel 
Zvanì... ci sta d'incanto, specie se si pronunzia a do- 
vere»; e così scopre egli stesso la sollecitudine di salvare, 



( 1 ) Si veda la citata Lettera aperta del rev. prof. Pietrobono. 

( 2 ) Si veda, tra l'altre, a proposito del Di Giacomo, in quest'opera, 
in, 97-100. 



222 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

per virtù di pronunzia, l'effetto di quel ritornello. Che cosa 
dirgli? Io mi provai a pronunziarlo in tutte le più varie in- 
tonazioni; me lo feci perfino leggere da un amico, valente 
lettore di versi; e la stonatura mi parve e mi pare sempre 
gravissima. Forse, se lo sentissi pronunziare da lui, sarei 
vinto, e qualche lacrima mi sgorgherebbe; ma anche in quel 
caso mi resterebbe il dubbio di avere reso omaggio non alla 
virtù del poeta, ma a quella del bravo declamatore, che sa 
come si tappino i buchi o si scivoli sulle asprezze dell'espres- 
sione poetica. 

Si dica lo stesso del: «Papà, papà, papà» dell'altra poesia 
Un ricordo. Qui il Gargano anche osserva che io mi son « fatto 
lecito di associare a una delle più soavi elegie pascoliane 
il ricordo di una canzonetta napoletana volgaruccia anzi che 
no». Mi son fatto lecito? Si posseggono non so quante pa- 
rodie di Omero e di Dante, anzi quasi non e' è verso di quei 
grandi che non sia stato parodiato e cui non sia appiccato 
un ricordo buffo; eppure non mi accade mai di ricordarmene 
quando leggo Omero o Dante. Quella reminiscenza di opera 
buffa mi è stata suscitata, e comandata, a quel punto, dal Pa- 
scoli stesso, per l'imperfezione, pel vano sforzo, in quel punto, 
della sua arte. Che poi (come nota il precedente contra- 
dittore) « Un ricordo e la Cavalla storna seguiteranno a com- 
movere i lettori anche quando noi saremo fatti vecchi, ecc. », 
sarà e non sarà : ma sono affermazioni con le quali il dibat- 
tito non muove un passo innanzi. 

Per dare un piccolo e curioso e quasi scherzoso esempio 
del modo in cui il Pascoli tende a strafare, ho notato il mu- 
tamento del titolo dell'ottava Neve in quello di Orfano. Il 
Gargano risponde : « Quel bimbo non è soltanto ora diventato 
orfano; lo era già prima, quando lo cullava sempre quella 
vecchia, che neppure allora era sua madre». Perchè? La si- 
tuazione della poesia è nel contrasto tra lo squallore nivale 
della realtà e il bel giardino della fantasia, la dura vita reale 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 223 

che quell'essere umano dovrà una volta affrontare e l'illu- 
sione in cui viene cullato. La vecchia può essere la nonna 
o la balia, e lasciar presupporre vivente o morta la madre. 
Tutto ciò non cangia nulla all'essenza poetica dell'ottava. Il 
nuovo titolo lacrimoso, che richiama una sventura alquanto 
contingente e individuale del bambino, mi sembra che im- 
picciolisca e non rafforzi. 

L'altro contradittore mi fa notare che io ho sbagliato nel 
parlare, a proposito della poesia II sogno della vergine, della 
culla come di una culla reale, laddove è una culla metaforica. 
E ha ragione, e lo ringrazio di avermi fatto accorto della 
svista in cui sono incorso nello stendere i miei appunti; come 
anche di avermi avvertito (altra svista) che le strofe di Un 
ricordo sono composte di dieci e non di nove versi. Correg- 
gerò. Ma ciò non tocca il punto sostanziale della mia critica, 
che sta nel notare la soverchia accentuazione data alla figu- 
razione metaforica o no che sia (e peggio ancora se meta- 
forica) della culla: «Si dondola, dondola, dondola» ecc., e 
l'eccessiva dilatazione in una lunga poesia di un motivo 
(i figli non nati), del quale un gran poeta avrebbe fatto ap- 
pena un incidente e un tocco, che in questa sua rapidità 
sarebbe rimasto indimenticabile. — Così nella poesia: I due 
cugini, io credo che dopo la strofa: 

Tu, piccola sposa, crescesti: 
man mano intrecciavi i capelli, 
man mano allungavi le vesti, — 



"6" 



l'altra che segue: 

Crescevi sott'occhi che negano 
ancora; ed i petali snelli 
cadeano: il fiore già lega; 

sia uno stento d'immagini, che ottenebra e non potenzia le 
immagini della strofa antecedente. Il mio contradittore vuole 



224: LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

che il Pascoli, in quella seconda strofa, faccia sorgere accanto 
alla bambina «l'immagine della madre, con quel suo senti- 
mento di grande delicatezza, ond'è mossa a desiderare, come 
tutte le mamme, che la figliuola le resti sempre piccina», 
sentimento che « fa eco e si sostituisce al desiderio inespresso 
e ormai inesprimibile del piccolo morto». Sarebbe un paral- 
lelismo artifizioso e una lambiccatura; e, a ogni modo, si 
veda se tutto ciò è poi detto con la frase oscurissima: 

Crescevi sott'occhi che negano 
ancora... 

Il metodo ermeneutico qui adoperato dal mio contradittore 
mi ricorda quello di un erudito campano, il quale, una tren- 
tina d'anni fa, intestato che Pier della Vigna fosse nato a 
Caiazzo, avendo trovato colà alcuni frammenti di marmo con 
le lettere nus M., aiti, reas f. r., coraggiosamente integrò: 
«Dommus ~M.agi.ster Petrus de Vinea Magne Imperialis Aule 
Protonotarius Edes 1/armoreas Fecìt Restituit »; e pretendeva 
aver ragione contro il Capasso, che non gli menava buona 
la troppo abbondante integrazione. — Vuole ancora il mio 
contradittore che «il cadere dei petali snelli, della fiorita d'ali 
che la rassomigliava a un lucherino, esprima un nuovo do- 
lore per il morto, che vede cadere quello che in lei princi- 
palmente amò»: come se il pasticcio di metafore, onde le 
metaforiche ali diventano petali di fiori, accresca, e non piut- 
tosto confonda, le belle e dirette immagini dell'intrecciare 
man mano i capelli e dell'allungare man mano le vesti. Vuole, 
inoltre, che « la pennellata sobria e pudica del c fiore che lega ' 
dica come la fanciulla cominci a diventar donna e annunzi 
quel c nuovo seno ' che il bimbo ignora»: come se, sempre 
dopo la prima bellissima strofetta, ci volesse il vieto para- 
gone del fiore per fare intendere il formarsi della bambina 
a donna. — Ma perchè non essere schietti e non confessare la 
semplice e prosaica verità? Al Pascoli, dopo la prima stro- 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 225 

fetta uscitagli di getto, mancò la vena; e, non sapendo come 
riempire la seconda, che pure il prefisso schema strofico ri- 
chiedeva, continuò alla peggio nella primitiva redazione: 

Crescevi, come erba nel prato. 

I petali dai ramoscelli 

già caddero, e il fiore ha legato (*). 

Questa stro fetta, assai scialba e sciatta, non poteva conten- 
tarlo; e procurò di rabberciare, sostituendole quella che ab- 
biamo or ora esaminata. Ma il lavoro di rappezzo poetico non 
gli riuscì, come non riesce ora il rappezzo critico al suo di- 
fensore. 

E lascio d'inseguire altri particolari, e mi restringo a 
osservare che il mio contradittore ha frainteso il mio pen- 
siero circa i metri, quando ha creduto che io volessi stabilire 
che un soggetto non può essere trattato se non in una deter- 
minata forma metrica, mettendo in rapporto i metri in astratto 
e i soggetti in astratto. Tutti sanno che io ho sostenuto sempre 
l'opposto, e ho negato ogni valore alla dottrina metrica come 
fondamento di giudizio estetico ( 2 ). Io ho inteso sempre par- 
lare della disarmonia di molte poesie del Pascoli, la quale 
dalla disarmonia nel metro si stende a quella nelle propor- 
zioni del componimento e nelle accentuazioni delle immagini, 
alle materialità inopportune, e via dicendo; e, se ho parlato 
di queste cose come distinte, l'ho fatto per semplice espe- 
diente espositivo o didascalico. L'osservazione enfatica che 
« Dante nella terzina ha gittato il bronzo di Farinata, l'odio 
di Ugolino, la timida preghiera della Pia e il volo dell'aquila 
portata da Cesare», può fare effetto sui profani, ma lascia 
freddo chi come me ha sempre affermato che non solo ogni 



(!) Con questa variante la lirica 1 due cugini fu pubblicata la prima 
volta nel Marzocco, a. i, n. 20, 14 giugno 1896. 

( 2 ; Si veda, p. es., Problemi di estetica, pp. 163-66. 

B. Crock, La letteratura della nuova Italia, iv. 15 



226 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

terzina è diversa da ogni altra terzina, ma ogni verso da 
ogni verso, anzi ogni parola da ogni altra parola, anche 
quelle che il vocabolario pone come identiche: P« amore > 
di Francesca, nelle terzine: «Amor che a cor gentil» ecc., 
(dice benissimo il mio amico Vossler) non è una stessa pa- 
rola tre volte ripetuta, ma sono tre parole diverse. 

Tanto il Gargano quanto il Pietrobono e il dottor Rabiz- 
zani si meravigliano che io, dopo avere approvato come belle 
alcune descrizioni nei poemetti georgici del Pascoli, resti per- 
plesso sull'insieme e mi domandi: «Dov'è il mondo interno 
del poeta?». «Ebbene, in questo caso (scrive, e più effica- 
cemente degli altri due, il Rabizzani, a cui do la parola) il 
mondo interno del poeta è proprio il mondo che sta fuori di 
lui e che solo per opera d' intuizione vien riprodotto. Dinanzi 
alla cosa veduta c'è l'occhio che vede e modifica inconscia- 
mente e sceglie scientemente eliminando la scoria delle im- 
pressioni inutili per far luogo solo a quelle che possono de- 
terminare la sua visione. Così la descrizione è obbiettiva per 
gli elementi che la costituiscono, ma subiettiva per il modo 
nel quale sono costituiti. Ed è inutile cercare dietro ad esso 
una corrispondenza morale propria del poeta ; tanto varrebbe 
cercare i regni celesti oltre la zona fisica del padiglione co- 
stellato. C'è nella nostra coscienza estetica un residuo di sim- 
bolismo per il quale la natura ha diritto di vivere nell'arte 
solo a patto che un'allegoria la giustifichi». Perfettamente 
d'accordo nel principio che non bisogni cercare nelle poesie 
l'allegoria, e che, se un residuo di allegorismo resta in fondo 
alla coscienza estetica, occorra liberarsene, io non sono poi 
d'accordo nel credere al valore delle descrizioni ogget- 
tive in poesia. Se una descrizione non è soggettiva, ossia 
non ha afflato lirico (e s'intenda pure la lirica in tutte le 
sue gradazioni fino al riso e allo scherno), non è poesia. 
E poiché questo afflato lirico non manca in molti punti dei 
poemetti georgici del Pascoli, io li ho ammirati; e poiché 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 227 

non li investe tutti (pel solito difetto che è in lui di perdersi 
nei particolari e nelle sottigliezze), ho notato in quei poemetti 
il miscuglio di un poeta vero con un verseggiatore e descrit- 
tore meramente virtuoso. 

Nel giudizio sui Poemi conviviali, anche il Pietrobono ri- 
conosce esatta la caratteristica da me data dell'atteggiamento 
spirituale tutt'altro che omerico, anzi sommamente raffinato, 
del Pascoli; e solamente crede che io faccia di ciò un rim- 
provero al Pascoli, il che non mi è mai passato pel capo. 
Io ho insistito invece sul modo di concezione e composizione 
di quei poemi, che sembrano mucchi di frammentini delicati: 
è tutta carne molle, e manca l'ossatura; di qui la scarsa 
loro efficacia. Chi ripensi, p. es., ai Sepolcri del Foscolo, 
intenderà ciò di cui lamento la mancanza nel Pascoli. E 
quando il mio contradittore si duole che né io né altri abbia 
osservato « che lungo e che grande amore debba esser costato 
al Pascoli l'ispirazione di quei suoi Poemi conviviali, in cui 
rinovera, analizza e rivive a una a una ordinatamente le età di 
Omero e di Esiodo, quella dei tragici greci nei Poemi di Ate t 
quella dell'arte plastica in Sileno, i pensamenti di Platone 
nei poemi di Psiche, e ci denuda l'anima dell'età di Ales- 
sandro, di Tiberio, dei popoli di Oriente in Gog e Magog, e 
finalmente canta l'annunzio dell'era novella cristiana, nella 
quale tutte le altre si assommano e confluiscono a produrre 
la civiltà moderna», — sono costretto a rispondere ancora 
una volta, che egli dimentica un principio di critica, pel 
quale la ricchezza di erudizione, l'ordine storico sapiente, 
la giustezza del colore storico, e via dicendo, sono cose tutte 
estranee all'arte; tanto vero, che si trovano anche in poeti 
mediocri, i quali, incapaci di scrivere dieci bei versi d'amore, 
sono poi resistentissimi nel comporre trilogie e decalogie di 
drammi, cicli di poemi e leggende di secoli, con relative an- 
notazioni storiche dottissime. 

Senonchò, qual è poi il giudizio complessivo e conclusivo 



228 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

che i miei contradittori hanno opposto a quello da me pro- 
posto e dimostrato intorno all'opera del Pascoli? Ho innanzi 
a me i parecchi articoli, che si sono pubblicati a proposito 
del mio studio; e cerco una conclusione diversa dalla mia, 
e non la trovo. Ecco il Rabizzani, che si dava pensiero di 
una mia possibile e probabile conversione: «Pur non accet- 
tando le conclusioni a cui giunge il Croce nella crudità della 
forinola e nel rigore dello spirito, dobbiamo ammettere il 
carattere frammentario dell'opera pascoliana. Il poeta ha un 
grande mondo, ma non è ancora riuscito ad espri- 
merlo compiutamente. Per ora, la sua sovranità è 
nell'abisso della sua mente. E quand'anche non riu- 
scisse a farnela uscire, noi gliene daremmo il merito, sebbene 
l'Amiel abbia detto che le genie latent n'est qu'une présom- 
ption: tout ce qui peut étre, doit devenir, et ce qui ne devient 
pas rìétait rien ». Mi pare giudizio assai più severo del mio, 
e, se mai, ho paura che il dottor Rabizzani dovrà fare una 
penitenza più grossa della mia. Ecco la Rivista di cultura 
di don Romolo Murri, non certo avversa al Pascoli e, a ogni 
modo, assai equanime: «Non dividiamo, a proposito del Pa- 
scoli, il giudizio recentemente datone dal Croce: giudizio 
giusto nella sostanza, se riguarda, nell'insieme, l'o- 
pera e l'ispirazione poetica del Pascoli, ma ingiusto 
per rapporto a molte particolari poesie. E vogliamo dire que- 
sto: che il Pascoli non ha una così ricca e possente 
ispirazione poetica che non gli venga mai meno nel suo 
molto versificare, né un così fine e sicuro gusto da non 
dare al pubblico, della molta opera sua, se non quello che 
è finito o perfetto; ma, dall'altra parte, quello che il Croce 
concede di strofe e di brani di poesie, che sono di un vero 
e grande poeta, noi pensiamo si possa raramente estendere 
a poesie intere» (*). Non dividiamo; ma, viceversa, dividiamo. 



( J ) Rivista di cultura, 19 inaggio 1907. 



LXIX. LA CRITICA DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA 229 

Un altro e temperato critico affaccia un dubbio, ma comincia 
col concedere : « Il Croce ha messo il dito sulla piaga : lo 
smarrirsi dell'ispirazione universale nel mare dei particolari 
è, presso il Pascoli, un caso non infrequente. Ma non sa- 
rebbe questo un segno de' tempi, non sarebbe la parte caduca 
dell'arte pascoliana, la quale vivrà egualmente ne' secoli ad 
onta di tutti i suoi difetti, ombra appena percettibile a petto 
ai suoi grandissimi pregi?» ('). Perfino il Pietrobono non sa 
dire altro circa il carattere generale della poesia del Pascoli 
se non che quella è «una gran bella poesia»: lode che, nella 
sua indeterminatezza, potrei concedere anch'io. Perchè, se 
alla poesia del Pascoli non avessi riconosciuto valore, e molto 
valore, non le avrei fatto (questa è ben chiaro) l'onore di un 
lungo esame, e di questa non breve discussione, che ora gli 
ha tenuto dietro. 

1907. 



(*) F. Pasini, nel Paivese, di Trieste, del 14 aprile 1907. 



LXX 
ANCORA SUL PASCOLI. 

i 
Dodici anni dopo. 

Da una dozzina d'anni non avevo letto quasi più nulla 
del Pascoli, saziato dallo studio che un tempo feci delle cose 
sue per scrivervi intorno un saggio, il quale, quando fu pub- 
blicato, nel 1907, parve, peggio che severo, ingiusto. E con 
curiosità ho tolto tra mano la scelta che delle poesie di lui 
ha testé curata il Pietrobono (Poesie di Giovanni Pascoli, 
con note di Luigi Pietrobono, Bologna, Zanichelli, 1918); con 
curiosità (prego il lettore di credermi) assai benevola, animata 
dal desiderio di scoprire nel Pascoli, dopo tant'anni, aspetti 
che allora potevo non avere scorti, e di giudicare, dopo tan- 
t'anni, con mente rinfrescata, non solo la poesia di quel poeta, 
ma lo stesso giudizio mio. Il Pascoli non è più; e tra il tempo 
ch'egli ancora viveva e il presente sono accaduti tanto straor- 
dinari avvenimenti, che hanno respinto assai indietro, nel 
remoto, gli anni anteriori al 1914, comprimendoli in un pe- 
riodo già chiuso, quasi con lo stesso cangiamento di pro- 
spettiva che la Rivoluzione francese fece per gli anni ante- 
riori al 1789. Ho levato dunque gli occhi verso il Pascoli 



232 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

come verso un autore del vecchio tempo (del « buon » vecchio 
tempo?), pel quale non si può non esser disposti a simpatia; 
e perfino l'averlo criticato nei giorni lontani accresceva il 
sentimento di simpatia, perchè anche questo mi formava un 
legame con lui, anche questo me lo faceva parte di una parte 
della mia vita passata. S'aggiunga che il compilatore del 
volume, il Pietrobono, ha molto amato il Pascoli ed è colto 
e fino ingegno, e m'invogliava perciò a rileggere quelle poesie 
sotto la sua guida bene informata, esperta ed affettuosa; e, 
a dir vero, per questo riguardo, non mi è toccata alcuna 
delusione, e credo che, posto che giovi adornare di comento 
le opere del Pascoli, non si poteva eseguir tale assunto in 
modo migliore di quello tenuto dal Pietrobono, che non può 
esser tacciato se non forse di sottigliezza e ingegnosità ec- 
cessive, effetti di eccessivo amore. 

Ma, pel resto, ahi, ahi, come la mia buona intenzione, 
la mia mite e sentimentale e malinconica disposizione d'ani- 
mo, è stata presto tutta sconvolta! Come mi son sentito ri- 
prendere di colpo dall'antica ripugnanza, e risospingere al- 
l'antica riprovazione, fatta più acuta e più violenta dalla 
stessa serenità con la quale mi ero messo a riconsiderare, 
dalla stessa aspettazione che avevo carezzata di poter tem- 
perare il mio antico giudizio o integrarlo col riconoscimento 
di alcune cose belle di quella poesia! E la riprovazione si è 
volta in isdegno, ricordando di aver letto su pei giornali let- 
terari, che è ormai venuto il tempo d'introdurre il Pascoli 
nelle scuole italiane, a modello o incitamento stilistico per 
la nuova generazione. Oh, no! Noi non abbiamo il diritto di 
propagare nella nuova generazione le malsanie e i vizi no- 
stri; non abbiamo, in ogni caso, il diritto di toglier d'innanzi 
a essa quelli che la tradizione dei secoli ha consacrati clas- 
sici, per surrogarvi gl'idoli delle nostre fuggevoli esaltazioni, 
dei nostri morbosi sentimentalismi, e dei nostri capricci. 

Ciò che altra volta ebbi a notare, ciò che sempre mi era 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 233 

sommamente spiaciuto nei versi del Pascoli, e mi aveva fatto 
dubitare della sua virtù poetica, mi s'è ripresentato subito 
agli occhi, appena aperto il volume, alle prime pagine. E 
quasi la caratteristica della sua arte: il dissidio tra ritmo e 
metro: il ritmo del sentimento che richiede un certo anda- 
mento, che s'intravvede, si presente, si attende, e il metro 
che gliene dà un altro. Donde anche, introdotta questa prima 
scissione nell'inscindibile, il compiacersi nel particolare per 
sé fuori della nota fondamentale, e, per un altro verso, ca- 
ricare il tono per ottenere l'effetto cercato: disarmonia e 
affettazione. Vedo che il comentatore insiste su ciò, che la 
poesia del Pascoli è poesia di dissidio; e teorizza che «il 
dubbio è uno stato d'animo anch'esso, e il poeta che n'è 
vittima, e vuol essere sincero, bisogna pure che, come sente, 
così si esprima, e non rifugga dall'apparire nel tempo stesso 
ottimista e pessimista, ecc. ». E starebbe benissimo, e non ci 
sarebbe niente da ridire, se si trattasse solo di contrasti psi- 
chici; ma i contrasti psichici debbono, in arte, essere com- 
posti in armonia estetica: ciò che l'uomo divide, e ciò che 
divide l'uomo, la dea dell'arte congiunge. Che è poi per 
l'appunto quel che al Pascoli, per infelicità d'ingegno, non 
veniva mai fatto. 

Si tagliò da una siepe — era un mattino 
triste ma dolce — il suo bordone, e, volta 
la fronte, mosse per il suo cammino. 

Si sente che lo scrittore vorrebbe esser semplice, ma la ter- 
zina, invece, si gira e si dondola, come compiacendosi di sé 
stessa. Si noti quel « volta la fronte » , che atteggia il perso- 
naggio come un attore, che prende a rappresentare la sua 
parte. E, non pago di aver dato quest'atteggiamento, lo scrit- 
tore vi calca sopra: 

Si: mosse. 



234 LA LETTERATURA DBLLA NUOVA ITALIA 

Al che il comentatore: «Si accorge di aver adoperata una 
parola forse superba, e la ripensa come per correggerla; ma 
trova invece che non la sua superbia, ma la verità glie l'ha 
posta sulle labbra, e la conferma». Ora, veramente, non si 
vede qual superbia ci sia nel « moversi per il proprio cam- 
mino»; ma ben si vede che il Pascoli ha «ripensata» la sua 
parola, ossia, al solito l'ha vezzeggiata, compiacendovisi. 

E quella era la siepe folta 
d'un camposanto, ed era il camposanto, 
quello, dove sua madre era sepolta. 

Affettazione di semplicità che s'impaccia nelle ampie pieghe 
del verso e della strofa, e affettazione di sentimentalità, in 
quella fantasia del bordone, tagliato dalla siepe, e proprio 
da quella del camposanto, e proprio del camposanto in cui 
giaceva la madre morta. 

D'allora ha errato. Seco avea soltanto 
il suo bordone. E qua tese la mano, 
e qua la porse. E ha gioito e pianto. 

Solennità apparente, vuoto sostanziale, tutto frasi generiche 
che paiono dire grandi cose e dicono nulla. E le frasi gene- 
riche continuano nella terzina che segue: 

E vidi il fiume, il mare, il monte, il piano: 
tutto... 

Sì, tutto, perchè non ha visto niente di particolare e di signi- 
ficante : 

e a tutto era più presso il cuore 
di quanto il piede n'era più lontano. 

Sentimento, che potrebbe esser vero, ma è reso in forma di 
antitesi, e perciò falsato in un giochetto. Invece di sentirci 
riempire l'animo da quel sentimento, ci soffermiamo ad ana- 
lizzare, con lo scrittore, il giochetto. 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 235 

Così si va innanzi sino alla fine: peggiorando, perchè il 
bordone mette poi foglie, germina, radica, e, senza diventare 
simbolo vivente, s'ingoffisce in cattiva allegoria. 

Il secondo componimento del volume è quello de Le cia- 
ramelle. Chi non sente come liquefarsi l'anima al loro suono? 
Ma appunto chi questo sente, chi è preso da un soave pal- 
pito al riudire le ciaramelle, palpita così perchè non è lui 
una ciaramella, ma un'anima, che, ormai diversa e matura, 
è riportata alle immagini e alle commozioni della fanciullezza. 
Ricordo la vigilia di Natale, evocata dal Di Giacomo in una 
sua lirica d'amore: la Napoli, verso sera, tripudiante, rumo- 
reggiante, piena di lumi, guardata dal poeta dal mezzo della 
collina,' che le sovrasta. Ci sono anche le zampogne: 

Saglieva 'a dinto Napule, nzieme, cu tanta voce, 
cunfusa 'int' a na nebbia ria luce 'e tanta lume: 
sentevemo 'e zampogne, e' 'o suono antico e ddoce 
jenghere ll'aria, e tutti sti voce accumpagnà... 

Ma il Pascoli si fa lui ciaramella, e ciaramelieggia con esse : 

Udii tra il sonno le ciaramelle, 
ho udito un suono di ninne nanne. 
Ci sono in cielo tutte le stelle, 

■ 

ci sono i lumi nelle capanne. 

Sono venute dai monti oscuri 
le ciaramelle senza dir niente; 
hanno destata nei suoi tuguri 
tutta la buona povera gente... 

Una filastrocca tutta ripetizioni di concetti, arguzie, insistenze, 
affanno, piagnucolamento: una bruttura. 

E sorvolo sul terzo componimento {La voce) — quello di 
«Zvanì», — perchè l'altra volta già ne mostrai la sconve- 
nienza e sconcezza; e libo appena il quarto, in cui l'abbaiar 
di un cane a notte alta è chiuso in istrofe di questa spon- 
taneità: 



236 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

là nell'oscura valle dov'errano 
sole, da niuno viste, le lucciole, 

sonava da fratte lontane 

velato il latrare d'un cane; 

e, in tanto artificio e scontorcimento e ballonzolamento, il 
cane abbaia davvero, fa bau-bau: 

Va! va! gli dice la voce vigile, 
sonando irosa di tra le tenebre... 

E, infine, incontrandomi nel quinto componimento (Va- 
lentino) — con le galline che schiamazzano: « Un cocco! Ecco 
ecco un cocco un cocco per te! », — mi arresto e non pro- 
cedo oltre. 

Cioè, smetto di percorrere ordinatamente il volume e lo sfo- 
glio qua e là; e su qualunque pagina poso l'occhio, ritrovo le 
stesse affettazioni. Ecco il tanto celebrato Aquilone: nel quale 
lo scrittore vorrebbe ritrarre un momento della propria vita 
di fanciullo, risvegliatosi nel suo ricordo alla vista di una 
bella mattina, piena di sole, che lo riconduce ad altra simile 
di quei tempi lontani. Ma la sua incapacità a fecondare un 
motivo poetico, sì che produca la propria forma, si dimostra 
qui chiara dal ricorrere (cosa che è sfuggita al Pietrobono) 
a una forma bella e fatta, all' Idillio maremmano del Car- 
ducci. Il canto del Carducci comincia: 

Col raggio del mattili novo ch'inonda 
roseo la stanza, tu sorridi ancora 
improvvisa al mio cuore, o Maria, bionda! 

E il Pascoli, sebbene col solito tono di apparecchio e d'af- 
fettazione, comincia allo stesso modo: 

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, 
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento 
• che sono intorno nate le viole. 

Son nate nella selva del convento 
dei cappuccini... 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 237 



Il Carducci termina: 



Meglio era sposar te, bionda Maria! 



Meglio ir tracciando 



'6 



Meglio oprando obliar 

E il Pascoli: 

Meglio venirci ansante, roseo, molle 
di sudor, come dopo una gioconda 
corsa di gara per salire al colle! 

Meglio venirci con la testa bionda, 
che poi che fredda giacque sul guanciale, 
ti pettinò co' bei capelli a onda 

tua madre... adagio, per non farti male. 

Ma le parole del Carducci sono schiette, il tono eguale; e 
quelle del Pascoli una sequela di abilità da virtuoso, frigi- 
dissime: versi troppo vibrati non si sa perchè, specie il terzo 
di ciascuna terzina; versi che, non si sa perchè, fanno spicco: 

tra le morte foglie 
che al ceppo delle quercie agita il vento; 

immagini leziose, come l'aquilone che s'innalza: 

s'innalza; e ruba il filo dalla mano, 
come un fiore che fugga su lo stelo 
esile, e vada a rifiorir lontano; 

e falsità di ritmo e leziosaggini, che impediscono alle più 
gentili immagini di acquistare la loro musica: 

Si respira una dolce aria che scioglie 
le dure zolle, e visita le chiese 
di campagna, ch'erbose hanno le soglie (bello!): 

un'aria d'altro luogo e d'altro mese 
e d'altra vita: un'aria celestina 
che regga molte bianche ali sospese {troppo 

[cincischiato!)... 



238 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

E tutto il componimento ha un aspetto di congegnato, di 
preparato («Sì, gli aquiloni! È questa una mattina Che non 
c'è scuola... »), direi, di ginnastico, alienissimo della vera 
poesia. 

E a proposito del Carducci e del Pascoli. Mi fu raccon- 
tato, da chi v'era presente (uno dei nostri più fini artisti), 
che un giorno il Carducci, trattenendosi in casa di amici e 
trovato sul tavolino un volume del Pascoli, ne lesse qua e 
là ad alta voce alcune pagine, e poi, richiudendolo d'un 
colpo e posandovi su la mano, ammonì gli astanti: — Questa, 
non è poesia! — La stessa sentenza mi sale dai precordi, dopo 
avere riassaggiato le composizioni del Pascoli. Gridate contro 
di me quanto vi piace: questa, non è poesia. 

E se non è. poesia, eppure ha avuto tanta voga, ed ha 
ancora tanti ammiratori, donde la ragione della sua fortuna? 
Credo da ciò, che essa giunse opportuna: la grande poesia 
italiana, mercè i diversi ma del pari alti esempì del Man- 
zoni e del Leopardi, era stata salvata dallo scompiglio ro- 
mantico, e, mercè quello del Carducci, dalle mollezze del- 
l'ultimo romanticismo. E l'esempio del Carducci operò anche 
sul D'Annunzio (non solo nel giovanile Canto novo, ma anche 
qua e là di poi) come freno, e come freno operò nel primo 
e nel miglior Pascoli (le prime Myricae): ma, più tardi nel 
D'Annunzio e più presto nel Pascoli, quel freno s'allentò, 
e proruppe in essi la letteratura decadente, che era in ag- 
guato nelle loro anime, e l'uno e l'altro diventarono precur- 
sori e avviatori del futurismo. Il Pascoli, meno vigoroso del 
D'Annunzio, il quale ha avuto una sua forza di gioia sen- 
suale, che è stata la sua sanità e si è guastato soprattutto 
con l'intellettualismo dell'eroico e ora del religioso; il Pa- 
scoli, che era disposto al sentimentalismo, doveva più gra- 
vemente soggiacere al decadentismo e futurismo, alla spinta 
analitica, alla disarmonia, al disgregamento, alle smorfie e 
alle sconcezze dell'impressionismo inconcludente. E poiché 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 239 

la sua corruttela estetica prendeva per materia la pietà, la 
bontà, la tenerezza, la tristezza, la morte (diversamente dal 
D'Annunzio il quale si compiaceva di altre cose, che davano 
scandalo ai timorati), al Pascoli è stato possibile soddisfare 
in modo decente quel ch'era di malsano nelle anime timo- 
rate, e persino nei preti: — come, per un altro verso, il Fo- 
gazzaro è stato il D'Annunzio dei cattolici, e ha scritto per 
le famiglie cattoliche il Piacere e il Trionfo della morte sotto 
i titoli di Daniele Cortis, di Malombra e di Piccolo mondo 
moderno. 

Con quali aspettazioni abbiano accolto il Pascoli i cattolici 
si può vedere dalla prefazione stessa del Pietrobono, che è 
preso da quella condizione di lui tra la fede e l'incredulità, 
interpetrandola quasi presentimento di cielo, quasi persecu- 
zione che il Signore faceva di un'anima, che ancora gli rilut- 
tava. E da essa si può vedere quanto potere il sentimentalismo, 
lo spirito di pietà e di carità, il desiderio e le esortazioni alla 
pace, della quale il Pascoli si era fatto professionale rappre- 
sentante, abbiano avuto sui cuori teneri, a segno da far 
dimenticare che tutto ciò in poesia non vai nulla se non 
diventa poesia, ed è addirittura odioso quando procura di 
sostituire al mancante valore di poesia materiali valori di 
sentimento. 

Così ora i decadenti, gli stilisti (che sono poi decadenti, 
perchè sol essi pensano allo « stile » ; i grandi, i classici lo 
hanno e non vi pensano), vorrebbero introdurre la poesia e 
la prosa del Pascoli nelle scuole, nelle scuole classiche, come 
ideale di finezza artistica; e i cuori teneri, nelle scuole ele- 
mentari, come educatrici a gentili affetti, e i preti nelle loro, 
perchè non vi si parla di amore (di quell'amore che è per- 
sino nell'Adelchi e nei Promessi sposil). Ma per le scuole 
elementari è proprio indispensabile il Pascoli? Non c'è di 
più vecchio e di meglio? Non c'è il poeta che facevano leg- 
gere a noi ragazzi, e imparare a mente, il buon canonico 



240 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Parzanese, gloria di Ariano di Puglia? Se è necessaria per 
certi usi una poesia non poetica, una poesia pratica, quella 
del Parzanese fa sempre perfettamente al caso; e quasi mi 
vuol parere che essa dia, per questa parte, la realtà di ciò 
che il Pascoli invano si sforzò di raggiungere. 
Volete onomatopee? 

Suona, o campana, suona, o campana, 
suona vicina, suona lontana. 
Tu sei la musica del poveretto, 
che nel sentirti piange d'affetto; 
ei sol comprende la tua parola, 
quando sonora per l'aria vola. 

Dig din, dog don, 

T'allegra, o povero, questo è il tuo suon! 

Volete riproduzioni di movimenti? 

Dote non ho né panni 
e pur vo' farmi sposa. 
Passati son tre anni 
che la mia man non posa. 
Ma il tempo via sen va, 
e il caro dì verrà 
che tanto il ciel sospira; 
Filatoio, gira, gira. 

Volete ninna-nanne? 

Dormi. La bella luna 
prende del ciel la via; 
passa, e sulla tua cuna 
un bianco raggio invia. 
Pe' poveri Iddio vuole 
che splenda luna e sole. 
Dormi, fanciullo mio, 
dormi, ti veglia Iddio. 



LXX. ANCORA SUL, PASCOLI 241 

Volete figurine di curati? 

Zitto! Cessi lo strepito e '1 baccano: 
che! non vedete il nostro buon pievano? 
s'inoltra passo passo il vecchierello: 

traetevi il cappello. 

E di poverelli? 

Se vedete un vecchierello 

d'occhi cieco e d'anni stanco, 

senza scarpe né mantello, 

che alla figlia appoggia il fianco, 

nel recinto del castello 

date loco al vecchierello... 

E di sventurati? Chi non ha lacrimato perla cieca del Par- 
zanese? 

Non mi dite che torna il mattino 
a svegliare le cose dormenti; 
non mi dite che d'oro e rubino 
sono i lembi del cielo ridenti. 
Il mio ciglio il Signor non aprio... 
Deh! sia fatto il volere di Dio. 

Ed era molto gentile, quella cieca: 

Quando sento il profumo d'un giglio, 
voi mi dite eh' è bianco qual neve. 
Com'è il bianco? — In pensier lo somiglio 
a quel senso che l'alma riceve 
quando ascolta sull'ala del vento 
d'un liuto il lontano lamento... 

Che cosa mai sono venuto recitando? Vecchi suoni del- 
l'infanzia, anche questi; ma, al tempo stesso, cosette mo- 
deste, adatte al loro pratico intento, ben intonate, che mi 

B. Croce, La letteratura della nuova Italia, iv. 16 



242 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

ridanno quel senso di equilibrio, che gli spasmodici ritmi 
del Pascoli mi avevano tolto: del Pascoli che (per dir tutto 
in una parola) in arte era un atassico, ossia non coordinava 
i suoi movimenti. 

« Quiconque ne seni pas ce defaut est sans aucungoùt; et 
quiconque veut lejustifier se meni à lui méme. Ceux qui m'ont 
fait un crime d'étre trop sevère, m'ont force à l'ttre vérita- 
blement et à n'adoucir aucune vérité» (Voltaire, commento 
sul Corneille). 

1918. 

n 
Il « Paulo Ucello » ( l ). 

Il Pascoli lesse nel Vasari che Paolo di Dono dipingeva 
storie di animali, « de' quali sempre si dilettò, e per fargli 
bene vi mise grandissimo studio, e, che è più, tenne sempre 
per casa dipinti uccelli, gatti, cani, e d'ogni sorta animali 
strani che potette avere in disegno, non potendo tenerne de' 
vivi per esser povero; e perchè si dilettò più degli uccelli 
che d'altro, fu cognominato Paulo Ucello» {Vite, ed. Mila- 
nesi, II, 208). Lesse e fraintese, perchè il biografo non volle 
punto dire che Paolo amasse gli uccelli e gli altri animali e, 
non potendo farne acquisto, impedito da povertà, se li dipin- 
gesse per suo gaudio sulle pareti di casa, ma che amava 
dipingere uccelli ed altri animali (compresi leoni e serpenti 
e ogni sorta di brutte bestie) e che, non essendo in grado 
di possederne i vivi modelli, aveva adunato in casa sua 
quanti disegni potesse procurarsene. La notizia, data dal 
Vasari, si riferisce alla comune vita degli artisti, ed è psi- 
cologicamente comprensibile e naturale; ma lo stesso non si 



(i) Dalla Critica, XVIII, 1920, pp. 60-64. 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 243 

può affermare della interpetrazione o fraintendimento del Pa- 
scoli, perchè (si rifletta un istante) a quale verità psicologica 
risponderebbe questa surrogazione del dipingere al possedere? 
Chi desidera un uccellino reale, desidera qualcosa di pratico, 
e, non potendo ottenerlo, si dorrà o si rassegnerà; ma non 
troverà mai un equivalènte o un sostituto omogeneo a quel- 
l'oggetto nell'attività artistica, che trascende l'uccellino come 
realtà vivente e si compiace nel proprio creare. Chi ama una 
donna, ama quella donna, la desidera, la brama; ma, se si 
mette a dipingerla, l'abbassa a materia o modello che si 
chiami, e, in quell'atto, trascende il suo amore e ogni altra 
cosa terrena, ed è innamorato, non più di una donna, ma 
-di un'idea. Tanto vero che raccoglitori e amorevoli curatori 
di animali domestici non sono mai i pittori di animali, ma 
le vecchie signorine e i vecchi celibatari; e il pittore Dul- 
bono, famoso in Napoli per la sua mania di riempirsi la casa 
di gatti, non dipingeva gatti, ma festosi paesaggi di Napoli. 
Ma forse il Pascoli non fraintese per isvista di lettura, e 
volle deliberatamente fraintendere, ossia sul testo del Vasari 
ideò quella sua immaginazione di un Paolo Ucello, desideroso 
di avere uccelli in casa, e sfogantesi nel ritrarli, e tuttavia 
tornante sempre al suo desiderio. Perchè? Perchè quell'im- 
maginazione gli parve commovente, leggiadra, tenera. Pen- 
sate un po' ! Un gran pittore, che passa pel mercato, vede 
un fringuello in gabbia, rosso il petto e nero il mantello, 
•che gli somigliava un fraticino di san Marco, vorrebbe por- 
tarselo a casa, ma non ha un grosso per comperarlo, e tira 
innanzi con quel mortificato desiderio nel cuore, e va alla 
sua opera della giornata, ma la sbriga il più presto che può, 
per tornare a casa e aggiungere ai tanti uccelli che ha già 
dipinti sulle pareti, ai tanti suoi desideri insoddisfatti, la, 
sopra un ramoscello di melo, quel « monachino rosso ». Quanta 
gente non si lascia subito prendere da queste immaginazioni 
leggiadre, tenere, commoventi! Quanta? Moltissima: tuttala 



244 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

legione dei pascoliani, che, da alcune settimane in qua, stanno 
dando prova dei gentili sentimenti che siffatte immaginazioni 
educano negli animi, e li dimostrano nelle loro mansuete, 
francescane parole, indirizzate a Sorella Critica. Ma quella 
moltissima gente è anche di facile contentatura; e, come si 
compiace nel verso che suona e non crea, così sdilinquisce 
per le immagini che paiono attraenti e sono vuote, vuote di 
schietto e profondo sentire. Che vi sia o non vi sia una realtà 
psicologica nell'atto attribuito a Paolo di Dono, essa non cura: 
si attiene alla superficie e scatta in entusiasmi, che altro non 
chiedono e non aspettano che di scattare. 

Comunque, ideata quella prima arguzia o acutezza sen- 
timentale, il Pascoli non si fermò. E perchè si sarebbe dovuto 
fermare? Con lo stesso metodo, e con lo stesso buon suc- 
cesso, poteva foggiarne quante altre voleva. E immaginò che 
Paolo Uccello fosse terziario, e che nel suo irrefrenabile de- 
siderio di un possesso terreno, anche di quello tenuissimo di 
un uccellino, peccasse; e che, dunque, san Francesco gli 
apparisse, là, sulla parete, tra la sua pittura o dalla sua 
pittura, e lo rimproverasse e lo ammonisse, e lo purgasse 
di profani desideri, e poi, andando via, attingesse dallo scollo 
del suo cappuccio briciole di pane e le spargesse per la cam- 
pagna, e gli uccelli volassero a quel lieto convito, e Paolo, 
quetato alfine, si addormentasse nel suo sogno. La poesia 
s'innalzava così, a suo credere, a idealità francescana. 

Tale fu, per chiunque abbia qualche pratica di poeti e 
poesia, la genesi di questo Paulo Ocello, lodatissimo tra i 
componimenti del Pascoli. Ed è chiaro che non fu una ge- 
nesi poetica, ma sentimentalistica, come di solito in quel 
tempo della produzione pascoliana, quando l'autore si era 
dato tutto in balia a certe sue impoetiche tendenze, inco- 
raggiato e traviato da false lodi, specie da quelle di amici, 
che par si fossero proposti di addensargli intorno un velo 
e fargli perdere il senso della realtà, e un po' lo vagheggia- 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 245 

■vano attraverso quel velo, un po' celiavano sulle sue bizzarrie. 
Senonchè, la poesia non può nascere da intenzioni, per gentili 
che siano, perchè tutte le intenzioni sono, in questo caso, 
aride, unilaterali, astratte; ma nasce dalla piena umanità 
commossa, come suono tra i suoni, accordato con gli altri 
suoni, non mai tutta tenera o tutta gentile o tutta leggiadra. 
Anche la poesia dell'idealità francescana: della quale uno 
dei più vivi esempì che mi vengano ora a mente è un verso 
e mezzo di Tommaso Campanella, in un suo duro e nodoso 
sonetto, dove, ritratto l'orrore dell'umano egoismo, le lotte, 
le insidie, le calunnie, e, più di tutto, gl'infingimenti inte- 
riori per cui l'uomo « sé stesso annichilando si converte 
alfine in isfinge», improvvisamente esclama, come se gli si 
spieghi innanzi un lembo di paradiso: 

Tu, buon Francesco, i pesci anche e gli uccelli 
frati appelli!... 

E, se si vuole un esempio più a noi vicino, ricorderò il so- 
netto del non professionale francescano Carducci, quel sonetto, 
in cui il poeta, alla vista della fertile costa che pende dal 
Subasio, considera commosso sul piano laborioso, che al sol 
di luglio risuona di canti d'amore, Santa Maria degli Angeli: 

Frate Francesco, quanto d'aere abbraccia 
questa cupola bella del Vignola, 
dove incrociando a l'agonia le braccia 
nudo giacesti su la terra sola!... 

Poiché la genesi non fu poetica ma intenzionale, o, come 
io dico, intellettualistica, il Pascoli non potè indovinare la 
forma poetica, la quale è tutt'uno con l'ispirazione, e nel- 
l'ispirazione è già delineata e mossa. E prese a stendere il 
suo estratto quintessenziale di tenerezze e dulcitudini e fran- 
cescanerie in una forma artificiosa ed estrinseca, che è su- 
bito dimostrata tale dalla monotonia dell'intonazione, dalla 



246 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

semplicità troppo semplice, che in essa si osserva. Si desi- 
derano prove di ciò? Come darle a chi non ha orecchio per 
sentire il tono falso? Come fissare in alcune parole ciò che 
è diffuso in ognj snodatura e spezzatura della sintassi, in 
ogni inflessione della voce? La critica (l'ho detto tante volte), 
ha un limite o un presupposto che si chiami: il presupposto 
che si abbiano occhi per ben vedere e orecchi per ben udire» 
Tutt'al più, essa può aiutare con qualche indicazione: 

Dipingea con la sua bella maniera 
sulla parete, al fiammeggiar del cielo. 
E il monachino rosso, ecco, li era, 

posato sopra un ramuscel di melo. 
Che la parete verzicava tutta 
d'alberi... 



anche: 



Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo, 
come Donato: ma un cantuccio d'orto, 
sì, con un pero, un melo, un azzeruolo. 

Ch'egli è pur, credo, il singoiar conforto 
un capodagiio per chi l'ha piantato!... 

Ma un rosignolo io lo vorrei di buono... 



»& ■ 



Un altro aspetto di questa forma senza intimo freno,, 
senza intima sua legge, e che ha accattato una legge dal- 
l'esterno, da un proposito della niente, da uno sforzo, da 
uno stento di vellicare i cuori teneri e tenerli in dolce spa- 
simo, è il frazionamento dei particolari, le lungherie, le ma- 
terialità inopportune. Il Pascoli, anche in questo caso, non 
ci risparmia né le nomenclature di uccelli, né le sensazioni 
fisiche, per es., dei becchi che beccano le miche sparse (« E, 
come un bruscinar di primavera, Rimase un trito becchettio 
sonoro»), né il solito usignuolo onomatopeico, che, alla di- 
partita del santo, canta chiedendo « dov'era ito... ito... ito... ». 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 247 

E conseguenza di ciò è la perplessità nel lettore, che non 
sa se il poeta scherzi o dica sul serio, se sia in un momento 
di festevolezza o non piuttosto di accoramento, se voglia dilet- 
tare con un rifacimento arcaico che susciti un sorriso, o se 
esprima un suo serio sentire. Che cosa è quel san Francesco, 
che favella con vocaboli e forinole tolte di peso ai Fioretti e 
gestisce con attucci che mal traducono le pitture trecente- 
sche? È una figurina grottesca, una caricaturina, un follet- 
tino, da divertir bimbi, o il santo del gran cuore, che deve 
riempirci di riverenza? No: nella figurazione del Pascoli egli 
non mi riempie di riverenza o di amore, ma non posso dir 
neppure che mi diverta. E quale impressione, dunque, mi 
suscita? 

Buona è codesta, color foglia secca, 
tale qual ha la tua sirocehia santa, 
la lodoletta, che ben sai che becca 

due grani in terra, e vola in cielo, e canta... 

E sminuiva, e già di lui non c'era, 
sui monti, che cinque stelline d'oro... 

Quale impressione? Non altra che quella, poco piacevole, della 
poesia stentata e sbagliata. 

Sbagliata, ho detto; ma sbagliata dal Pascoli, e non già 
da un qualsiasi arfasatto: dal Pascoli che non solo era un 
letterato studiosissimo, ma era, o almeno era stato una volta, 
poeta, il poeta idilliaco e triste delle primissime Myricae, e 
di tempo in tempo aveva come un'apertura di cuore verso 
la campagna, gli uccelli, le modeste opere agricole e casa- 
linghe, e un senso di gioia e di malinconia schiette. Di questo 
fondo spirituale di lui, guasto da sovrapposte cattive tendenze 
e dal cangiamento dello spontaneo nel professionale, si scor- 
gono le tracce anche nel Paulo Ucello, particolarmente nel 
modo simpatico in cui vi si ritrac (e. 2) la parete dipinta da 



248 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Paulo, quella parete che verzicava tutta d'alberi, d'erbe, di 
fiori, di frutta, e qua vi si vedevano zappe e là falci, e qua 
l'aratura e là messi biondeggiatiti, e due bovi messi in pro- 
spettiva che parevano grandi ed erano più piccoli di un le- 
protto che fuggiva nel primo piano. Peccato che anche in 
questa parte la lamentela del tono turbi l'effetto, e la troppa 
semplicità tolga semplicità. 

E questo è quanto si può onestamente dire intorno al 
Paulo Ucello. A coloro che oggi lo esaltano come un «capo- 
lavoro », come il « capolavoro dei capolavori pascoliani », una 
«purissima», una «divina poesia francescana», e insolenti- 
scono contro di me perchè l'ho passato sotto silenzio, e mi 
tacciano di non « sentire la poesia », di poca « sensibilità » 
(o di poca morbosità), mi contento di rispondere: — Eh, via! 

1919. 



Nota. — Da qualche accenno che è nelle noterelle critiche che 
precedono, i lettori avranno agevolmente inferito che anch'esse 
fecero scandalo e suscitarono un uragano di proteste e d'invet- 
tive, maggiore e peggiore di quello che si levò nel 1907, quando 
fu pubblicato il saggio ristampato in primo luogo. Cosa naturalis- 
sima: nel dodicennio corso fra le due date si era maturato e svolto 
a pieno il «futurismo », del quale il Pascoli è, a mio avviso, da 
considerare precursore e promotore nella nostra letteratura; e la 
reazione contro il mio giudizio, dopo tanta devastazione e per- 
versione prodotta nel gusto, doveva essere, come fu, violentissima. 

Una delle accuse che, in quel gridìo, risonava come un ritor- 
nello contro di me, concerneva la mia «insensibilità». Coufesso 
candidamente che dapprima non compresi di che cosa mai si vo- 
lesse, con questa parola, lamentare in me la mancanza. Ma, con 
pazienza filologica ravvicinando i testi (e quali testi!), e cercan- 
done l'interpetrazione, ho poi non solo compreso, ma, quel eh' è 
meglio, mi sono trovato affatto d'accordo con gli accusatori. Mi si 



LXX. ANCORA SUL PASCOLI 249 

tacciava, in fondo, di essere «insensibile» alle seduzioni del pa- 
scoliselo, del semifuturismo e del futurismo. Insensibilissimo: 
sono, per questa parte, addirittura un pezzo di marmo. 

Dopo di ciò, non avrei niente da aggiungere, non parendomi 
che quella' critica d'opposizione abbia apportato lume alcuno allo 
schiarimento dei problemi artistici da me trattati. Ma poiché una 
rivista letteraria, La ronda di Roma, fu invogliata dalle mie no- 
terelle critiche ad aprire una discussione o referendum sul Pa- 
scoli, che venne inserendo nei suoi fascicoli tra il 19i9 e il 1920 
(a. I, nn. 7 e 8, a. II, n. 1), mi piace rinviare i curiosi e gli 
studiosi a quelle pagine, che contengono molte cose istruttive e, 
nel complesso, ribadiscono il mio giudizio. Anzi, come saggio di 
queste cose istruttive, trascriverò qui alcuni brani dell'articolo 
di uno di coloro che presero parte alla discussione, il Gargiulo, 
il quale ebbe, tra l'altro, il buon pensiero di spremere il succo 
dei principali studi sul Pascoli, pubblicati dopo il mio del 1907, 
e, diversamente dal mio, intonati ad ammirazione, o addirittura 
a commossa tenerezza, pel poeta romagnolo. 

« È recente, solo di qualche anno fa, — scrive dunque il Gar- 
giulo — lo scritto che cominciò a pubblicare nella Voce l'Onofri, 
sotto forma di commento estetico perpetuo alle poesie del Pascoli. 
Fu arrestato a mezzo delle Myricae. Quando mi occorse di leg- 
gerlo, tempo dopo, io dovetti discretamente domandare all'autore 
come avrebbe fatto a continuarlo, e qual vantaggio si sarebbe 
ripromesso per la fama del poeta, nel proseguire. Da quel che 
se ne vide, la negazione risultava pressoché totale; d'altra, parte, 
nel modo, talvolta perfino un po' ingenuo, con cui rari versi re- 
stavano additati all'ammirazione, non si riconosceva punto l'Onofri, 
che pur aveva dato prova di possedere, oltre quella sensibilità che 
conosciamo investita direttamente in saggi di poesia, scaltrite fa- 
coltà critiche. Discussi alquanto con lui anche i rari versi e, se 
mal non rammento, urtai infine contro un atteggiamento di resi- 
stenza passiva, se non d' indifferenza. Ma certo conclusi che per 
lo meno era passato dall'Onofri il quasi entusiastico momento di 
fiducia, che gli aveva dato lena per proporsi quel lunghissimo 
lavoro destinato a discriminazione e volgarizzamento delle bellezze 
pascoliane. 



250 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

«Di R. Serra — del quale non mi esagero il valore critico, ma 
riconosco alcune buone per quanto disgregate deposizioni, — ri- 
chiamiamo un po' il saggio sul Pascoli, del 1909. E da notare che 
il Serra, giustamente, fu detto un temperamento pascoliano ; e forse 
quel saggio, da solo, basterebbe a provare le affinità. Ora, in tutta 
la parte negativa, che è ampia, le osservazioni giuste abbondano, 
né certo l'amor dell'argomento riesce ad attenuarne l'acutezza. 
Si porta all'evidenza, nella parte positiva, la « mancanza di forma » 
del Pascoli, che sarebbe la «forma propria» di lui: i versi del 
poeta non si cantano, non si ricordano, non si citano, se non forse: 
Romagna solatia, dolce paese, ' che veramente è un bello e dolce 
verso '. " E se noi, richiesti, dovessimo offrire in uno o pochi versi 
rappresentata quasi in iscorcio la virtù propria di lui, ci rifiute- 
remmo-, per quanti ce ne potessero passare innanzi, sappiamo bene 
che di nessuno saremmo contenti a pieno. Anzi, dicendone e mo- 
strandone ad altri, mi par che sempre si senta il bisogno di sog- 
giungere a ogni tratto: a questo non badar troppo, non ti fermare 
su quel particolare; che il poeta non è li '. E dov'è mai? — di- 
mandiamo al Serra, caduto in così profondo oblio del proprio 
cosidetto umanesimo? E nelle cose: c La poesia, del Pascoli con- 
siste in qualche cosa che è fuori della letteratura, fuori dei versi 
presi a uno a uno; essa è di cose, è nel cuore stesso delle cose'. 
Ed è lo stesso Serra che in altro scritto, in difesa della forma, 
o della letteratura, ebbe questo scatto: c Le cose! tutto quello che 
e' è in me di meno ingrato si rivolta dispettosamente. Nulla è così 
vago, g'offo, inconcludente, retorico, come le cose '. Le cose dun- 
que; ed anche la persona; cioè, il Pascoli bisognava vederlo: " E 
un poeta. Ogni timore, ogni inquietudine che la lettura poteva 
aver lasciato dietro di sé, subito cade; in lui non c'è falsità, ma- 
schera, posa, artifizio. Tali cose non esistono; non possono aver 
luogo in quest'uomo ch'io vedo. Altri potrà giudicare, pesare, 
classificare... \ C'è altro ancora, e forse di peggio, che tralascio, 
nello scritto del Serra; ma non mi è mai accaduto d'incontrarmi 
nella condanna di un artista concepita in una forma più cruda e 
radicale di quella che trascrivo: «Questa è la sua gran forza e- 
la sua gran debolezza. Secondo che l'uomo accetti la poesia di 
lui per quello che è o per quello che vuole essere. Poiché se io 



LXX. ANGORA SUL PASCOLI 251 

accetto la poesia di lui, col significato ch'essa ebbe per lui quando 
la fece, se mi trasporto, come altri direbbe, nel suo punto di vista, 
allora il valore ne diviene incommensurabile: non è valore di cosa 
d'arte, ma di cosa viva » . 

«Dove si arriva? Eppure il Pascoli del Cecchi, del 1912, ha 
queste parole nell'epilogo, che non sono meno preoccupanti di 
quelle ora riferite del Serra: ' Bisogna rifondere gli aspetti tor- 
bidi e contrastanti, nei quali questa poesia viene, mano a mano, 
rivelandosi, in un misterioso aspetto, solo nel quale le sue con- 
traddizioni, le sue incertezze, i suoi errori, si siano strutti all'ar- 
dore del nostro affetto, della comprensione nostra \ Osservavo, in 
una recensione che feci del libro nella vecchia. Cultura, che in 
tale giudizio è ' come una confessione al lettore, la quale suona: 
l'aspetto misterioso, in questo libro, è rimasto misterioso; il mi- 
stero non è stato svelato '. Di quello studio dicevo in genere (mi 
permetto di autocitarmi, perchè resto precisamente a quel punto 
ora che l'ho riletto): È animato dalle più benevoli e indulgenti 
intenzioni; ma riesce ad una condanna, quasi tutta esplicita, in 
minima parte implicita, dell'opera pascoliana. Pare che il Cecchi 
abbia impegnato in questo suo studio tutta la propria sensibilità 
inventiva, che è molta, e i residui di un'antica simpatia pel 
poeta, che doveva essere ingenua, non criticamente illuminata. 
Pure, il risultato è quello che è, vale a dire negativo '. Non mancai 
di rilevare la sproporzione tra la parte negativa e quella che vo- 
leva essere positiva: * Egli non si è neppure accorto che uno studio 
costituito in massima parte da una violenta negazione, e diretto, 
nel tempo stesso, ad una affermazione energica, doveva essere 
assai più svolto nella parte affermativa, anche sotto il rispetto 
che sembra puramente materiale, del numero delle pagine. Il Pa- 
scoli è, pel Cecchi, un poeta coperto da una corazza di falsità? 
Ha sotto la corazza una emotività delicatissima e nuova? Ebbene 
bisognava che lo studio critico riuscisse solidamente poggiato ed 
equilibrato sulla parte affermativa '. Concentravo naturalmente 
l'attenzione sulla parte del libro che voleva essere di sicura affer- 
mazione, dedicata " alla definizione della particolarissima, intima 
ispirazione pascoliana, di cui poi quasi tutta l'opera del poeta 
sarebbe una deformazione '. Tale ispirazione centrale si risolveva 



252 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

pel Cecclii in una disposizione inizialmente sensuale, oggettiva, 
di pura dedizione alle cose, attraversata poi dal brivido del dolore 
e del mistero. E dovevo concludere: ' Lo sforzo grande, ma vano, 
del critico consiste nel rendere questo brivido '. ' Ma ecco che il 
Cecchi, invece di svolgere e sciogliere fino all'evidenza l'asserito 
sentimento di dolore e di mistero, il quale resta, nei termini in- 
dicati, ancora sotto una forma schematica, dura ed ambigua; 
invece di trarlo alla vita piena, immergendo in esso le opere del 
poeta; impegna tutta la sua sensibilità inventiva, ed anche tutta 
la sua industria stilistica, nel ridurre quel dolore e quel mistero 
alle più fugaci ed inafferrabili espressioni: ad un brivido, un 
attimo, un baleno, e via dicendo'. Il critico aveva paura di fer- 
mare il brivido; le poche citazioni restarono anch'esse sorde 
all'invito di rivelarlo. Sulla poesia che ha il privilegio del più 
lungo commento, la Digitale purpurea, io avrei ora curiosità di 
sentire da capo il giudizio del Cecchi». 

Così il Gargiulo. — Del resto, la lode ottenuta, e in parte an- 
cora mantenuta, dalla poesia pascoliana, e la difficoltà di far pre- 
valere un diverso e più pacato giudizio, richiamano altre vicende 
consimili della storia letteraria. Ci vuol pazienza innanzi alle 
asserzioni dei poco perspicaci e dei fanatici: 

A voce più ch'ai ver drizzan li volti, 
e così ferman sua opinione 
prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. 

Così fer molti antichi di Guittone, 
di grido in grido pur lui dando pregio, 
fin che l'ha vinto il ver con più persone. 

(Purg., XXVI, 124-6). 
Marzo 1920. 



LXXI 
LICENZA. 

Ripercorrendo, ora che l'ho riordinata, questa serie di 
saggi, e comparandoli al loro assunto, mi sembra che tutti 
o quasi gli scrittori da considerare siano stati in essi consi- 
derati: tranne taluni di quelli che appartengono piuttosto 
alla scienza (alla critica, alla filologia, alla storiografia, alla 
filosofia) che all'arte pura, e tranne pochi romanzieri, dram- 
maturgi e lirici, particolarmente degli anni più a noi vicini, 
che ho tralasciati, non perchè non li stimi degni di studio, 
ma perchè sento ormai il bisogno di volgermi ad altri argo- 
menti. Questa compiutezza, o quasi compiutezza, della ras- 
segna che sono venuto facendo, non toglie, per altro, alla 
mia esposizione il carattere, che sin da principio le ho dato 
di « saggi » . Per una vera e propria « storia » del periodo da 
me indagato, occorrerebbe una più giusta proporzione tra 
le parti rispettivamente dedicate ai vari scrittori, con l'esclu- 
sione totale o quasi di parecchi di essi nell'esame dei quali 
sono giunto a conclusioni affatto negative, e col conseguente 
assorbimento o restrizione delle copiose intramesse polemiche; 
e, per contro, un ampliamento e svolgimento degli accenni 
che ho dati qua e là sulle correnti spirituali e sugli avveni- 
menti storici ai quali in qualche modo si congiungono i vari 
scrittori; donde si otterrebbe un ordinamento e aggruppa- 
mento più perspicuo, e la possibilità di assegnare il loro posto, 
epigrammaticamente, a molti scrittori minori o minimi, che 



254 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

la forma del saggio induceva a trascurare; e, infine, e di 
conseguenza, una intonazione e uno stile più equabili. S'in- 
tende anche che dovrebbero sparire o attenuarsi certe ac- 
centuazioni di tono (dico, di tono e non di concetto), ora 
apologetico ora antilogetico, dettate dalle circostanze in cui 
furono scritti i vari saggi, e armoniche con quelle ma disar- 
moniche fuori di quelle. Il che si vede. p. es., nel saggio 
sul D'Annunzio, intonato in parte ad apologia, perchè quando 
lo scrissi avevo innanzi le facce scioccamente ostili degli 
universitari e accademici d'Italia; e in quello sul Fogazzaro, 
un po' troppo secco e duro, perchè ero preso da impazienza, 
allora, contro l'importanza che si dava al Fogazzaro rifor- 
matore etico e religioso e contro la lode che gli si con- 
feriva di alta ispirazione etica, laddove la sua ispirazione è 
fortemente sentimentale-sensuale. E tutte queste cose, tutti 
questi mutamenti, potrei ben fare ora, e non potevo dodici 
anni or sono; e che ora sia ora, e allora fosse allora, è 
cosa la quale desidero che non mi s'imputi a colpa: pronto 
a rinunziare da parte mia al merito, che forse potrei riven- 
dicare nel fatto che «ora» non sia «allora», cioè che ora 
si possegga una chiarezza circa gli scrittori da me esaminati, 
che dodici anni or sono non si possedeva, e perciò una faci- 
lità a rinchiuderli in un libro di storia, che dodici anni fa 
mancava del tutto. 

Ma, riconoscendo che questi saggi sono saggi (e come 
potrei diversamente se li ho intitolati così?), e non sono un 
libro disegnato e scritto di getto, non vorrei, con l'omettere 
un'altra avvertenza, concorrere a rafforzare un'idea di storia 
letteraria, _ che ho tenuta sempre erronea quando mi appa- 
riva presso grandi critici e storici, e che non terrò per buona 
ora, che vedo con lei amoreggiare brillanti e incauti scrittori. 
Anche se fondessi questi saggi in esposizione unitaria, ciò 
che ne verrebbe fuori mancherebbe pur sempre di quella 
«connessione», che taluni richiedono alla storia letteraria. 
E che cosa domandano, veramente, in siffatta richiesta? Non 



LXXL LICENZA 255 

intendo parlare di coloro che vagheggiano nient'altro che un 
ordinamento degli scrittori e delle opere per generi o sottoge- 
neri e regioni e scuole e altri aggruppamenti siffatti; e nem- 
meno di quegli altri che, descritte certe condizioni (la razza 
o l'ambiente o l'avvenimento), vogliono vederne dedotte a 
fìl di logica le opere letterarie, come effetti da cause; perchè 
dovrebbe essere ormai evidente che i primi confondono la 
storia con la sistematica delle scienze naturali, e gli altri la 
negano addirittura: i primi dimenticano che la storia è in- 
dividualità, e i secondi che essa è libertà. Ma bene intendo 
parlare di quei bramosi e fantasiosi, che chiedono una storia 
letteraria che si svolga come dramma d'idee o di ideali, 
lottanti tra loro, sopraffacentisi, trionfanti, dissolventisi, nel 
quale ogni scrittore e ogni opera prenda il suo posto tra le 
dramatis personae, o nei cori anch'essi agenti, diversi e 
lottanti. In questa ulteriore richiesta si confonde né più 
né meno la poesia con la filosofìa o con la vita etica; le 
immagini liriche con le idee della filosofia o con gli 
ideali della pratica. Una storia di quella sorta si può e si 
deve dare ed è stata data; ma è storia filosofica o sociale, 
non già storia dell'arte. Certo, in virtù dell'unità della storia, 
la storia dell'arte è inseparabile dalla storia sociale e dalla 
filosofica, ma è distinta nell'inseparabilità e non è identifi- 
cabile con quelle. Chi, non bene meditando, trascorre a que- 
sta identificazione, finisce, se vuol essere conseguente, col 
porgere una presunta storia letteraria, dalla quale è vo- 
lato via ciò proprio che fa che la poesia sia poesia. 
e delle opere d'arte ò rimasto solo il residuo filosofico 
o morale della combustione e volatilizzazione; ovvero, se 
ò fornito di vigoroso senso della poesia e dell'arte, viola a 
ogni istante la dialettica professata, che rimane alfine, pie- 
tosa in vista, come i brandelli di un vestito stretto e disa- 
datto qua e là pendenti e cadenti dal corpo di altra forma 
e maggiore grandezza, che ha voluto adattarselo addosso e, 
movendosi, lo ha fatto scoppiare. 



256 LA LETTERATURA DELLA NUOVA ITALIA 

Anche la storia della poesia e dell'arto in genere ha il 
suo dramma, la sua dialettica, il suo svolgimento; altrimenti, 
non sarebbe storia. Ma è la dialettica, lo svolgimento, il 
dramma di ciascun autore o di ciascuno sforzo d'arte, che 
si trova sempre a fronte una materia inerte o ribelle, e la 
vince, o le soggiace e ne è vinto; donde le lotte, le vittorie, 
le disfatte, i punti di perfezione, le decadenze degli artisti. 
A questa dialettica deve rivolgere il suo sguardo lo storico 
della letteratura; e serbare viva coscienza del suo limite, 
cioè che quando egli, non pago della dialettica propria delle 
particolari opere d'arte che ha innanzi, vuol considerare la 
dialettica delle relazioni di un'opera con l'altra, deve rompere 
la forma delle opere e far passaggio dalla storia della lettera- 
tura alla storia sociale e a quella filosofica. Le quali giova 
bensì venire anche esplicitamente richiamando nell'esposi- 
zione di una storia letteraria; ma esse non debbono abolire 
o pretender di risolvere in sé la storia della letteratura, perchè 
le storie non si risolvono l'una singola nell'altra singola, ma 
tutte insieme nella Storia, che, come si è detto, è una. 

Ecco quanto mi occorreva avvertire affinchè, nel confes- 
sare ciò che manca a questa raccolta di saggi rispetto alla 
forma di un libro di storia, non si pensi che io la confessi 
manchevole di un'altra cosa, che è invece un vizio, dal quale 
ho procurato di tenermi immune, rinunziando volentieri, per 
umile amore verso la verità, agli effetti o agli effettacci della 
esposizione a colpi di scena o ai trionfi del falso acume. Ed 
ecco, altresì un chiarimento metodologico che è una buona 
ultima parola per queste conversazioni critiche, le quali tante 
volte si sono soffermate su problemi metodologici, e come fine 
loro non secondario si prefiggevano di porgere canoni ed 
esemplificazioni (non già modelli, per carità!) dell'indirizzo 
di critica e storia letteraria, che io stimo fecondo. 

Napoli, 3 luglio 1913. 



NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE 



LXII. GABRIELE D'ANNUNZIO. — N. in Pescara (prov. di 
Ohieti), il 12 marzo 1863. 

Opere principali: 1. Primo vere, liriche (1879). 2. In memoriali, versi 
(1880). 8. Primo vere, seconda edizione corretta con penna e fuoco ed 
aumentata (1880). 4. Canto novo (1882). 5. Terra vergine (1882). 6." Inter- 
mezzo di rime (1883). 7. Il libro delle vergini (1884). 8. San Pantaleoné (1886). 
9. Isaotta Guttadaaro e altre poesie (1886). 10. Il piacere, romanzo (1889). 
11. L' Isotteo e la Chimera (1890), ristampa del n. 9 con aggiunte. 12. Elegie 
romane (1892). 13. Giovanni Episcopo (1892). 14. L'innocente, romanzo 
(1892). 15. Odi navali (1892). 16. Poema paradisiaco e Odi navali (1893). 
17. Intermezzo, ristampa del n. 6, con molte aggiunte (1894). 18. Trionfo 
della morte, romanzo (1894). 19. L'allegoria dell'autunno (1895). 20. Le vergini 
dellerocce, romanzo (1896). 21. Canto novo e Intermezzo (1896): il Canto novo 
v ristampa di jùccola parte del n. 4, con molte correzioni e con aggiunte 
di cose nuove. 22. Sogno di un mattino di primavera (1897). 23. La parabola 
delle vergini fatue e delle vergini prudenti (1897). 24. La parabola dell'uomo 
ricco e del povero Lazaro (1898). 25. La parabola del figliuol prodigo (1898). 
26. La città morta, tragedia (1898). 27. Sogno d'un tramonto d'autunno, 
poema tragico (1898). 28. La Gioconda, tragedia (1899). 29. La gloria, tra- 
gedia (1899). 30. Il fuoco, romanzo (1900). 31. La canzone di Garibaldi (1901). 
32. Francesca da Rimini, tragedia (1902). 83. Le novelle della Pescara 
(1902), ristampa con varianti e aggiunte dei nn. 7-8. 34. Laude del cielo 
del mare della terra e degli eroi, voli, i e n (1903-4). 35. La figlia dì Iorio, 
tragedia pastorale (1901;. 8(). La fiaccola sotto il moggio, tragedia (1905). 

B. Croce, La letteratura della nuova Italia, iv. 17 



ffo NOTK B10-BIBLI0GRAFICHB 

37. Vita di Cola di Rienzo (1905), ristampa con aggiunte, 1013. 38. Prose 
scelte (1906). 39. Più che l'amore, tragedia moderna (1907). 40. Canzone 
e orazione per la morte di G. Carducci (1907). 41. La nave, tragedia (1908). 
42. Fedra, tragedia (1909). 43. Forse che sì, forse che no, romanzo (1910). 
41. Le martyre de St. Sébastien, mystère (1911). 45. Le canzoni delle gesta 
d'Oltremare (1912). 16. Contemplazione della morte (1912) . 47 . La Pisanella, 
commedia in francese (1913), ed. ital., 191 1. 18. Parisina, tragedia lirica 
(1913). 49. Il ferro, rappresentato nel 1914 e non ancora stampato. 
50. Cabiria, visione stoiica del terzo secolo a. C. (per cinematografia, 
1914). Dai giornali, nei quali il D'A. collaborò da giovane, sono state 
raccolte le Panine disperse, a cura di A. Castelli (Roma, 1913): non 
ancora raccolte le Faville del maglio e le altre pagine inserite nel Cor- 
riere della Sera dal 1912 in poi. 

Intorno al D'A.: L. Capuana, in Per l'arte e Gli ismi contemporanei, 
già citati; D. Mantovani, Letteratura contemporanea, anche cit.; M. de 
Voc4UÉ, La renaissance latine, G. d'A. (in Bcvue des deux mondes, 1° gen- 
naio 1895); G. A. Bohgkse, G. d'A. (Napoli, Ricciardi, 1909); A. Donati, 
G. d'A. (Eoma, Soc. editr. Dante Alighieri, 1912); A. Gakoiulo, G. d'A. 
(Napoli, Perrella, 1912). Non sono stati ancora raccolti in volume gli 
articoli critici su varie opere del D'A. di F. Pastonciii (nel Corriere 
della sera, 1902 sgg.), né quelli di comento ed encomio del Gargano 
(nel Marzocco). 

Un'aaiplissima bibliografia dannunziana con relativi supplementi, 
è nella Critica, n, 169-190, in, 423-180, vi, 256-62, ix, 261-68, xn, 127-31. 

Altresì nella Critica, una ricca raccolta delle reminiscenze e imi- 
tazioni che si notano nei libri del D'A.: cfr. vii, 158-177; vin, 22-31; 
ix, li:; 120; x, 257-63, 423-30; xi, 431-40; xn, 15-25. 

[La bibliografia del D'A. dal 1914 in poi, e la sua biografia ossia 
la parte da lui presa agl'i avvenimenti politici dell'ultimo settennio, 
darebbero materia a una lunga nota, che, per ovvie ragioni di oppor- 
tunità, qui si tralascia]. 



LXIII. GIOVANNI PASCOLI. — N. in San Mauro (prov. di Forlì), 
il 31 dicembre 1855, m. in Bologna il 6 aprile 1912. 

Opere principali. Versi: 1. Myricae (1891), assai accresciute nelle po- 
steriori edizioni : 7* di Livorno, Giusti, 1905). 2. Primi poemetti (1897), 
ediz. definitiva, 1907). 3. Nuovi poemetti (1909). 4. Canti di Castelvecchio(19Q8, 
4* ed., 1906). 5. Odi e inni (1906). 6. Poemi conviviali (1904, 2* ed. 1905). 
7. La canzone di He Enzio (1908). 8. La canzone del carroccio (1909). 9. La 
canzone del Paradiso (1909). 10. Poemi italici (1911). 11. Inno a Torino 



NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE 259 

(1911). 12. Poesie varie, raccolta postuma (1912). 18. Traduzioni e ridu- 
zioni (1913). I nn. 2-13 sono pubblicati tutti dallo Zanichelli di Bologna. 
Prose: 1. Pensieri e discorsi (Bologna, Zanichelli, 1907). 2. Studi dan- 
teschi: Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900), La mirabile visione 
(1902), In Or San Michele, prolusione (1903). 3. Le antologie latine: Lyra 
(1895), Epos (1897) furono stampate dal Giusti di Livorno, e quelle ita- 
liane, Sul limitare e Fior 'da fiore, più volte dal Sandron di Palermo. 

Intorno al P.: V. Ciak, in Nuova antologia, lo novembre 1900; 
F. Bartot.1, L'opera poetica di G. P., nella Eassegna nazionale, 16 ottobre 
1902; D. Mantovani, Letteratura contemporanea cit.; G. A. Borgese, Il 
P. minore, nel Leonardo di Firenze, a. i, n. 9, 10 maggio 1903; M. Moret, 
nella Littérature italienne d'aujour d'Imi (Paris, 1906); E. Zanette, G. P. 
(Milano, 1907); G. Rabizzani, Pagine di critica letteraria (Pistoia, 1911); 
R. Serra, Scritti critici (Firenze, Quattrini, 1911); E. Ceccht. G. P. (Na- 
poli, Eicciardi, 1912); D. Bulferetti, G. P., l'uomo, il maestro, il poeta 
(Milano, 1914). Ricordiamo anche qui gli articoli, neanch'essi ancora 
raccolti in volume, coi quali il Gargano è venuto accompagnando nel 
Marzocco l'opera che il P. svolgeva. [Posteriormente, A. Galletti, La 
vita e la poesia di G. P., Poma, Formiggini, 1918; Francesca Mokabito, 
Il misticismo di G. P., Milano, Treves, 1920]. 

Cfr. Critica, v, 103-109; vi, 112-17; ix, 341-2; xn, 364-98. Ivi anche sulle 
reminiscenze pascoliane, ix, 100-107, 253-6; xi, 18-21 [e altre, nei vo- 
lumi xix e xx]. 

LXIV. ANTONIO FOGAZZARO. — N. in Vicenza il 25 marzo 1842, 
m. il 7 marzo 1911. 

Opere principali: 1. Miranda (1874). 2. Valsolda, liriche (1876). 3. Ma- 
lombra, romanzo (1881). 4. Daniele Cortis (1885). 5. Fedele ed altri rac- 
conti (1887). 6. Il mistero del poeta (188S). 7. Piccolo mondo antico (1896). 
8. Poesie scelte (1898): raccolta completa, 1909). 9. Ascensioni umane (1899). 
10. Discorsi (1899). 11. Piccolo mondo moderno (1900). 12. Il Santo (1906). 
13. Leila (1911). < 

Intorno al F.: E. Donadoni, A. F. (Napoli, Perrella, 1913) [e ora 
T. Gai.larati Scotti, La vita di A F., Milano, Baldini e Castoldi, 1920]. 

Cfr. Critica, i, 428-30; n, 111-2; in, 471; vi, 184; ix, 257-8; xn, 32. 
Ivi, su imitazioni e reminiscenze, xi, 276-81, 354-64. 

LXV. ADOLFO DE BOSIS. — N. in Ancona il 2 gennaio 1863. 
Opere: Liriche, Roma, 1900; con aggiunte, come dodicesimo libro 
del Convito, ivi, 1907; nuova ediz. con aggiunte, Milano, 1914. 

Per la descrizione e l'indice del Convito, cfr. Critica, xn, 13-4. 



260 NOTE BIO-BIBLIOGRAFICHE 

LXVI. GIULIO ORSINI (Domenico Gnoli). — N. in Roma il 6 no- 
vembre 1838, m. il 12 aprile 1915. 

Versi: 1. Vecchie e nuove odi tiberine (Bologna, Zanichelli, 1898). 
2. (col pseud. di G. Orsini): Fra terra ed astri (Torino-Roma, Roux e 
Viarengo, 1903). 3. (col med. pseud.): Iacovella (ivi, 1905). 4. Poesie edite 
ed inedite (ivi, 1907). — Dello G. è da vedere anche il voi. su I poeti 
della scuola romana (Bari, Laterza, 1913). 

Sullo Gnoli-Orsini, A. Graf, Anime di poeti, nella Nuova antologia, 
lo aprile 1904. 

Cfr. Critica, iv, 30-32; vi, 347; xh, 282. 



APPENDICE 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 
DAL 1860 AL 1900 ( 1 ). 



Il 1860 segnò nelP Italica meridionale un rivolgimento 
anche nei rispetti della cultura. Con le vittorie di Garibaldi 
si ebbe il ritorno all'operosità e alla patria di tutti i letterati, 
i filosofi, gli scienziati, i giuristi, che la reazione seguita al 
1848 aveva gettati negli ergastoli o cacciati in esilio. 

Quel decennio o dodicennio, corso tra il 1848 e il 1860, 
era stato tra i più squallidi della cultura napoletana. Disperse 
le scuole letterarie e filosofiche che avevano prenunziato 
e accompagnato il moto politico del Quarantotto, la lette- 
ratura si era ristretta quasi affatto nelle esercitazioni dei 
linguai e dei verseggiatori romantico-arcadi; la filosofia ta- 
ceva, e soltanto mostravano qualche vigore i non sospetti 
studi della giurisprudenza e delle scienze astratte. I già com- 
pagni o scolari degli uomini ora lontani tentavano di rian- 
nodare per proprio conto i pensieri e i lavori ai quali erano 



( l ) Mi ero pi'oposto di far seguire, nella Critica, al mio tentativo 
di preparare con una serie di saggi la storia della letteratura della 
nuova Italia una storia della cultura nelle varie regioni d'Italia durante 
lo stesso periodo; e, come idea del lavoro che desideravo avviare, e 
per indicazione ai miei collaboratori, scrissi io queste pagine, che lu- 
meggiano aleuta aspetti della cultura nell'Italia meridionale. 



264 APPENDICE 

stati iniziati; ma fra timori e con cautele d'ogni sorta, e 
senza potersi stringere tra loro in opere comuni. Il Tari si 
era ritirato in un paesello di Terra di Lavoro; l'Aiello (curiosa 
unione di scrittore purista e di pensatore hegeliano) inse- 
gnava il suo Hegel in adunanze di pochi giovani che pare- 
vano cospiratori, e morì alla vigilia dell'unità, nel 1860, dopo 
(si racconta) avere avuto la soddisfazione di dedurre hege- 
lianamente, in una lezione fatta in quella sua scuola privata, 
l'impresa di Garibaldi e la necessità del trionfo; il Gatti con- 
tinuava un po' alla stracca il Museo di scienza e letteratura, 
procurando di divulgare mercè esposizioni e traduzioni la 
conoscenza delle letterature indiana e persiana. Il libraio Al- 
berto Detken, un tedesco di Brema stabilitosi in Napoli, in- 
troduceva di soppiatto libri stranieri; e libri e idee e ricordi 
animatori trovavano altri presso il vecchio ufficiale murat- 
tiano, Luigi Blanch, storico-filosofo, dotto di cose politiche ed 
economiche. Mentre i più si attardavano in un superficiale 
giobertismo, altri seguitavano a frequentare la scuola del pen- 
siero tedesco ; tra i quali (oltre i menzionati Tari e Aiello) 
Edoardo Salvetti, che traduceva il Gans e scriveva sulle 
Antinomie legali, il Turchiarulo, già traduttore della Filosofia 
del diritto dello Hegel, il Marselli, che moveva i primi passi 
coi Saggi dì critica storica e con la Ragione della musica mo- 
derna. Ma erano come soldati senza capitani; il più valente 
e promettente di quei giovani, sostegno delle comuni aspira- 
zioni, il Salvetti, moriva nel 1858. I capitani, cioè i maestri, 
erano tutti altrove: —Francesco de Sanctis, prima a Torino 
(dove aveva insegnato privatamente, dato conferenze e col- 
laborato a riviste e giornali) e poi al Politecnico di Zurigo, 
dove lo raggiungeva alcuni anni dopo un giovane uscito da 
una famiglia di letterati e patrioti napoletani, Vittorio Im- 
briani; — a Torino altresì Bertrando Spaventa, il quale, non 
avendo potuto ottenere alcun ufficio dal governo piemontese, 
contribuiva con saggi, recensioni e polemiche alle riviste e ai 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 265 

giornali di colà, e, tra gli stenti della miseria, maturava il 
suo pensiero filosofico e la sua interpretazione della storia 
filosofica italiana; mentre Silvio Spaventa, nell'ergastolo di 
Santo Stefano (dove gli era compagno il Settembrini), si sfor- 
zava di non lasciare spegnere la luce del suo intelletto, an- 
siosamente interrogando quei libri che aveva cominciato a 
studiare col fratello prima della rivoluzione; — a Torino an- 
cora, economisti e finanzieri, come Antonio Scialoia; giuristi, 
come Pasquale Stanislao Mancini e Giuseppe Pisanelli; me- 
dici filosofi, come Salvatore Tominasi e Angelo Camillo de 
Meis; letterati, come Giuseppe del Re (primo traduttore dello 
Heine). Altri erano altrove, come il giurista Roberto Sava- 
rese, rifugiato a Pisa. L'esilio aveva disperso anche alcuni 
vivaci se non solidi ingegni meridionali, come Carlo Pisacane 
(il quale nei suoi scritti postumi doveva rivelarsi socialista 
e quasi anarchico); e Domenico Mauro, un byroniano cala- 
brese, espressione tra le più genuine del romanticismo meri- 
dionale. — Tutto ciò che era stato vagheggiato prima del 1848: 
— una letteratura fremente d'intimi moti spirituali e di pas- 
sione politica; una filosofia, che celebrasse la potenza del 
pensiero; una storia nella quale la vita del genere umano e 
segnatamente la civiltà .e l'arte d'Italia dicessero quel che 
erano state nei secoli e lasciassero presagire una nuova af- 
fermazione nazionale; — rimaneva in Napoli sogno lontano 
se non dimenticato, opera iniziata appena e bruscamente 
interrotta. Lo scoramento, pur tra i bagliori di qualche spe- 
ranza, era profondo. I sopravviventi parlano ancora con or- 
rore della greve atmosfera spirituale di quegli anni, e della 
miseria e stupidità di quella vita; quando i giovani, discor- 
rendo tra loro per istrada e nei pubblici ritrovi, dovevano 
badare, per non aver noie dalla polizia, a celare il nome del 
Gioberti sotto quello napoletanizzato di « don Vincenzo » ! Un 
uomo onorando, che io ho conosciuto troppo tardi, mi raccon- 
tava (e l'aneddoto è simbolico) che, passeggiando egli un 



266 APPENDICE 

giorno per Napoli con un suo compagno di studi e discutendo 
di letteratura e filosofìa: «A che ci mena (uscì a dire a un 
tratto) tutta questa fatica di cervello, che stiamo facendo?». 
E l'altro, accennando alla bruna mole del forte di Sant'Elmo 
che incombeva sulla città e sulle loro teste: « A essere ospitati 
li dentro », rispose. 

Ma, nel 1860, coloro che erano stati cacciati « tornar d'ogni 
parte»; e, giovani ancora quasi tutti e senza grado sociale 
prima del carcere e dell'esilio, tornavano maturi d'intelletto 
e d'esperienza, con l'autorità e la forza che loro conferiva 
l'avere preparato il nuovo ordine di cose. Ministro d'istru- 
zione della Luogotenenza a Napoli (come, l'anno dopo, a To- 
rino del Regno d'Italia) fu per l'appunto il De Sanctis, il 
quale, mentre appena taceva il cannone sul Volturno e ru- 
moreggiava ancora sul Garigliano, rifece da cima a fondo 
l'università di Napoli. La vita di questa era stata sempre 
piuttosto grama e senza vera efficacia nel paese; ma era 
diventata quasi nulla negli ultimi tempi dei Borboni (non 
ostante che un real decreto del 1852 l'avesse collocata sotto 
la particolare protezione di san Tommaso d'Aquino). Soprat- 
tutto, gli studi letterari e morali versavano in condizioni mi- 
serami»': la letteratura italiana vi era insegnata da un tal 
don Geremia Romano, che aveva per sostituto uno Stefano 
Lombardi; la Logica e Metafisica dal fisico (che poi acquisto 
fama quale direttore dell'Osservatorio vesuviano) Luigi Pal- 
mieri. Il De Sanctis, nello spazio di otto giorni, collocò a 
riposo trentadue aquile di professori; e, per le nomine da lui 
l'atte allora, e per quelle che seguirono poco dopo, si stabilì 
nell'università napoletana un gruppo di uomini, per valore 
scientifico, per altezza d'animo, e talora per queste due doti 
congiunte, rarissimo. Lo Spaventa venne chiamato a insegnare 
filosofia teoretica (trasferito alla cattedra di fisica il Palmieri); 
il Settembrini, letteratura italiana; Augusto Vera, storia della 
filosofia; il Pisanelli, il Manna, il Pessina, P. E. Imbrumi, 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 267 

discipline giuridiche; il Trudi, il De Gasparis, il Padula, il 
Battaglini, il Del Grosso, discipline matematiche; lo Scacchi,. 
il Gasparini, Sebastiano de Luca, il Palasciano, il De Mar- 
tino, discipline naturali e mediche; e si ebbero poco dipoi 
il Tari per l'estetica, il Lignana per la storia delle lingue, 
il Calvello per la storia antica, il De Blasiis per quella mo- 
derna. Il De Sanctis aveva trascelti quasi tutti i nuovi inse- 
gnanti dalle file dei liberali, che allora già perse stessi rap- 
presentavano una scelta tra le intelligenze italiane; ma, come 
seppe rispettare alcuni probi e valenti dell' ancien regime, 
così, seguendo la sua nobile imparzialità, non guardò al colore 
politico degli altri-e prese il meglio dovunque lo incontrasse: 
con tanta larghezza d'idee da invitare, perfino, per la cat- 
tedra di letteratura comparata, il repubblicano tedesco, au- 
tore dei Gedichte eInes Lebendigen, Giorgio Herwegh. Fa 
anche allora abolita la Facoltà teologica, sostituendovi l'in- 
segnamento di Storia della Chiesa, affidato a Filippo Abi- 
gnente, che vi trattò per qualche anno il problema cristolo- 
gico sotto l'influsso, per quel che sembra, dello Strauss. Con 
tali provvedimenti e riforme quel moto di spiriti, che era 
stato prima rivoluzionario, diventava istituzione di Stato, del 
nuovo Stato italiano. 



Colui, nel quale nel modo più visibile s'impersonava la 
trionfante rivoluzione intellettuale, era certamente Bertrando 
Spaventa: — lo Spaventa, cui nel 1847 il governo borbonico 
aveva fatto chiudere la scuola privata di filosofìa, e che tor- 
nava ora in patria, preceduto dalla fama di pensatore pro- 
fondo, sì, ma caliginoso come la metafisica germanica da lui 
professata. Ed egli sentì subito «male compito gli spettasse, 
e, affrontandone le difficolta, scelse la « Nazionalità della 



268 APPENDICE 

filosofia » a tema della sua prolusione; nella quale chiarì que- 
sto difficile concetto e combattè il pregiudizio di una filosofia 
nazionale, che persisterebbe con caratteri immutabili fuori 
del moto generale della storia. Alla prolusione seguì un corso 
introduttivo, in cui lo Spaventa svolse le relazioni tra la filo- 
sofia italiana e quella europea, facendone scaturire questa 
conclusione: che l'Italia dovesse considerare l'ultimo grado 
raggiunto dal pensiero tedesco come compimento e potenzia- 
mento del moto stesso italiano della Rinascenza, e vi dovesse 
ravvisare quella tendenza stessa che era più o meno incon- 
sapevole nei filosofi suoi del secolo decimonono, dal Galluppi, 
anzi dal Vico, fino al Gioberti delle Postume. Altri corsi fu- 
rono da lui dedicati alla fenomenologia, alla logica e all'an- 
tropologia, fondandosi sull'Enciclopedia hegeliana, ma non 
senza libertà nei particolari, e ogni cosa cercando di ripen- 
sare di suo capo. Era, il suo, un gagliardo tentativo di alta 
cultura filosofica; di eccitamento dello spirito nazionale e 
insieme di correzione dei pregiudizi di esso; di serietà scien- 
tifica e di metodo rigoroso; e, perfino, di stile espositivo, af- 
fatto aborrente dalle declamazioni enfatiche e dalle smancerie 
letterarie: — mali vecchi dello spirito italiano, non distrutti, 
anzi in qualche parte accresciuti per effetto del movimento 
politico e dell'oratoria patriottica. 

Il vigore del tentativo fu documentato subito dalla molta 
e varia opposizione, che gli si levò contro. Anzi, la stessa 
proiasione dello Spaventa era già risposta a un anticipato 
accenno di reazione: alla prolusione, cioè, per l'apertura 
dell'Università, letta il 16 novembre del 1861 dal suo pre- 
decessore nella cattedra filosofica, il Palmieri, il quale, di- 
scorrendo del Nuovo indirizzo da dare alle Università italiche, 
aveva fatto appello al sentimento nazionale. Il Palmieri era 
il rappresentante della filosofia ormai invecchiata e irrigidita, 
che aveva avuto corso nella prima metà del secolo, il gal- 
luppismo. Ma altre opposizioni venivano da non so quale 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 269 

pitagorismo e ontologismo, che si soleva asserire forma 
eterna delle menti italiane; e segnatamente del giobertismo, 
che pareva soddisfare queste esigenze e che si era venuto 
sempre più allargando e radicando nell'ultimo decennio. 
« Neil' Italia meridionale (dice uno scrittore di quei tempi) 
prese il disopra Gioberti; primo, perchè il cattolicismo, on- 
d'era unto fino alla nausea, gli apriva le scuole de' religiosi, 
che allora tenevano il monopolio del pensiero ; secondo, per- 
chè, paradossale, fantastico, artista più che vero pensatore e 
filosofo, allettava la fantasia della gioventù nostra, la quale 
si era convertita in un'eletta schiera d' c intuenti l'Ente 
creante ' ; e lo vedavamo tutti quell'Ente, che era tanto buono 
da mostrarsi a noi non solo, ma da farci ostensivo tutto il 
'corredo degl'intelligibili ' (la frase è sacra), che teneva in 
serbo... A questi pregi, o difetti che siano, si aggiunse che 
i governi del Papa e di Napoli proibirono il Gioberti. Allora 
quei libri furono studiati, imparati, commentati non solo per 
il pensiero, che ne avevano poco, ma come protesta. Essere 
c giobertiano ', allora, voleva dire essere rivoluzionario, set- 
tario, nemico delle monarchie, amico dell'Italia e del suo 
risorgimento » (*). E giobertiani erano quasi tutti gl'insegnanti 
privati di Napoli: l'abate Toscano, il prete Chiarolanza, il 
prete Pagano, il prete Pietro Tagliartela, il prete Santago- 
stino: soli s'attenevano di preferenza al galluppismo l'avelli- 
nese Domenico Giella, e al rosminianismo il prete Sabino Belli. 
C'erano anche alcuni valenti teologi tomisti: il Savarese, che 
nel 1856 aveva dato alla luce V Introduzione alla storia critica 
della filosofia dei SS. Padri (e contro cui Anton Gùnther scrisse 
l' A ntisavarese); il Sanseverino, che nel 1862 dava fuori la Phi- 
losophia Christiana curri antiqua et nova comparata; don Giu- 
seppe Prisco, ora cardinale arcivescovo di Napoli: il prete Lilla, 



C 1 ) N. Dkt„ Vecchio, nella pref. &.W Economia pubblica di A. Novelli, 
Napoli, 1868. 



270 APPENDICE 

morto pochi anni sono come professore di filosofìa del diritto 
a Messina; il prete don Giuseppe Meraola; e, più giovane, il 
Talamo, che dirige ancora la Iti rista internazionale di scienze 
socidl i. Tutti costoro erano avversari dichiarati dello Hegel, 
o, com'essi dicevano, della filosofia germanica e del panteista 
Hegel; e avevano quasi tutti, come loro propria caratteristica, 
il non conoscere un rigo di tedesco, e nemmeno mezzo rigo 
del tedesco di Hegel. Il Prisco pubblicava nel 1868 un libro 
siili' Hegellianismo considerato nel suo svolgimento storico e 
nel suo rapporto con la scienza^ il giobertiano Pietro Luciani 
-componeva una grossa opera in tre volumi (1SG6-72) su Gio- 
berti e la filosofìa nuova italiana, diretta a confutare quella 
dello Spaventa. Da alcune di quelle scuole private (la cui 
opposizione, com'è facile intendere, non era sempre del tutto 
ideale) fu inviato, nei primi giorni, alle lezioni dello Spaventa 
qualche interruttore e obiettatore, a tentare un contracìittorio 
col professore ufficiale. Si ebbero parecchi tumulti; uno, per- 
fino, suscitato da un predicatore, che nella prossima chiesa 
del Gesù vecchio aizzò la plebe contro i «maestri dell'irreli- 
gione » ; onde l' Università venne invasa da gente rumoreg- 
giante, armata di pietre e coltelli. 

Opposizione ben lontana da questa plebea, e diversa e 
più alta di motivi e di modi rispetto a quella altresì degl' in- 
segnanti privati, galluppiani e giobertiani, fu tentata contro 
lo Spaventa da un gruppo di cattolici liberali, i quali salu- 
tavano loro guida filosofica l'abate Vito Fornari, autore del- 
V Armonia universale e dell'Arte del dire, occupato allora nel 
comporre una Vita di Gesù, che doveva fare contrappeso a 
quella del Renan. Costituivano il gruppo alcuni colti padri 
filippini, il Capecelatro, il Mola, il Brocchetti, il cassinese 
De Vera, il sacerdote don Errico Attanasio. Il Fornari vi 
era affiancato da un suo nipote, Antonio Galasso, anche lui 
autore di una confutazione dello Hegel e benemerito scopritore 
delle inedite Orazioni del Vico; da un dotto giurista vicinano, 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 271 

e degnissimo uomo, Errico Cenni; da Federico Persico, elio 
aveva seguito dapprima il moto della filosofia tedesca e pub- 
blicato una notevole traduzione della prima parte del Faust; 
da Francesco Acri, grecista e traduttore di Platone, reduce 
da un soggiorno di studi in Germania. Consentivano in tale 
atteggiamento spirituale altri, più propriamente manzoniani: 
tra i quali sono da ricordare Alfonso della Valle di Casanova 
e Gaetano Bernardi, dipoi cassinese: e una dama, la du- 
chessa Teresa Filangieri Ravaschieri, con la sua indivisibile 
amica madame Craven, scrittrice del Récit d'une sc&ur e di 
altri libri assai letti nella cerchia cattolica e aristocratica 
napoletana, anzi europea, e che pensò, per qualche tempo, 
a tradurre in francese la Vita di Gesù fornariana. Un frate, 
padre Ludovico da Casoria (nel quale pareva rivivere qual- 
cosa dell'anima di Francesco di Assisi), dava un certo afflato 
mistico e poetico a quella società; e, sotto gli auspici di 
padre Ludovico, fu fondata nel 1864 un'Accademia cattolica, 
« più tardi una rivista col titolo La Carità, e con lo stesso 
titolo un collegio, che raccolse per circa un ventennio i gio- 
vinetti dell'aristocrazia e dell'alta borghesia (tra i quali l'au- 
tore del presente schizzo storico). Un'altra rivista era stata 
fondata dai cattolici già nel 18(34, diretta dal barnabita pa- 
dre Gaetano Milone, col titolo non breve: II campo dei filo- 
sofi italiani, periodico da esercitare, i maestri liberamente e 
quel meglio che si potrà raccostarli fra loro; dove il Galasso 
pubblicò il suo saggio contro lo Hegel. Il direttore, padre 
Milone, confutò anche lui lo Hegel, dichiarando per altro di 
non averlo mai letto per non lasciarsi irretire nei sofismi del- 
l'empio tedesco. — I fornariani e manzoniani coltivavano 
buone relazioni con gli uomini affini di altre parti d'Italia: 
col Capponi, col Tommaseo, con lo Sclopis, con Augusto 
Conti, col padre Giuliani, e altrettali. 

Di minore importanza era l'opposizione, che potrebbe dirsi 
degli scapigliati: uomini, e in particolare giovani, che vole- 



272 



APPENDICE! 



vano andare oltre lo stesso hegelismo, e credevano averlo 
già bello e superato. L'ultraprogressismo filosofico si con- 
giungeva di solito in essi con l'ultraprogressismo in politica, 
col democratismo, col repubblicanesimo e, perfino, con qual- 
che spunto di precoce socialismo. Soffiava nel fuoco il Mazzini, 
il quale da lungi, in nome della sua impalpabile filosofia, 
non cessava di scagliare anatemi contro gli hegeliani di Na- 
poli. Erano, tra quegli oppositori, un prete o ex-prete scolopio 
di Larino, Alessandro Novelli, giobertiano prima, poi hege- 
liano, poi correttore dello Hegel, le cui triadi surrogava con 
tetradi, a cominciare da quella fondamentale costituita dai 
quattro termini: Indeterminato, Universale, Determinato e 
Concreto. Il Novelli tentò di fare per l'economia politica ciò 
che lo Hegel aveva fatto per la Filosofia della natura ; e la co- 
struì dialetticamente mercè le quattro categorie della richiesta, 
del servizio, del capitale e del credito. Strano e fantastico 
uomo, che si occupava principalmente nel fare sperimenti di 
una sua invenzione, dell' « eliografia » o stampa a sole, e nel 
1863 e '64 die fuori a furia, in undici fitti volumi, quasi tutte 
le opere dello Hegel, da lui tradotte in italiano. Col Novelli 
tenne studio privato, e pubblicò nel 1863 una rivista inti- 
tolata Genio e gusto, Nicola Del Vecchio, autore di romanzi 
sociali e di libri di filosofia della storia, propugnatore di un 
razionalismo filosofico superiore all'hegelismo, e che, come 
questo giustificava il presente, doveva giustificare a sua volta 
il progresso, la rivoluzione, l'avvenire. Il Del Vecchio era, 
come gli altri del gruppo, antiuniversitario: « La scienza è 
progressiva (egli scriveva): ogni corporazione regolamentata 
è il preciso opposto, vai dire è conservativa ; dunque le Uni- 
versità degli studi sono la negazione della scienza, cioè l'igno- 
ranza costituita». Si aggiunse a costoro, proveniente dalle 
native Puglie, Giovanni Bovio, cinto dell'aureola gloriosa di 
una scomunica lanciatagli contro dal vescovo di Trani pel 
libro II Verbo novello, « sistema di filosofia universale » (1864). 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 273 

Il Bovio, com'è noto, pretendeva superare l'hegelismo col 
naturalismo matematico; ma era, e restò tutta la vita, se ne 
avvedesse o no, hegeliano di vecchio tipo. Le affinità mentali 
e di cultura, le disposizioni morali e letterarie erano gran- 
dissime tra lui e gli altri di quel gruppo; e, in particolare, 
col Del Vecchio, leggendo il quale sembra a volte di leggere 
il Bovio. Menti sveglie, senza dubbio, e atte ai voli metafisici 
e poetici; ma il cui difetto era nella mancanza di metodo, di 
sviluppo, di disciplina: le cose, per l'appunto, che avrebbero 
potuto imparare dallo Spaventa. Perciò la loro opposizione 
fu piuttosto passionale e politica che scientifica. Quanto al 
Novelli, che era uno stravagante non senza ingegno, riesce 
inconcepibile come potesse tradurre tutti quei volumi dello 
Hegel, masticando egli pochissimo il tedesco e fraintendendo 
di continuo il testo, e pur ostinandosi nell'improba fatica. 
I coiitrosensi, le lacune, l'oscurità, gli spropositi di ogni 
sorta, che le bruttavano, resero impossibile l'uso di quelle 
versioni ; onde sorse perfino la leggenda che il Novelli tosse 
stato pagato dai gesuiti, per discreditare, con subdolo modo, 
il pericoloso filosofo alemanno! Lo seredito non ebbe effetto 
per quella via; ma per dieci e dieci anni, chiunque si fermasse 
a un muricciuolo o a un banchetto di libraio, potè vedere 
schierati gl'intonsi volumi con rosea copertina di quello Hegel 
italiano; finché, disfatti quasi tutti dall'inclemenza degli ele- 
menti, cominciano ora a riacquistare pregio come rarità e 
curiosità bibliografiche. — Naturalisti e positivisti ben più ge- 
nuini di codesti antihegeliani (hegelianissimi così nelle virtù 
come, e forse più, nei vizi) furono altri, quali l'Angiulli, pas- 
sato attraverso la scuola dello Spaventa e vòltosi poi al positi- 
vismo, e il Giordano-Zocchi, che da un'eclettica filosofia tra- 
dizionale si volse all'empirismo di tipo inglese. Quest'ultimo 
si ribellò, tutt' insieme, contro la vecchia e insipida filosofia, 
alla quale aveva aderito un tempo, e contro l' indirizzo dello 
Spaventa, che non conobbe mai davvero con esattezza. 

B. Croce, La letteratura della nuova Italia, iv. 18 



:!7i APPENDICE 

Ma nella università stessa, tra i suoi colleglli, lo Spa- 
venta non trovava quel consenso e quell'appoggio che si 
potrebbe immaginare. Insegnava filosofia morale il Tulelli, 
calabrese, discepolo prediletto del Galluppi negli ultimi anni 
del suo insegnamento; mite uomo, mente chiara e ordinata, 
sebbene priva di originalità. Ben altra cultura, ben altra 
genialità era quella del Tari, il quale era stato nominato, 
come si è detto, professore di estetica. Ma il Tari, dottissimo 
in filosofia, d'ingegno penetrante, era poco atto a esercitare 
efficacia didascalica, a cagione della forma antimetodica del 
suo insegnamento e del suo modo di scrivere da umorista 
romantico; un quissimile dello Hamann o di Gian Paolo, 'che 
aspetta ancora rinomanza quale scrittore filosofico e stilista 
bizzarro. Egli era giunto attraverso una critica dell'hegeli- 
smo a un rinnovato kantismo, arricchito di nuovi elementi, 
rafforzato di polemiche contro la filosofia posteriore e culmi- 
nante nell'affermazione dell'Innominabile. Amicissimo dello 
Spaventa, scansavano la guerra tra di loro, perchè, troppo 
diversi di temperamento, non trovavano il terreno sul quale 
scontrarsi. Anzi il Tari, cui non riusciva facile penetrare 
nella serrata dialettica dello Spaventa (per quanto gli sovra- 
stasse nella varietà della cultura e nella vivacità della fan- 
tasia e dello spirito artistico), soleva dire scherzando, che il 
suo amico si era chiuso e asserragliato nelle questioni logi- 
che, come « il topo romito » del Pignotti nel pezzo di cacio 
parmigiano: «Nel mio ritiro sol vivo giocondo, Onde non mi 
parlate più del mondo». 

Col Vera, che insegnava storia della filosofia, con l'he- 
gelianissimo Vera, che allora, dopo avere tradotto la Logica 
in francese, andava pubblicando nella stessa lingua, con 
ampi conienti, la Filosofia della natura (più tardi, avrebbe 
dato fuori anche la Filosofia dello spirito e quella della reli- 
gione), il disaccordo era anche maggiore; come accade tra 
uomini che pensano diversamente idee, le quali, guardate in 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 275 

complesso e dall'esterno, paiono simili. Lo Spaventa era, so- 
prattutto, un critico che lavorava intorno allo Hegel, pronto 
-a oltrepassarlo, se il lavorìo della sua mente lo conducesse a 
tale passo; anzi, con l'intima persuasione della necessità di. 
questo superamento : — il Vera era uno spirito teologico, che 
comentava V Enciclopedia come il credente i libri sacri. Lo 
Spaventa considerava lo Hegel come filosofo grandissimo, 
ma filosofo tra i filosofi, nella storia della filosofìa, disposto 
a riconoscere ciò che di lui era già in altri e ciò che di altri 
doveva passare in lui: — pel Vera, nel verbo dello Hegel si 
esauriva tutto il mondo filosofico. Lo Spaventa era travagliato 
da dubbi, come intelletto alacre e indagatore ch'egli era; — il 
Vera aveva fatto getto di ogni dubbio, attenendosi alla parola 
del suo autore. Si aggiunga che lo Spaventa aveva serbato la 
combattività del giornalista e la rudezza del meridionale; il 
Vera, dal suo soggiorno in Francia e in Inghilterra, dai suoi 
titoli accademici francesi, teneva qualcosa tra di diplomatico 
e di professore della Sorbona, frigido e compassato. Non s'in- 
tendevano, dunque: il Vera, scandalizzato delle arditezze 
mentali e delle novità dello Spaventa; questi, poco soddisfatto 
dello smidollato hegelismo dell'altro. « Vera non intende che 
Hegel e l'intende molto superficialmente», egli scriveva in 
una lettera privata a suo fratello, il 17 dicembre 1861. Le 
relazioni personali tra i due così diversi hegeliani erano, dun- 
que, corrette ma fredde: da col leghi, non da cooperatori. 



ri. 



Il Vera, da decoroso professore, teneva a distanza da sé 
i giovani, pago di recitare la sua lezione, come soleva, a 
lenta e bassa voce; laddove lo Spaventa come il Tari— il 
primo austero ma insistente e penetrativo, il secondo espan- 
sivo e gioviale — si affiatavano con essi e avevano (come 



276 APPENDICE 

scriveva un tedesco che frequentava allora l'università di 
Napoli) la « personalità socratica». Educatore e psicologo, 
come ogni vero insegnante, lo Spaventa si rendeva conto 
delle condizioni in cui trovava la gioventù meridionale: dei 
vizi naturali e acquisiti che la travagliavano, e delle forti 
virtù che possedeva. « È incredibile (scriveva al fratello) cosa 
hanno fatto di questi poveri giovani, e quanti pregiudizi 
hanno messo loro nel capo. A Napoli, si nasce filosofo, e la 
filosofia è la cosa più facile di questo mondo; basta risolversi, 
e dire: io sono filosofo. Qui il giobertismo è diventato una 
specie di bramanismo, e i nuovi bramani formano una casta 
non meno tenace e intrigante dell'antica. Degni loro avver- 
sari sono i così detti hegeliani napoletani, bramani anche 
loro in un senso opposto. È impossibile misurare la profon- 
dità della loro ignoranza — degli uni e degli altri — della 
storia della filosofia; ne hanno una, tutta di loro invenzione, 
che rassomiglia alla vera come la geografia dell'Ariosto alla 
vera geografia» (1° luglio '62). « Il male, che ha fatto qui il 
giobertismo, è incredibile. Ma finirà. Sono giovani intelligenti, 
svelti; solo devono persuadersi che la scienza è cosa seria, 
e ci vuol pazienza assai » (21 febbraio '62). E alla disciplina 
della scienza egli li andò sottomettendo con severità ineso- 
rabile, con amore chiuso ma ardente. 

Accadde così che i giovani meglio dotati per gli studi filo- 
sofici, e i più disposti a lavorare assimilando la cultura clas- 
sica e moderna, si stringessero intorno allo Spaventa. Primo 
tra essi, dal maestro amato e forse preferito perchè all'acume 
e allo spirito critico congiungeva quella varietà di conoscenze 
e quella prontezza a seguire i nuovi movimenti della cultura 
e del pensiero, che allo Spaventa erano sempre mancate e 
più mancavano (come accade) con l'avanzarsi degli anni, era 
Antonio Labriola. Degli studi giovanili del Labriola alla 
scuola dello Spaventa ci resta, tra l'altro, la difesa, scritta 
nel 1862, della dialettica hegeliana Contro il ritorno a Kant t 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 277 

propugnato allora da Eduardo Zeller nella sua celebre pro- 
lusione di Heidelberg. Valente scolaro dello Spaventa era an- 
che il calabrese Felice Tocco, il cui esame di laurea, nel 
1864, il primo che si avesse in un'università italiana intorno 
alla filosofia tedesca, fu assai notato, avendovi egli svolto per 
oltre un'ora brillantemente la tesi toccatagli in sorte sulle ca- 
tegorie dell'Essere .e dell'Essenza, del Principio e Conse- 
guenza, dell'Antitesi e Contradizione. Meno versatili ed eruditi 
del Labriola, e scientificamente meno produttivi, ma di tempra 
filosofica più robusta, erano il pugliese Donato Jaia (ora pro- 
fessore nell'università di Pisa), e Sebastiano Maturi (che inse- 
gna ancora in un liceo di Napoli). Il Maturi, scosso nel suo 
giobertismo dalle lezioni dello Spaventa, per nove anni ne 
fu ascoltatore fedele, e rinunziò alla toga di magistrato per 
darsi tutto agli studi filosofici, che egli ha coltivato e coltiva 
con animo religioso. Degli altri scolari che lo Spaventa ebbe 
in quel tempo, sono da ricordare l'Angiulli, del quale già si 
è fatto cenno e che nel 1862 si recava per perfezionamento 
in Germania, ed era pieno di ardore per l'idealismo assoluto 
e di disprezzo pei tedeschi che allora se ne andavano disco- 
stando; il Ragnisco, ora professore di filosofia morale a Roma; 
e l'abruzzese Filippo Masci (professore di filosofia teoretica 
a Napoli), il quale esordì con alcuni articoli sulle categorie 
della Logica hegeliana. 

Altri scolari ebbe lo Spaventa fuori dei banchi dell'uni- 
versità; e di essi il più cospicuo fu il catanzarese Francesco 
Fiorentino, il quale (come ebbe egli stesso a raccontare), 
nel 1862, professore in Maddaloni, giobertiano, era tra coloro 
che si apparecchiavano a combattere lo Spaventa; ma, aven- 
done a tal fine lette le opere, « si senti tirare verso di lui 
e capì che i suoi avversari non valevano neppure i suoi cal- 
cari». Scolaro extrauniversitario deve dirsi anche Vittorio 
Imbriani, che tornava in quegli anni da Berlino, nella cui 
università aveva seguito i corsi del Michelet, e prendeva a 



278 APPENDICE 

insegnare a Napoli come libero docente letteratura tedesca 
e letteratura italiana, spesso audacemente schematizzando 
per triadi al modo solito degli hegeliani. Il Fiorentino, nel 
1863, andò professore a Bologna; e trovandosi colà come 
insegnante di storia della medicina il De Meis, e il Siciliani 
insegnante di pedagogia, formarono tutti insieme come una 
colonia di filosofi meridionali. Col Fiorentino e col De Meis, 
e per loro mezzo con gli amici di Napoli, entrò in relazioni 
la marchesa Marianna Florenzi, amica del re Luigi di Ba- 
viera e vissuta a lungo alla corte di Monaco, dove aveva 
avuto familiarità con lo Schelling e dove il ritratto di lei si 
ammira ancora nella Sala delle bellezze al Palazzo reale» 
La Florenzi pubblicò, presso il Lemonnier, parecchi volu- 
metti di filosofia hegeliana, e, con poca approvazione degli 
amici napoletani, un saggio sull' Immortalità dell'anima. Del 
gruppo bolognese-napoletano fu in parte manifestazione una 
rivista, la Rivista bolognese, nella quale lo Spaventa inserì 
la sua lettera battagliera sul Paolottismo, positivismo e razio- 
nalismo, e parecchi articoli vi furono pubblicati appartenenti 
al medesimo indirizzo. 

Niente, del resto, somigliava così poco a una chiesa come 
la scuola dello Spaventa. Fin dai primi anni vi si disegnarono 
tendenze varie, alcune derivanti dal vario temperamento 
degli scolari, altre dalla varia loro forza speculativa. Il Fio- 
rentino, ingegno agile e curioso, non insistette nei problemi 
propriamente speculativi e si die a svolgere con erudite 
ricerche la storia della filosofia italiana, già tracciata som- 
mariamente dallo Spaventa; così nacquero le sue monografie 
sul Pomponazzi e sul Telesio, e quella più ampia sul Risorgi- 
mento filosofico del Quattrocento, interrotta dalla precoce morte 
dell'autore e della quale ci resta solo un frammento. La stessa 
via seguì il Tocco, che dallo Spaventa prese anch'esso solo 
l'interesse storico, e raccolse poi coi suoi studi sul Bruno 
l'eredita del Fiorentino, trincerandosi di fronte ai problemi 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 27& 

teorici in un timido neokantismo. Il Labriola non era uomo 
da durare a lungo in una ricerca di pura filosofia; e, ribel- 
latosi all'hegelismo, si volse all'herbartismo, attratto special- 
mente dagli studi psicologici e linguistici che quella scuola 
promoveva, per ripassare poi a un hegelismo di tipo marxi- 
stico, e quasi materialistico, che gli servì per altro come 
accompagnamento dell'opera che egli spese intorno al socia- 
lismo e alla storia dei movimenti sociali. L'Imbriani revocò in 
dubbio la saldezza della dottrina estetica hegeliana e seguì per 
questa parte piuttosto le idee del Tari, finche non si die tutto 
all'erudizione. L'Angiulli e il Masci si conversero al positi- 
vismo (confusionario nel secondo, e misto di elementi raccolti 
d'ogni parte). Fedeli all'hegelismo, e profondi intenditori dei 
suoi principi, sebbene non atti. a svolgere originalmente la 
dialettica interna di quel sistema che il loro maestro aveva 
in qualche modo intravista o presentita, rimasero il Jaia e 
il Maturi. All'hegelismo prestò aiuto per uu decennio ancora 
il De Meis, procurando di estenderlo ai nuovi problemi delle 
scienze naturali; ma negli ultimi venti anni di sua vita smise 
l'attività letteraria, come uomo che non avesse altro di proprio 
da dire, pago di leggere e conversare con gli amici. 

Senonchè l'opera dello Spaventa non si deve misurare su 
quella pur notevole dei suoi amici personali e dei suoi pros- 
simi scolari : misura impropria per ogni opera di verità, i 
cui effetti si maturano e si vedono sempre molto tardi, negli 
scolari degli scolari e nei figliuoli degli avversari. L'effetto 
immediato da lui ottenuto fu il rinvigorimento del metodo e 
della cultura filosofica. Ma forse neppure quest'effetto rag- 
giunse il Vera, le cui lezioni nell'università di Napoli sem- 
brarono pallide e languide, e si ridussero a una ripetizione 
meccanica e verbosa del testo hegeliano. Uno solo fu allora 
guadagnato dalla parola del Vera: Raffaele Mariano, il quale 
prese dal Vera una tesi derivante da un equivoco che lo 
Hegel, per ragioni politiche, al tempo del suo insegnamento 



280 APPENDICE 

a Berlino, aveva lasciato sussistere nel determinare il rap- 
porto del suo pensiero con la religione e con la Chiesa, e 
si fece insistente banditore agli italiani di una vacua reli- 
giosità, sorpassata ora dal modernismo, ombra che ha scac- 
ciato un'ombra. Il Mariano raccolse anche le lezioni di Filo- 
sofia della storia del maestro e ne mise in istampa le do- 
glianze, scrivendo nel 1868 un libercolo in francese sulla 
Philosophie contemporaine en Italie contro le interpretazioni 
che lo Spaventa aveva date dei più recenti filosofi italiani, e 
contro l'eterodossia hegeliana, di cui questi si sarebbe reso 
colpevole. Del pari, nella prefazione al libro sulla Filosofia 
della storia polemizzò contro il Lignana, che, unendosi all'op- 
posizione antihegeliana tedesca e appoggiandosi sulle idee 
dello Humboldt, aveva criticato la filosofìa hegeliana della 
storia. Lo Spaventa non rispose (quantunque ne fosse solleci- 
tato dall' AraieL), né lasciò che altri rispondesse alle critiche 
del Mariano. Ma Vittorio Imbriani nel giornale La Patria (15 
e 16 gennaio 1865) aveva già aperto la battaglia, scrivendo 
una recensione satirica degli Essais de philosophie hégélienne 
del Vera. Più tardi, il Labriola criticava aspramente (nella 
Zeitschrift filr exacte Philosophie del 1872) la Filosofia della 
storia dello stesso ; come, nella sua lezione di prova per la 
libera docenza, respinse la tesi del Vera circa l' Idea quale 
fondamento della storia. Nella questione, che fu assai dibat- 
tuta in quel tempo in Italia, sulla pena di morte, il Vera e 
lo Spaventa presero atteggiamenti opposti: il primo, soste- 
nendo sul fondamento della filosofia hegeliana la necessità 
della pena capitale, e il secondo criticandola come non le- 
gittima deduzione dal sistema. Questione, in cui forse entrambe 
le parti avevano torto ; ma lo Spaventa e i suoi vi dimostra- 
vano ancora una volta la libertà di critica, che intendevano 
esercitare. 

A ogni modo, queste opposizioni e questi contrasti erano 
vita: vita filosofica. G-iobertiani, fornariani, tomisti, hegeliani 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 281 

di destra e eli sinistra, positivisti, herbartiani, agnostici, pre- 
lati decorosi, professori autoritari e giovinotti bohémiens, tutti 
concorrevano per la parte loro a codesta vita. La filosofia era 
diffusa dappertutto: le nuove correnti s'intrecciavano con 
quelle preesistenti al 1860; avvocati, magistrati, uomini po- 
litici, militari, erano intinti di filosofia e, in ispecie, di quella 
hegeliana (Floriano del Zio, Giuseppe de Simone, Nicola Mar- 
selli, ecc.). La moda produceva perfino i soliti effetti di in- 
volontarie caricature e di casi ridicoli. Fu di quel tempo la 
germinazione, presto soffocata, di una parola dialettale, onde 
in Calabria gli studenti si chiamavano i «begriffi», dal gran 
parlare che essi facevano, echeggiando qualche loro profes- 
sore giunto fresco fresco da Napoli, di un certo termine te- 
desco, intraducibile ma grave di significato, il Begriffl Circa 
quel tempo anche, essendosi accesa la controversia intorno 
all'autenticità dei Diurnali di Matteo Spinelli da Giovinazzo, 
e combattendo contro di questa il Bernhardi in Germania e 
il Capasso in Italia, un avvocato napoletano, Matteo Barrella, 
in un suo opuscolo manifestò l'avviso che la questione fosse 
da risolvere « coi principi della razionale filosofia », deducendo 
la necessità storica di un Matteo Spinelli, autore di Diurnali, 
nell'epoca di Federico II. Del fanatismo hegeliano del Novelli, 
del suo ostinato tradurre ciò che non intendeva, si è già fatto 
cenno. Ma questo ridicolo era il ridicolo del serio; e serio 
era allora, generalmente considerando, il modo d'intendere 
e di sentire la filosofia. Il tipo del filosofo, propulsore di tutta 
la vita spirituale della società (che presso i più giovani si 
atteggiava come quello del filosofo-vate, apostolo della li- 
bertà politica, redentore delle plebi), era in cima agli animi 
di tutti. 



282 APPENDICE 



III. 



L'insegnamento universitario di letteratura non ebbe la 
ventura di trovare un maestro quale lo Spaventa. Il De Sanctis 
fu preso dalla vita politica, deputato e più volte ministro del- 
l'istruzione; e, nominato nel 186.'5 (essendo fallita la nomina- 
deli' Herwegh) professore di letteratura comparata, non potè 
occupare la cattedra. La direzione di quella parte d'insegna- 
mento fu assunta invece da Luigi Settembrini: cuore fervido,, 
anima candidissima, uomo di gusto e di buon senso, artista 
della parola; ma intelletto scarso di virtù speculativa, e perciò- 
tratto a giudicare di- arte con criteri estrinseci, dedotti dal 
contenuto morale e politico e al lume dell'ovvio e superficiale 
buon senso. Il suo insegnamento si rispecchia nelle Lezioni 
di letteratura italiana: bel libro, schietto, vivace, senza mu- 
tria pedantesca e frigidità scolastica, arricchito di notizie su 
cose e scrittori meridionali generalmente poco noti. Ma così 
il suo insegnamento come il suo libro non produssero fervore 
d'idee, perchè, in realtà, proseguivano un metodo esaurito 
e oltrepassato, che era quello della storiografia letteraria del 
Risorgimento italiano d'ispirazione politica e nazionale. L'en- 
tusiasmo pel libro, la venerazione per l'autore, rimasero con- 
finati al libro e all'autore. Tanto meno produssero effetti in 
quanto, proprio in quegli anni, il De Sanctis, cedendo alle 
insistenze dei suoi amici e scolari, aveva preso a raccogliere 
i saggi critici sparsamente da lui inseriti nelle riviste pie- ' 
montesi, dei quali durava la fama ma pochi avevano diretta 
conoscenza. Un primo volumetto ne uscì nel 1866. Seguirono 
nel 1869 il Saggio sul Petrarca, rielaborazione di un corso 
tenuto a Zurigo dieci anni innanzi; e poi nel 1870-1 la Storia 
della letteratura italiana, disegnata dapprima come compendio 
per le scuole; e ancora, nel 1872, la raccolta dei Nuovi saggi 
critici. Questi libri davano il superamento dell'indirizzo set- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 283 

tembriniano, e in genere di tutto l'indirizzo politico della 
critica letteraria. Più esplicite apparvero l'opposizione e la 
novità nell'articolo che nel marzo 1869 il De Sanctis scrisse 
nella Nuova antologia intorno al libro del Settembrini, rifiu- 
tandosi di considerarlo come lavoro di scienza e presentandolo 
come opera d'arte. Di questo giudizio il Settembrini si dolse 
vivamente; e chi vi fu presente mi narrava dell'incontro tra 
i due amici: l'ano dei quali, il Settembrini, diceva di essere 
stato « assassinato », e l'altro sosteneva, invece, di avergli 
eretto a suo modo un piedistallo di gloria. — Altri intanto 
(senza contare l'opposizione clericale, del resto giustificata 
di fronte al passionale anticlericalismo del Settembrini) cen- 
suravano le Lezioni di letteratura italiana: il pugliese Fran- 
cesco Montefredini, già scolaro del De Sanctis, uno strano 
uomo tutto preso dall'idea che l'Italia fosse stata condannata 
a irremediabile decadenza sin dalla fine dell'impero romano, 
e germanista o pangermanista, come oggi si direbbe; — e il 
calabrese Bonaventura Zumbini, ingegno più equilibrato, ma 
non molto largo, il quale, criticando il Settembrini, critico 
insieme il De Sanctis, ponendo l'ideale di una critica che 
tenesse conto così del valore del contenuto come di quello 
della forma. Il che parve a molti, allora e poi, un pensiero 
assennato: segno che la critica del De Sanctis non Qra dav- 
vero penetrata nelle menti, e, soprattutto, che non se ne erano 
intesi gl'intimi e necessari presupposti filosofici. Se ciò fosse 
accaduto, della teoria dello Zumbini si sarebbe fatta pronta 
giustizia; come per altro fece, dal suo canto, il De Sanctis, 
avvertendone la fragilità logica, derivante dall'aver frainteso 
il significato filosofico di «forma». 

Solamente nel 1871 il De Sanctis (che nel 18G9 era venuto 
a Napoli a tenervi le cinque conferenze pel centenario del 
Machiavelli) salì la cattedra e, per circa cinque anni, vi dette 
corsi del tutto originali, come risultato dei quali rimangono 
a noi le monografie sul Manzoni, sulla Scuola moderata e la 



284 APPENDICE 

Seriola democratica italiana del secolo XIX, e sul Leopardi. 
Il De Sanctis, nel dare vita a quella che è stata chiamata la 
sua «seconda scuola », si proponeva due fini che confluivano 
poi in un solo: voleva che la scuola fosse educazione di tutto 
lo spirito, della mente come della volontà, formatrice dell'in- 
telligenza e del carattere; e voleva che fosse un laboratorio 
in cui, sotto la guida del maestro, gli scolari leggessero libri 
e facessero indagini, e da cui la lezione cattedratica uscisse, 
in ultimo, quasi riassunto del lavoro comune. Ma se gli fu 
possibile conseguire il primo fine, non così avvenne del se- 
condo: un po' per cagione dell'ambiente, perchè la scuola 
di lui era frequentata dagli studenti universitari di tutte le 
facoltà, che spesso venivano a cercarvi una soddisfazione spi- 
rituale alquanto vaga e passiva; un po', pel carattere mede- 
simo del De Sanctis, il quale non era uomo da rinserrarsi 
tutto nella cerchia scientifica, con quel tanto di pedanteria, 
di sana pedanteria, che in essa è pur necessario. Era impos- 
sibile che l'indirizzo del De Sanctis vigoreggiasse senza un 
approfondimento filosofico e una sistemazione del suo pen- 
siero estetico, rimasfo alquanto aforistico, e senza un gran 
corredo di ricerche storiche: cose tutte delle quali egli sentì 
e affermò l'esigenza, ma che non ebbe né modo né attitudine 
a eseguire. Onde accadde che il suo insegnamento, se fornì 
per la vita intera i giovani che lo frequentavano di certe 
idee direttive e di certe disposizioni spirituali, non produsse, 
per allora, un vero moto scientifico. I più dei suoi scolari 
di quel tempo si volsero alla vita pratica, diventando av- 
vocati, uomini politici, finanzieri (Arcoleo, Salandra, Mar- 
ghieri, Abignente, Fortunato, Zammarano, e via dicendo); 
e di quelli che si dettero agli studi letterari il più valoroso, 
Francesco Torraca (al quale si deve se a noi, che non po- 
temmo udirne la viva parola, sono state conservate le lezioni 
del maestro), pure attenendosi ai criteri estetici desanctisiani 
e valendosene assai bene all'occorrenza, fu attirato in ispecial 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 285 

modo dalle ricerche storiche e filologiche in largo senso, nelle 
quali si manifestò critico acutissimo. 

Innanzi al pensiero e all'opera del De Sanctis rimanevano 
come sbalorditi i superstiti della scuola del Puoti (compagni 
un tempo di lui, e da lai a grande distanza lasciati indietro), 
bravi maestri di lingua, che proseguirono l'opera loro nelle 
scuole secondarie pubbliche e private, adoperando i testi del 
trecento ristampati dal Puoti, le Lettere raccolte da Elia Giar- 
dini, gli Esempi di bello scrivere del Fornaciaio. Tali Bruto 
Fabbricatore, Gabriele de Stefano, Leopoldo Rodino e altri 
uomini onorandi per bontà d'animo e ingenuo affetto alla 
lingua e alla grammatica italiana. Di Leopoldo Rodino (del 
quale sono stato scolaro, ahimè, degenere) ricordo che, con- 
sigliere comunale, una volta, offeso il suo delicato senso gram- 
maticale dalla frase « Signorie loro » che risuonava nelle re- 
lazioni della Giunta e nei discorsi dei colleghi, chiese la parola 
senz'aver nulla da dire, semplicemente per infiorare il suo 
breve discorso di una decina di « Signorie vostre » ! — Oppo- 
sizione tentarono, invece, i fornariani: della quale è docu- 
mento l'Arte del dire dell'abate, libro più filosofico in appa- 
renza di quelli del De Sanctis, ma falso, arbitrario e reazionario 
nel fondo, e la cui efficacia rimase confinata alle accademie 
dei preti. Anche i manzoniani, che si raccoglievano intorno 
ad Alfonso della Valle, uomo di aureo carattere, fondatore 
di un grande istituto operaio pei bambini delle classi povere 
di Napoli (morì a 42 anni, nel 1872), si tennero lontani dalle 
nuove e ardite idee del De Sanctis e vi mossero qualche con- 
trasto; come si vede dalla bella prefazione del Persico agli 
Scritti e lettere del Della Valle, in cui si combatte la dottrina 
dell'indipendenza dell'arte. Dai manzoniani di Napoli, e pro- 
priamente dal Della Valle (al quale il Manzoni diresse una 
ben nota lettera sulla lingua italiana), provenne l'idea di uno 
studio comparato delle due edizioni dei Promessi sposi, e il 
Persico ne dio saggio nell'elegante studio critico Due letti. 



286 APPENDICE 

Erano poi, essi tutti quanti, dantisti; facevano, nelle loro 
amichevoli riunioni, letture della Divina commedia-, il Della 
Valle raccolse una collezione dantesca (che ora e nella Bi- 
blioteca universitaria di Napoli) e propose (credo, pel primo) 
l'idea d'un Giornale dantesco. Ma come l'ossequio pel Man- 
zoni era espressione dei loro sentimenti di morale cattolica 
e liberale insieme, così il culto di Dante aveva nei loro animi 
motivi patriottici e religiosi, che se non giovavano alla scienza 
propriamente detta, testimoniavano nobiltà d'intenti, estranea 
purtroppo ai noiosissimi dantisti dei giorni nostri, accademici 
della nuova Italia. 

Come gli studi sulla letteratura italiana ricevevano, mercè 
la nuova università, indirizzo diverso da quello pedantesco 
e grammaticale delle vecchie scuole, così gli studi delle lette- 
rature classiche sarebbero dovuti passare, ma non passarono 
per allora, dal metodo umanistico a quello storico e filologico. 
Nell'indirizzo umanistico erano, in Napoli, valenti cultori di 
latino, monsignor Mirabelli, Quintino Guanciali, Vincenzo 
Padula, l'abate Perrone, Gennaro Seguino, il canonico Bar- 
bati; altri vivevano nelle provincie, come nell'Abruzzo Er- 
rico Casti e nelle Calabrie Diego Vitrioli: poeti quasi tutti 
(il Guanciali scrisse poemi sull'omeopatia, il Vitrioli sulla 
pesca del pesce spada, il Mirabelli, in quattro grossi volumi, 
una Petreide, storia della Chiesa da san Pietro in giù). E la 
cattedra di letteratura latina fa ottenuta appunto dal Mira- 
belli, il quale per quella cattedra scrisse un'opera sul Pen- 
siero romano, che, come il suo poema, era poco leggibile e 
da ben pochi fu letta. Così, per questa parte, continuò l'av- 
viamento rettorico. Il Mirabelli, avendo una volta data lettura 
a un amico di un suo pezzo d'eloquenza, in cui si parlava 
delle api come nascenti dalla carogna del cavallo, ebbe a 
riceverne la rivelazione che la cosa procedeva un po' diver- 
samente da come la narrava Virgilio; onde, sortagli curiosità 
•e, spinto dall'amico, si recò con lui a visitare la sezione di 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 287 

apicoltura nella Scuola di Portici. Osservò tutto minutamente, 
in silenzio, senza segno di stupore; ma, al termine della vi- 
sita: «Dio buono! (disse, levando gli occhi in faccia al suo 
compagno) — e io, che avevo scritto quel mucchio di corbel- 
lerie! ». — Ingegno aperto alle idee moderne e cultura di 
lingue e letterature moderne possedeva l'insegnante di let- 
teratura greca Ferdinando Flores; ma, oppresso da svariati 
insegnamenti, non potè dare alla scienza tutto sé stesso, e 
di lui, oltre il saggio su Aristofane pubblicato nel 1860 e 
qualche altro piccolo scritto, ci resta solamente una tradu- 
zione in prosa delle Odi olimpiche di Pindaro (1866), con in- 
troduzione e ampi conienti, spesso assai sottili. L'Imbriani, 
che aveva cominciato a insegnare letteratura tedesca, si dette 
poi allo studio della letteratura italiana; e notevole, sebbene 
artificioso non poco, fu il suo corso del 1866 sullo svolgimento 
della poesia e della metrica e sulla poesia popolare italiana: 
nella quale ultima egli vide (per effetto di strano equivoco) 
i frammenti di un epos popolare. 

Progresso fecero, invece, gli studi archeologici, che van- 
tavano belle tradizioni, e anche di recente erano rifioriti 
presso di noi con Francesco Avellino, il cui migliore disce- 
polo, Giulio Minervini, proseguì il Bollettino archeologico napo- 
letano, fondato nel 1842 dall'Avellino e nel 1861-2 intitolato 
Bollettino archeologico italiano. Il Fiorelli aveva dato nuovo 
impulso e più moderno metodo agli scavi di Pompei (del 1872 
è la sua Relazione, che fece epoca, scritta per l'esposizione 
di Vienna), coadiuvato da Michele Ruggiero, che gli successe 
in quella direzione; e dal Fiorelli e dalla scuola tedesca de- 
rivarono il De Petra, che ebbe la cattedra di archeologia e 
tenne la direzione del Museo di Napoli, e il Sogliano, che 
dirige ora gli scavi di Pompei e ha cattedra di antichità 
pompeiane. 

Ma questi progressi non si attuarono senza contrasto da 
parte degli antitedeschisti, i quali, in questo campo, furono 



288 APPENDICE 

forse più tenaci e vivaci che non in altri. Gli antitedeschisti 
napoletani ebbero varia provenienza e carattere. Alcuni erano 
retori, non privi per altro di un certo sentimento della so- 
lennità e dignità romana, come il Mirabelli; il quale, trovan- 
dosi il Mommsen a Napoli nel 1873, lo invitò a una sua lezione 
latina, che era la difesa di Cicerone contro il giudizio dello 
storico tedesco, cui si rivolgeva nella perorazione esortandolo 
a ripigliare in grazia il grande romano. Altri erano patrioti 
alla Settembrini, che, senza coruedo di studi in materia, ve- 
devano sempre nei tedeschi i barbari, incapaci per tradizione, 
per manco di finezza, e fors'anche per istintiva ostilità di 
razza, d'intendere le cose latine e italiane. Altri ancora erano 
uomini d'ingegno vivace ma poco critico, dotti di una cultura 
antiquata e unilaterale, come il Padula, autore di un comento 
all'Apocalissi, nel quale assumeva di provare storicamente 
che questa fu profezia avverata, e di una Proiogea, che pre- 
tendeva ricondurre la toponomastica europea alla lingua 
ebraica. Altri, infine, erano ingegni critici e scientifici molto 
acri e severi, i quali sentivano la forza della tradizione ar- 
cheologica nazionale e avvertivano certe debolezze della filo- 
logia germanica: ma, già innanzi negli anni, autodidatti, 
formatisi di solito in paeselli di provineia, bisbetici, irritabili 
(quali sono veramente non già i vati, ma gli archeologi!), si 
ostinavano a guardare con un sol occhio: retrivi, ma non 
più unilaterali, in effetto, dei progressisti fanatici. Di essi il 
più dotto e di più forte ingegno fu Carmelo Mancini di Col- 
lelongo, medico condotto in comuni di Abruzzo, divenuto 
archeologo per passione sortagli negli ozi delle condotte, 
interpetre e critico acuto di epigrafi e monumenti romani, 
dialettico e polemista vigoroso. Esperto assai di cose tedesche 
e inglesi, ma lavorante con vecchi metodi e troppo arrischiato 
escogitatore di ravvicinamenti etimologici e d'interpetrazioni 
mitografiche, era Nicola Corcia; il quale dal 1842 al 1853 aveva 
pubblicato una Storia delle due Sicilie, geografia storica del- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 289 

l'Italia meridionale nell'antichità, e continuò ancora per un 
quarantennio quelle ricerche, allargandole alle città della Gre- 
cia e dell'Asia Minore. 

A combattere i residui del nazionalismo e del municipa- 
lismo filologici si rivolse in certo modo il piemontese Gia- 
como Lignana, che era stato nel 1847 e '48 studente a Bonn, 
ed ebbe nel 1861 la cattedra di storia delle lingue nell'uni- 
versità di Napoli; ma più ancora forse intese a battagliare 
in favore della filologia, e in ispecie della così detta filologia 
comparata, contro il filosofismo storico, del quale nell'uni- 
versità di Napoli era rappresentante il Vera. Il Lignana ab- 
bracciò rami svariati di studio ; ma strinse sempre poco, quan- 
tunque in Napoli operasse come utile « colporteur » d'idee e di 
libri, e a lui si dovesse, tra l'altro, lo studio dello Herbart e 
di quegli herbartiani che fondarono la così detta Volkerpsy- 
chologie (donde, la conversione del Labriola). Da lui non pro- 
cedette un moto di studi filologici sulle letterature orientali; 
come, d'altra parte, non si riuscì, né allora né poi, a trasfor- 
mare e vivificare il Collegio dei Cinesi, ribattezzato «Reale 
Istituto orientale», che vantava belle tradizioni, ma non è 
diventato né un istituto scientifico né una scuola pratica di 
lingue pei bisogni dei consolati e dei commerci. Nella scuola 
del Lignana cominciò a farsi notare il Kerbaker, il quale 
doveva essergli successore nella cattedra; e in quella scuola 
lesse, nel 1868, un saggio della traduzione del Carretto di 
argilla, che testò ha pubblicata completa. 

La storia antica ebbe nell'università un eccellente inse- 
gnante in Giambattista Calvello, autodidatta, professore al 
tempo dei Borboni nel Collegio di musica e nelle scuole pri- 
vate. Il Calvello possedeva tutte le doti e la preparazione di 
un vigoroso storico: conoscenza diretta dei testi e informa- 
zione piena della critica intorno a essi; studi politici, econo- 
mici, sociali, geografici: sguardo sintetico e fantasia ricostrut- 
trice. Ma, uomo modestissimo e affatto dedito ai suoi doveri 

B. Croce, La letteratura della nuova Italia, ìv. 19 



290 APPENDICE 

d'insegnante, spendeva tutto so stesso nella scuola; amatis- 
simo dagli scolari, che ancora lo ricordano con reverenza. 
Alla sua morte, nel 1874, non si trovarono presso di lui altri 
manoscritti die quelli nei quali radunava i materiali per le 
sue lezioni. Vita ammirevole che, per altro, non produsse ef- 
fetti adeguati e non valse a irrobustire, come poteva, la nostra 
rachitica storiografia dell'antichità: nuova conferma, che ai 
tempi nostri vale assai più un libro che molti corsi di lezioni, 
ottimi che siano. Che cosa sarebbe rimasto dell'insegnamento 
del De Sanctis, se egli non si fosse risoluto a scrivere i suoi 
libri? e che cosa dell'ultimo suo insegnamento, se un amoroso 
discepolo non avesse raccolto la sua parola? Il Calvello non 
ebbe, o, per meglio dire, noi non abbiamo avuto questa for- 
tuna che la parola del Calvello venisse serbata in iscritto. — 
Il De Blasiis, abruzzese di Sulmona, che insegnava storia 
moderna, dopo avere vinto un premio dell'Accademia Pon- 
taniana col libro su Pier della Vigna, aveva dato fuori, frutto 
di lunghe ricerche, la prima storia critica della Insurrezione 
pugliese e la conquista normanna (1864-73); ma l'efficacia di 
lui si svolse, come vedremo, non tanto nell'università, quanto 
in altro istituto. 



IV. 



Tale era tra il 1860 e il 1875 la fisonomia dei principali 
insegnamenti di filosofia e lettere nell'università di Napoli. 

I professori si sentivano apportatori e autori di qualcosa 
di nuovo e di utile nella vita spirituale della nazione: pa- 
recchi di essi, come lo Spaventa, il De Sanctis, il Tari, il 
Settembrini, avevano la coscienza di essere qualcosa più che 
insegnanti: educatori ed eccitatori di tutte le forze morali. 

II Settembrini, tra gli altri, si oppose vivacemente, se non 
con fortuna, al burocratismo minacciante, alle « tesi » per gli 
esami e a simile roba; e scrisse contro il disegno di tramu- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 291 

tare la facoltà di filosofia e lettere in una fabbrica d'inse- 
gnanti: egli anzi avrebbe voluto che gli studenti di tutte le 
facoltà seguissero un corso biennale introduttivo di lettere 
e filosofia. Nel che s'incontrava col De Meis, il quale nel 
Dopo la laurea (1868-9) disegnava un'alta preparazione di 
studi letterari e filosofici per coloro che si dessero alle scienze 
naturali e alla medicina. I corsi universitari più importanti 
erano, infatti, frequentati da studenti di tutte le facoltà, e 
anche da studiosi liberi: nei giornali (ia Libertà, il Pungolo, 
il Roma), si stampavano talora come appendici, al posto del 
romanzo, le lezioni del De Sanctis, raccolte, come si è detto, 
dal Torraca. I discorsi inaugurali dell'anno accademico erano 
vivamente attesi e parecchi rimasero memorandi, come quello 
del Tommasi nel 1866 sul Naturalismo moderno, quello del 
Lignana, l'anno appresso, sulla Filologia nel secolo XIX, 
quello del De Sanctis nel 1872 su La scienza e la vita. L'uni- 
versità mise temi a concorso tra gli studenti, e celebrò so- 
lenni distribuzioni di premi, come nel 1863 con l'intervento 
■del principe Umberto e con un discorso del Settembrini. Sor- 
sero nel 1864, nell'atrio dell'edilìzio universitario, le quattro 
statue di Tommaso d'Aquino, Pier della Vigna, Giordano 
Bruno e Giambattista Vico, nella quale occasione pronunziò 
un discorso il De Bhisiis: un'altra statua del Vico sorgeva 
nella Villa nazionale, e una lapide quasi espiatoria dei torti 
che l'Università aveva avuto contro quel grande fu infissa 
sulla facciata della casa già da lui abitata. Fu innalzato anche 
allora, nella piazza del Mercatello, per iniziativa e opera del 
Settembrini, il monumento a Dante, simbolo d'italianità. Che 
più? Si riuscì perfino a promuovere tra gli studenti recite di 
commedie plautine (in latino, s'intende), i Captici e il Tri- 
nummus (1875 e 1877), per le quali il Mirabelli compose pro- 
loghi e intermezzi. 

Il movimento universitario napoletano di quei primi anni 
dell'unità attrasse l'attenzione anche fuori d'Italia, principal- 



292 APPENDICE 

mente sotto l'aspetto filosofico. Mentre l'hegelismo decadeva 
iu Germania e in tutta Europa, sembrava che avesse trovato 
rifugio e vita prospera nel mezzogiorno d'Italia. A questa su- 
perstite colonia hegeliana accennava lo Schérer nella Revue 
des deux mondes; e gli scolari del Cousin davano braccio per 
combatterla ai cattolici italiani. Ma con interessamento e con 
giubilo (ehe aveva perfino del puerile) la guardava il gruppo 
degli hegeliani tedeschi, che, raccolti intorno a Carlo Ludo- 
vico Michelet, avevano costituito la Società, filosofica di Ber- 
lino e pubblicavano, dal 1860, la rivista Der Gedanke. Fu- 
rono corrispondenti di essa dall'Italia il Marselli, il D'Ercole 
e altri; e ai curiosi articoletti filosofici del Marselli intorno 
al processo della unificazione italiana il Michelet apponeva 
conienti e lamenti sul ritardo della Germania a seguire l'Italia 
su quella via indicata dalla storia. Nel 1861, dandosi annunzio 
della nomina del De Sanctis a ministro di pubblica istruzione 
del regno d'Italia, si aggiungeva: «Si spera che egli sarà, 
in Italia, per la filosofia, quello che l'Altenstein [cioè, il ba- 
rone von Stein, il ministro fautore dello Hegel e autore della 
legge scolastica prussiana del 1819] fu in Prussia»; e si no- 
tavano le tristi sorti della filosofia in Germania, dove essa 
era ridotta alla condizione di «ecclesia pressa » (*). Perfino si 
applaudiva a un reboante discorso tenuto dal generale Cial- 
dini in Napoli, in cui era una volata circa la precedenza del 
Pensiero sull'Azione! ( 2 ). «Napoli (si diceva in quella rivista^ 
nel 1862) ( 3 ) è ora il centro dell'incipiente moto filosofico in 
Italia». Vi si fece cenno delle prolusioni del Settembrini e 
di Paolo Emilio Imbrumi: il Michelet vi espose minuta- 
mente ( 4 ) la memoria accademica dello Spaventa (1864) sulle 



(i) A. i, fase, iv, p. 74. 

(2) Voi. cit., p. 256. 

(3) Voi. in, p. 54 segg. 

(4) Voi. v, fase. 2. 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 293 

Prime categorie della logica hegeliana, rallegrandosi che contro 
le obiezioni del Trendelenburg venisse sì valido aiuto dal 
remoto sud di Europa, e, quel eh' è più, da un «non-hege- 
liano» (perchè tale doveva apparire lo Spaventa a quegli 
hegeliani). Vi si dava notizia degli splendidi esami, soste- 
nuti dal Tocco intorno alle dottrine della filosofìa germanica. 
Ma qualche dolore recò a quei tedeschi il loro amico e con- 
socio Vittorio Imbriani, il quale nella sua prolusione del 1868 
Del valore dell'arte forestiera per gl'Italiani (') cominciò ad 
assumere atteggiamento antitedesco: un po' per bizzarria, 
ma un po' anche con qualche giusto motivo, noiato com'era 
delle esagerazioni tedescofile di quel tempo. Peggio fu, quando 
V Imbriani assalse il Vera; e, peggio dei peggio, quando un 
dottore tedesco, Teodoro Stràter, che nel 1864 e '65 soggiornò 
in Napoli, inviò alla rivista sei lettere Sullo stato della filo- 
sofia in Italia e sulla società napoletana. L' Imbriani, punto 
-a sdegno tra l'altro per la poca deferenza che colui aveva 
dimostrata verso il bel sesso di Napoli, gli lanciò contro opu- 
scoli satirici, e cercò in tutti i modi di provocarlo a duello ; 
con alta disapprovazione dei gravi hegeliani di Berlino ( 2 ). 
Del resto, quelle lettere dello Stràter contengono uri quadro 
molto esatto dei lavori e dell'insegnamento dolio Spaventa, 
del Vera e del Tari, e prognostici assai benevoli sull'avve- 
nire della filosofia in Napoli. Sono parecchi mesi (egli scri- 
veva) che vivo tra professori e studenti e ascolto le lezioni, 
e « posso assicurarvi che se la filosofia moderna avrà mai 
un avvenire, una vita più intensa e uno svolgimento più ricco, 
ciò non avverrà né in Germania né in Francia uè in Inghil- 
terra, ma in Italia, e particolarmente in queste meravigliose 
spiaggie del mezzogiorno, in cui già i filosofi greci pensarono 
i loro pensieri immortali. Una vivacità affatto propria, un'in- 



( l ) Recensita dal Bouuianu, iv, 27,5-7. 
. (2) Voi. iv, pp. 147-8. 



294 APPKNDICK 

tensa, energia, un carattere spiccato: ceco ciò che distingue 
il filosofare di qui dalla erudizione di libri e di tavolino, che 
sempre più imperversa in Germania. In questi italiani... la 
filosofia è diventata ciò che dal Fichte in poi dev'essere: vita, 
azione, carattere personale; dirci, religione del cuore, e non 
già occupazione tra le altre occupazioni del cervello». In 
un'altra lettera ricordava le parole dello Herder sull'Italia 
meridionale: «Queste splendide coste sono state sempre la 
sede di un libero pensiero»; e aggiungeva che nel carattere 
del napoletano c'è, in grado che forse non ò agevole ritro- 
vare altrove, « un miscuglio di elementi naturalistici e di 
elementi dialettici ». Questi e simili giudizi movevano Franz 
Hoffmann a scrivere nel 1865, da Wiirzburg, una lunga 
lettera allo Spaventa, per rivolgere l'attenzione di lui sulla 
filosofia del Baader, come tale che, meglio dell'hegelismo, 
poteva rispondere al progresso che gli Italiani stavano com- 
piendo. Nel 1868 Carlo Rosenkranz, in un libro sul Vera e 
sulla filosofìa hegeliana della natura, si compiaceva di vedere 
rinascere il tedesco dello Hegel nella lingua italiana; e re- 
cava i nomi degli studiosi napoletani. Fuori dal campo hege- 
liano, Marc Mounier scriveva nel 1865 un bene informato arti- 
colo nella Revue des deux mondes, su Le mouvement italien à 
Naples de 18S0 à 1865 dans la littèrature et dans l'enseigne- 
ment\ e l'Amiel, nel 1868, sperava trovare in Napoli in- 
teressamento e collaborazione per la Revue de théologie et 
philosnpìiìe, che cominciava a dar fuori in Ginevra. Napoli 
(scriveva l'Aleardi in una sua lettera del 1865 allo Zen- 
drini) « è il paese dove più si ami tra noi la scienza, e 
quasi si adori, e dove troverete entusiasmi e moltitudini di 
uditori ». 

A promuovere le relazioni e gli scambi con l'estero gio- 
vava quella libreria Detken, la quale (come abbiamo detto 
in principio) nel decennio tra il 1850 e il 1860 provvedeva 
nascostamente gli studiosi di libri vietati dalla polizia: co- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 295 

sicché, dopo il 1860, essa divenne naturale ritrovo di libe- 
rali e studiosi, una spontanea e viva accademia. Ogni sera, 
dalle sette alle otto, convenivano colà professori, letterati, 
giovani studenti; e si accendevano conversazioni e discus- 
sioni, suscitate di solito dai libri che uscivano alla giornata. 
Tra gli assidui frequentatori di quei convegni erano il Li- 
gnana (il quale, nel 1862, aveva fatto un viaggio in Persia 
con l'ambasciata italiana e aveva rivolto in quell'occasione 
un discorsetto in persiano allo Sciali, ottenendo l'effetto che 
questi gli facesse dire per mezzo dell'interprete, che «non 
comprendeva il francese! »), il Fiorelli, il De Blasiis, il Del 
Grosso, il padre Tosti quando scendeva da Montecassino, 
Antonio Labriola, e un altro giovane, il Cherubini, che dava 
di sé grandi speranze e finì poi oscuramente in provincia. Il 
Detken, che era presidente del Circolo tedesco di Napoli, 
aveva anche per questo suo ufficio l'opportunità di condurre 
a quei colloqui i dotti stranieri, che passavano per Napoli. 
Tra gli altri, nel febbraio del '64 capitò colà Ippolito Taine, 
che fa menzione di quel ritrovo nel suo Voyage en Italie: 
« Tous les lìvres intéressants ou savants (egli dice) d'Allemagne, 
d' Angleterre ou de France, arrivent chez le libraire Detken: 
les plus solldes ouvruges de psgchologie, de droit, de linguisti- 
que, surtout de philosophie, trouvent là des acheleurs: la bou- 
tique est le soir une sorte de club lìttéraire ». E soggiungeva, 
al ricordo di quel ritrovo : « C est un plaisir que de voir ces 
fines tètes italiennes, ces yeux expressifs, et de devìner, sous 
les facons réservées, l'ardeur intérieur: ila expriment haut ou 
laissent percer cette joie profonde d'un homme qui remue ses 
membres après avoir èie longtemps en prison ». Egli fu colpito 
soprattutto da un giovane (che credo fosse appunto il Che- 
rubini;: « J' ai vu un jeune homme de vingt et un ans quia 
travedile ainsi tout seul et pour lui marne, et qui sait le san- 
scrita le persati, une douzaine de langues, qui connait fori 
bien Hegi'l, IL rbart } Schopenhauer, Stuart Mill et Carlyle, qui 



296 APPENDICE 

est au courant de, tous nos écrils frangais et de toutes les nou- 
veautés allemandcs, de tout ce qui tient au droit, aux philo- 
sophies, aux études de linguistlque et d'exegèse. Son érudition 
et sa compréhension sont celles d'un homme de qwirante ans: 
maintenant il va completa' son éducation en passant une année 
à Paris et à Berlin » . 

Con siffatta splendida affermazione dell'università italiana 
andò di pari passo la decadenza e la fine dell'insegnamento 
privato di Napoli, combattuto anche con misure legislative 
per opera specialmente del Bonghi, il quale prescrisse per 
tutti i laureandi l'obbligo dell' « immatricolazione ». Si è visto 
il carattere retrivo di quegli « studi » rispetto all'insegna- 
mento dello Spaventa. Questi nelle lettere al fratello li giu- 
dica molto severamente: «In generale, fuori dell'Università, 
l'insegnamento è anarchico, confuso, superficiale e anche re- 
trogrado. La rigenerazione, la vera rigenerazione dell'inge- 
gno, non può venire che da essa»( 1 ). Del medesimo avviso 
erano gli uomini più autorevoli di quel tempo. Unica, o 
quasi, eccezione il Settembrini, il quale prese con animo 
generoso la difesa del libero insegnamento, che durava in 
Napoli (egli diceva) da oltre sei secoli, e che invano i viceré 
spagnuoii avevano cercato di spegnere, minacciando multe, 
relegazioni ed esili. «Ripensando io all'origine di quest'in- 
segnamento privato, e alla resistenza che sempre ha opposta 
ai governi che non mai hanno potuto distruggerlo, io credo 
che esso nasca necessariamente dalla natura del nostro in- 
telletto. Il napoletano non ha avuto mai libertà politica; 
perchè ha avuto sempre una libertà superiore alla politica; 
ha lasciato il corpo e gli averi a chi ha voluto comandarlo 
e straziarlo, e si ò ritiralo nei vasti e liberi campi dell'in- 
telletto: ivi non cede mai d'una linea, ivi resiste a chi lo 
assale, ivi è uomo. Se cedesse anche ivi, ei non sarebbe 



(i) Lettera del 21 febbraio '62. 



LA VITA LETTSRARIA A NAPOLI 297 

uomo. Quindi la libertà per lui è sterminata, e, se gli par- 
late di leggi, vi risponde: ma la legge è giusta? e si solleva 
contro l'autorità, e non obbedisce che o alla forza o a quello 
che a lui pare ragionevole; quindi le visioni e i disegni stra- 
vaganti di molti, e le speculazioni dei savi sempre ardite e 
tendenti ad aprire novelle vie; quindi il voler scegliere da sé 
il maestro, e non accettar quello dato dal governo. Qualcosa 
adunque pur la rappresentano nel mondo i napoletani; essi 
soli non ebbero mai l'Inquisizione, che travagliò i corpi e 
le coscienze di tutta Europa; essi soli non accettarono mai 
l'insegnamento ufficiale, non riconobbero mai autorità e dit- 
tatura nel sapere; essi i primi filosofarono in Europa, sprez- 
zando l'autorità più riverita nelle scuole». E ancora: «La 
libertà dell'insegnamento è istituzione tutta nostra, e, come 
l'abbiamo noi, non l'ha nessun popolo d'Europa. Sia caso, 
sia merito, sia quel che volete, noi l'abbiamo; e finora è 
stata per noi un gran bene. Non la distruggiamo per cieca 
imprudenza, ma serbiamola qualche altro tempo; vediamo 
che effetti produrrà, ora che è unita alla libertà politica, e 
da questi effetti prenderemo norma per un sicuro giudizio. 
Sarà un male per noi; ne abbiamo tanti, lasciateci anche 
questo: fra dieci, quindici anni, vedremo questo male dove 
andrà a cascare » . 

La ragione era dalla parte dello Spaventa o da quella del 
Settembrini? Certo è che il partito dei distruttori e unifica- 
tori a ogni patto vinse; e l'insegnamento libero e gli studi 
privati sparirono innanzi alla nuova Università creata dallo 
Stato italiano e che era in doppio modo forte, avendo dalla 
sua pai-te così la legge come il merito. Ma bisogna guardarsi 
dallo scambiare questa sparizione per una vittoria dell' isti- 
tuzione statale sopra quella nascente dall'opera spontanea dei 
Cittadini. Se l'Università prevalse allora non soltanto per forza 
di legge (facile e infeconda vittoria), ma per la vigoria spi- 
rituale di cui effettivamente dette prova, ciò fu perchè essa 



293 APPKNDicra 

potò giovarsi degli uomini eie' erano, o orano stati, a capo 
degli Snidi privati, e si erano formati da so per vocazione 
e, in libera concorrenza. Stadi privati avevano così lo Spa- 
venta come il De Sanctis, prima del 1848; e negli studi pri- 
vati crino il Palmieri, il Mirabelli, il Savarese, il Capitelli, 
il Trudi, il De Angelis, il Rimaglia, il Cardarelli, e, si può 
dire, tutti ornanti. Cosicché la nuova Università di Napoli 
non fu altro, in gran parte, che l'aristocrazia stessa 
degli Studi privati; donde, la vittoria che doveva neces- 
sariamente riportare su questi, stremali delle loro forze mi- 
gliori e abbandonati a uomini di poca capacità o a mestie- 
ranti. Il De Sanctis, quando insegnava nell'università, non 
riuscì mai a persuadersi di aver cangiato istituzione e gli 
accadeva sovente di dire: «il mio Studio», invece di: «la 
mia cattedra». Sicché il Settembrini aveva anche lui ragione 
quando proponeva di non abolire niente e di stare a vedere. 
Bisognava infatti vedere se l'Università avrebbe serbato la 
forza originaria, spariti che fossero gli uomini provenienti 
dagli Studi privati, gli ex-preti (erano preti spretati e frati 
sfratati moltissimi di quegl' insegnanti e quasi tutti quelli di 
filosofìa) passati al laicato, i rivoluzionali mutati in uomini 
di governo, gli autodidatti diventati professori ufficiali. 



Anche in altre istituzioni, che le erano congiunte, si mo- 
strò la vigoria della vita universitaria di quegli anni. 

Delle due accademie di Napoli, quella Reale e la Ponta- 
niana, la prima fu riformata e divisa in tre sezioni, di scienze 
fisiche e matematiche, di archeologia, lettere e belle arti, e 
di scienze morali e politiche; e quantunque nessuna di esse 
(o per lo meno nessuna delle due ultime, che di queste soltanto 
siamo in grado di discorrere) attendesse a quei lavori di 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 299 

collaborazione, che soli giustificano ai tempi nostri le acca- 
demie (raccolte sistematiche di materiali, serie di testi, edi- 
zioni critiche dello opere dei grandi scienziati e pensatori e- 
umanisti, e via dicendo), pure gli uomini, che entrarono a 
farne parte, seppero onorarle con l'opera loro personale. 

L'Accademia di lettere e archeologia serbò, per altro, nei 
primi tempi, carattere alquanto retrivo; tanto che ne rima- 
sero esclusi il Settembrini e il De Sanctis, poco graditi ai 
cattolici e ai clericaleggiatiti; la sezione archeologica mancò 
al compito d'illustrare quell'importantissima regione di scavi 
che è l'Italia meridionale e di mandare innanzi la pubblica- 
zione dei papiri ercolanesi. Più viva e moderna -si affermò 
l'Accademia di scienze morali e politiche, nei cui atti e ren- 
diconti vennero pubblicati quasi tutti i lavori dello Spaventa 
e del Tari, e parecchi del Vera, del Bonghi e del Fiorentino. 
Il De Sanctis, nominatone socio, vi lesse qualche breve nota: 
egli non era uomo da accademie; e la sua schietta tendenza 
si fece strada in un'altra istituzione, il « Circolo filologico », 
da lui fondato nel 1876 per diffondere la conoscenza delle lin- 
gue (per mezzo di scuole serali) e della cultura moderna (per 
mezzo di conferenze). Vi si tennero, infatti, molte e belle con- 
ferenze, tra le quali nel 1879 quella dello stesso De Sanctis 
sullo Zola e l'Assommoir, e nel 1883, l'ultima che egli fa- 
cesse, sul Darvinismo nell'arte: testimonianze di uno spirito- 
aperto, simpatico e giovanile, che si sforzava di seguire e in- 
tendere nel loro significato i moti del pensiero e dell'arte 
contemporanei. 

Sotto la diretta efficacia dell'Università era la biblioteca 
universitaria, la quale, specialmente per opera di Tommaso 
Gar, uomo valente negli studi storici e assai esperto nella lette- 
ratura tedesca, si fornì della suppellettile filosofica, filologica e 
scientifica moderna. La biblioteca Borbonica invece (poco ge- 
nerosamente, come notava a ragione l'Imbriani, ribattezzata 
«Nazionale») ebbe prefetto, per nomina del ministro De San- 



'.00 APPENDICE 

ctis, l'abate Fornati; e si svolse piuttosto in senso letterario 
ed erudito, conforme del resto al suo carattere e alla impor- 
tante collezione di codici e manoscritti che vi si era raccolta 
dalle biblioteche monacali. Depositi eruditi, piuttosto che bi- 
blioteche moderne, erano e rimasero la Brancacciana e la 
biblioteca dei Padri dell'Oratorio, detta dei Gerolomini ; alle 
quali si aggiunsero poi la biblioteca di San Martino e quella 
Comunale, formata dall'abate Cuomo. Come biblioteca serale, 
e riunendovi le biblioteche dei Ministeri borbonici, fu aperta 
nel 1863 la biblioteca di San Giacomo. 

Altro effetto del rinnovamento degli studi fu il sorgere di 
editori, genus hominum quasi ignoto a Napoli, la quale aveva 
tipografie quasi tutte mediocri o cattive, qualche libreria, ma 
nessun editore. I cosiddetti editori napoletani di prima del 
1860 badavano quasi soltanto a stampare libri scolastici e 
a ristampare classici italiani, plagiando o contraffacendo le 
edizioni del Lemonnier. Ma dopo il 1860 si cominciò a dar 
fuori libri letterari, storici e filosofici, e collezioni scientifiche; 
e i fratelli Antonio e Domenico Morano, calabresi, pubblica- 
rono tutte le opere del De Sanctis e del Settembrini, una 
ristampa dell'edizione ferrariana del Vico con la versione 
italiana delle opere latine e alcune cose aggiunte, una nuova 
edizione di tutte le opere del Gioberti, le monografie del 
Tallarigo sai Pantano e del Racioppi sul Genovesi, i Saggi 
del Fiorentino, del Montefredini, dello Zumbini e del D'Ovidio, 
i libri scolastici dell'Amicarelli, del Bonghi, del Tallarigo 
dell' Imbrumi, e via dicendo. 

I cattolici liberali, invece, trovarono il loro editore a Fi- 
renze, nel Barbèra, che pubblicò libri del Fornari e del 
Capecelatro. Meno fortunato o meno abile, lo Spaventa, quelli 
dei suoi scritti che non seppelliva negli atti accademici, stampò 
per proprio conto; e lui e altri letterati napoletani serbarono 
l'uso di queste edizioni clandestine, suìle quali si leggeva (a 
rao' d'esempio): « vendibile in casa dell'autore » (e qui il 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 301 

nome di qualche recondito vicolo di Napoli), « piano » (e qui, 
spesso, «quarto» o «quinto»), «al prezzo» (e qui, spesso, 
di centesimi 15 o 20 al foglio di stampa): richiedendo dal non 
premuroso cliente il doppio sacrifìcio di salire a un quarto 
piano per comprare, e di eseguire una moltiplicazione per 
sapere poi quanto gli toccasse pagare! Non ultima ragione 
dell'esser finiti al tabaccaio o sui muricciuoli quei loro vo- 
lumi, che ora, ristampati da esperti editori, vanno entrando 
in circolazione e sembrano nuovi. Gli stessi Morano, del resto, 
e gli altri editori napoletani non raggiunsero mai notorietà 
e diffusione largamente italiana; per non parlare del mercato 
estero, che rimase a essi affatto chiuso. 

Ma se le accademie sono organismi pigri e anchilosati che 
è miracolo quando danno qualche guizzo di vita; se biblio- 
teche ed editori possono considerarsi mezzi indiretti di cul- 
tura; l'esigenza, che è in questa, dell'apostolato, della pro- 
paganda, della discussione, della polemica, trova nei tempi 
moderni la sua forma diretta nelle pubblicazioni periodiche, 
nelle riviste e nei giornali letterari e filosofici. Chi ha qual- 
cosa da dire, chi ha dottrine da combattere o da far valere, 
giudizi da proporre o da correggere, interessi spirituali da 
suscitare, sente il bisogno di una comunicazione viva, varia 
e continua col comune degli studiosi e lettori. Una Rivista 
napoletana di politica, letteratura, scienza, arte e commercio, 
diretta da Antonio Ciccone, Giuseppe del Re e Stanislao 
Gatti, ebbe breve vita nel 18G3-64; e la congiunzione con 
la politica e col commercio non giovava di certo a dare alle 
altre parti adeguato svolgimento. Gli articoli, di solito, non 
erano firmati; e nelle cose di scienza e letteratura predomi- 
nava l'informazione e la divulgazione. La Rivista bolognese, 
dove parecchi degli studiosi di Napoli collaborarono, non 
aveva indirizzo ben determinato; e ciò era avvertito come 
difetto dallo Spaventa e dai suoi. Trasferitosi il Fiorentino 
da Bologna a Napoli (dove ebbe la cattedra di filosofia della 



302 APPENDICE 

storia), gli amici napoletani pensarono di dare vita a una ri- 
vista più adatta ai fini comuni; la quale (scriveva il De Meis) 
si sarebbe potuta intitolare Antologia napoletana, come con- 
trapposto a quella di Firenze, se non fosse parso conveniente 
di evitare nel titolo il contrasto; onde s'intitolò invece Gior- 
nale napoletano di filosofìa e lettere, diretto dallo Spaventa, 
dal Fiorentino e dall' Imbriani, e il primo fascicolo ne uscì 
il 1" gennaio 1872. 

In quella rivista lo Spaventa pubblicò una recensione sulla 
Vita di Giordano Bruno del Berti (recensione che, come troppo 
severa verso il Berti, non era stata accolta nella Nuova 
Antologia), la polemica sulle Psicopatie, lo scritto sui Limiti 
della cognizione, e un altro sulla Filosofia dei SS. Padri del 
Savarese. Il Fiorentino, critiche vivaci della Filosofia elemen- 
tare di Augusto Conti e di Vincenzo Sartini, e della Storia 
della Filosofia dello stesso Conti; un saggio sul Concetto della 
storia della filosofia di Hegel', un altro sulT Ideale del mondo 
classico. L' Imbriani, una serie di articoli contro l'estetica 
•del Fornari, la censura delle poesie dello Zanella (raccolta poi 
nelle Fame usurpate) e alcune ricerche intorno alla dieresi. Il 
De Meis anticipò un capitolo della sua opera sui Tipi animali, 
e scrisse intorno al nuovo motto d'ordine, che risonava allora 
in Germania: Non più metafisica! Il Settembrini v'inserì 
un capitolo dell'ultimo volume della sua Storia; e una mo- 
nografia su Antonio de Ferrar iis detto il Galateo vi fu co- 
minciata a pubblicare dal leccese Antonio Casetti, il quale 
insieme con l' Imbriani raccolse, circa quel tempo, i canti 
popolari meridionali, e morì poco dopo in età giovane. Pa 
recchi scolari dello Spaventa contribuirono con articoli filo- 
sofici; e, tra essi, il Tocco scrisse sul Materialismo e lo spiri- 
tualismo e sulla Teoria delle sensazioni del Bain; il Jaia, 
Sulla teoria del giudizio di Ausonio Franchi; il Ragnisco, su 
Tommaso Rossi e Benedetto Spinoza; il Masci, sull'Estetica 
trascendentale del Kant. 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 303 

La parte polemica, come si vede, ebbe principalmente l'oc- 
chio alla filosofia cattolica, o che questa si riflettesse nella bio- 
grafia del Nolano scritta dal Berti, oche cercasse d' introdursi 
nelle scuole d' Italia coi manuali del Conti e del Sartini, o che 
prendesse aspetto di teoria estetica nell'opera del Fornari, o, 
infine, che si ammantasse di graziette poetiche nei carmi 
dello Zanella. La parte positiva consisteva nello schiarire i 
concetti dell'idealismo filosofico. La critica letteraria non vi 
ebbe largo campo. Il caposcuola, De Sanctis, era stato fin 
allora assiduo collaboratore della Nuova Antologia, dove aveva 
pubblicato i suoi saggi critici (tra cui quelli famosi sulle prin- 
cipali figure dell' Inferno dantesco), e gli studi che formarono 
la sua Storia della letteratura; ma in quel tempo deponeva 
la penna per ridarsi all' insegnamento e non ricompariva nella 
Nuova Antologia se non appunto per discorrere in un articolo 
della sua Scuola, e più tardi per inserirvi in compendio il 
corso che aveva tenuto a Napoli sul Manzoni, e qualche 
brano di quello sul Leopardi. 

Ma l'assalto dell' Imbriani contro il Fornari, e le pun- 
zecchiature che nei loro scritti gli davano lo Spaventa e il 
De Meis, si cangiò in mischia generale, quando nel 1874 il 
Fiorentino, scrivendo per V Italia dello Hillebrand un saggio 
di Considerazioni sul movimento della filosofia in Italia dopo 
l'ultima rivoluzione del 1860, ed esprimendovi nel modo più 
aperto gli ideali, le simpatie e le antipatie, della scuola dello 
Spaventa, ebbe a censurare acerbamente il metodo "filosofico 
del Fornari. « Con l'autorità del nome acquistatosi nelle let- 
tere (concludeva il Fiorentino), con l'integrità della vita, il 
Fornari aveva accreditato quella maniera di filosofare: e, se 
non fossero stati gli sforzi dello Spaventa, l'Italia meridio- 
nale ragionerebbe ancora in questo modo di filosofia. La nuda 
e rigida e ferrea forma dello Spaventa e stata rimedio alle 
metafore fornariane: l'avviamento critico ha stornato i gio- 
vani dal filosofare per speculum et in aenigmate. Oggimai il 



304 



APPENDICE 



Fornari ha pochi seguaci, di cui è il più valoroso Francesco 
Acri, professore di storia della filosofia nell'Università bolo- 
gnese». L'Acri, provocato dal giudizio che si dava del suo mae- 
stro e da questa menzione del suo nome, cortese nella forma 
ma ironica nel fondo, rispose con un opuscolo; e il Fiorentino 
pubblicò, presso il Morano, un volume di circa cinquecento 
pagine, intitolato: La filosofia contemporanea in Italia, in cui 
erano inserite lettere dello Spaventa e dell' Imbriani, le pagine 
tratte dall'opera dell' Hillebrand e causa di tanto male, una 
risposta particolareggiata all'Acri, e una critica sul Fornari 
teologo, filosofo e artista. Lo Spaventa compose in quell'oc- 
casione un articolo umoristico, e versi satirici e burleschi, 
tra i quali un sonetto rimato coi due nomi di Fornari e 
Galasso. 

Il Giornale napoletano rimase interrotto alla fine del 1672; 
ma due anni dopo, a principio del 1875, ricomparve col 
titolo allungato di Giornale napoletano di filosofia e lettere, 
scienze morali e politiche, sotto la direzione nominale del 
Fiorentino ed effettiva del Tallarigo, che vi si annunziava 
modestamente «compilatore». I fascicoli del nuovo Giornale 
napoletano erano due e tre volte più grossi di quelli del pre- 
cedente, di modo che ogni annata veniva a formare due 
volumi, e la collaborazione vi era diventata più ricca e varia; 
ma esso aveva perduto il carattere fermo e la combattività 
mostrata nella sua prima serie. Lo Spaventa non vi pubblicò 
nulla; il* De Sanctis, come non aveva preso parte al primo, 
così neppure a questo. Ma vi collaborarono gli amici e gii 
scolari dello Spaventa (Fiorentino, De Meis, Imbriani, Tocco); 
gli scolari appartenenti alla seconda scuola del De Sanctis 
(Àrcoleo, Torraca, Salandra, Zammarano, Marghieri, Theo, 
Tammeo, Garofalo, ecc.); molti professori dell'università 
così della facoltà letteraria come della giuridica (De Petra, 
Persico, Kerbaker, Miraglia, De Blasiis, Merlo, Pessina, Zura- 
bini, Errerà, D'Ovidio, ecc.); qualche professore dei licei 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 305 

(Tallarigo, Lanza, Rolando, Bianìonte, Ardito, ecc.); altri stu- 
diosi napoletani (Capasso); qualche giornalista (Turiello, De 
Zerbi, Caflero, Verdinois, ecc.), qualche scrittore di altra 
parte d'Italia o napoletano residente altrove (D'Ancona, Be- 
namozegh, Kòndani, Labriola, Labanca, ecc.). Il Settembrini 
(che moii iu quel torno) vi pubblicò nel primo fascicolo un 
dialogo intitolato Le origini, e poi ancora una commemora- 
zione di Michele Baldacchini. La rivista ebbe scritti impor- 
tanti, come quelli del Fiorentino sulla Riforma religiosa giu- 
dicata dal Campanella, sulla Filosofia del Petrarca, sul Gio 
berti, sullo Strauss, sul Voltaire, sul Di Grazia; dell' Im- 
briani, sul Basile; del Kerbaker, di letteratura sanscritica e 
di mitologia; quelli assai luccicanti dell'Arcoleo sulla Lette- 
ratura contemporanea in Italia, e seri e vivaci dei Salandra 
su questioni economiche: e altri ancora. Nondimeno si può 
dire che fosse piuttosto una raccolta di buone letture, che 
una vera e propria rivista, propugnatrice di un determinato 
indirizzo ideale. Le recensioni (dalle quali si riconosce in 
particolare il vigore di una rivista) erano superficiali: di 
solito, elogiative, e talvolta nient'altro che bonari soffietti. 
Soltanto il Torraca vi fece esecuzione sommaria di un libro 
del Guerzoni e il Salandra vi esaminò, con distruttiva iro- 
nia da studioso metodico e da conservatore politico, la Sto- 
ria del diritto del Bovio; il quale allora, diventato libero 
docente all'Università, levava grandi entusiasmi tra gli 
studenti. 

Nel 187'J s'iniziò una terza serie del Giornale napole- 
tano, unendosi al Tallarigo, come aiuto nella compilazione, 
l'avvocato Carlo Petitti; ma la fisonomia della pubblicazione 
rimase, all' incirca la medesima, e quasi gli stessi i colla- 
boratori, con l'aggiunta di alcuni nuovi e giovani, come 
l'Asturaro, il Tarantino, il Traversi, scolari dell'università 
napoletana. L' Imbriani v'inserì parecchie delle sue bizzarre 
ricerche dantesche, e lo Zumbini alcuni saggi leopardiani. 

lì. Ckcce, Li letleralura della nuova Italia, iv. 20 



306 APPENDICE 

Ridotto com'era a raccolta periodica quasi senza colore, 
il Giornale napoletano dava modo di pubblicare e di leggere 
lavori spesso importanti; ma non era più quale sarebbe do- 
vuto essere e quale prometteva nella sua prima serie. Evi- 
dentemente, mancava tra gli studiosi napoletani chi sapesse 
ideare una rivista, scegliere e tenere insieme i collaboratori, 
invigilare che la pubblicazione si svolgesse senza mai torcere 
dal suo intento. Lo Spaventa, forte polemista e scrittore ar- 
guto, era poco versatile; il Fiorentino, versatilissimo, non 
aveva sufficiente sicurezza e saldezza di criteri e talvolta ri- 
maneva alla superficie; l'Imbriani, bisbetico ed eccessivo, 
non acquistava la fiducia del lettore. Comunque, quegli uo- 
mini fecero ciò che poterono, secondo le loro attitudini e le 
loro forze; e per essi l'Italia meridionale ebbe, per alcuni 
anni, una rivista di alti studi, in complesso seria e degna. 

Anche altri professori cercarono in quel tempo d' integrare 
la loro operosità didascalica con periodici scientifici. Così 
Edoardo Fusco, professore di pedagogia, e già esule per molti 
anni in Inghilterra, pubblicò dal 1869 al 1873, cioè fino alla 
sua morte, Il progresso educativo, rivista pedagogica univer- 
sale; e Andrea Angiulli, che doveva succedergli nella cat- 
tedra, riuniva intorno a sé parecchi studiosi, tentando nel 
1871 una Rivista critica di scienze, lettere e arti, nella quale 
il Giordano Zocchi affermò le sue tendenze empiristiche, e 
Nicola del Vecchio scrisse contro l'hegelismo spaventiano, e 
l' Angiulli stesso contro il manuale di filosofia pei licei del 
Cantoni, che gli sembrava non abbastanza positivistico. Tra 
i giovani vi collaboravano altresì lo Schiattarella (che fu poi 
professore di filosofia del diritto a Palermo), il Miraglia, il 
Bàrbera; filologi e letterati, come il Morosi e il Kerbaker; 
il Del Giudice, storico del diritto; l'archeologo De Ruggiero, 
e qualche altro. 

Un nuovo impeto pugnace scosse i collaboratori del Gior- 
nale napoletano nel 1882, quando in Italia cominciavano a 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 307 

sorgere dappertutto giornali letterari domenicali, grandeg- 
giando sugli altri il Fan fulla della domenica, diretto dal Mar- 
tini, che ebbe (nel fatto, se non nell'intento prefisso) il fine 
precipuo di difendere il movimento artistico del Carducci 
e dei veristi, e quello, erudito, delle università dell'Italia 
media e alta. Il Fan fulla della domenica, del resto, era stato 
inaugurato con una lettera d' incoraggiamento del De Sanctis e 
si tenne lontano da campanilismi e pettegolezzi, compiendo 
opera efficacissima di cultura, e giovando non poco all'am- 
modernamento della prosa italiana. Mosso dall'esempio, il 
Fiorentino, col solito gruppo di amici, prese a pubblicare 
nel 1882 presso il Morano il Giornale napoletano della do- 
menica, che durò un anno. In quel giornale non comparve 
più nulla di filosofico; appena vi si pubblicò il sunto di qual- 
che memoria letta dallo Spaventa all'Accademia reale, e il 
Fiorentino v'inserì indagini archivistiche sulla biografia del 
Bruno. Non pochi gli scritti scadenti e meschini, che sem- 
bravano talora addirittura componimenti di ginnasio, e da- 
vano a vedere che le forze raccolte all'uopo erano scarse o 
non bene dirette. Ma non vi mancavano in cambio documenti 
e notizie d'interesse storico regionale, che fanno ricercare 
ancor oggi la collezione di quel giornale. La personalità do- 
minante, e che dava l'intonazione, era l'Imbriani, già minato 
dall'infermità che lo condusse, qualche anno dopo, alla tomba. 
Oltre i soliti saggi di erudizione dantesca (nei quali pare si 
fosse egli proposto l'intento di togliere a Dante, l'un dopo 
l'altro, tutti i figliuoli!), l'Imbriani, servendosi spesso dei 
pseudonimi del Misantropo napoletano, di Iacopo Moeniacoeli, 
di Quatti-' Asterischi e simili, vi scrisse articoli contro la 
letteratura del giorno: tra i quali un'amenissima riveditura 
di bucce alla Strenna-album, pubblicata dall'Associazione 
della stampa italiana. Il malumore contro il Carducci, seb- 
bene raffrenato (e raffrenato fors'anche dalla coscienza che si 
aveva del valore dell'uomo), era pure evidente. Ma tanto più 



S08 APPENDICE 

gli scrittori si sfogavano contro gli uomini minori che si 
stringevano intorno al Carducci; e uno scolaro dell' Imbriani, 
Gaetano Amalfi, fece un impetuoso atto di accusa contro le poe- 
sie del Chiarini (il quale allora passava per po< j ta ed era moito 
sostenuto dai suoi amici), e contro le traduzioni del Chiarini 
dal tedesco (è dell'Amalfi la scoperta della «grossa balena » 
heiniana, che il Chiarini, traducendo, aveva mutata nel «gran 
poeta Wallfisch »!). Vi furono anche censurati severamente, o 
addirittura aspramente, il Giacosa, il Panzacchi, lo Gnoli, 
per taluni loro versi e conferenze. Il Fiorentino dette addosso 
al Canto novo del D'Annunzio, pubblicato allora e salutato da 
tutti come manifestazione di potente e originalissima forza 
poetica. Altre punte si dirigevano contro gli eruditi, contro il 
Bartoli e il D'Ancona; ingiustificate anche per questo che il 
Fiorentino e l' Imbriani allora facevano per l'appunto gli eru- 
diti, e non sempre in modo felice. In complesso, il Giornale 
napoletano della domenica ottenne l'intento di temperare certe 
esagerazioni di giudizio intorno a opere mediocri, che ave- 
vano fortuna preparata e mantenuta da amicizie letterarie; 
ma non produsse nulla di positivo, e non seppe contrapporre 
all'indirizzo degli studi della restante Italia un indirizzo con- 
forme alle migliori tradizioni del Mezzogiorno. Né, d'altro 
canto, potè contrapporre alla letteratura artistica, che allora 
fioriva a Bologna, a Milano e a Roma una letteratura meri- 
dionale, la quale non esisteva; e, se fosse esistita, sarebbe 
stata da uomini come l' Imbriani e il Fiorentino, per certa 
loro naturale mancanza di sensibilità, simpatia e larghezza 
d'idee, disconosciuta e combattuta. 



vi. 

Un movimento poetico, come non si era avuto nelle Pro- 
vincie napoletane nella prima metà del secolo decimonono, 
così non si ebbe con la formazione dell'unità italiana. La 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 309 

letteratura tra il 1830 e il 1860 fu tutta d'imitazione byro- 
niana, victorhughiana e lamartiniana: qualche motivo ori- 
ginale non giunse a svolgersi e si perdette subito. Soprav- 
viveva a sé stesso Antonio Ranieri, pago di recarsi di tanto 
in tanto all'Accademia reale a leggere qualche lavoro di 
ermeneutica, che negli ultimi tempi soleva attribuire alla 
sorella Paolina; covando quello sfogo di rancore, che furono 
i Sette anni di sodalizio. Dotti uomini i tre fratelli Volpi- 
cella, dei quali il maggiore, Scipione, componeva purtroppo 
anche versi; dei due fratelli Baldacchini, Saverio fece tra 
i primi traduzioni dallo Shelley e da altri poeti inglesi poco 
noti in Italia; dissimilissimi tra, loro i due fratelli Dalbono: 
Cesare, ingegno di greca eleganza e scrittore di poche pa- 
gine, e Carlo Tito, copioso scrittore di storie, romanzi e 
drammi, convulso, disordinato e scorretto. Personaggi strani 
il Petruccelli della Gattina, che visse a lungo a Parigi, au- 
tore delle Memorie di Giuda; e Giuseppe Ricciardi, repub- 
blicano e, per decreto di Vittorio Emmanuele, conte, il quale 
raccoglieva in quel tempo le sue Opere scelte, storiche, pa- 
triottiche, politiche, morali e poetiche, e scombiccherava 
l'incredibile libercolo intitolato Le bruttezze di Dante, dove 
(se la memoria non mi falla) rimproverava a Dante di 
avere scritto « seno » per « senno », nel verso: « che ha a tanto 
comprender poco seno»! Romanzi, storie e drammi compo- 
neva anche il duca di Maddaloni, Francesco Proto, liberale 
«d esule dopo il 1S-18 e, come tale, deputato nel 1860, ma 
reazionario e borbonico a rivoluzione compiuta per odio 
del piemontesismo; autore di un romanzo satirico contro 
gli uomini della nuova Italia, intitolato 11 conte Durante. 11 
calabrese Padula, che sotto involucro romantico era stato 
precursore di quel che poi si disse verismo, traduceva o 
meglio rifaceva l'Apocalissi con virtuosità grande e talvolta 
con affiato poetico. L'astronomo Del Grosso componeva ele- 
ganti carmi astronomici in versi sciolti. In provincia, la stessa 



310 APPENDICE 

sorta di letteratura: a Salerno erano i fratelli Languiti, sa- 
cerdoti e patrioti, dei quali Alfonso autore di versi assai ben 
torniti; in Abruzzo, un curiosum, il poeta calzolaio Dome- 
nico Stromei; a Caserta, s'era ritirata, moglie al provvedi- 
tore degli studi di colà, la teramana Giannina Milli, brava 
donna ma della genìa degli improvvisatori, scredito e non 
decoro d'Italia. Altrove, nulla, neppure di curioso. Molte 
speranze suscitò in Napoli il giovane poeta siciliano Giuseppe 
Aurelio Costanzo; altri giovani, come il Giordano Zocchi, 
cercavano bramosamente l'arte e ricascavano nella filosofìa 
e nella sociologia. Tutto sommato, il Carducci aveva ragione 
quando, nel 1873, scrivendo a un amico che gli aveva inviato 
un volume di versi di un giovane napoletano, dava della 
letteratura meridionale il seguente giudizio: «Nella sua poesia 
(del verseggiatore in parola) c'è molta facilità, ma vi si de- 
sidera tutto quello che fa la poesia vera. È un fatto per me 
oramai fermo: codesti meridionali, dal più al meno, recano 
nella poesia quella volubilità delle loro chiacchiere, che si 
devolve per lunghi meandri di versi sciolti o per cadenzati 
intrecciamenti di strofe senza una cura al mondo del pen- 
siero. Il poeta napoletano tipo è il Marino. È inutile: i me- 
ridionali non sono poeti né artisti, non ostante tutte le appa- 
renze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà 
un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della 
Toscana e del Settentrione ». Così fu difatti per secoli fino 
ai giorni nostri: il mezzogiorno d'Italia, come non appar- 
tenne alla storia sociale e politica, così neanche a quella 
della poesia italiana; storia, che si può fare tutta o quasi 
senza menzionare • il mezzogiorno (almeno dal trecento in 
poi), perchè Napoli non ebbe se non qualche poeta di se- 
cond'ordine, o anche, se si vuole, produsse bensì una poesia 
di prim'ordine, ma nella sua filosofia. 

La grande passione di quegli anni fu, in Napoli, il teatro. 
Al vecchio teatro dei Fiorentini (che era sorto nel Seicento 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 311 

come teatro della Commedia spagnuola, favorita dai viceré) 
si trovava una compagnia stabile, diretta da Adamo Alberti, 
prima in società con altri e poi da solo, fino al 1875. Fu 
quello il tempo più felice del teatro di prosa in Napoli: con 
l'Alberti, erano attori valentissimi, il Maieroni, il Bozzo, il 
Taddei, il Vestri, lo Zerri, la Sadowski, la Cazzola; colà 
Virginia Marini fece le parti di prima amorosa, ed Eleonora 
Duse esordì in quelle di servetta delle commedie goldoniane. 
Tra i frequentatori del teatro si era formato un gruppo 
d'intelligenti, che divenne una delle più temute giurie tea- 
trali d'Italia. E, pur senza indugiare sugli altri teatri (tra 
i quali il Sannazaro, aperto nel 1874), non si può dimenticare 
la commedia popolare del San Carlino, che terminava allora 
una fase della sua vita col Pulcinella Antonio Petito, un 
Pulcinella personalissimo, spesso tutt'altro che semplicemente 
comico. Le recite teatrali trovavano imitazione presso la buona 
società nelle recite dei dilettanti; e tra i gentiluomini na- 
poletani sorsero allora bravi attori e valenti direttori di 
scena. 

Ma frequentare il teatro e recitare drammi vale com- 
porne; e i gentiluomini napoletani diventarono tutti quanti 
autori. La cosa fu notata già dal Barrili in un suo romanzo, 
la cui scena è nella Napoli del 1869 : « È proprio di Napoli 
che si può ripetere con un famoso personaggio : qual è quel 
gentiluomo che non ha scritto una tragedia? Con questa va- 
riante, per altro, che la moda delle tragedie essendo passata, 
quei giovanetti egregi si erano dati al dramma e alla com- 
media; ingannando gli ozi signorili nel culto delle Muse, 
"cui giovano le quinte e la ribalta'. La nobiltà napoletana 
segue in cotesto le tradizioni del suo duca di Ventignano e 
del suo barone (sic) Genoino. Parte coltiva ancora gli studi 
classici, sotto gli auspici di Gargallo e di Basilio Puoti; 
parte si ò data con ardore alla scuola moderna, e va sul- 
l'orme di Eugenio Scribe e di Alfredo de Musset. Ma gli uni 



812 APPENDICE 

e gli altri, col loro culto per la scena, ci fanno fede che 
l'amore delle lettere è sempre vivo nel seno dell'aristocrazia 
del Sebeto, diversa in ciò da quella di tante altre città ita- 
liane. Epperò va lodata, e tutti debbono augurarsi che i baci 
delle Muse, una volta dati, non vadano perduti» ('). Queste 
ultime parole erano un'allusione al proverbio drammatico 
Un bacio dat) non è mai perduto, composto nel 1868 dal ba- 
rone Francesco de Renzis. ufficiale dell'esercito, morto poi 
ambasciatore italiano a Londra; il quale scrisse altri pro- 
verbi, come Fra donna e marito non mettere un dito (1877), 
e romanzi e novelle e conversazioni letterarie, cose tutte da 
dilettante. Componevano drammi storici e passionali il già 
mentovato duca di Maddaloni, il duca di Vastogirardi Nicola 
Petra, e altri molti. Nel 1865 il principe d'Ottaiano bandì 
un concorso drammatico per una commedia, dal quale uscì 
premiata la Verità del Torelli; e nel 1868, per una tragedia, 
e tra i vincitori di esso furono il marchese di Campodisola 
Gaetano del Pezzo, e il fratello di lui, conte Carlo del Pezzo. 
Lo zio dei Del Pezzo, Camillo Caracciolo marchese di Bella, 
fece tra l'altro (precorrendo il Giacosa) un dramma sulla 
Contessa di Ghallant. Ho conosciuto di persona parecchi di 
questi uomini e, dico il vero, duro fatica a immaginare le 
loro tragedie. Ricordo, tra gli altri, il Vastogirardi, che fu 
questore di Napoli e poi prefetto di Bari, e morì per suicidio 
nel 1833; il quale, appunto in quell'anno, si consigliava con 
me giovinetto circa un dramma in versi su Luigi XVII 
(che fa recitato al teatro Sannazaro e io ne serbo ancora il 
manoscritto). Uno zio di lui, Vincenzo Petra, purista, tra- 
duttore di Sallustio e autore di novelle boccaccesche, tentò 
anch'esso una volta il teatro; e, subissato di fischi, mentre, 
avvilito, passeggiava nei corridoi col nipote, un gruppo di 
spettatori dietro a loro osservava a voce alta: che non era 



(') Cuor di ferro e cuor d'oro. 2 a ediz., Milano, Treves, 1879, pp. 7-8. 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 313 

da meravigliare se un ragazzo come il Petra Vastogirardi 
facesse di quella roba, ma che non si comprendeva come 
il padre di lui, il marchese di Caccavone, letterato e uomo 
di spirito, gli permettesse di recaria in pubblico. Al che il 
giovane Vastogirardi, volgendosi d'un tratto a quel gruppo, 
salutò e disse: «Signori, voi non v'ingannate: la bestia 
sta in famiglia; ma non sono io, né è mio padre: è mio 
zio, il cavalier Vincenzo Petra, che ho l'onore di presen- 
tarvi! ». Erano, insomma, famiglie intere di autori dram- 
matici, padri, figli, zii e nipoti. Di tutto ciò non è rimasto 
nulla; e nulla delle opere degli altri autori drammatici del 
tempo, il Bolognese e il Caciniello, nulla di Giuseppe Nicola 
d'Agnillo molisano, che nel 1867 con la Griselda e la Du- 
chessa di Bracciano ottenne immenso plauso, seguito presto 
da delusione e stupore per la strana ubbriacatura; nulla, o 
quasi, dei tentativi di quei giovani che tentarono allora le 
vie del teatro (il Fulco, il Melisa, il Eincli, il Del Giudice, 
il De Rosa). Se si prescinda da una lodata commedia di 
Giuseppe Giordano, Severità e debolezza, di quella letteratura 
teatrale non sopravvanza se non l'opera di Achille Torelli, 
il quale nel 1859 faceva recitare il suo primo «proverbio», 
e nel 1869 il suo capolavoro, I mariti. Il Torelli, il solo vero 
ingegno artistico di quella società, soggiacque poco di poi, 
sebbene non ingloriosamente, nell'aspra lotta in cui era en- 
trato con sé stesso per attuare un ideale nuovo d'arte. Meglio 
che nel teatro e nelle commedie, i napoletani riuscivano negli 
epigrammi; e una piccola commedia umana si potrebbe com- 
porre con quelli che scoccavano quotidianamente dalle labbra 
del marchese di Caccavone e del duca di Maddaloni (per 
ricordare solamente i maggiori). Genere letterario ormai 
finito, perchè surrogato dai giornaletti umoristici e carica- 
turistici. 

C'era, invece, allora in Napoli un romanziere di appendici 
che non solo è importante per la conoscenza dei costumi e 



314 APPENDICE 

della psicologia del popolo e della piccola borghesia parte- 
nopea, ma rimane il più notabile romanziere del genere, che 
l'Italia abbia dato: Francesco Mastriani. Si fanno tante ri- 
cerche e saggi critici su argomenti poco interessanti; ma 
nessuno ha pensato ancora a dedicare un saggio al povero 
Mastriani, che lo meriterebbe, e che non ne parve indegno a 
Giorgio Hérelle (il traduttore francese del D'Annunzio), il 
quale scrisse intorno a lui un articolo dal titolo: Un romancier 
socialiste ci Naples (*). Il Mastriani compose oltre cento ro- 
manzi, quasi tutti fondati sulla storia, e più ancora sulla 
cronaca napoletana: li componeva giorno per giorno, pagato 
tre o'quattro lire per ciascun'appendice quotidiana. Scriveva 
di solito con semplicità e non senza correttezza, conforme al 
suo mestiere di professore di lingua e grammatica. L'ispi- 
razione dei suoi libri è costantemente generosa e morale: la 
sua Musa era casta: rifuggiva dal solleticare malvage e basse 
curiosità, diversamente da altri romanzieri appendicisti. Ei- 
suonava in quei romanzi una continua protesta contro i vizi 
e le ingiustizie sociali; e vi si leggevano frequenti intramesse 
filosofiche, politiche e scientifiche, piene di buon senso, se 
non peregrine. Ne ho ripercorso qualcuno, p. es., Ciccio il 
bettoliere di Borgo Loreto; e vi ho trovato una digressione 
sulla forza che regna sovrana nel mondo; un'altra sulla 
camorra, dall'autore descritta e condannata come infame; una 
terza sulla psicologia dei giudici istruttori e sulla loro mania 
d'immaginare dove non sono delitti e delinquenti; una quarta 
sulla, o meglio contro la pena di morte; e via dicendo. Nel 
Barcaiuolo di Amalfi si biasima il malvezzo e l'inopportuna 
eloquenza dei Procuratori del re e dei Pubblici ministeri, che 
esagerano i colori dei misfatti e avventano parole ingiuriose 
contro gl'imputati; e si citano in proposito il Mancini e l'opu- 
scolo di un avvocato Milano intorno al Riassunto presidenziale ; 



(t) Nella Revue de Paris del 1894. 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 31 J> 

ivi anche sono considerazioni intorno al gran numero di morti 
procurate, che il divulgarsi delle cognizioni scientifiche rende 
invisibili all'occhio della giustizia. Tutte cose dette con grande 
chiarezza e con accento di profonda convinzione, che ferma 
e persuade. Si sente, in quei romanzi, vivo sdegno contro gli 
oppressori e pietà per le vittime; ma nessuna adulazione verso 
il popolo, presentato com'è nella sua rozzezza e ignoranza, 
e spesso nella sua abiettezza e perversità. Di frequente, la 
parte del tiranno, succhiatore di sangue e seduttore di ver- 
gini, è fatta dal « padrone di casa » , il personaggio che più 
fortemente incombe sull'animo del popolino e dei piccoli 
borghesi di Napoli. Perciò il Mastriani appariva a queste 
classi sociali filosofo, educatore, consigliere e vindice; e vera- 
mente così l'autore come i lettori che egli ebbe per parec- 
chi decenni (tutta Napoli, all' infuori della gente letterata) 
sono prova della naturale bontà e della sete di giustizia, 
che è nel cuore di questa poco avventurata popolazione. 
Quando il Mastriani morì, nel 1891, un giornaletto umori- 
stico popolare, la Follia, si listò di bruno per l'occasione, e 
offerse il ritratto del Mastriani, contornato dal catalogo dei 
suoi centotrò romanzi, e seguito da un epicedio in cui si leg- 
gevano queste strofe: 

Ei punse i ricchi e i nobili, 
che adorano un sol Dio: il Dio dell'oro; 
e che, sprezzando il popolo, 
calpestali dignità, fede, decoro... 
' Piangi, diletta Napoli, 
il gran Maestro tuo, ahi!, non è più! 
Chi ti farà più fremere? 
Chi ti sarà di sprone alla virtù? 

Ma il Mastriani presenta altresì un qualche interesse letterario. 
Venuto in fama lo Zola, egli più volte protestò che gli ^4s- 
sommoir, i Ventre de Paris, le Naìia e simili, erano cose vec- 



316 APPENDICE 

chie: prima dello Zola, non aveva egli scritto I vermi, I vam- 
piri, I misteri di Napoli, e simili? Si notava, infatti, nel 
Mastriani, una certa tendenza verso il contenuto e le forme 
del verismo: perfino, nelle parti narrative, quel miscuglio di 
modi dialettali e di modi italiani, che si vide in sèguito nel 
Verga. Tutto ciò, senza dubbio, rimaneva in lai crudo, rozzo, 
brutale, non attingeva l'arte; ma era nondimeno come la 
scoperta di un filone d'arte. Matilde Serao, che doveva far 
passare tanta parte di quella vita napoletana popolare in no- 
velle stupende, disse del Mastriani nel 1891, in un commosso 
articolo necrologico: «Attraverso tutta la rettorica delle sue 
idee e delle sue narrazioni, attraverso quel concetto ristretto 
del bene e del male, fiorisce una certa verità popolare, che 
sarà poi il punto di partenza onde i sociologi e gli artisti 
trarranno il grande materiale del romanzo napoletano. Pic- 
cola verità popolare, invero, e che consisteva soltanto nel 
chiamare coi loro veri nomi i tetri frequentatori delle bettole, 
col loro nome esatto e colla loro topografia i vicoli sordidi 
e lugubri, dove si annida in Napoli l'onta, la corruzione, la 
morte: piccola verità affogata nella frondosità fastidiosa del 
romanziere, che ha cominciato a vedere, ma che non ha 
forza, coraggio, tempo di veder molto, di veder tutto: pic- 
cola verità, dirò così esteriore, che la falsità bonaria del resto 
annega, ma che è verità, ma che è uno spiraglio di luce 
attraverso la tenebra, ma che è la fioca lampada nella notte 
profonda, che altri vedrà e che li condurrà alla loro strada, 
a tutta quanta la verità com'è, nuda, schietta,, tutta piena 
di strazio, ma non senza conforto». 

Se Napoli non ebbe allora una letteratura d'arte, ebbe 
invece una scuola pittorica, che si mostrò al resto d'Italia 
nell'esposizione di Firenze del 1862, destando ammirazione 
per la sua virtù coloristica e segnatamente pel realismo del 
quale era improntata, non estraneo per altro alla tradizione 
regionale e riattaccantesi per parecchi rispetti alla pittura 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 317 

del Seicento. La fondazione di una Società Proraotrice per 
le belle arti, nel 1863, dette origine a esposizioni annuali, che 
attraevano l'interesse di tutta la cittadinanza e suscitavano 
rassegne critiche e discussioni. Le più importanti di tali ras- 
segne critiche furono quelle di Vittorio Irnbriani, pubblicate 
nel giornale La Patria e raccolte poi in un volumetto dal 
titolo La quinta Promotrice : 1867-1868. Si formarono anche 
allora parecchie pinacoteche private (Vonwiller, Eotondo, 
Maglione, ecc.), alcune delle quali abbiamo viste disperdersi 
di recente. Quel movimento artistico raggiunse forse il sommo 
con l'Esposizione del 1877, alla quale era unita un'esposi- 
zione retrospettiva di arte napoletana. Ma la vita artistica 
napoletana di tra il 1860 e il 1880 esce fuori dal disegno di 
questo scritto; e basti avervi accennato quasi a contrasto 
della grama, rettorica e accademica vita della letteratura e 
della poesia. Parecchi di quei pittori ci hanno lasciato le loro 
memorie autobiografiche, tra i quali il Morelli, il Toma, l'Al- 
tamura, il Netti; e ricordi e ideali e pensieri e aspirazioni 
di quel periodo sono raccolti, con acume di critico e senti- 
mento e fantasia d'artista, nelle conferenze, nelle commemo- 
razioni e nei discorsi accademici, che viene scrivendo uno 
dei superstiti rappresentanti di esso, Eduardo Dalbono. 



vii. 



Anche il giornalismo politico nacque di sana pianta con 
la libertà, nel 1860, non essendovene stato a Napoli in pas- 
sato se non per breve ora durante la repubblica del 1799, 
e poi nei mesi delle costituzioni del 1820-1 e del 1848-9. Già 
con la costituzione del 14 giugno 1860, data da re France- 
sco II, sorsero alcuni giornali come V Indipendenza italiana, 
che era federalistica, e V Italia. Subito dopo, il Bonghi prese a 
dirigere il Nazionale. Nacquero successivamente il Pungolo, 



318 APPENDICE 

giornale di sinistra (15 ottobre 1360), e il Roma dello stesso 
colore (22 ottobre 1862), scritto dagli stessi uomini che nel 
1860 avevano fondato un Piccolo corriere di Napoli. Il Roma 
e il Pungolo durano ancora; anzi, il primo di essi quasi im- 
mutato. Altro giornale del 1860 fu l'Indipendente, diretto da 
Alessandro Dumas padre, il quale, venuto a Napoli al sèguito 
del Garibaldi, era stato nominato da lui perfino soprinten- 
dente delle belle arti e direttore degli scavi di Pompei: il 
Dumas aveva tra i collaboratori il Petruccelli della Gattina; 
e, segretario, quell'Eugenio Torelli Viollier, che poi, recatosi 
a Milano, fondò il Corriere della Sera e fu autore primo 
delle sue presenti fortune. Il primo numero dell' Indipendente 
(11 ottobre 1860) recava per epigrafe parole del Garibaldi; il 
che non tolse che il giornale venisse sussidiato mensilmente 
dal governo di Torino. Il Dumas, partito da Napoli nel 1864, 
seguitò a dirigerlo da Parigi; ma il giornale andò languendo 
e si spense del tutto qualche anno dopo. 

Più tardi, nel 1863, venne fondata l'Italia, sotto gli au- 
spici dell'Associazione costituzionale di Napoli, e con la col- 
laborazione assidua del De Sanctis, del Settembrini e dei 
loro amici. Il giornale, conforme alle tendenze del De Sanctis, 
volle tenere il mezzo tra destra e sinistra; e aveva per epi- 
grafe questo motto, attinto al gergo politico del tempo: «Né 
malve né rompicolli». Alcuni dei collaboratori dell'Italia 
passarono poi alla Patria: la quale, diretta nel 1862 dal 
Bianchi-Giovini, e poi dal Quercia, dal Cuciniello e da Paulo 
Fambri, era nel 1867 sotto la direzione del Padoa, redattori 
ordinari Raffaele de Cesare, Pasquale Turiello e Vittorio Im- 
briani. Nel 1870, il giornale si chiamò Nuova patria, e fu 
diretto dal De Cesare, ma finì nel novembre del 1872. Intanto, 
Rocco de Zerbi, che nel 1866, correttore di bozze della Pa- 
tria, vi si era rivelato a un tratto felicissimo articolista, fondò 
nel 1868 il Piccolo, giornale della sera, moderato come la 
Patria. Tra i giornali di provincia di quel tempo ebbe spe- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 319 

ciale importanza, sebbene breve vita e poca notorietà, il 
Bruzio, pubblicato a Cosenza nel 1864 da Vincenzo Pachila 
e scritto in gran parte da lui. II Padula si propose di far 
conoscere con quel giornale le condizioni sociali e morali 
delle Calabrie al resto d'Italia; e i suoi articoli, dettati in 
una prosa di sapore classico e pur viva e moderna, si leg- 
gono ancor oggi con ammirazione. Quasi propaggini della 
Patria furono il Giornale di Napoli, diretto dal Verdinois, e 
l'Unità nazionale, diretta dapprima dal Bonghi e poi dal Fio- 
rentino e in ultimo dal Turiello, nella quale Antonio Labriola 
scriveva di politica e collaboravano Luigi Conforti, Giustino 
Fortunato e il Verdinois. Dopo il 1870, sorsero ancora (senza 
tener conto di efemeridi più o meno efimere) nel 1871 la 
Gazzetta di Napoli, e nel 1876 il Corriere del mattino, diretto 
da Martino Cafiero. Di nessun valore e di scarsissima effi- 
cacia furono i giornali repubblicani ; lettori e interessamento 
ebbero piuttosto, in certi circoli, i giornali clericali e borbo- 
nici, dei quali il più importante fu la Discussione, diretta 
prima da un Cognetti e poi dal duca di Castellaneta Fran- 
cesco de Mari. 

Col giornalismo è da congiungere la pubblicistica politica, 
la quale non fu priva di valore. I borbonici ebbero uno storico 
polemista in Giacinto de' Sivo, autore di tragedie e romanzi e 
di una monografìa su Galazia Campana e Maddaloni, il quale 
dal 1862 al 1867 die fuori una Storia delle due Sicilie, curioso 
documento che ci serba le idee e i sentimenti di un partito 
composto di gente che, in generale, non era in troppa ami- 
cizia con la penna. Arte di scrittore e dottrina economica e 
politica possedevano invece i liberali federalisti, principale 
tra essi il barone Giacomo Savarese: uno di quegli uomini 
(soleva dire Silvio Spaventa) che non sapevano perdonare 
all'Italia di essersi fatta in modo diverso dal metodo da essi 
presegnato, e che perciò, male auspicando del suo avvenire, 
avevano escogitato a proprio conforto la teoria «che il nuovo 



320 APPENDICE 

4 

Stato non era in grado di pagare le spese della propria unita». 
Lamenti contro la frettolosa ed eccessiva unificazione sono 
il motivo dominante degli scritti politici del Ferrarelli. Tra 
gli unitari e moderati è degno di nota Pasquale Tnriello, au- 
tore del libro Governo e governati. Napoletano era il gesuita 
Curci, già avversario del Gioberti e che in Napoli aveva fon- 
dato la Civiltà cattolica ; il quale doveva poi rivolgersi contro 
le persistenti pretese temporali del papato coi libri L'Italia 
nuova e i vecchi zelanti (1881) e II Vaticano regio, tarlo su- 
perstite della Chiesa cattolica (1884). Ma di questa pubblici- 
stica, come dei giornali considerati sotto l'aspetto politico, 
più opportunamente si può discorrere nella storia politica, che 
non in questa nostra, che considera precipuamente il moto 
della cultura. 

E giornali di cultura erano quasi tutti quelli che abbiamo 
ricordati, scritti in buona parte da letterati e filosofi e ideo- 
logi, che pensavano di esercitare un'azione educativa. Quel 
che si è chiamato poi affarismo giornalistico mancava, in quei 
primi anni; come, del resto, povera era la professione del 
giornalista, e pochi coloro che vivessero unicamente di essa : 
i primi giornalisti di vocazione e di professione furono, presso 
di noi, il De Zerbi e il Gafiero. In compenso, assai salde 
erano le convinzioni politiche, e nette e quasi personali le 
divisioni tra giornalisti di destra e di sinistra; e sarebbe 
sembrato allora cosa mostruosa il passaggio degli scrittori da 
un giornale all'altro di diverso colore. Giornale non solo di 
partito, ma di cultura (nel senso, beninteso, assai largo della 
parola) fu perfino il Roma, celebre per il candore degli ar- 
ticoli di politica estera che v' inseriva Medoro Savini e per le 
sgrammaticature di Giuseppe Lazzaro, che davano l'impronta 
all'intera redazione e non danneggiavano, anzi accrescevano 
l'efficacia del giornale, il quale, per essere stato sempre li- 
berale e sempre di opposizione, incontrava il favore della 
piccola borghesia e del popolo grasso, diffidenti di tutti i go- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 321 

verni e in perpetuo scontenti. Presso queste classi sociali, la 
sgrammaticatura era un sentirsi parlare col proprio stile, e 
quasi una garanzia che gli scrittori badavano al sodo, da 
persone gravi, senza perdersi, a mo' di giovanotti fantasiosi, 
in eleganze letterarie. Il Roma ebbe, per anni e anni, roman- 
ziere appendicista Francesco Mastriani. 

Del resto, nel Roma, attirato da simpatia politica, non 
disdegnò di scrivere più volte il De Sanctis, dando a esso, 
tra l'altro, nel 1878, la serie di saggi intorno ai romanzi dello 
Zola, come vi aveva lasciato pubblicare negli anni precedenti 
le sue lezioni. Francesco Torraca contribuiva articoli di sto- 
ria napoletana al Pungolo. U Indipendente era stato quasi tutto 
riempito dalla personalità letteraria del suo direttore, che vi 
scrisse romanzi di argomento napoletano, la San felice ed 
Emma Lionna, e ancora la Signora di Chamblag, Il dottor 
Basilius, Una notte a Firenze, Pasquale Bruno, e una storia 
de I Borboni di Napoli, ricca di documenti davvero impor- 
tanti, che forse provenivano dal Palazzo reale, trafugati nel 
trambusto del 1860. Imitando il genere del romanziere fran- 
cese, il Torelli- Viollier (napoletano, nonostante il secondo 
nome) compose allora il romanzo Ettore Carafa. Un altro 
straniero, lo svizzero Marc Monnier, che dirigeva in Napoli 
un albergo (l'Hotel de Genève), come prima del 1860 aveva 
giovato alla causa italiana col libro: L'Italie est-elle la terre 
des morts?, così seguitò di poi con articoli nelle riviste estere, 
e con libri assai ben fatti (la Camorra, il Brigantaggio), a 
servire all'opera dell'italianità nelle provincie del Mezzo- 
giorno. Il De Sanctis si procurò per l'Italia la collaborazione 
dell' Imbriani e del Marselli; e avrebbe voluto anche invi- 
tarvi a libera discussione i fornariani, il Galasso, il Persico 
e gli altri, specialmente i giovani. Ma il giornale, nel quale 
la letteratura ebbe maggior campo fu la Patria, principal- 
mente per opera di Vittorio Imbriani, che era allora nel ri- 
goglio delle sue forze giovanili e del suo cervello balzano. 

B. Crock, La letteratura della nuova Italia, iv. 21 



322 APPENDICE 

Oltre le ricordate rassegne della Promotrice e non pochi 
scritti di critica letteraria (dei quali alcuni entrarono nel vo- 
lume Fame usurpate), egli v'inserì i suoi corsi universitari 
sali' Organismo poetico e la letteratura popolare, le fiabe po- 
polari (di cui fu tra i primi raccoglitori) della Novellata fio- 
rentina con copiose illustrazioni, e novelle e fantasie satiri- 
che, tra cui la Merope IV. Nello stesso giorno, Federico Ver- 
dinois pubblicò le sue prime novelle, Amore sbendai'» e Nebbie 
germaniche', e il De Zerbi, il romanzo Senza titolo. Ma il 
De Zerbi, mediocre scrittore di novelle e romanzi, mediocre 
critico (sebbene osasse aprire battaglia col Carducci intorno a 
Tibullo), era artista del giornalismo; e il suo Piccolo entrò 
subito nelle grazie delle classi colte e moderate di Napoli, 
pel tono spassionato ed elevato, per l'agile eloquenza, per 
la polemica signorile, arguta e stringente. Le deficienze mo- 
rali, che condussero quell'uomo a rovina, o non erano allora 
nemmeno sospettate o non trovavano credito; tanto egli par- 
lava bene e sinceramente, con la sincerità per lo meno del- 
l'artista. Al De Zerbi, forse più che ad altri, si deve se il 
giornalismo napoletano si andò spogliando di un certo che 
tra l'ingenuo e il provinciale ehe prima serbava, e si fece 
più svelto ed elegante, e più ammaliziato. 



Vili. 



Gli anni 1883-1885 furono fatali agli uomini che dopo il 
1860 avevano dato avviamento alla cultura meridionale. In 
quei tre anni, essi morirono quasi tutti, vecchi e giovani. 
Nel 1883, il 20 febbraio, Bertrando Spaventa, e il 29 dicembre, 
Francesco de Sanctis (lo stesso anno morì, pel luglio, il la- 
tinista monsignor Mirabelli); l'anno dopo il Tulelli (27 gen- 
naio), Antonio Tari (15 marzo), Augusto Vera (13 luglio, e 
a soli cinquant'anni (22 dicembre) Francesco Fiorentino; 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 323 

nel 1885 (3i dicembre), Vittorio Imbriani, appena quaranta- 
cinquenne. — Francesco Acri, nella lettera di dedica scritta 
nel 1886 all'abate Fornari per la traduzione del Timeo, sempre 
ossesso com'era dal pensiero della morte, accennava a questa 
improvvisa sparizione di tutti i comuni avversari, percorso 
da un brivido di sacro terrore: «Come militi che s'avviano 
a incerta battaglia, a vedere da un lato della via cavata la 
fossa che raccoglierà in sé i morti corpi, i più deboli si re- 
stringono con i più forti, così io con voi. E la fossa noi la 
vedemmo davvero, e vedemmo riporre ivi, disparendo nel 
cospetto degli uomini uno dopo l'altro, subitamente quelli 
che, rigogliosi e fieri, poco fa erano avanti a noi, assai no- 
minati, e con i quali io disputai non poco, ma senza alcun 
odio o dispetto. E ivi entro anco riporranno me; e la tene- 
bra, come loro, involgerà me similmente». 

Le tenebre, per allora, avvolsero davvero quegli uomini 
e l'opera loro. Gli scolari, gli amici, i clienti, i tanti che 
erano loro intorno, versate alcune lacrime e celebrate le ce- 
rimonie consuete, dimenticarono (salvo pochi) ciò che quegli 
uomini avevano avuto caro e in cui vivevano ancora: i loro 
scritti, i loro pensieri, i loro ideali. Dello Spaventa fu edita 
solamente, a spese del fratello e a cura del Jaia, nel 1888, 
l'opera postuma Esperienza e metafisica; e il Maturi ne salvò 
dalla dispersione alcuni manoscritti. Del De Sanctis, il Bo- 
nari die fuori il frammento sul Leopardi, il Villari il fram- 
mento autobiografico, il Ferrarelli raccolse articoli e discorsi 
politici: tutto il resto rimase inedito, disperso o scorretto. 
Dell' Imbriani la vedova fece pubblicare la preparata ristampa 
delle Fame usurpate, e nel 1891 il Tocco raccolse gli studi 
danteschi: le altre cose e più importanti giacquero neglette. 
Del Tari fu stampata nel 1886, a cura del Cotugno, la rac- 
colta dei Saggi di critica, preparata da lui stesso, e un altro 
scolaro pubblicò una parte delle lezioni di Estetica. A questi 
pietosi, che erano quasi tutti tra gli umili fedeli, si deve gra- 



324 APPENDICE 

titudine. Gli altri, invece, coloro che occuparono le cattedre 
e i seggi accademici lasciati vuoti dai morti, non solamente 
non presero alcuna cura dell'opera loro, ma aiutarono a 
gettare terra sulle fosse, chiamando due volte morti i morti, 
o lasciando che altri così li chiamasse. 

La Facoltà di lettere e filosofia di Napoli, per effetto di 
quelle perdite, fu rinnovata da cima a fondo. E per questo 
rinnovamento e pei criteri coi quali fu condotto, ogni filo- 
sofìa, in quanto è davvero filosofia, cioè risoluto indirizzo 
mentale e metodo speculativo, venne in essa a mancare ; 
surrogata da eclettiche combinazioni di pensieri discordanti, 
da congerie di fatterelli attinti ai manuali scientifici e più o 
meno falsificati, da profondo indifferentismo spirituale; e al- 
tresì, di conseguenza, da un modo di esposizione letteraria 
ora pedestre, ora gonfio e rettorico. Ciò che il Settembrini 
aveva temuto, accadeva davvero: le tesi e le lezioni litogra- 
fate occuparono il luogo del pensiero critico e della libera 
ricerca. Tipo del lavoro filosofico divenne la compilazione 
inconcludente, eseguita su articoli di riviste e su libracci di 
professori tedeschi o di dilettanti inglesi e francesi, tramu- 
tati in grandi autorità presso un popolo, che pure annove- 
rava tra le sue memorie recenti Galluppi e Rosmini, Gioberti 
e Spaventa. Nella storia della filosofia, i lavori iniziati dallo 
Spaventa e proseguiti dal Fiorentino rimasero interrotti: per- 
fino l'edizione delle Opere latine del Bruno, cominciata dal 
Fiorentino e proseguita dopo la morte di lui dall' Imbriani 
e dal Tallarigo, dovette essere compiuta a Firenze dal Tocco 
e dal Vitelli. 

Non migliore sorte toccò agli studi letterari. Tra le due 
vie, quella aperta dal De Sanctis di una critica veramente 
letteraria cioè estetica e filosofica, e perciò anche storica 
nel significato integrale e vero di questa parola; — e l'altra 
che sotto l'efficacia in parte del nuovo indirizzo germanico, 
in parte di tradizioni paesane era seguita nelle università 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 325 

dell'alta e media Italia e si diceva « storica », quantunque in 
realtà fosse estrinseca e positivistica, e nondimeno produceva 
qualche bene, disciplinando le ricerche e apprestando mate- 
riali, — i nuovi insegnanti di Napoli, consigliati dalla pigrizia, 
ebbero la sagacia di non scegliere nò l'una né l'altra, forse 
perchè entrambe troppo disagevoli a cagione delle meditazioni 
e delle fatiche che avrebbero richiesto. Prescelsero, invece, 
una terza, che alcuno di essi si dette a credere perfeziona- 
mento dell'indirizzo desanctisiano e, insieme, ragionevole 
contemperamento con l'altro erudito; ma che era invece 
nient'altro che la cicalata del vecchio letterato italiano, 
cacciatore di questioni vane, dissertatore a vuoto, acuto e 
arguto a buon mercato. Donde un esercizio di ermeneutica, 
impotente a cogliere le opere d'arte nella loro vita organica 
e baloccantesi con le loro parti isolate, coi frammenti o con 
le schegge; e, d'altro canto, una ricerca genetica, ridotta 
alla investigazione delle fonti, ossia delle effettive e pro- 
babili reminiscenze che in un'opera letteraria si possono 
notare della letteratura precedente. Per dare aspetto mo- 
derno all'uno e all'altro vecchissimo modo di critica, si 
ricorse a una patina di filologia e a una certa notizia, 
assai superficiale, delle moderne letterature straniere. La 
« chiosa » e la « fonte » furono i due sommi criteri diret- 
tivi di quello studio letterario, nel quale gli uomini della 
generazione precedente si erano sforzati di far valere il ri- 
gido criterio dell'arte. E la chiosa e la fonte vennero ado- 
perate principalmente pel padre della nostra letteratura, la 
cui opera il De Sanctis aveva tolto dalle mani dei gramma- 
tici e dei frati per incentrarla nella storia dello spirito 
umano, non sospettando che sarebbero così presto risorti, 
tra coloro stessi che lo circondavano, altri critici gramma- 
ticali e, senza la tonaca, frateschi. Donde il così detto « dan- 
tismo», finto amore per Dante, amore effettivo per la frivo- 
lezza mentale. Mentre nelle scuole di Pisa, di Torino, di Pavia, 



32tì APPKNDICH 

di Bologna, di Firenze si formavano ogni anno valenti eru- 
diti, la Facoltà di lettere e filosofìa di Napoli si dimostrò 
sterile. Salvo taluno che ebbe modo di recarsi per perfezio- 
namento all'estero, e talun altro che si aiutò da sé con la 
guida del Giornale storico della letteratura italiana, i giovani, 
formati in essa, o riuscirono affatto inutili alla vita degli 
studi, o apportarono nel campo letterario vaniloqui sulle « tre 
fiere» e sulle «ombre» di Dante, o sulle reminiscenze che si 
notano in Foscolo e in Leopardi. Dietro l'esempio dei loro 
maestri, essi s'innamorarono follemente della «chiosa» e 
della «fonte», circuendo quelle due dame coi loro sguardi 
cupidi, ventilandole coi loro sospiri, sognandole nei loro sonni 
e aprendo le braccia ai loro amplessi. Le baruffe di priorità 
intorno alla scoperta di una fonte o all'escogitazione di una 
chiosa erano per essi come i duelli di ufficialetti in guarni- 
gione, aspiranti ai favori della stessa provincialotta signora. 
A questo modo la scienza, così nella forma di filosofia come 
di scienza positiva, aveva ceduto il posto al «sibillone» (quel 
giuoco letterario, di cui Carlo Goldoni parla nelle sue Memo- 
rie)', e professore di letteratura e animo affatto chiuso, anzi 
ostile, alla poesia e all'arte diventarono sinonimi. E perciò 
anche, laddove il De Sanctis, fino agli ultimi suoi anni, pren- 
deva interesse, come s'è visto, allo Zola e al Verga e al Cossa 
e ai nuovi lirici italiani, essi invece, maestri e scolari, repu- 
tarono sconveniente alla propria dignità volgere lo sguardo 
alla vita che si moveva loro intorno, alla letteratura con- 
temporanea italiana e straniera; come se la letteratura, per 
farsi degna di essere toccata dalla mano di uno studioso 
grave, dovesse stagionare per qualche secolo o, almeno al- 
meno, per un mezzo secolo. Nella preferenza che si mostrava 
per Dante, entrava, tra l'altro, questo pregiudizio: che biso- 
gnasse occuparsi esclusivamente di argomenti alti; quasi che 
gli argomenti « alti » non siano quelli soli che sono trattati 
« altamente ». 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 327 

Insieme con questo rimpicciolimento filosofico e letterario 
si potè notare un immeschinirsi morale, non già come effetto 
che segua la sua causa, ma come un altro aspetto della mede- 
sima deficienza spirituale. Ogni opera collettiva venne abban- 
donata. Del Giornale napoletano, morto il Fiorentino, firma- 
rono il programma, nel gennaio del 1885, il Tallarigo e l'Iin- 
briani, «desiderando (dicevano) che esso sopravvivesse al suo 
illustre fondatore». Ma per la malattia dell' Imbriani e per 
quella incipiente del Tallarigo (che disparve anche lui qualche 
anno dopo) tirò innanzi stentatamente, e, morti quei due, ebbe 
a cessare del tutto le sue pubblicazioni. Tra i professori nuovi 
dell'università, nessuno sentì il dovere di ripigliare e ravvi- 
vare quell'opera di cultura, quel periodico, che pure era il 
solo del Mezzogiorno. Soltanto il professore di pedagogia, 
l'Angiulli, datosi interamente al positivismo, ma uomo di fede 
e perciò assai amato dai giovani, continuava la Rassegna 
critica di opere filosofiche, scientifiche e letterarie, con la quale 
aveva nel 1881 rinnovato il suo primo tentativo del 1871. 
Ma, con la morte dell' Angiulli, accaduta nel 1890, anche 
quella pubblicazione (nonostante qualche tentativo di prose- 
cuzione fatto dagli scolari) rimase interrotta. Si entrava in 
tempi di pace, di quella bella pace che è propria dell'acqua 
stagnante: i professori facevano, sì, della maldicenza e si 
screditavano l'un l'altro copertamente; ma si guardavano 
dal discutere in pubblico o dall'entrare in polemiche tra 
loro. Perchè mai avrebbero dovuto? quale patrimonio ideale 
avevano essi da difendere? In quest'atteggiamento pacifistico 
si andò tant'oltre da finire col non intendere più nemmeno 
il significato delle polemiche combattute dalla generazione 
precedente. Di quella degli hegeliani contro il Fornari e con- 
tro la filosofia rettorico-cattolica, un professore napoletano ha 
parlato testò lamentosamente, come di «tristi giorni», di 
«tempi che non si possono rammemorare senza rammarico»! 

Ai rivoluzionari diventati professori, e serbanti nel prò- 



328 APPENDICE 

fessore l'ardore del rivoluzionario, erano succeduti i puri pro- 
fessori, i burocratici professorali, che sono la diminuzione 
dello scienziato e dell'educatore. L'interrogativo, posto dal 
Settembrini, otteneva risposta, conforme, purtroppo ai timori 
espressi da lui; e la nostra dimostrazione che l'efficacia della 
nuova università italiana del 1860 non fu dovuta a queir isti-' 
tuto per sé preso, ma al libero moto delle iniziative sociali 
che in esso allora si raccolse, riceve da questo secondo pe- 
riodo della vita universitaria napoletana la sua controprova. 
Gli studi privati erano stati distrutti per forza di legge, e si 
era surrogata a essi la privata docenza, da esercitarsi nel- 
l'università: istituzione disadatta a servire di stimolo e vi- 
gilanza all'insegnamento ufficiale, perchè, nata dall'univer- 
sità e vivente nell'università, è formata da clienti, che 
aspettano dagli insegnanti ufficiali cattedre e incarichi. Per 
qualche decennio fu anche peggio: il libero docente si aggirò 
pei corridoi universitari come auceps di « firme » o mandò 
suoi commessi, ai quali accordava un diritto di riscossione, 
a procurare firme di studenti, che poi si guardavano bene 
dal comparire pure una volta alle sue lezioni. In altri casi, 
il libero docente servì a disgravare il professore ufficiale 
dell'obbligo di fare lezione, stabilendosi, tra i due, una sorta 
d'intesa. Più di rado, esso fu cercato, frequentato e since- 
ramente amato dagli studenti, perchè, nonostante i difetti 
che poteva avere il suo insegnamento, i giovani trovavano 
in lui quel calore e quell'entusiasmo, ai quali gii animi 
giovanili mal rinunziano. E questo è il segreto della popo- 
larità che godeva il Bovio tra gli studenti di Napoli. Egli 
parlava della Scienza, della Liberta, dell'Umanità, a mo' di 
sacro oratore: repubblicano, artista e vaticinante, toccava 
tutt' insieme le varie corde degli animi giovanili. 

La simpatia, la stima, la reverenza, che circondava gli 
uomini della generazione precedente, abbandonarono le per- 
sone dei professori burocratici; i quali furono a poco a poco 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 329 

avvolti da antipatia e diffidenza, simili a quelle (dirò così) 
che si provano verso i preti. Perchè nella vita laica moderna, 
cacciato il clero in un angolo della società e destinato forse 
in tempo non lontano a perdere via via importanza e a 
diventare esclusivo strumento di occhiuta politica o manipo- 
latore di superstizioni, lo « stato ecclesiastico » si viene rico- 
stituendo nelle istituzioni scientifiche e nella classe professo- 
rale, alle cui mani è affidato Dio, ossia la Verità. E, guar- 
dando di là dai veli, è agevole scorgere in molte e molte 
cattedre la moderna forma dei canonicati; in molti bilanci 
universitari, quella che si chiamava un tempo la manomorta; 
e in molte adunanze di Facoltà, i costumi stessi di quei 
capitoli che si radunavano ad sonum campanellae e dove 
accadevano ariostesche scene d'intrighi e di discordie. Il pes- 
simista si rassegnerà pensando che, come nei secoli passati 
c'era una parte della ricchezza sociale assegnata agli oziosi dei 
conventi e delle chiese, così ora ce n'è una necessariamente 
destinata a pascolo degli Oziosi della burocrazia scientifica 
e di ogni burocrazia. Chi pessimista non è, augura al mondo 
universitario, almeno di tempo in tempo, quei ravvi vatori, 
quei Franceschi e Domenichi, e perfino quegli Ignazì, che 
alla Chiesa non mancarono e che, rinsanguandola, le pro- 
lungarono la vita militante. 



IX. 



Il solo movimento di qualche importanza che sorse e si 
svolse in questo tempo in Napoli, relativamente agli studi 
dei quali trattiamo, ebbe per oggetto la storia regionale. 
Esso s'impersonò in alcuni studiosi formatisi quasi tutti 
fuori della cerchia universitari;),, e l'istituzione che li raccolse 
fu la Società napoletana di storia patria. 

Circa il 1840, soprattutto per l'incitamento e per l'esempio 



330 APPBNDICB 

di Carlo Trova, non pochi napoletani si dettero alle ricerche 
erudite, le quali, così per l'angusto ambiente, politico e so- 
ciale del tempo come per le difficoltà dei viaggi, si aggira- 
rono esclusivamente nella storia regionale; non senza, per 
altro, un certo consapevole o inconsapevole sentimento d'ita- 
lianità, che infondeva nuovo interesse e conferiva carattere 
nuovo alla storiografia regionale. Principale tra costoro Bar- 
tolommeo Capasso, dopo aver fatto qualche scorsa nel campo 
dell'antichità, si soffermò di proposito sull'oscurissima storia 
medievale del Mezzogiorno, e specialmente sulla parte più 
oscura di essa, che era la storia del ducato di Napoli. 
Meno critico e più letterato, Scipione Volpicella andò illu- 
strando edifizì e luoghi di Napoli e ricercando memorie 
letterarie. Il Minieri Riccio formò una collezione di mano- 
scritti e libri rari, e iniziò pubblicazioni di documenti. Altri 
si occupavano di preferenza di topografia e archeologìa, come 
il canonico Scherillo, il Fusco, il D'Aloe. Le strenne, i gior- 
nali letterari, la letteratura teatrale mostrano le tracce di 
questo interessamento per la storia napoletana negli argo- 
menti stessi che si presceglievano per poesie, novelle, drammi 
e tragedie. 

Subito dopo il 1860, il Settembrini, che era tra i patrioti e 
liberali unitari quegli che aveva serbata più viva la coscienza 
regionale (della patria piccola, com'egli diceva, nel seno della 
patria grande), rivolse l'attenzione ai monumenti artistici di 
Napoli, tentando d'illustrare il palazzo Como e le pitture di 
Donna Regina, e ideò anche, nel 1869, una Biblioteca napo- 
letana, che doveva raccogliere le opere degli scrittori del 
Mezzogiorno. Ma gli animi erano presi, in quel tempo, da 
altri e maggiori interessi. Tuttavia il Da Blasiis, professore 
di storia moderna nell'università, componeva allora, come 
abbiamo ricordato, la storia dell' Insurrezione pugliese e della 
conquista normanna; e l'Archivio di Stato, del quale era 
stato nominato direttore Francesco Trincherà, cominciava la 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI o'A 

pubblicazione del Sgllabus graecarum membranarum (1865) 
e, per cura del Trincherà, del Codice aragonese (1866-1874); 
e un altro funzionario dell'Archivio, Giuseppe del Giudice, 
imprendeva quella del Codice diplomatico angioino (1863). 
Un modesto libraio, Mariano Lombardi, ristampava in ma- 
neggevoli edizioni le storie napoletane del Parrino, del Gian- 
none, del Pecchia e gli Annali del Muratori; e Pietro Marto- 
rana raccoglieva notizie sugli Scrittori del dialetto napoletano 
(1874) in un libro assai diligente, dal quale l'Imbriani ebbe 
impulso ai suoi studi sul Basile e sul Sarnelli: l'Imbriani che 
ereditò alcune delle tendenze settembriniane, ma che era un 
ben curioso napoletano, allevato in una famiglia di rigidi ita- 
lianizzanti, vissuto da giovane nel Piemonte e in Germania, 
e che dovè imparare il dialetto come s'impara una lingua 
straniera. Allo studio del dialetto e della letteratura dialet- 
tale si dedicarono anche Raffaele d'Ambra, e, con mente e 
cultura di gran lunga superiori, Eminanuele Rocco, già sco- 
laro del Puoti e autore di un vocabolario storico del dia- 
letto napoletano, la cui stampa, per isfortuna, è rimasta in- 
terrotta. 

Soltanto nel dicembre 1875 l' idea di una Società di storia 
napoletana, che aveva avuto un cominciamento di esecuzione 
nel 1844 per opera del Trova ed era stata riproposta nel 1861 
in Consiglio provinciale da P. E. Imbriani, potò attuarsi. Lo 
statuto di fondazione porta le firme di Scipione Volpicella, 
del Capasso, del De Blasiis, del Minieri Riccio, del Carignani 
(autore di un libretto su Carlo di Borbone), di Vincenzo Vol- 
piceli! e di Luigi Riccio (gli ultimi due, cassiere e ammini- 
stratore benemeriti). I soci furono molti, così dell'aristocrazia 
come della borghesia; non studiosi di professione, ma amanti 
degli studi o, semplicemente, amanti del decoro della propria 
città. La società ebbe, negli anni seguenti, una sede propria 
e formò una biblioteca (anche per acquisti o doni di collo- 
zioni private preesistenti), ricchissima di libri manoscritti e 



332 APPENDICE 

pergamene, alla quale furono poi unite nel 1894 la Biblio- 
teca comunale e quella relativa ai vulcani e ai tremuoti 
(storica anch'essa, in un paese che ha ospite il Vesuvio), 
già del Club alpino. L'opera della Società si svolse princi- 
palmente in una pubblicazione trimestrale, l'Archivio sto- 
rico delle provincie napoletane, che conta ormai trentacin- 
que grossi volumi, e in una serie di documenti o « monu- 
menti ». 

I due maestri della Società storica napoletana furono il 
Capasso e il De Blasiis. Il primo, consacratosi a quegli studi 
per affetto, che aveva del tenero e poetico verso le memorie 
patrie, era vissuto lungi da ogni pubblico ufficio: solo tardi, 
quasi settantenne, fu chiamato a succedere al Minieri Riccio 
nella direzione dell'Archivio di Stato. Era dottissimo in la- 
tino, in istoria del diritto, in diplomatica; ingegno critico 
severo e cauto ; scrittore semplice e lucido. Benché tenero 
come s'è detto del paese natale, non sottomise mai la verità al 
municipalismo; e, come esordì col dimostrare la falsità della 
cronaca di Ubaldo, così si schierò dalla parte del Bernhardi 
e dette il colpo mortale ai Diurnali di Matteo Spinelli, la 
cui autenticità aveva trovato difensori il Minieri Riccio e al- 
tri. La fondazione della Società storica gli fu incitamento a 
pubblicare una serie di monografìe storiche, adoperando i 
materiali che aveva accumulati durante una lunga vita tutta 
intesa a simili ricerche; e, in ispecie, i tre grandi volumi 
dei Monumenta ad Neapolitani ducatus historiam pertinenza. 
Il De Blasiis, professore dell'università, fece le sue migliori 
lezioni e i suoi veri scolari nella Società storica, dove si è 
recato, come si reca, ogni giorno, ormai da trentacinque anni, 
e, non pago dei lavori suoi propri e della compilazione del- 
l' Archivio, che è stata sempre sua cura particolare, assegna 
temi agli altri soci, consiglia, rivede e spesso rifa da cima 
a fondo lavori altrui, nascondendo la sua persona dietro le 
cose. Al Capasso e al De Blasiis si associarono il Del Giù- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 333 

dice, che nell'Archivio storico inserì le monografie sulla Fa- 
miglia di re Manfredi e su Riccardo Filangieri; il Faraglia, 
che v' inserì, tra le altre, quelle su Ettore Fieramosca, sul 
De Dominici e la storia dell'arte napoletana, su Fabio Co- 
lonna, sulla Corografia abruzzese', il marchese Maresca, che 
v'illustrò principalmente il periodo della rivoluzione francese; 
il Minieri Riccio e il Barone, che vi pubblicarono estratti dei 
registri angioini e aragonesi; lo Schipa, il quale vi scrisse 
la Storia del principato longobardo di Salerno, e sopra i do- 
cumenti editi dal Capasso un'ordinata narrazione della Storia 
del Ducato di Napoli, e, in ultimo, una grande monografia 
sul Regno di Napoli sotto Carlo di Borbone, il Nunziante, 
autore della monografia su I primi anni del regno di Fer- 
dinando d'Aragona; il Pércopo, che si occupò principalmente 
di storia letteraria; il Ceci, che scrisse di storia dell'arte e 
di topografia, e altri molti, tra i quali l'autore di queste 
memorie, che vi contribuì con molte ricerche, specialmente 
sulla storia dei teatri di Napoli e sui rivolgimenti politici 
della fine del secolo decimottavo. La Società storica si tenne 
sempre fuori di ogni competizione politica, collaborandovi 
in buon accordo uomini di tutti i partiti e di tutte le cre- 
denze. Una sera (nel tempo in cui la Società teneva, il sa- 
bato, riunioni serali) si poterono perfino vedere intorno al 
tavolino della sua biblioteca, stretti in amichevole colloquio, 
l'archeologo monsignor Galante, canonico del Duomo, il pa- 
store protestante Peter (che aveva pubblicato proprio allora 
un libro contro il miracolo di San Gennaro), e il rabbino 
Salomone de Benedetti (il quale, incaricato dalla Società di 
studiare il misterioso codice cavense in caratteri rabbinici, 
esaminato anche dal Renan, scoprì che era nient'altro che 
il registro di un usuraio ebreo, che faceva prestiti sopra 
pegni!). Ogni sicumera, ogni cerimoniale accademico restò 
sempre escluso da quelle riunioni. Come ebbe a dichiarare 
il segretario della Società in una delle relazioni annuali: 



-334 APPENDICE 

«Solo dallo scambio e rinnovellamento continuo di forze si 
può trarre favorevole augurio per la vita di questo sodalizio, 
il quale vuol essere un organismo vivo, e spera di non tra- 
mutarsi mai in una di quelle istituzioni decorative che, a 
torto o a ragione, si dicono accademiche, e che rappresen- 
tano lo stadio di vecchiezza, se non addirittura il monumento 
sepolcrale, di ciò che una volta fu vivo » ('). 

Per l'esempio della Società storica, e avvertito da essa 
della falsicazione che della storia dell'arte meridionale aveva 
compiuta il De Dominici nel Settecento, il principe di Satriano 
Gaetano Filangieri (il quale aveva raccolto e donò poi alla 
città un Museo, ed era stato gran parte nella fondazione del 
Museo artistico-industriale) volle iniziare a sue spese metodi- 
che ricerche nell'Archivio notarile e in altri antichi depositi, 
e ne andò pubblicando i risultati in una serie di volumi 
dal titolo: Documenti per la storia, l'arte e V industria nel- 
l'Italia meridionale. Prima di lui e della Società storica, De- 
metrio Salazaro aveva incominciato a lavorare in questo 
campo; e, oltre una dozzina di piccole memorie, die fuori 
un'opera grandiosa, Studi sui monumenti dell'Italia meri- 
dionale dal IV al XIII secolo (1871-75), nella quale ebbe il 
merito di mettere a luce, in tavole cromolitografìche, molti 
monumenti ignoti o poco noti, sebbene li comentasse con cri- 
tica insufficiente. Qualcosa fece anche in questo campo la 
Società storica, che fu poi legataria del Filangieri per la con- 
tinuazione della serie dei Documenti', e tra i soci della stessa 
Società storica, e specie tra i più giovani di essa, sorse nel 
1892 il pensiero di una rivista dedicata interamente alla storia 
dell'arte meridionale e alla storia topografica della città di 
Napoli, la Napoli nobilissima: così intitolata dalle prime pa- 
role del titolo di una guida secentesca della città. Quella 
rivista, a cui collaborarono i vecchi e i giovani della Società 



(i) Arch. stor. p. le prov. nap., xxiv, 187 ; si veda anche xxvi, 161-6. 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 335 

storica, e anche studiosi di altre parti d'Italia e stranieri, 
■ebbe quindici anni di vita (1892-190G); e nei suoi quindici 
volumi ha raccolto un copioso materiale, illustrando quasi 
completamente ogni luogo della città di Napoli e facendo 
avanzare gli studi di storia dell'arte meridionale, in parti- 
colare sotto l'aspetto della investigazione critico- documen- 
taria. Alcuno del medesimo gruppo tentò anche di ripigliare 
un'altra idea del Settembrini, e iniziò la pubblicazione di 
una Biblioteca napoletana di storia e letteratura', e il Pér- 
copo, nel 1896, insieme con lo Zingarelli, fondò la Rassegna 
critica della letteratura italiana, e nel 1899 una collezione di 
Studi di letteratura italiana, procurando di non far man- 
care ai giovani quegli stimoli e quegli aiuti, che invano 
aspettavano dai professori dell'università, in tutt'altre fac- 
cende affaccendati. 

Pochi studiosi di storia regionale lavorarono fuori della 
cerchia della Società storica, che era forte centro di attra- 
zione e, anche per le sue collezioni, sussidio indispensabile ai 
ricercatori. Tra questi, uno solo ebbe veramente cospicuo va- 
lore, Luigi Amabile, chirurgo assai stimato, uomo di carattere 
irritabile e violento, il quale, date le dimissioni, per un dis- 
sidio col rettore, dalla cattedra di anatomia patologica, e mes- 
sosi a fare alcune indagini intorno al medico Marco Aurelio 
Severino, a poco a poco si andò volgendo alla storia delle 
congiure politiche e dei movimenti religiosi nell'Italia meri- 
dionale tra il Cinque e il Seicento. Determinato allora di 
passare gli ultimi suoi anni di vita piuttosto in compagnia 
dei morti che dei vivi (come ebbe a scrivere in una delle 
sue prefazioni), lavorò assiduamente negli archivi e nelle bi- 
blioteche napoletane, fece frequenti viaggi e lunghe dimore 
all'estero, in ispecie a Simancas e a Dublino, e mise fuori 
l'opera monumentale, in cinque grandi volumi, su Tommaso 
Campanella, seguita da un'altra su Fra Tommaso Pignateili, 
alle quali aggiunse, nell'ultimo suo anno di vita, la storia 



336 APPENDICE 

del Santo Ufficio dell' Inquisizione a Napoli. Alla solida eru- 
dizione, tutta di prima mano, l'Amabile, che aveva parte- 
cipato anche alla vita politica, univa critica sicura e molta 
intelligenza delle cose umane. Con poca critica, invece, e con 
intenzioni panegiristiche e di politica rivendicazione, sebbene 
con fatiche e diligenza grande, il generale Mariano d'Ayala 
raccolse dati biografici per le Vite degli italiani, morti sul 
patibolo o nelle battaglie del periodo del Risorgimento. Il 
Nisco, che era stato dei prigionieri di Monteforte e Montefusco, 
narrò la storia degli ultimi trentacinque anni del regno dei 
Borboni, sforzandosi di usare imparzialità. Le memorie mi- 
litari napoletane furono oggetto di culto amoroso da parte 
di Giuseppe Ferrarelli, già ufficiale dell'esercito napoletano 
e poi di quello italiano. Le memorie della scuola musicale 
trovarono il loro custode nel Florimo, superstite amico di 
Vincenzo Bellini e autore dell'opera: La scuola musicale na- 
poletana e i suoi conservatori. Scarsissimi invece furono i la- 
vori storici compiuti dalle accademie e promossi dai loro 
concorsi; dei quali, per altro, bisogna ricordare la mono- 
grafia del Capasso sulla Popolazione della città di Napoli, 
quelle del Faraglia sulla Storia dei prezzi e sul Comune nel- 
V Italia meridionale, la Storia letteraria dell'opera buffa na- 
poletana di Michele Scherillo, e la Vita di G. B. Marmo del 
Borzelli. 

Anche nelle provincie erano singoli studiosi, o si costi- 
tuirono società di storia regionale e gruppi di studiosi, che 
attesero a lavori collettivi. Nella Terra di Bari si cominciò 
a pubblicare nel 1894 un eccellente Archivio storico pugliese, 
per isfortuna lasciato presto in tronco; ma la Deputazione 
provinciale di storia patria ha poi curato e cura una colle- 
zione di Codici diplomatici e un'altra di Memorie e documenti , 
che sono tra le migliori del genere. L'editore Vecchi fondò 
una rivista, la Rassegna pugliese, notevole particolarmente 
pei contributi storici; e nel 1900 stampò per conto della prò- 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 337 

vincia di Bari e per l'Esposizione di Parigi tre magnifici 
volumi in folio, contenenti una serie completa di monografie 
sulla Terra di Bari. A Lecce vide la luce la Collana degli 
scrittori di Terra d'Otranto, e a illustrare quella regione con- 
corsero, tra gli altri, il Casotti, il Castromediano, il Palumbo, 
il Grande, il De Simone (che inserì, sotto lo pseudonimo di 
Ermanno Aar, una selva di ricerche nell'Archivio storico ita- 
liano, col titolo gli Studi storici su Terra d'Otranto), il ba- 
rone Bacile, e principalmente il geologo Cosimo de Giorgi, 
autore dei Bozzetti di Terra d'Otranto e della Corografia della 
provincia di Lecce. Anche vi s'iniziò un Archivio salentino, 
e poi una Rivista storica salentina. La Basilicata ebbe uno 
storico dell' intera regione in Giacomo Racioppi ; un racco- 
glitore di notizie storiche e archeologiche in Michele Lacava; 
storici locali nel Gattini (Matera) e in altri ; e in Giustino 
Fortunato, l'illustratore della terra del Vulture, mercè una 
serie di volumi ricchi di documenti inediti e scritti con ele- 
ganza e vivacità. Il Fortunato stesso promosse l'illustrazione 
artistica di quella regione, compiuta dal Bertaux (come quella 
geologica ne fu fatta dal De Lorenzo), e, congiungendo la sto- 
ria alla politica viva, scoprì e agitò pel primo il problema 
delle « due » Italie, cercando di sfatare la leggenda circa la 
ricchezza naturale della terra meridionale 6 la neghittosità 
dei suoi abitatori. Anche in Basilicata, a Melfi, sorse nel 
1898, e visse per un anno o poco più, un Giornale di lette- 
ratura, storia ed arte, scritto da un gruppo di professori. Il 
dottor Francesco Morano mise insieme un'importante colle- 
zione di scrittori calabresi, che donò alla Biblioteca nazio- 
nale di Napoli, e lasciò manoscritto un lavoro bibliografico 
sullo stesso argomento, frutto di un quarantennio di accura- 
tissime indagini. Lavorarono all'illustrazione delle provincie 
calabresi l'Accattatis, il Morisani, il Misasi, il Mandalari, 
l'Arnone, monsignor De Lorenzo ed altri. Gli Abruzzi ebbero 
parecchie riviste: l'Aquila il Bollettino della Società storica 

B. CaocK, La letteratura della nuova Italia, iv. 22 



338 APPBNDICE 

Antinori, Solmona la Rassegna abruzzese, Teramo la Rivista 
abruzzese, che per nitro non e esclusivamente storica; e un 
editore di cose storiche e letterarie nel Carabba di Lanciano. 
Condussero ricerche per quella regione il Faraglia, il Picci- 
rilli, il Pansa, il De Nino, il De Laurentiis, il Savini, il Pan- 
nella, il Mezucelli, e parecchi altri. La Terra di Lavoro ebbe 
gli atti della Commissione archeologica e per qualche anno 
un Archivio storico campano (1899-93); Benevento trovò un 
illustratore della sua storia e dei suoi monumenti nel Meo- 
martini. L'abbazia di Montecassino, che nel secolo deci- 
monono aveva vantato il Tosti, seguitò a promuovere gli 
studi storici, archivistici e paleografici e a pubblicare serie 
di documenti; e l'abbazia della Trinità di Cava ne seguì 
l'esempio col Codex diplomaticus cavensis. 

Certamente, una parte di questi lavori ha il difetto solito 
delle pubblicazioni regionali: poco rigore nel metodo, scarso 
criterio nella scelta del materiale. Nondimeno la storia reg'io- 
naie risponde al bisogno irrefrenabile di sapere che cosa è 
accaduto, e quali uomini sono passati pei luoghi nei quali si è 
nati e si vive. Bisogno che non può spegnersi mai del tutto, 
sebbene muti modi e forme secondo i tempi, e già ora, dopo 
mezzo secolo di vita unitaria, appaia in Italia assai diverso 
da quello che era innanzi. Gl'ingegni storici, che prima si 
rinchiudevano nella storia della regione, ora ripugnano a 
codesta segregazione e guardano più larghe distese. Donde 
il pericolo che pende sopra tutte le Società storiche di ogni 
parte d'Italia, di finire per esaurimento o di vivere vita 
gretta, tra la generale indifferenza. Penso che, col tempo, le 
maggiori di esse si cangeranno in « società storiche » senz'al- 
tro aggettivo, che proseguano le ricerche regionali accanto 
ad altre più generali, e solo per quel tanto che giovi al pro- 
gresso generale delle conoscenze storiche. Dal 1860 al 1900 
(tranne che per la storia della letteratura e per quella della 
filosofia) l'Italia meridionale non ha dato nessuno storico che 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 339 

per l'argomento preso a trattare e, soprattutto, pel pensiero 
informatore parlasse agli animi e destasse l'interessamento 
generale. Sono da ricordare tuttavia Francesco Nitti di Ta- 
ranto, che scrisse una monografia sul Machiavelli e un'altra 
sulla Politica di Leone X, e il Rolando e il Biamonte, che 
insegnarono nei licei di Napoli, e pubblicarono buoni lavori 
di storia italiana. 



x. 



Mentre il pensiero filosofico e critico, e l'Università che 
lo aveva rappresentato, decadevano in Napoli con tanta rapi- 
dità; mentre sparivano via i rappresentanti della cultura non 
accademica, che Napoli aveva avuti sempre tra i magistrati 
e gli avvocati; nasceva qui, circa il 1880, quel che non s'era 
mai visto nei secoli passati, una letteratura d'arte: pieno 
riscontro, per le sue tendenze e pel suo carattere, alla scuola 
•di pittura, che vi s'era formata nel ventennio o trentennio 
precedente. La frigida poesia dei versiscioltai e accademici, e 
gli sdilinquimenti dei romantici ritardatari, venivano accolti 
ormai da sbadigli e da beffe. Il dilettantismo teatrale sce- 
mava: l'ultimo gentiluomo autore drammatico e stato il duca 
di Andria Riccardo Carafa, il quale, per altro, cercò di rin- 
novarsi via via secondo le più moderne forme drammatiche, 
spingendosi fino al «dramma simbolico», finche abbandonò 
del tutto il teatro per la politica. I giovani, che avevano 
gusto e disposizioni artistiche, leggevano con avidità i ro- 
manzieri veristi e i poeti francesi. E di tra i giovani si 
fece innanzi un critico e un apostolo di quella letteratura, 
Vittorio Pica, il quale tra il 1880 e il 1890 venne scriventi" 
intorno a tutti i libri nuovi dello Zola, dei Goncourt, d< ! 
Maupassant, del Bourget, del Fabro, dell' Huysmans, del 
Verlaine, del Mallarmé, e anche dei russi, che allora si 
cominciava a tradurre in francese. Si fondarono in quel 



340 APPENDICE 

tempo giornali letterari giovanili, dei quali il più notevole 
fu il Fantasia, che uscì dall'agosto 1.881 al maggio del 1883, 
e il cui comitato di redazione era composto da Salvatore di 
Giacomo, Vittorio Pica, R. E. Pagliara e F. Stendardo ('). 
Un giornalaio, che aveva un chiosco in piazza Dante, mise 
su, circa quel tempo, una libreria, che fu la libreria Pierro, 
frequentata da tutti i giovani, anzi da tutti gli adolescenti, e 
nella quale trovavano rapido spaccio i libri francesi e quelli 
della nuova letteratura del Carducci e dei veristi italiani: lo 
stesso Pierro doveva diventare l'editore dei primi tentativi 
letterari di quei giovani suoi frequentatori. Il Pica, chiamato 
scherzevolmente il pica-dor di quel moto letterario, raccolse 
poi i suoi primi saggi col titolo bene appropriato All'avan- 
guardia. Quando lo Zola, molti anni dopo, nel 1894, venne 
a Napoli, si mise sotto la guida del suo vecchio amico Pica; 
ed essendosi recato tra l'altro alla redazione del Roma, ebbe 
in dono da questa i saggi del De Sanctis intorno alla sua 
opera (scritti già, come si è detto, per quel giornale); saggi, 
che lo Zola aveva assai lodati e a proposito dei quali aveva 
scambiato lettere col De Sanctis, ma che confessò al Pica di 
non avere mai letti, inesperto com'era della lingua italiana. 
Intanto, un giornale quotidiano veniva a dare più frequente 
e ampio sfogo a quelle tendenze giovanili; perchè Federico 



(!) Dei giornali più o meno letterari di Napoli sono da ricordare 
anche la Mer gettino,, fondata nel 1874 da Carlo Carafa di Noia; il Carlo 
Goldoni (che ebbe poi come sottotitolo: Corriere letterario della domenica), 
pubblicato nel 1877 e : 78; il Giornale accademico, poi Crisalide, diretto 
dal barone Pompilio Petitti, nel 1878 e'79; il Novelliere, fondato e di- 
retto nel 1877 da A. Monaco ; l 1 Intermezzo, diretto da Domenico Milelli 
tra il 1880 e il ISSI. — Nel 1884 si pubblicò (dal 1° settembre) la Cronaca 
sibarita, che arieggiava la Cronaca bizantina di Poma. I giovani lette- 
rati napoletani collaboravano ai giornali letterari di altre parti d'Italia; 
e, tra questi, al Preludio di Ancona, alla Libellula di Fano, al Grillo 
del focolare di Lendinara Veneto. 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 341 

Verdinois, il quale già dal 1871 collaborava al Fanfulla col 
pseudonimo di Picche e. nel 1877 aveva pubblicato per qualche 
tempo un Corriere letterario, accettando un'offerta di Martino 
Cafiero, prese a dirigere dal 1879 la pagina letteraria del 
Corriere del mattino. Quella pagina fu come la culla della 
nuova letteratura napoletana; e vi scrissero, insieme coi gio- 
vanissimi, il Cafiero, il De Zerbi, PArcoleo. La medesima 
letteratura trovò talvolta accoglienza in altri giornali quoti- 
diani, come il Piccolo del De Zerbi ; e in una rivista, la Rivista 
nuova, fondata nel 1879 da Carlo del Balzo (autore di ro- 
manzi e dello strano zibaldone in quindici grossi volumi col 
titolo Poesie di mille autori intorno a Dante). In alcune di 
queste pubblicazioni periodiche videro la luce i Profili let- 
terari napoletani del Verdinois, raccolti in volume presso il 
Morano nel 1881, e il cui ultimo capitolo era dedicato ai 
«giovani», ossia alle speranze: capitolo malinconico a rileg- 
gere, come tutte le pagine che ricordano speranze, ma dal 
quale si vede altresì che alcune speranze non furono vane. 
Scarsa importanza ebbe, invece, la Napoli letteraria, fondata 
da un gruppo di studenti, diretta nel 1884 dal Mandatari, e 
trascinatasi esangue fino al 1887. 

Nel Corriere del mattino (con la firma «L'Anonimo»), e* 
più ancora nel Piccolo, pubblicò i suoi primi bozzetti Matilde 
Serao, la quale nel 1878 aveva dato saggio di sé col volu- 
metto Opale, segnato con lo pseudonimo di « Tuffolina». Sotto 
l'influsso dapprima della vecchia arte romantica (che si os- 
serva nel libro delle Leggende napoletane), la Serao assai 
presto e felicemente, dietro l'esempio dei francesi, si accostò 
alla realtà e ritrovò se medesima. Ai volumi Dal vero e Rac- 
colta minima, seguirono rapidamente Cuore infermo (1881), 
Fantasie, Piccole anime (1883), Il ventre di Napoli, La virtù 
di Checchina (1884), La conquista di Roma (1885), Il romanzo 
della fanciulla (1886), Riccardo Joanna (1887), All'erta, sen- 
tinella (1889), Il paese di cuccagna (1891). Il romanzo passio- 



342 APPENDICE 

naie di ambiente e costumi napoletani era nato; e Francesco* 
Mastriani spariva dal mondo proprio l'anno in cui compariva 
II paese di cuccagna. 

Salvatore di Giacomo, allora studente di medicina, scrisse 
in tutti quei vari giornali e giornaletti letterari (nel 1877, 
alunno del liceo Vittorio Emmanuele, aveva pubblicato con 
altri suoi compagni un periodico letterario, II Liceo W), ma 
si fece conoscere specialmente nel Corriere del mattino, con 
le novelle fantastiche di ambiente tedesco (influsso di Erck- 
mann-Chatrian), raccolte più tardi nel volume Tra pipa e 
boccale, e con altre novelle e bozzetti di pungente verità, che 
raccolse sotto i titoli di Minuetto settecento (1883), Mattinate 
napolitane (1886), Rosa Bellavita (1888). Altri giovani, con 
minore potenza artistica, trattavano spesso felicemente la 
medesima ispirazione: il Miranda e il Lauria a Napoli, il Si- 
niscalchi in Puglia, il Mezzanotte in Abruzzo. In Calabria, 
Nicola Misasi immetteva qualcosa della nuova arte veristica 
nella sua di provenienza romantica, prosecuzione in prosa 
del romanticismo calabrese, che si era effuso in poemetti tra 
il 1840 e il 1850. 

Ma un altro genere (nella Kulturgeschichte è lecito parlare, 
quando giovi, di quei « generi » che sono affatto inibiti nella 
critica e storia letteraria) si costituiva in quel tempo; e il 
Di Giacomo ne divenne il sovrano: la lirica dialettale. L'oc- 
casione esterna fu la festa popolare di Piedigrotta, la quale, 
dopo un quindicennio e più di letargo, fu ripresa, nel 187<'>, 
per iniziativa dei venditori di giornali, che concertarono una 
cavalcata e promossero la composizione di nuove canzoni : 
nel 1880, fu cantata per la prima volta quella, divenuta ce- 
leberrima in tutta Europa, Fiuiiculì-funiculà. Sotto l'influsso 



(!) Al Liceo, che si stampò prima in folio, poi in fascicoletti, fece 
riscontro nel 187S 11 giovane scrittore, diretto da Giuseppe Buonanno e 
scritto dasrli studenti del liceo Genovesi. 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 343 

dei canzonieri francesi, il Di Giacomo sollevò la canzone di 
Piedigrotta a istituzione letteraria, e, per virtù del suo genio, 
a opera originalissima di poesia; — come, non senza l'esempio 
del Fucini (e indirettamente del Belli), trattò il quadretto 
di costumi napoletani in sonetti. 'Al Di Giacomo seguirono 
moltissimi, specie in questa ultima forma letteraria; dei quali 
sono da ricordare il fecondo Ferdinando Russo, che esordì 
con una corona di sonetti, Cane'l Macanza, in cui si faceva 
parlare l'ultimo rapsodo, il cantastorie popolare del Molo; 
e Alfonso Fiordelisi, che si attenne al genere del Belli e del 
Fucini. 

Un terzo «genere», che si congiunge coi due precedenti, 
è il dramma napoletano dialettale. La commedia pulcinellesca 
del San Carlino era finita col Petito, e il teatro stesso, che 
per oltre un secolo l'aveva ospitata, fu abbattuto nel riordi- 
namento di piazza Municipio. L'eredità di quella commedia 
venne raccolta dallo Scarpetta, che prese a ridurre, spesso 
con molta abilità e brio, le pochades francesi. In contrasto 
con lo Scarpetta si fece vivo il desiderio di un dramma dia- 
lettale serio: contrasto, che, a dir vero, non aveva buon fon- 
damento, perchè il teatro da ridere ha fine tutto suo proprio, 
e anche nel Settecento il dramma dialettale di costumi si 
svolse accanto e fuori del teatro istrionico, e per lo più in 
compagnie di filodrammatici. Ma quel contrasto e quel desi- 
derio erano, nondimeno, sintomo di una materia artistica 
in elaborazione; la quale, infatti, attirò parecchi, e anche 
qui il Di Giacomo emerse sopra tutti col dramma Mala vita 
(composto in collaborazione col Cognetti), e poi con A San 
Francesco, col Mese Mariano, e, di recente, con l'Assunta 
Spina. Nel 1891 si tentò di fare del Teatro Nuovo uno 
speciale teatro dialettale serio, o almeno di osservazione e di 
costume; ma, dopo alquante recite, il tentativo cadde tra la 
noia generale. Alla stessa line, crediamo, si dovrà riuscire 
sempre che si vorrà mutare in istituzione stabile, e quindi 



344 APPENDICE 

in cosa artificiosa e di maniera, ciò che non può essere se 
non la manifestazione naturale di temperamenti artistici, che 
nasceranno quando nasceranno, parleranno quando non po- 
tranno farne di meno, e taceranno quando non avranno altro 
da dire. Prima del Di Giacomo, e insieme con lui e intorno a 
lui, altri come il Cognetti, il De Tommaso e lo Starace scris- 
sero nello stesso genere qualche lavoro più o meno indovi- 
nato; ma senza la robustezza, la finezza, la sobrietà, la forza 
poetica, che risplendono nel Di Giacomo. Achille Torelli ri- 
dusse assai bene a commedia popolare e dialettale i suoi 
Mariti. 

Altri giovani parteciparono al nuovo movimento artistico 
con vario valore e fortuna, ma tutti con lodevole ricerca di 
spontaneità e di freschezza: il Fava, il Petitti, il Ciampoli, il 
De Luca, il Yillari, il Della Sala, novellieri e romanzieri; il 
Cimmino, poeta sentimentale, che cominciò sin d'allora a dare 
qualche saggio di traduzioni dal sanscrito e dal persiano, 
seguendo l'esempio del suo maestro Kerbaker; e Rocco 
Pagliara, Mario Giobbe. Giuseppe Pessina, Luigi Conforti, e, 
più anziano, Domenico Milelli, tutti scrittori di versi. Si fa- 
ceva notare per lavori di fisiologia e psicologia dei sentimenti 
Giambattista Licata, che poi seguì il Bianchi in Africa e vi 
trovò la morte. Molti giornali e giornaletti letterari tennero 
dietro a quelli già mentovati, dei quali ricorderemo il For- 
tunio, diretto da G. M. Scaliuger (dal 1888, per una decina 
d'anni): e anche, per qualche anno, la Cronaca partenopea, 
pubblicata dal Della Sala e dal Conforti. 

La nuova letteratura nasceva, dunque, in Napoli princi- 
palmente sotto l'influsso francese, mediato in parte da quello 
di Milano (il Pica dedicava il suo libro al critico letterario 
del Sole, Felice Cameroni, propugnatore del verismo)^ ma era, 
nonostante quell'esempio e nonostante alcune palesi imita- 
zioni, cosa nostra; non solamente perchè fatta personale 
e originale nei temperamenti artistici nei quali si manifestò 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 345 

(come nella Serao e nel Di Giacomo), ma perchè, come si è 
notato, si riattaccava a qualcosa d' indigeno : al realismo, 
più volte tentato da scrittori della generazione precedente, 
e alle tendenze che si erano già mostrate nella pittura. Nello 
stesso tempo, gli Abruzzi davano il Michetti e il D'Annunzio, 
un pittore e un poeta stretti tra loro da grandi affinità; e 
anche il D'Annunzio, nell'affermare, attraverso le imitazioni, 
un carattere affatto proprio, si rivelava, per certi aspetti, con- 
giunto col movimento meridionale, di un realismo spesso bru- 
tale, ma spesso anche potente. Come del secentismo, del 
maggior secentismo letterario, è stato osservato che esso fu 
principalmente napoletano, così passando a una forma assai 
più alta d'arte bisogna riconoscere che il verismo italiano, 
la più cospicua manifestazione letteraria della nuova Italia 
(il Carducci rimane solo in disparte), fu soprattutto meridio- 
nale: dei napoletani e dei siciliani. Quel dottore tedesco, che 
soggiornava a Napoli nel 1864-65 e osservava con limpido 
sguardo ciò che vedeva moverglisi intorno, aveva ragione di 
notare nel temperamento meridionale un misto di elementi 
dialettici e « naturalistici » ( l ). 

Grande importanza ebbe altresì per la cultura e per la 
letteratura il giornalismo quotidiano di quegli anni. Mentre 
il Piccolo del De Zerbi decadeva passando (1888) in altre 
mani, il Corriere del mattino veniva trasformato e fuso col 
Corriere di Roma, dando origine, sulla fine del 1887, al Cor- 
riere di Napoli, diretto da Eduardo Scarfoglio e da Matilde 
Serao. Cinque anni dopo, lo Scarfoglio e la Serao lasciavano 
il Corriere di Napoli e fondavano il Mattino', il Corriere 
ebbe direttori il Cantal upi, il Colautti (che già era stato a 
Napoli nel Corriere del mattino), e altri. Il Corriere di Napoli 
prima, e poi il Mattino, introdussero nel giornalismo quella 
forma letteraria e artistica, di cui si erano avuti presso di 



(!) Si veda sopra, p. 294. 



346 APPENDICE 

noi accenni soltanto col De Zerbi e col Caflero. Oltre la 
Serao, che vi scrisse articoli calorosi e facondi, e una ru- 
brica col titolo Api, mosconi e vespe, e vi pubblicò in appen- 
dice alcuni dei suoi romanzi; — lo Scarfoglio, che si era 
provato prima, ai tempi della Cronaca bizantina, nella no- 
vellistica e nella critica letteraria, si dimostrò, in quei due 
giornali, maestro nell'articolo polemico e satirico, ricco di 
impeto e di fantasia plastica, poeta specialmente nei ricordi 
di viaggi e negli articoli africanistici. Collaborarono a quei 
giornali il Di Giacomo, il Bracco, il Giobbe, il Pagliara, e 
altri giovani letterati e poeti: Raffaele de Cesare inserì nel 
Corriere gli articoli, che poi composero La fine di un regio, : 
il Nitti (l'economista e uomo politico, da non confondere 
con lo storico ricordato di sopra) vi scriveva di sociologia 
e in particolare di socialismo. Nel Corriere fu pubblicato nel 
1898 un romanzo tradotto in parte dal russo e in parte dal 
polacco da Federico Verdi nois, e che doveva diventare cele- 
berrimo qualche anno dopo e allora non era nemmeno tra- 
dotto in francese: il Quo vadisf del Sienkiewicz. Degli altri 
giornali, il Pungolo passò dalla direzione del Comin a quella 
del Ricciardi; e fu fondato nel 1888 dal Nicotera e dai suoi 
amici il Paese, come nel 1891, dai crispini, il Don Marzio, 
diretto dal Sacerdote. 

Ma tra i collaboratori letterari del Corriere di Napoli e 
del Mattino il più illustre fu Gabriele d'Annunzio: il quale 
tra il 1891 ed il 1893 dimorò in Napoli, e nel Corriere pub- 
blicò l'Innocente, e nel Corriere prima e poi nel Mattino le 
liriche dfdle Elegie romane, del Poema paradisiaco, e nel 
Mattino, finalmente, le Odi navali, alcuni episodi del Trionfo- 
delia morte, articoli critici (il 2 settembre 1892, contro il 
Mascagni, Il capobanda, il 25 settembre intorno al Nietzsche,, 
il 30 dicembre intorno alle Mgricae del Pascoli). A Napoli r 
il D'Annunzio trovò editori prima nel Pierro {Giovanni Epi. 
scopo, I violenti), e poi nel Bideri (l' Innocente, le Odi navali, 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 347 

la seconda edizione dell'Intermezzo)', e qui nel giornale let- 
terario La domenica del don Marzio pubblicò (31 gennaio 
1892) lo studio sul Romanzo futuro. Visitò anche Napoli, in 
quegli anni, il Carducci: nel 1891, insieme con Annie Vivami, 
e nel 1892 per tenere al Circolo filologico una conferenza sul 
Parini, nella quale rese omaggio alla critica desanctisiana, 
che egli, cedendo a uno dei suoi soliti impeti, doveva malme- 
nare sei anni dopo negli articoli sul Leopardi. 

Anche tra il 1891 e '92 sopraggiunse l'influsso dell'Ibsen, 
che allora dalla Francia si allargava in Italia. A Napoli 
era venuta in quel tempo, sposa al duca di Caianello, una 
scrittrice svedese di forte ingegno, Anna Carlotta Leffler, 
seguace e ammiratrice dell' Ibsen, autrice di vigorose no- 
velle, alcune delle quali (dopo la morte immatura dell'au- 
trice accaduta nel 1892) furono tradotte in italiano, ma eb- 
bero scarsa divulgazione. Io stesso fui mosso dalla Lefflèr a 
leggere per la prima volta il teatro dell' Ibsen nella versione 
tedesca; e scrissi allora come prefazione a un dramma di 
lei, un breve cenno sull' Ibsen e sulla letteratura scandinava 
moderna. E ricordo la prima recita degli Spettri, fatta nella 
primavera del 1892 dallo Zacconi ai Fiorentini; e che al teatro 
erano, quella sera, tutti gli artisti, poeti e critici napoletani, 
e tra gli altri il D'Annunzio, la Serao e la Loffler, e che, 
in uno degli intermezzi, passeggiando io tra gli spettatori, 
sentii da uno di essi a me ignoto osservare pacatamente al 
suo compagno, con grande soddisfazione, a proposito della 
figura del pastore Mander: che « a onor del vero, imbecilli 
(la parola era dialettale e più forte) come quelli, presso di 
noi, non ne nascono!»: giudizio, che mi ò tornato spesso a 
mente come espressione del contrasto tra il carattere italiano 
e quello che appare nei drammi ibseniani. — L'influsso del- 
l' Ibsen fu risentito da Roberto Bracco, il quale aveva co- 
minciato anch'esso col Di Giacomo e altri collaboratore del 
Corriere del mattino e autore di un volume di argute novelle: 



348 APPENDICE 

aveva esercitato per più anni sui giornali napoletani un'ot- 
tima critica teatrale, e, a poco a poco, si veniva volgendo 
alla produzione drammatica, nella quale ha fatto e fa la sua 
strada. Ma anche nelle opere del Bracco si può osservare che 
gl'influssi stranieri non mutano il carattere proprio dello 
scrittore; e anche in lui c'è qualcosa che lo ricongiunge 
alla tradizione del suo paese. Chi conosce i tentativi dram- 
matici di Achille Torelli del suo secondo periodo, tormentosi, 
imperfetti e spesso falliti, ma rivolti a rappresentare sottili 
conflitti sentimentali e passionali e pieni di lampi originali, 
scorge la via nella quale il Bracco ha continuato a lavorare 
per proprio conto e col proprio ingegno. 

Ed ecco come Napoli ebbe, finalmente, una genuina let- 
teratura d'arte. Ciò fece la generazione affacciatasi alla vita 
intorno al 1880, e che raggiunse la sua piena fioritura tra 
il 1890 e il 1895. 



X 



Quel che ancora mancava, era un movimento di pensiero, 
ripresa e ringiovanimento della tradizione del 1860; il che 
non era dato ottenere senza passare attraverso un'ampia e 
varia polemica contro l'Università, infedele a quella tradi- 
zione e bamboleggiante in trastulli accademici. Ma di code- 
sta polemica (della quale una prima avvisaglia si ebbe nel 
1895 con la critica mossa all'indirizzo letterario dello Zum- 
bini), e del richiamo a nuova vita del pensiero degli uomini 
del 1860 (le cui opere inedite furono via via stampate e le 
edite ristampate), e del ravvivato interessamento pei problemi 
filosofici, e delle nuove riviste di scienza e di cultura, e dei 
nuovi libri e collezioni di libri, che sono venuti comparendo: 
— di tutto codesto movimento, insomma, filosofico-critico- 
storico non è possibile ora discorrere. Del resto, essendo esso 



LA VITA LETTERARIA A NAPOLI 349 

diventato di qualche importanza solamente dopo il 1900, esce 
dai confini di questo saggio; anzi, trovandosi ancora in pieno 
svolgimento, non è materia adatta di nessuna storia. Se mai, 
ne scriverà la storia colui che nell'avvenire vorrà ripigliare 
il filo, che io qui lascio cadere, del mio racconto ( 1 ). 

1909. 



(!) La documentazione delle notizie date in questo saggio, con 
corredo di minori aneddoti letterari, si legge nella Critica, vm, 211- 
221 ; e cfr. ivi anche, sul giornalismo napoletano, pp. 110-13. 



INDICE DEI NOMI (*) 



Abignente F., iv, 267. 
Abignente G., iv, 284. 
Accattatis L., iv, 337. 
Acri F., ni, 282; iv, 271, 304, 323. 
Aganoor V., n, 368-75, 388. 
Agnillo (d') G. N., iv, 313. 
Agostino (sant 1 ), in, 285; iv, 269. 
Aiello G. B., ni, 275; iv, 264. 
A'issé (madamigella), in, 126. 
Alberti A., iv, 311. 
Alceo, ii, 18, 21, 74. 
Aleardi A., i, 73-91, 228, 398, 414; 

ii, 347-8; in, 197; iv, 294. 
Alfieri V., i, 64, 365, 366; n, 50, 51, 

58, 61, 64, 153. 
Aloe S., iv, 330. 
Altavilla P., i, 115. 
Altamura S., IV, 317. 
Amabile L., iv, 336. 
Amalfi G., iv, 308. 
Ambra (d') E., iv, 331. 
Amicis (de) E., ì, 161-80, 115; ni, 

272, 298, 309; iv, 123, 127. 
Amicarelli I., iv, 300. 



Amiel H. F., iv, 228, 294. 

Anacreonte, n, 24. 

Ancona (d') A., in, 376, 378, 380, 

381, 382, 384, 387, 401; iv, 305, 308. 
Andrés G., ni, 373. 
Angelico (beato), n, 365. 
Angeli D., iv, 146. 
Angelis (de), iv, 298. 
Angiulli A., iv, 273, 277,279,306, 

327. 
Annunzio (d') G., i, 101, 159, 218; 

ii, 6-7, 112, 143, 265, 274, 354, 355; 

in, 274, 310; iv, 7-70, 108, 142. 

143, 146, 148, 150, 152, 159, 162. 

169, 173, 187, 199, 200, 212, 238-9, 

254, 257, 308, 314, 345, 346, 347. 
Anzelmi D., ni, 277. 
Arcoleo G., iv, 284, 305, 341. 
Archiloco, u, 18, 24. 
Ardigò R., ii, 179; ni, 287-8. 
Ardito P., iv, 305. 
Aretino P., iv, 117. 
Arici C, i, 299. 
Ariosto L., i, 7, 31, 217; ti, 17, 92, 



(*) I numeri segnati in corsivo indicano i saggi speciali intorno ai singoli 
scrittori. 



352 



INDICE DEI NOMI 



94, 99, 101, 104; in, 300, 327, 328, 
357, 362, 374, 380, 383, 384, 38;;; 
ìv, 161, 213. 

Aristippo, iv, 44. 

Aristofane, ìv, 93. 

Aristotele, in, 264, 270; ìv, 14, 190. 

Arnold M., ìv, 149. 

Arnould Sofia, n. 115. 

Anione N., ìv, 337. 

Artale G., in, 184. 

Ascoli I. G., in, 376. 

Asturaro A., ìv, 305. 

Attanasio E., ìv, 270. 

Avellino F., ìv, 287. 

Ayala (d') M., ìv, 336. 

Azeglio (d 5 ), i, 140; in, 330, 331. 

Baader P., ìv, 294. 

Bacchilide, n, 74. 

Bacile F., ìv, 337. 

Bain A., i, 402. 

Balbo C, i, 144, 353; in, 241. 

Baldacchini M., ìv, 305, 309. 

Baldacchini S., ìv, 309. 

Balzac O., i, 140. 

Balzo (del) C, ìv, 341. 

Bandello M., n, 224. 

Barbati G., iv, 286. 

Barbèra G., i, 379, 380; ìv, 300. 

Bàrbera L., ìv, 306. 

Barbier A., n, 64. 

Baretti G., in, 298; ìv, 161. 

Barone JS"., ìv, 333. 

Barrella M., ìv, 281. 

Barrés M., ìv, 13, 32. 

Barrili G. A., i, 181-91, 415; in, 

272; ìv, 311. 
Bartoli A., n, 282; in, 376, 386, 

387, 388, 402; ìv, 308. 
Basile G. B., i, 264; ni, 184, 185. 
Battaglini G., ìv, 267. 



Battista G., in, 181. 

Baudelaire C, i, 251; n, 132, 131; 

ìv, 13. 
Beccaria C, in, 372. 
Becque H., i, 139; n, 223. 
Belli G. G., li, 309; in, 298. 
Belli S., iv, 269. 
Bellini V., ìv, 336. 
Bembo P.. n, 284; ni, 389; ìv, 161. 
Benamozegh E., ìv, 305. 
Benedetti (de) S., ìv, 333. 
Béranger, II, 130. 
Berchet G., i, 10, 365; n, 38, 82, 

171; ni, 374. 
Bernardi G. : tv, 271, 281. 
Bernhardt Sai-a, n, 224. 
BersezioV., i, 1.^-50,414-15; ni, 161. 
Bertaux E., ìv, 337. 
Berti D., ìv, 302, 303. 
Bertela A., i, 303. 
Betteloni V., i, 201-19. 221, 416; 

ii, 142, 143. 
Bettini P., n, 247-60, 386. 
Bettoli P., in, 317. 
Biamonte E., ìv, 305, 339. 
Bianchi-Giovini A., ìv, 318. 
Bideri F. r ìv, 347. 
Bione, ìv, 170. 
Bixio X., i, 371; ìv, 36. 
Blanch L., ìv, 264. 
Blasiis (de) G., ìv, 290, 291, 295, 

304. 331, 332. 
Boccaccio G., i, 365; n, 92, 100; 

in, 357, 362. 
Bolognese D., ìv, 283. 
Bonacci Brunanionti A., n, 357-67, 

368, 3.88. 
Bonari E., ìv, 323. 
Bonghi E., i, 151, 228; n, 6, 366-7; 

in. 259-84, 293, 295, 296. 328, 399; 

ìv, 71, 296, 299, 300, 317. 



INDICE DEI NOMI 



353 



Bonifazio Vili papa, ni, 357. 
Boito A., i, 254-77, 274, 276, 417; 

ii, 143, 206. 
Borgese G. A., iv, 44, 45, 53. 
Borzelli A., iv, 336. 
Bosis (de) A., iv, 141-56, 259. 
Botta C, in, 329. 
Botticelli S., iv, 27. 
Bouilhet L., i, 263. 
Bourget P., in, 70; iv, 339. 
Bovio G-., n, 179, 200; in, 335-53, 

400; iv, 272, 273, 305, 328. 
Bozzo M., iv, 311. 
Bracco E., iv, 346, 348. 
Bresciani A., i, 41, 368. 
Brocchetti, padre, iv, 270. 
Broglio E., i, 151, 152. 
Brunetière F., i, 360. 
Bruno G., i, 350, 387; li, 89; in, 

184, 337, 389; iv, 291, 324. 
Buonanno G., iv, 342. 
Bunyan, iv, 39. 
Burcardo, n, 153. 
Burckhardt I., i, 364. 
Biirger, in, 198. 
Burns B., Il, 113. 
Byron G., i, 252,361; iv, 134.309. 

Caccianiga A., ni, 317. 

Cafiero M., iv, 305, 319, 320, 341, 

316. 
Cairoli B., ni, 346, 347. 
Calandra E., in, 169-77, 397. 
Calvello G. B., iv, 267, 289-90. 
Calvi P., ni, 328. 
Camerana G., i, 262, 275-84, 417. 
Camerini E., i, 11. 
Cameroni F., iv, 344. 
Campanella T., i, 387; ni, 337, 339, 

378; iv, 245. 
Camuccini V., li, 376. 



Canello U. A., in, 388, 402. 

Canova A., iv, 125. 

Cantalupi A., iv, 345. 

Cantoni A., in, 217-26, 398. 

Cantoni C, iv, 306. 

Cantù C, i, 362, 391; in, 386. 

Capasso B., iv, 224, 281, 330, 331, 
332, 336. 

Capasso jST., i, 225. 

Capecelatro A., iv, 270, 300. 

Capecelatro E., ii, 375-81, 388. 

Capitelli G., iv, 298. 

Capponi G., i, 46, 57, 71; ni, 241, 
313; iv, 271. 

Capuana L., i, 182; n, 189, 197; 
in, 101-18, 119, 395; iv, 14. 

Caracciolo C, marchese di Bella, 
iv, 312. 

Caracciolo F., n, 305-7. 

Carcano G., i, 151; in, 272. 

Cardarelli A., iv, 298. 

Carafa di Noia C, iv, 340. 

Carafa E., duca di Andria, iv, 339. 

Carducci G., i, 7, 91, 151, 159, 217, 
218, 219, 224, 295, 296, 297, 377, 
391; ii, 5-110, 112, 113, 134, 138, 
139, 177, 189, 190, 198, 274, 281, 
282, 283, 284, 285, 290, 295, 296, 
301, 302, 303, 304, 307, 310, 333, 
383; in, 180, 184, 198, 273, 376; 
iv, 9, 14, 15, 16, 27, 28, 95, 97, 
101, 141, 146, 150, 151, 187, 188, 
189, 192, 193, 199, 217, 236-8, 245, 
307, 308, 310, 322, 340, 345, 347. 

Carlyle T., n, 308; iv, 295. 

Carignani G., iv, 331. 

Carlo V, iv, 29. 

Carrera V., ni, 317. 
Carrér L., i, 264. 

Cartesio, n, 204. 

Casetti A., iv, 302. 



B. Croce, La letteratura della nuova Italia, iv. 



■2:; 



354 



INDICE DEI NOMI 



Casotti F., iv, 337. 
Casti E., iv, 286. 
Castiglione V., ih, 301. 
Castromediano (di) S., iv, 337. 
Cattaneo C, li, 90; IH, 201, 337. 
Cattermole E., n, 315-26, 387. 
Catullo, I, 217; n, 25, 291, 292. 
Cavalcanti G., n, 24, 263. 
Cavallotti F., n, 167-77, 200, 384- 

85; in, 337. 
Cavour (di) C, i, 33, 205,206; hi, 

245; iv, 193. 
Caviceo J., in, 184. 
Cazzola 0., iv, 311. 
Cecchi E., iv, 251-2. 
Ceci G-., iv, 333. 
Cellini B., in, 282; iv, 102, 146. 
Cenni E., iv, 271. 
Cesare (de) E., iv, 318, 346. 
Cervantes M., iti, 323. 
Challant (la signora di), n, 223-4; 

iv, 312. 
Cherilo da Samo, in, 323. 
Cherubini H., iv, 295. 
Chiabrera G-., n, 24. 
Chiarini G., i, 224-7, 416; il, 143; 

iv, 50, 303. 
Chiarolanza, iv, 269. 
Cialdini E., iv, 292. 
Ciampoli D., iv, 344. 
Cianchettini T. L., n, 139. 
Gian V., in, 376. 
Ciccone A., iv, 301. 
Cimarosa D., n, 122. 
Cino da Pistoia, li, 24. 
Cintio de 1 Fabrizi, in, 184. 
Giulio d'Alcamo, in, 375. 
Claudio lorenese, H, 113. 
Cocai M., ii, 240; in, 98, 99, 374, 

377. 
Codebò A., i, 37. 



Cognetti B., iv. 319. 

Cognetti G., ni, 79; iv. 344. 

Colautti A., iv, 345. 

Coleman, iv, 146. 

Coniin J., iv, 34f>. 

Comparetti D., in, 376. 

Conforti L., sen., iv, 319. 

Conforti L., jun., iv, 344. 

Conti Angelo, iv, 43, 146. 

Conti Augusto, i, 385, 391; il, 90; 

iv, 241, 302, 303. 
Corcia N., iv, 288. 
Correggio, iv, 27. 
Cossa P., ii. 145-66, 221. 384; in. 

328, 359; iv, 326. 
Costanzo G. A., i, 22S-38, 416-17 : 

iv, 310. 
Costetti G., ni, 317. 
Cousin V., iv, 292. 
Craven (rn. m f), tv, 271. 
Crescini V., in, 376. 
Crispi F., ii, 36, 177, 197; iv, 188. 
Cromwell O., iv, 27. 
Croce B., iv, 333, 334, 335, 349. 
Cuciniello M., iv, 313, 318. 
Cuoco V., in, 241. 
Curci C, iv, 320. 

Dahn F., n, 176. 

Dalbono C. T., iv, 309. 

Dalbono E., ìv, 317. 

Dall*Ongaro F., n, 315. 

Dante i, 361, 365, 376; n, 17, 24, 
25, 44, 50, 58, 92, 105, 366; ni, 
189, 270, 303, 304, 305, 306, 311, 
357, 374, 378, 379; iv, 39, 126-28, 
177, 215, 216, 222, 225, 286, 291, 
309, 326. 

Darwin C, i, 386; ìv, 190. 

David L., ìv, 125. 

Del Lungo I., in, 376. 



INDICE DEI NOMI 



355 



Demetrio Falereo, iv, 54. 

Depretis A., m, 33, 49, 348, 369. 

Detken A., iv, 264, 295-6. 

Diez F., in, 389. 

Doni A. F., in, 216. 

Dossi C, i, 111; in, 201-17, 397-88. 

Dostoiewski F.. iv, 29. 

Du Barry (m. m e), n, 115. 

Du Deffant (m.me), hi, 126. 

Dumas A., figlio, i, 140, 144; ni, 

8, 232. 
Dumas A., padre, iv, 318, 321. 
Duse Eleonora, iv, 142, 311. 

Ebers G., n, 176. 
Eliot G., ni, 285, 292. 
Ellero P., ii, 200. 
Emiliani Giudici P., i, 362. 
Epinay (m.">e d'), hi, 126. 
Erasmo, hi, 216. 

Erckmann-Cliatrian,m,94; iv,342. 
Ercole (d') P., iv, 292. 
Errerà A., iv, 304. 
Esiodo, iv, 227. 

Fabre F., ir, 339. 

Fabbricatore B., iv, 285. 

Faccioli K., il, 127. 

Falleroni G., hi, 372. 

Fambri P., iv, 318. 

Fantoni G., n, 24, 92. 

Faraglia X. F., iv, 333, 336, 338. 

Farina S., i, 192-99, 415; IH, 272. 

Farinelli A., in, 376. 

Fava O., iv, 341. 

Federico Barbarossa, in, 357. 

Ferrari G., in, 241, 244, 336, 337. 

Ferrari P., i, 313-30, 331, 332, 41S; 

in, 162, 328. 
Ferrari S., n, 281-9, 295, 386; iv, 

97-8, 212. 



Ferrarelli G., iv. 320, 323, 336. 
Ferravilla E., i, 144. 
Ferri E., iv, 40. 
Feuillet O., ni, 8, 10. 11. 
Filangieri G., iv, 334. 
Fiordelisi A., iv, 343. 
Fiorentino F., iv, 277-8, 279, 299, 

300, 302, 303, 304, 305, 306, 307, 

308, 319, 322, 327. 
Fiorelli G., iv, 287, 295. 
Flamini F., in, 376. 
Florenzi Waddington Marianna, 

iv, 278. 
Florimo F., iv, 336. 
Flores F., iv, 287. 
Flaubert G., i, 280; in, Ì04, 231. 
Fogazzaro A., i, 46; n, 351; ni, 

161, 273 ; iv, 129-40, 187, 198, 199, 

238-9, 254, 259. 
Folengo T. : v. Cocai. 
Fornari V. , i, 379-86, 385, 386, 3S9-H1, 

419; ni, 199, 355; iv, 270, 271, 285, 

300, 302, 303, 304, 321, 323, 327. 
Fornaciari L., iv, 285. 
Fortebracci G., n. 10-14, 15. 
Fortis L., ni, 326. 
Fortunato G., iv, 284, 319, 337. 
Foscolo IL, i, 65, 155, 299, 361,362, 

365, 366, 372-4 ; n, 24, 50, 51, 64, 

92, 105; in, 874, 379; iv, 173, 326. 
Francesco d'Assisi, n, 122, 343; ni, 

268; iv, 271. 
Franco N., ni, 216. 
Freiligrath F., i, 81. 
Fucini R., n, 309; ni. 139-46, 395-96. 
Fulco, iv, 313. 
Fusinato Erminia, lì, 200. 
Fusco <i. M., iv, 306, 330. 

Gaeta F., tv, 167S5. 

Gainsborough T., iv, 27. 



356 



INDICE DEI NOMI 



Galante G. A., iv, 333. 

Galasso A., i, 391; iv, 270, 301. 

Galiani F., ni, 263. 

Galileo, i, 350. 

Gallane! A., i, 300. 

Gallina G., i, 114; in, 146-53, 396. 

Galluppi P., i, 358; iv, 268, 274, 

324. 
Gans E., iv, 264. 
Gar T., iv, 299. 
Gargallo T., iv, 311. 
Gargiulo A., iv, 249-55. 
Garelli F., i, 145. 
Garibaldi G., li, 48, 63, 108, 343; 

in, 179, 185; iv, 36, 37, 193,263, 

264, 318. 
Gargano G. S., iv, 207, 218,220,222. 
Garofalo E., iv, 304. 
Gasparis (de) A., iv, 267. 
Gasparini, ìv, 267. 
Gatti S., iv, 264, 301. 
Gautier T., i, 180. 
Genoino G., iv, 311. 
Genlis (contessa di), in, 126. 
Geoffrin (m.^e), ni, 126. 
Ghirlandaio, iv, 27. 
Giacomo (di) S., i, 145; n, 309, 346, 

347; ni, 73-100, 273, 394; iv, 235, 

342-4, 345, 346. 
Giacosa G., n, 213-30, 385; ni, 309, 

311; iv, 308, 312. 
Gian Paolo, ìv, 274. 
Gianni F., i, 98. 
Giardini E., ìv, 285. 
Giella D., iv, 269. 
Ginguené, in, 373. 
Giobbe M., ìv, 344, 346. 
Gioberti i, 358, 363, 380, 386, 388; 

ii. 38; ni, 260, 274, 337; ìv, 265, 

268, 269, 300, 320, 324. 
Giordano G., ìv, 313. 



Giordano L., n, 113. 

Giordano Zocchi V., i, 401-4, 420; 

iv, 273, 310. 
Giorgi (de) C, ìv, 337. 
Giorgini G. B., i, 152. 
Giovagnoli E., ni, 359. 
Giudice (del) A., ìv, 313. 
Giudice (del) G., ìv, 331, 332. 
Giudice (del) P., ìv, 306. 
Giuliano imperatore, in, 285. 
Giuliani G. B., ìv, 271. 
Giulio II papa, ni, 365. 
Giusti G., ii, 93, 98, 231; ni, 320, 

321, 330, 333, 374. 
Gnoli D., ìv, 154, 157-66, 260, 

308. 
Goethe W., i, 65, 268; n, 58, 111; 

in, 197-8; ìv, 88. 
Goldoni C, i, 140, 314, 329; n, 60; 

ni, 147, 152. 
Goncourt (de) E., ni, 104, 324, 328; 

ìv, 339. 
Gourmont (de) E., ìv, 71. 
Goya, in, 85. 
Gozzi C, in, 377. 
Graf A., n, 203-12, 385; in, 376. 
Grande S., ìv, 337. 
Gravina G. V., i, 225. 
Gregorio VII papa, ni, 357, 364. 
Grimm H., i, 194. 
Gròber G., in, 314. 
Grosso (del) E., ìv. 267, 295, 309. 
Grossi T., in. 217. 
Grumello A., n, 224. 
Gualdo L., ni, 317. 
Guanciali Q., ìv, 286. 
Guerrazzi F, D., i, 27-44, 45, 140, 

413; n, 38; ni, 217, 320, 321. 
Guerrini O., n, 127-44, 321, 384; 

ìv, 14, 15. 
Guerzoni G., ìv, 305. 



INDICE DEI NOMI 



357 



Guicciardini F., i, 364, 365, 366; 

ni, 374, 377, 389. 
Guiccioli T., II, 115. 
Gunther A., iv, 269. 

Hamann, ni, 263; iv, 274. 

Hebbel F., m, 198. 

Hegel, i, 350, 380, 385, 389, 393, 
408; ii, 89; m, 103, 233, 234, 235, 
236, 237, 239, 240, 252, 270, 287, 
335, 336, 337; iv, 202, 208, 264, 
270, 271, 272, 275, 276, 292, 293, 
294, 295. 

Heine E., i, 165, 217, 221, 223, 224, 
259; ii, 28, 51, 64, 72, 73, 89, 
108, 202, 283; in, 319; iv, 39, 
147, 159. 

Herbart, in, 291; iv, 289, 295. 

Herder, iv, 294. 

Herwegh G., iv, 267, 282. 

Hérelle G., iv, 314. 

Hildebrand A., ir, 308. 

Hillebrand C, iv, 303, 304. 

Hofmann E., in, 94. 

Hofmann F., iv, 294. 

Holderlin, n, 58. 

Hugo V., i, 361, 395; u, 64, 73, 171, 
365-6; iv, 309. 

Humboldt (de) G., i, 89; iv, 280. 

Hutcheson F., i, 332. 

Huysmans, iv, 13, 339. 

Iaia D., iv, 277, 302, 323. 

Ibsen E., iv, 347. 

Imbriani G., ni, 179, 198. 

Imbriani M. E., ii, 200; ni, 179. 

Imbriani P. E., in, 185; iv, 266, 
293, 331. 

Imbriani V., i, 181, 298; u, 5; III, 
11>J-<M, 201, 277, 313, 397; iv, 264, 
277, 279, 280, 287, 293, 300, 302, 



303, 304, 305, 306, 307, 308, 317, 

321, 323, 324, 327, 331. 
Invernizzi G., ni, 388. 
Iorio (de) A., ii, 355. 

Kahn, G., iv, 52. 

Kant E., i, 332, 350, 386, 389; n, 

89; ni, 288; iv, 201, 202. 
Kerbaker M., iv, 289, 306, 344. 
Krudener (baronessa di), ni, 319. 

Labanca B., iv, 305. 

Labriola A., iv, 277, 279, 280, 289, 
295, 305, 319. 

Lacava M., iv, 337. 

Lamarmora, iv, 193. 

Lamartine, i, 7; iv, 309. 

Lanza C, iv, 305. 

Lara(lacontessa): v. CattermoleE. 

Laurentiis (de) C, iv, 338. 

Lauria A., iv, 342. 

Lazzaro G., iv, 320. 

La Vista L., i, 369. 

Lawrence T., iv, 27. 

Leffler A. C, iv, 347. 

Le Monnier, editore, IV, 300. 

Leonardo da Vinci, ni, 297; iv, 25, 
27, 142. 

Leone XIII, in, 278. 

Leopardi G , i, 18, 65, 155, 257, 261, 
299, 361, 366, 368, 377; n, 17,18, 
20-1, 24, 25, 38, 41, 50, 51, 57, 77, 
90, 95, 98, 105, 111; in, 190,361, 
374, 379, 385; iv, 9, 110, 111, 123, 
173, 209, 326. • 

Lespinasse Giulia, in, 126. 

Lessing E., i, 360. 

Lewes G., i, 402. 

Licata G. B., iv, 846. 

Licofrone, in, 327. 
LignanaG.,iv.267,->0.-_w..-j.u.-J.r. . 



:;r.s 



INDICE DEI NOMI 



Lilla V., iv, 269. 
Linguiti A., iv, 310. 
Lollis (de) C, ih, 376. 
Lombardi 31., ìv, 331. 
Lombardi S., ìv, 286. 
Lombroso C, il, 202. 
Longfellow, n, 366. 
Lorenzo (di) G., ìv, 337. 
Lorenzo (de) mons., ìv, 337. 
Luca (de) P., ìv, 344. 
Luca (de) S., iv, 267. 
Luciano, i, 315. 
Luciani P., ìv, 270. 
Lucrezio, n, 179; ni, 285. 
Ludovico (padre) da Casoria, ìv, 
271. 

Macaulay, ìv, 26. 

Machiavelli N., i, 365; n, 99,153; 
in, 243-4, 344, 374, 389. 

Maffei A., n, 186, 359; ni, 197. 

Maglione, ìv, 317. 

Maieroni A., ìv, 311. 

Mallarmé S., ìv, 339. 

Malebranche, n, 204. 

Mameli G., n, 36, 39, 92, 93. 

Mamiani T., in, 337, 377. 

Mancini P. S., in, 372; ìv, 235, 25S. 

MandaJari M., ìv, 337, 341. 

Mantovani D., i, 122, 137. 

Manzoni A., i, 31, 45, 46, 112, 113, 
114, 115, 116, 117, 132, 140, 151-60, 
161, 221, 228, 239, 257, 336, 349, 
361, 363, 365, 366, 377, 415; il, 38, 
50, 92, 98, 100, 102, 105, 143; ni, 
117, 155, 161, 171, 252, 260, 280, 
284, 297, 298, 299,' 300, 301, 302, 
303, 307, 308, 312, 313, 314, 315, 
365, 366, 374; ìv, 9, 110. Ili, 122, 
131, 139, 140, 285, 286. 

Manna G., ìv, 266. 



Marchetti A., Il, 92. 
Marchi (de) E., ni, 155-62, 396. 
Marenco L., ni, 317. 
Maresca B., ìv, 333. 
Margherita regina d'Italia, ni, 181. 
Marghieri A., ìv, 284, 304. 
Maria Antonietta regina di Fran- 
cia, in, 275. 
Mari (de) F., ìv, 319. 
Mariano E., ìv, 280. 
Marini Virginia, ìv, 311. 
Marino G. B., i, 383; ìv, 310. 
Mario A., i, 369. 

Marradi G., n, 261-80, 281, 282, 386. 
Marselli N., ìv, 264, 281, 292, 321. 
Martini F., in, 317-34,100; iv, 307. 
Martino (de) A., ìv, 267. 
Martorana P., ìv, 331. 
Marx C, ni, 216. 
Marvasi D., i, 369-70. 
Marziale, ìv, 174. 
Mascagni P., ìv, 347. 
Mascheroni L., i, 299. 
Masci F., ìv, 277, 279, 302. 
Mastriani F., ni, 35; ìv, 314-17, 321, 

342. 
Mastri P., li, 302, 303, 304, 307, 

308. 
Maturi S., iv, 277, 279, 324. 
Maupassant (de) G., ìv, 22, 23, 24, 

30, 339. 
Mauro D., ìv, 265. 
Mazzini G., i, 363; n, 343; in, 198, 

244, 245, 336; ìv, 188, 193, 217, 272. 
Mazzoni G., il, 290-5, 386-7, ìv, 52. 
Medici G., ìv, 37. 
Medici (de') L., il, 24, 92, 113; ìv, 88. 
Medici (de) Lorenzino, ni, 323. 
Meis (de) A. C, i, 393-6, 420; in. 

102, 103, 233, 312; iv, 265, 278. 

279, 291, 302, 303, 304. 



INDICE DEI NOMI 



359 



Meleagro, n, 1S, 290, 292. 

Meli G., i, 368. 

Melisa, iv, 313. 

Memola G., iv, 270. 

Meoniartiui A., iv, 338. 

Mercantini L., n, 235-6. 

Mérimée P., in, 319. 

Merlo P., iv, 305. 

Metastasio P., i,365; n, 59, 60, 100, 

220; iv, 177. 
Mezucelli B., iv, 338. 
Mezzanotte G., iv, 342. 
Michelet C. L., iv, 277, 292. 
Michelet G-., n, 308. 
Micheletti P., i, 231. 
Michetti F. P., iv, 27, 32, 146. 
Milelli D., iv, 340, 344. 
Milli Giannina, iv, 310. 
Milone G., iv, 271. 
Milton G., i, 303-4. 
Minghetti M., i, 39. 
Mimnermo, il, 18, 24. 
Minervini G., iv, 287. 
Minieri Eiccio C, iv, 330, 332, 333. 
Mirabelli A., iv, 286, 288, 291, 298, 

322. 
Miraglia L., iv, 304, 306. 
Miranda G., iv, 342. 
Mola C, iv, 270. 
Monaci E., in, 376. 
Monaco A., iv, 340. 
Moininsen T., iv, 288. 
Monnier M.. i, 42; iv. 294, 321. 
Montefredini F., in, .955-6''/, 401; 

iv, 283, 300. 
Monti V., i, 98, 299, 3Q5; II, 21, 59, 

96, 105, 185, 284; iv, 121, 125. 
Montesquieu, i, 221. 
Moore T., i, 7. 

Morandi L., ni, 297-9, 312, 400. 
Morano A., iv, 300, 301, 304, 307. 



Morano D., iv, 300, 301, 304. 
Morano F., iv, 337. 
Morelli D., iv, 317. 
Morisani C, iv, 338. 
Morosi G., iv, 306. 
Morsolin B., ni, 3S8. 
Miiller M., i, 93. 
Murat G., n, 38. 
Murger £., i, 232. 
Murri E., iv, 228. 
Muscettola A., ni, 184. 
Musset (de) A., i, 252; in, 319; iv, 
311. 

Napoleone III, n, 182. 
Neera, n, 357; ni. 119-37, 395. 
Negri A., n, 335-55, 388; in, 272. 
Negri G., ih, 285-96, 310, 399. 
Nencioni E., i, 7, 8, 9, 11, 12, 295; 

il, 111-8, 119, 276,383; iv, 40, 146. 
Netti F., iv, 317. 
Niccolini G. B., i, 365; n, 61; ni, 

320, 321. 
Nicolai, ii, 202. 
Nicotera G., iv, 346. 
Nietzsche F., iv, 32, 33, 142, 346. 
Nievo I., i, 116-38, 414. 
Nino (de) A., iv, 338. 
Nisco N., iv, 336. 
Nitti F., iv, 339. 
Nitti F. S., iv, 346. 
Nocito P., in, 372. 
Nordau M., ni, 236. 
Novati F., in, 376. 
Novelli A., iv, 272, 273, 281. 
Nullo F., iv. 36. 
Nunziante E., iv. 338. 

Oberdan G., lì, 200. 
Ohnet G., li, 225. 
Omar Kayyàm, n, 18. 



360 



INDICE DEI NOMI 



Omero, i, 361; n, 17, 44, 52; iv, 83, 

102, 103, 124, 156, 222. 
Ongaro (dall') F., i, 228. 
Onofri A., iv, 250. 
Orazio, ii, 24, 57, 377. 
Oriaui A., n, 8-9,15; in, 227-5S, 398. 
Orsiui G.: v. Gnoli D. 
Ovidio, in, 194. 
Ovidio (d') F., in, 198, 299-315, 328, 

376, 388, 389, 400; iv, 300, 304, 

325-6. 

Padoa, iv, 318. 

Padula F., iv, 267. 

Padula V., i, 93-109, 414; iv, 286, 

288, 309, 319. 
Pagano V., iv, 269. 
Pagliara E. E., iv, 340, 344, 346. 
Palasciano F., iv, 267. 
Palermo F., in, 377. 
Palestrina L. P., n, 113. 
Palmieri L., iv, 266, 268, 298. 
Palumbo P., iv, 337. 
Palmella G., iv, 338. 
Pansa G., iv, 338. 
Panzacchi E., n, 119-25, 207,384; 

iv, 146, 308. 
Paolo (san), m, 235. 
Parini G., i, 298, 309, 314,361; n, 

24, 50, 51, 60, 64, 95, 100, 104; ni, 

155; iv, 161. 
Parzanese P. P., li, 315; iv, 239- 

42. 
Pascal B., ni, 216, 263; iv, 203. 
Pascarella G., il, 301-314, 3S7; ni, 

100. 
Pascoli G-., i, 91; n, 295, 296, 354; 

iv, 71-128, 146. 150, 153, 174, 187, 

192, 198, 199, 205-56, 258-9, 347. 
Passavanti I., in, 337. 
Pellico S., i, 351; il, 170 ; in, 331. 



Pennesi O., ni, 372. 

Pepe G., i, 369. 

Pércopo E., in, 376; iv, 333, 335. 

Pergolese G. B., n, 113. 

Perrone N., iv, 286. 

Persico F., i, 391; iv, 271, 285, 301. 

Pessina E., iv, 266, 304, 314. 

Peter J., iv, 333. 

Petito A., iv, 341, 343. 

Petitti P., iv, 340. 

Petòfi A., ii, 39. 

Petra (de) G., iv, 287, 304. 

Petra, marchese di Caccavone, iv, 

313. 
Petra N., duca di Vastogirardi, 

iv, 312, 313. 
Petra V., iv, 312, 313. 
Petrarca F., i, 365; n, 24, 25, 63, 

92, 103, 111, 284, 286; ni, 357, 362, 

3S6; iv, 217. 
Petronio, iv, 219. 
Petruccelli della Gattina F., iv, 

309, 318. 
Pezzo (del) G., marchese di Cam- 

podisola, iv, 312. 
Pica V., iv, 340, 345. 
Piccirilli P., iv, 333. 
Pier della Vigna, iv, 224, 291. 
Pier da Morrone, ni, 357. 
Pierantoni A., in, 372. 
Pierro L., iv, 340, 346. 
Pietracqua L., i, 145. 
Pietrobono L., iv, 221, 229, 231-9. 
Pinchetti G., i, 293-4. 
Pindemonte I., i, 299; n, 185. 
Pisacane C., iv, 265. 
Pisani-Dossi A.: v. Dossi C. 
Pisanelli G., iv, 265-6. 
Platen A., n, 73; ni, 198. 
Platone, i, 382; in, 261, 264, 275, 
279, 282, 293. 



INDICE DEI NOMI 



361 



Poe E., i, 31; iv, 134, 158. 

Poerio A., in, 179. 

Poerio 0., ni, 179; iv, 193. 

Poerio G., in, 179. 

Poliziano A., i, 217,366; n, 24, 92, 

102-04, 113, 284. 
Pompadour (m. m « de), n, 115. 
Porta C, in, 301. 
Pougy (de) Liane, in, 228. 
Praga E., i, 239-55, 417; II, 101, 

132, 143. 
Prati G-., 1.7-25,45, 73, 90, 264, 294-7, 

365, 396, 413; n, 92, 96, 102, 171, 

231, 315, 321. 
Prisco G., iv, 270. 
Proto F., duca di Maddaloni, in, 

81; iv, 309, 312, 313. 
Pullè L., in, 317. 
Puoti B., i, 345, 369,371; in, 280; 

iv, 285. 311, 331. 

Quercia F., iv, 318. 

Rabizzani G., IV, 220, 226, 223. 
Racioppi G., iv, 301, 337. 
Radius-Zuccaro A.: v. Neera. 
Ragnisco P., iv, 277, 302. 
Rajna P., in, 376, 3S0, 333, 334, 402. 
Ramaglia P., iv, 298. 
Ranieri A., iv, 309. 
Ranieri Paolina, iv, 309. 
Ranke L., iv, 206. 
Rapisardi M., n, 134-5, 206, 385, 

179-202, 283, 291; in, 272. 
Re (del) G., iv, 265, 301. 
Renan E., i. 379,330; in, 290; iv, 

270, 333. 
Renier R., in, 376. 
Renzis (de) F., m, 317; iv, 312. 
Riccardi di Lantosca V., n, 231-41, 

385-6. 



Ricciardi G., iv, 309. 

Ricciardi M., iv, 346. 

Ricci Signorini G., il, 295-9, 387. 

Riccio L., iv, 331. 

Rindi, iv, 313. 

Rocco E., iv, 331. 

Rodino L., iv, 285. 

Rolando A., iv, 305, 339. 

Romano G., iv, 266. 

Róndani A., n, 242-5, 386; iv, 305. 

Rosa S., li, 92. 

Rosa (de), iv, 313. 

Rosenkraz C, iv, 294. 

Rosini G., ni, 377. 

Rossetti Gabriele, II, 38, 92. 

Rossetti D. G., iv, 146. 

Rosmini A., i, 358; in, 280, 264, 

274, 289; iv, 324. 
Rossi P., ni, 247. 
Rossi T., i, 401. 
Rossi V., ni, 376. 
Rosini G., in, 377. 
Rotondo, iv, 317. 
Rousseau, tu, 270. 
Rovani G., i, 111-16, 414; II, 96. 
Rovetta G., in, 103-7, 396-7. 
Rubens, n, 113. 
Riickert, i, 7; n, 113. 
Ruggiero M., iv, 287. 
Russo F., iv, 343. 

Sacerdote E., iv, 347. 

Saffi A., ii, 200. 

Saffo, ii, 18, 24, 25, 340; iv, 54. 

Sainte-Beuve, i, 46, 360. 

Saint-Bon, iv, 36. 

Saint- Simon, iv, 147. 

Sala (della) V., iv, 314. 

Salandra A., IV, 284, 804, 305. 

Salazaro D., iv, 334. 

Salvetti E., iv, 261. 



362 



INDICE DEI XOMI 



Sanctis (de) F., i, 101, 155, 295, 
.757-77, 394, 419; il, 91, 94, 95, 99, 
100, 104, 220; in, 102, 103, 180, 
241, 264, 295, 306, 314, 328, 348, 
355, 373, 374, 877, 378, 379, 380, 
381, 382, 383, 384, 386, 387; iv, 
39, 146, 208, 217, 264, 266, 267, 
282, 283, 284, 285, 290, 291, 292, 
298, 299, 300, 303, 804, 307, 318, 
321, 323, 324, 325, 326, 340. 

Sand G., i, 46; ni, 319. 

Sanseverino, iv, 269. 

Sardou V., ni, 328. 

Sarpi P., ni, 374. 

Sartorio A., iv, 146. 

Sartini V\, iv, 302, 303. 

Savarese G. B., iv, 269, 290. 

Savarese E., iv, 298. 

Savigny, in, 270. 

Savini F., iv, 338. 

Savini M., iv, 320. 

Savonarola, n, 89. 

Sadowski F., iv, 311. 

Sbarbaro P., n, 168; in, 367-72, 401. 

Scacchi A., iv, 267. 

Scalinger G. M., iv, 344. 

Scarfoglio E., iv, 345. 

Scarpetta E., i, 144; iv, 343.* 

Schelling F., i, 380; iv, 278. 

Schérer E., iv, 292. 

Scherillo G., iv, 330. 

Scherillo M., iv, 337. 

Schiaffino, iv, 36. 

Schiattarella E., iv, 306. 

Scialoia A., iv, 265. 

Schiller F., i, 321; n, 58, 171; ni, 
198. 

Schipa M., iv, 333. 

Schliemann, iv, 33. 

Schopenhauer, i, 399; in, 216; iv, 
295. 



Sclopis F., iv, 271. 

Scott W., i, 361; ni, 801. 

Scribe E., iv. 311. 

Seguino G., iv, 286. 

Sella Q., i, 39. 

Selvatico E., i. 144. 

SeraoM., n, 357; in, 33-72, 73, 273, 
393-4: iv, 316, 341, 345, 347. 

Serra E., iv, 250-1. 

Settembrini L., i, 345-55, 362, 367, 
369, 419;. in, 378, 386; iv, 2«3, 
282, 283, 288, 291, 292, 296, 297, 
298, 299, 300, 302, 305, 318, 324, 
328, 330, 335. 

Shakespeare, i, 361; in, 300. 

Shaftesbury, i, 332. 

Shelley P. B., n, 76, 111,179; iv, 
148, 149, 150, 151, 156, 309. 

Siciliani P., iv, 248. 

Sienkiewicz D., ni, 293: iv, 346. 

Signorelli L., n, 365; ni, 281. 

Simone (de) G., iv, 281. 

Simone (de) L., iv, 337. 

Siniscalchi M., iv, 342. 

Sivo (de') G., iv, 319. 

Spaventa B., i, 385-91, 394, 419; 
ni, 180, 233, 241; iv, 264, 266, 
267-8, 270, 273, 274, 275, 276, 277, 
279, 280, 282, 291, 293, 294, 296, 
297, 298, 299, 300, 302, 303, 304, 
306, 307, 323, 324. 

Spaventa S., i, 39; in, 180, 276, 
369; iv, 265, 319. 

Spencer, i, 402; in, 262; iv, 192, 208. 

Spinelli IL, in. 375; iv, 281. 332. 

Spinazzola V., iv, 146. 

Spinoza B., i, 408; n, 183; ni, 270; 
iv. 208. 

Sofocle, iv, 213. 

Sogliano A., iv, 287. 

Sommaruga A., ni, 369; iv, 26. 



INDICE DEI NOMI 



363 



Soubirous Bernadette, in, 279. 

Starace, iv, 344. 

Stazio, ii, 103. 

Stecchetti L.: v. Guerrini O. 

Stefano (de) G., iv, 285. 

Stendardo F., iv, 340. 

Stendhal, n, 303; ni, 190. 

Sterne L., i, 165. 

Straccali A., n, 282. 

Strauss, iv, 267. 

Strater T., iv, 293. 

Stromei D., iv, 310. 

Striimpell L., in, 379. 

Stuart Stili, i, 402; iv, 208, 295. 

Stuart Maria, li, 114. 

Sue E., i, 140. 

Swiinburne, i, 7. 

Tacito, i, 6S; iv, 29. 

Taddei L., iv, 311. 

Taine I., i, 360; in, 360; iv, 295. 

Tagliatatela P., iv. 269. 

Tallarigo O., iv, 300, 304, 305, 327. 

Tamagno C, in, 388. 

Tammeo G., iv, 305. 

Tarantino G., iv, 305. 

Tarchetti I. IT., i, 285-92, 293, 417; 

ii, 143; iv, 161. 
Tari A., i, 405-11, 420; in, 337, 349; 

iv, 264, 267, 274, 275, 279, 290, 293, 

299, 322, 323. 
Tasso T., i, 365; n, 93, 103, 104, 

113; ni, 374, 379, 389. 
Tassoni A., Il, 92. 
Teocrito, n, 366. 
Teognide, n, 18. 
Tesorone G., iv, 146. 
Theo A., iv, 304. 
Thovez E., n, 15-32, 33, 86, 108. 
Tibullo, ii, 57. 
Tigri G., n, 315. 



Tiraboschi G., ni, 373, 374. 

Tirteo, il, 174. 

Tocco F., iv, 277, 278, 293, 302, 304, 

323, 324. 
Tolstoi L., i, 46, 137; il, 308,349; 

in, 175; iv, 29, 114. 
Toma G., iv, 317. 
Tommaseo N., i, 45-71, 363, 413-4; 

ii, 212, 231, 235-7, 238, 315; ni, 

319, 320; iv, 140, 271. 
Tommasi S., iv, 265, 291. 
Tommaso d Aquino, iv, 291. 
Tommaso (de), iv, 344. 
Torelli A., i, H31-13, 428; iv, 312, 

313, 344, 348, 
Torelli-Violler E., iv, 318, 321. 
Torraca F., ni, 376; iv, 284, 291, 

304, 321. 
Toscano F., iv, 269. 
Toselli G., i, 144, 145. 
Tosti L., ni. 241; iv, 295, 338. 
Traversi Antona C, iv, 305. 
Trendelenburg A., iv, 293. 
Trezza G., i. 396-401,102, 420; n, 

179, 200. 
Trincherà F., iv, 330. 
Troya C, i, 358; iv, 331. 
Trombetti A., iv, 203. 
Trudi, iv, 267, 298. 
Tulelli P. E., iv, 274, 322. 
Turati F., i, 171. 
Turchiarulo A., iv, 264. 
Turiello P., iv. 305, 319, 320. 

Umberto I (re d'Italia), in, 33, 49, 
181, 183; iv, 291. 

Valle (della) A., i, 152; iv, 271, 285. 
Valle (della) C, duca di Venti- 

gnano, iv, :;i 1 . 
Vallès J., i, 232. 



364 



INDICE DRI NOMI 



Valletta N., iv, 200. 

Varano A., ri, 284. 

Varchi B., li, 103, 153. 

Vasari G., in, 280, iv, 242-3. 

Vecchio (del) N., vi, 272, 273, 306. 

Vecchi V., iv, 336. 

Vedder, iv, 146. 

Vega (de) Lope, in, 76. 

Venturi A., iv, 146. 

Vera A., in, 185, 186; iv, 266,274-5, 

280, 293, 294, 299, 322. 
Vera (de) padre, iv, 270. 
Verdi G., in, 307. 
Verdinois F., iv, 305, 319, 322, 341, 

346. 
Verga G., n, 197, 348; in, 5-32, 93, 

94, 101, 102, 105, 106, 273, 310, 

393; iv, 14, 15, 316, 326. 
Verlaine P., iv, 13, 339. 
Verrocchio (da) A., iv, 27. 
Vestri, iv, 311. 
Vico G. B., i, 348, 350, 384, 388; 

ii, 89, 136; in, 337; iv, 268, 270, 

291. 
Vieusseux G. P., in, 375. 
Vigo L., in, 116. 
Villari L. A., iv, 344. 
Villari P., in, 243. 
Virgilio, ii, 17, 103; in, 300; iv, 

122, 124, 286. 
Vitelli G., iv, 324. 
Vittorio Emmanuele II, in, 245. 



Vitrioli D., iv, 286. 

Vivanti A., il, 96, 326-33, 387 ; iv, 

347. 
Voltaire, ìv, 132. 
Vogiii (de) M., ìv, 142. 
Volpicella, fratelli, ìv, 309. 
Volpicella S., ìv, 309, 330, 332. 
Volpiceli! V., ìv, 332. 
Vonwiller, ìv, 317. 
Vossler 0., ni, 314; ìv, 226. 

Wundt G., ii, 355. 

Zaccone E., ìv, 348. 
Zarnrnarano L., ìv, 284, 304. 
Zanardelli G., n, 200. 
Zanella G., i, 293-311, 371, 397, 417; 

ii, 179, 364, 366 ; 368; in, 195, 388; 

ìv, 302, 303. 
Zeller E., ìv, 277. 
Zendrini B., i, 221-4, 416; n, 142, 

143; iv, 294. 
Zerbi (de) E., in, 327; ìv, 305, 318, 

320, 322, 341, 346. 
Zerri, ìv, 311. 

Zingarelli N., ili, 376; ìv, 335. 
Zio (del) F., ìv, 281. 
Zola E., i, 365; n, 113; in, 52, 161, 

279; ìv, 19, 316, 326, 340. 
Zoppis G., i, 145. 
Zumbini B., in, 376, 378; ìv, 271, 

304, 305, 325-6, 348. 



INDICE DEL VOLUME QUARTO 



Avvertenza . : P a o- 5 

LXII. Gabriele d'Annunzio » 7 

LXIII. Giovanni Pascoli » 71 

LXIV. Antonio Fogazzaro » 129 

LXV. Adolfo de Bosis » 141 

LXVI. Giulio Orsini » 157 

LXVII. Francesco Gaeta » 167 

LXVIII. Di un carattere della più recente letteratura 

italiana » 187 

LXIX. Intorno alla critica della letteratura contem- 
poranea e alla poesia di G. Pascoli . . » 205 

LXX. Ancora sul Pascoli » 231 

LXXI. Licenza » 253 

Note bio-bibliografiche » 257 

Appendice: 

La vita letteraria a Napoli dal 1860 al 1900 . . » 263 

Indice dei nomi » 351 







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